sabato 5 marzo 2016

Le discutibili tesi di sedicenti esperti sul calo dei lettori in Italia

Qualche giorno fa ho letto un articolo che mi ha lasciato piuttosto perplesso su Il Fatto Quotidiano (potete leggerlo per intero cliccando su QUESTO LINK). É l'ennesimo tentativo di analizzare il perché in Italia si leggano così pochi libri.
Ora, già in apertura l'articolista spiega che non sta esponendo tesi proprie ma sta facendo riferimento a un'indagine di Censis e Treccani che viene cortesemente linkata, cosicché ho potuto verificare subito che tra i presenti a questo dibattito c'erano, fra gli altri, Carletto Freccero, ex dirigente della Rai di cui ricordo perfettamente un'intervista durante la quale spiegava che è "normale" che certi servizi dei tiggì debbano essere "pettinati" - ipse dixit - perché le notizie vanno riferite in una certa forma (praticamente nascondendo o enfatizzando alcuni aspetti); e poi Riccardo Luna, che è stato il direttore del giornale Il romanista - il quotidiano dei tifosi più tifosi del mondo (non sto scherzando).
Dopo aver appurato che le tesi erano state discusse da fonti così autorevoli le ho probabilmente esaminate con un atteggiamento già preconcetto, però, ecco, alcune affermazioni mi sono sembrate... Beh, io le riporto, voi giudicherete.
Si parte sottolineando che pur aumentando il numero dei laureati diminuisce il numero dei lettori, mentre

"in epoca predigitale l’automatismo tra crescita dei laureati e propensione alla lettura 'aveva funzionato bene' ".

e subito si aggiunge che

"I primi a risentire di questo trend sono gli editori: calano i fatturati e aumentano le cessazioni di attività. La flessione dei ricavi, sostengono però Censis e Treccani, non dipenderebbe solo da fattori strutturali ma anche dalla rivoluzione digitale, che ha reso l’approccio al sapere e alla lettura, specialmente da parte di alcuni segmenti della popolazione, più smart, più efficiente e più rapido, causando un allontanamento dai libri a favore dei sistemi digitali".

e già qui qualcosa mi sfugge. Se gli stessi relatori ammettono che la rivoluzione digitale ha reso l'approccio alla lettura "più smart, più efficiente e più rapido" qual è il problema? Che si leggano meno libri cartacei e che si legga di più su supporti digitali? Ma non è sempre lettura?
E poi un'affermazione che sa tanto di pregiudizio:

"per Censis–Treccani è segno di una mutazione antropologica, perché il mezzo di apprendimento 'non è neutrale' ".

In che senso non è neutrale? Perché, un quotidiano cartaceo nazionale appartenente a un partito politico o un canale televisivo berlusconiano è neutrale? Un libro di Travaglio è neutrale? I servizi del TG2 "pettinati" da Carletto Freccero erano neutrali? Er quottidiano de l'ultrà daa curva sudde di Riccardo Luna era neutrale?
Vediamo la spiegazione:

Libro e web, sostiene il rapporto, attivano facoltà mentali diverse: quando i messaggi passano attraverso lo schermo, gli elementi emotivi hanno la meglio su quelli cognitivi. I dispositivi digitali, inoltre, ci pongono in uno stato di attenzione parziale continua: l’interruzione ha la meglio sulla concentrazione. Allo stesso tempo, siamo nella condizione di reperire rapidamente, ovunque e gratuitamente quasi ogni genere di informazione.
A cambiare non sono dunque solo i consumi culturali ma anche le tecniche della conoscenza. E ciò che espande internet sarebbe anche ciò che allontana dal libro. 

É una tesi rispettabilissima, ma non so se possa ritenersi inconfutabilmente esatta. Anche quando si legge un libro o un giornale si interrompe talvolta la lettura. O sbaglio? Inoltre, essere "nella condizione di reperire rapidamente, ovunque e gratuitamente quasi ogni genere di informazione" non mi sembra un fatto negativo, né tanto meno limitativo all'apprendimento, anzi, permette di confrontare più fonti - anche internazionali per chi conosce l'inglese - in tempo reale. O sbaglio anche stavolta?
Ma la relazione prosegue:

La rete, sostengono Censis e Treccani, porterebbe con sé inediti pericoli di solipsismo e conformismo: la personalizzazione e l’autoreferenzialità dell’impiego di media digitali consentirebbero di fatto di comporre, su ogni dispositivo, un’enciclopedia fatta solo con informazioni che l’utente sa già di voler conoscere. In un ecosistema dove 'aziende editoriali e istituzioni culturali non fanno più da filtro', la rete svolgerebbe una funzione 'oracolare' ma le si attribuirebbero 'caratteristiche sovrastimate di attendibilità ed esaustività' ".

Questa è l'affermazione che mi sembra più discutibile. Ciò che spaventa Censis e Treccani è che le "aziende editoriali e istituzioni culturali non fanno più da filtro," quindi, dal loro punto di vista, esse dovrebbero essere il Verbo Unico del lettore. Dovremmo tutti leggere i libri che ci vengono propinati da Fabio Fazio o da Bruno Vespa, dovremmo uniformarci pedissequamente ai 'consigli' dei grandi editori e delle terze pagine dei quotidiani poiché se non lo facessimo ciò "porterebbe con sé inediti pericoli di solipsismo e conformismo"... Curiosissima come tesi: fare riferimento ai media digitali con una "personalizzazione" della ricerca porterebbe al conformismo; leggere libri in base ai diktat di Fazio o della Lipperini invece non implica conformismo. Interessante, davvero interessante. Suona benissimo anche da un punto di vista logico, non è vero?
La parte finale è la più gustosa. Si fa riferimento ai laureati con più di 25 anni, la gente più istruita insomma, e si afferma che

"Questo campione accede a internet tutti i giorni e legge libri. E qui la musica cambia. 'Il segmento' sostiene il rapporto 'sembra muoversi con disinvoltura nella direzione di una integrazione tra le diverse tecnologie, tradizionali e digitali, in chiave critica e adattiva'. Il 79% degli italiani laureati over 25 valuta positivamente la possibilità di produrre, sul web, una propria bibliografia multimediale personalizzata. Allo stesso tempo, il 74,4% ritiene comunque insostituibile il libro".

Allora attingere a mezzi digitali non è un pericolo! Se la parte più istruita della popolazione dà la stessa importanza a digitale e cartaceo, allora il problema non è internet ma il livello di istruzione di chi ne usufruisce! Eppure, come avevo detto sopra, la relazione era partita dicendo che "crescono i laureati e calano i lettori, i tassi di scolarizzazione e la propensione alla lettura seguono traiettorie divergenti" e da lì erano partiti tutti i dubbi e le paure e l'accusa al digitale. Ma sulla base dei dati del precedente paragrafo sembrerebbe che la gente istruita sappia bilanciare correttamente l'uso di libro e supporto digitale.
Insomma, la mia impressione è che ci sia un'interpretazione preconcetta di informazioni raccolte in vario modo. Il mio professore di Italiano citava, scherzando, un paradosso per cui se ci fossero delle statistiche che parlano di incidenti stradali aumentati del 10% e, nello stesso periodo, altre statistiche che rilevano un aumento del consumo di carne del 10%, sicuramente salterebbe fuori qualcuno che penserebbe che l'aumento del consumo di carne ha causato un aumento equivalente degli incidenti stradali.
Mi sa che non è solo un paradosso...

33 commenti:

  1. C'è poco da aggiungere. Il guaio è piuttosto che c'è chi ancora non accede alla rete e subisce passivamente i vari tg spot, gli uni a favore del Bomba e gli altri del Berluska.

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    1. Ovviamente anche su internet occorre consultare più fonti e non limitarsi a un'unica fonte, altrimenti c'è il rischio "oracolare" di cui parla la relazione, ma quello dipende dall'approccio, si può essere "oracolari" anche considerando un quotidiano (l'Unità in passato o Il Giornale oggi) come un testo sacro dal quale non discostarsi mai, pena l'accusa di eresia e il rogo...

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    2. Ne so ben qualcosa... con i duemila blog di politica che seguo, compreso quelli di "Libero" e "Il giornale".

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  2. Concordo con Ivano, la rete ha diversi difetti però io sono abbastanza anziano da ricordarmi i tempi in cui il Tg1 dava le notizie secondo un ottica demoscristiana e faceva una accesa propaganda per quel partito, il Tg2 faceva lo stesso con il PSI di Craxi ed il Tg3 idem con i comunisti. Nello stesso tempo su Italia 1 nasceva "Studio Aperto" il telegiornale diretto da Emilio Fede che cominciava la sua opera di incensamento nei confronti di un Berlusconi ancora non entrato in politica.
    Insomma, prima di parlare certe persone dovrebbero farsi un esame di coscienza.

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  3. Trovo capziose tutte queste discussioni sollevate da affermati pseudo intellettuali. E' una guerra tra major dell'informazione punto e basta. Del livello culturale della popolazione non gliene frega una cippa, l'interesse è spartirsi, tanto per cambiare, una fascia di "consumatori". Il sapere, la conoscenza, il pensiero critico, si costruiscono educando, formando, si crea interesse per la letteratura e la conoscenza valorizzando i processi di apprendimento già dalla primissima infanzia. Senza tante palle, basta vivere girare per strada e rendersi conto dell'appiattimento mentale di chi ci circonda. Del livello di ignoranza che serpeggia. Ci vivo e ci lavoro in mezzo ai laureati, ti posso garantire che al di la dei titoli e delle qualifiche la pochezza mentale e speculativa, nel senso filosofico del termine, è veramente deprimente. Figurati quello che puoi trovare nella grande massa di coloro che non leggono o che leggono solo dei sublimati di informazione a mo di frasetta su face book o twitter. C'è un analfabetismo di ritorno tra i ragazzi da far paura. Esiste una povertà di linguaggio tale da ridurre la capacità di identificare e riconoscere sentimenti ed emozioni, e questo si ripercuote sulla vita e la convivenza civile. Immagina l'uomo primitivo che è schiacciato dalle ansie e dalle paure comuni all'essere umano e che non riesce a dire altro che:" Ghu". Siamo a quei livelli. Certo i "ghu" del 2016 sono più articolati, ma le forme espressive che incontriamo sono tutte funzionali a risposte nocicettive e a bisogni primari. Secoli di cultura, di illuminismo, di rinascimento, di ellenismo, sono stati spazzati via da pochi anni di gazzetta dello sport e Barbara d'Urso. Penso che il problema non siano ne internet ne il libro. Il problema è aver privilegiato e favorito la crescita di una massa di idioti sapienti, iper tecnologici, ma funzionali al sistema. Si parte dalle scuole, dall'infanzia, il resto è fuffa. Si devono educare i bambini a utilizzare il pensiero critico, li si aiuta a conoscere e apprezzare il bello, li si abitua a parlare, a comunicare. L'arte, la letteratura, la poesia, vanno fatte conoscere così come si indica a una persona cara un bellissimo panorama, un orizzonte carico di promesse. Non come una palla noiosissima e fine a se stessa. Gli stessi "intellettuali da altarino" non fanno nulla in questo senso. se la cantano e se la suonano tra loro. Chiusi nella loro torre d'avorio fatta di certezze, non fanno e non danno un cazzo. Nemmeno ti parlano se non sei nella loro cerchia. Sono essi stessi un cancro. Penso ai radical chic usciti dalle scuole "bene", figli di famiglie "bene", che si fanno portatori di principi che loro stessi non vivono. Solidali con le vittime dello tsunami, sensibili ai drammi della flora e della fauna, tristi per il destino dei bambini del terzo mondo, ma indifferenti al destino dei loro concittadini, culturalmente razzisti con i vicini, snob nei confronti degli estranei alla loro parrocchietta del cazzo. Ora, il problema è la prevalenza di fruitori di libri piuttosto che di utilizzatori di internet? Credo proprio di no. Il problema è la "stitichezza" emotiva, il problema è la povertà spirituale, il problema è l'egoismo. Il problema è che siamo un gregge, convinto di essere libero solo perché il cane da pastore ha un sorriso accattivante e ti liscia il pelo mentre ti indica alcune vie di uscita, scelte illusorie, pilotate. Prospettive e orizzonti celati da carton gesso con immagini e pubblicità sulla famiglia del mulino bianco. Mi sono lasciato andare, mi capita quando intervengo nei blog delle persone che stimo, chiedo scusa.

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    2. Riguardo "l'analfabetismo di ritorno" di oggi in realtà non sono del tutto d'accordo. Nel senso che secondo me c'era anche ieri (e per ieri intendo gli anni ottanta, ma anche i tanto celebrati anni sessanta come si vede sin troppo bene in certi film come "Il sorpasso" o "I mostri", come si evince da certi documenti storici che denotano un approccio "politicizzato" e del tutto privo di neutralità su questioni storiche o letterarie.
      Il problema degli intellettuali è che spesso diventano un elite senza rendersene conto.
      Per dire, il recentemente scomparso Umberto Eco disse a proposito dei social network: "I giornali dovrebbero dedicare almeno due pagine all’analisi critica dei siti, così come i professori dovrebbero insegnare ai ragazzi a utilizzare i siti per fare i temi. Saper copiare è una virtù ma bisogna paragonare le informazioni per capire se sono attendibili o meno". Tesi da incorniciare, tesi da baciare e incidere sul marmo. Eppure, in quello stesso frangente Eco disse anche: "I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli", dichiarazione che invece appare di un qualunquismo snobistico unico, come se scrivere su facebook ti desse la stessa visibilità prescindendo dal fatto che tu sia un signor nessuno o un premio Nobel (non a caso mentre la prima dichiarazione ha avuto un plauso incondizionato mentre la seconda ha ricevuto diverse critiche).

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  4. Avete detto tutto (perché anche Massimiliano ha dato un condivisibilissimo contributo). Chiacchiere chiacchiere per non volere andare né a cavallo né a piedi.
    Ignoranza, disaffezione, il digitale con le sue pecche, l'Editoria con i suoi problemi... e poi il cartaceo per riguadagnare terreno sforna quei surrogati di romanzi di cui si parlava qualche settimana fa!

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    1. Esatto Marina, le nostre "guide intellettuali" fanno proprio come dici tu: "Chiacchiere chiacchiere per non volere andare né a cavallo né a piedi."

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    2. Ecco, il cavallo appunto ;-)
      La differenza tra cartaceo e digitale è come andare a cavallo o in auto. Invece di focalizzare la discussione su "qullo è più ecologico" "quella va più veloce" "quello è un essere vivente" "quella è più tecnologica" bisognerebbe sempre ricordarsi che se lo scopo è andare dal luogo A al luogo B, cavallo a auto fa poca differenza: l'importante è che, o l'uno o l'altro, mi hanno portato dal luogo A al luogo B.

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  5. I paradossi in Italia non mancano mai, tra l'altro non mi sembra ci sia un collegamento così stretto tra laureati e lettura, conosco dei laureati che non leggono mai un libro e non laureati che leggono tantissimo. Secondo me è una questione di interessi e di passione. Riguardo a internet e al digitale io da quando ci sono gli eBook leggo molto di più perché sfrutto i ritagli di tempo e leggo anche se non sono a casa dove di solito ho il cartaceo sul comodino. Riguardo alle informazioni pilotate dei nostri Tg ho smesso di guardarli, oppure una notizia la seguo su diversi fronti per interpretare la verità tra le righe. Non so se ci riesco ma almeno ci provo.

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    1. Esatto, Se si ha il giusto approccio, la giusta "curiosità", si ricorre al cartaceo o al digitale con gli stessi risultati. Se manca la voglia di approfondire, libro o pc cambia beno poco...

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  6. Insomma, se leggo Guerra e Pace in cartaceo leggo qualcosa di diverso rispetto alla versione ebook. E questo per cominciare.
    Poi, se uso il web per vedere le repliche o lo streaming dei nazional-popolari faccio altro rispetto ad accendere la tv fascia pomeridiana su tutte. Ironizzo, eh.
    Piacerà poco, ma non basta leggere, non basta vedere film, non basta nulla. Conta COME e COSA. Leggere millemila libri, come spesso è dichiarato da molti, non credo significhi nulla.
    L'analfabetismo di ritorno riguarda tutti, non c'entra il grado di istruzione, perché anche chi è fortemente specializzato spesso in Italia nel percorso lavorativo non mantiene nemmeno il proprio standard, ma appunto regredisce. Amen.

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    1. Con parole diverse ma è quello che sostengo. L'istruzione c'entra poco e nulla con la formazione e la crescita degli individui consapevoli

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    2. L'istruzione è una possibilità, può fornire la base. Senza si parte svantaggiati, non c'è dubbio. Ma chi ne può beneficiare non è detto lo faccia :P Non vedo quindi la correlazione tra istruzione - abitudine alla lettura. Ma c'è un altro aspetto dell'articolo che capisco a fatica: si parla di un cambiamento nelle recezione (mentale) tra carta - digitale... e dunque? Vogliamo riprendere in mano la tavoletta di cera all'antica? Si chiama evoluzione, ciò che non necessariamente è in sé un bene o un male. Lo sanno coloro i quali ecc.? o.O

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    3. Oooh, esattamente, si torna al COME e COSA.

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    4. Infatti. Io pure ero un ultrá del cartaceo finché una circostanza mi ha costretto a leggere in digitale. Con mia grande sorpresa... ho letto bene ugualmente. Ho capito che alla base di tutto c'è il testo, non il supporto sul quale é trascritto.

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  7. Caro Ariano, questa volta sono in disaccordo.

    " L'approccio al sapere e alla lettura, specialmente da parte di alcuni segmenti della popolazione, più smart, più efficiente e più rapido, causa un allontanamento dai libri a favore dei sistemi digitali"...

    lo intendo che si consultano meno libri e ci si affida per esempio a blog, Wikipedia, YouTube, Facebook, anche per ricercare informazioni e conoscenze che prima erano disponibili solo sui libri. Cioè un ragazzino oggi non consulta un testo cartaceo per sapere cos'è l'illuminismo, ma scrive illuminismo sulla stringa di Google. Copia e incolla a blocchi, non sa valutare la qualità dell'informazione che copia.

    Più si è abituati a usare la rete per "acculturarsi" più ci si allontana dai libri che costano fatica per selezionare le informazioni. Si perde l'abitudine al testo difficile, perché internet dà sempre qualche soluzione preconfezionata, sintetica, semplice. E gratuita.

    È una mutazione antropologica perché la fruizione dei contenuti passa attraverso lo schermo, quindi si trattengono molte meno informazioni. Sullo schermo poi leggi meno che su carta. Leggi un brano, un articolo di una certa lunghezza, su carta e su schermo e ti accorgerai che ti rimane in testa molto meno dopo la lettura in digitale. Così per la TV, per esempio. Un fatto raccontato in tre minuti al Tg contiene 600 parole, su carta magari mille. Sta dicendo proprio questo il rapporto, che i Tg non sono editoria cartacea, non sono neutrali. Nessuno dovrebbe formarsi le opinioni su Mediaset o Travaglio. Invece la gente guarda Travaglio in TV e poi crede di essere informata, magari leggesse i libri di Travaglio...

    Credo anche che solipsismo e conformismo sia dilaganti in rete. Quando sento dire l'ho letto su Wikipedia o l'hanno detto in TV, l'ho visto su internet, questo è conformismo.
    E poi la ricerca in rete e sui sistemi digitali è un percorso che ti scegli da solo, quindi non incontrerai mai un'informazione diversa da quella che cerchi.

    Infine i laureati (che hanno costruito il loro sapere sui libri di testo) hanno le conoscenze necessarie per sfruttare al meglio il digitale. Scolarizzazioni basse invece sono disabituate a leggere (faticherebbero per esempio a comprendere un testo di politica economica), e si affidano solo alla rete, che a quel punto diventa oracolare.

    Io i tuoi stralci li interpreto dandogli questo senso. :)
    Comunque è così che la penso da sempre su cartaceo e digitale. Posso sfruttare il digitale dopo il tanto cartaceo del mio passato, vivessi solo di digitale saprei un decimo di quello che so, ma soprattutto non avrei filtri alle informazioni. Invece so filtrarle perché i libri sono stati per me filtri.
    Helgaldo

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    1. Caro Helgaldo,
      questi post vengono aperti proprio per cercare confronto e dialogo, quindi il fatto che tu sia in disaccordo va benissimo perché serve proprio a espandere la discussione. Quando poi il “disaccordo” viene dettagliatamente esposto ed argomentato utilizzando toni educati è sempre il benvenuto.
      Io credo che tu, come d’altronde i relatori di questa ricerca, poiché vi siete formati sui libri, la lettura “tradizionale” e il giornale quotidiano – d’altronde anch’io ho passato i primi 25 anni della mia vita senza né internet né i supporti digitali per leggere – identifichiate sempre il digitale come intruso. Lo dimostri tu stesso quando dici:
      “Posso sfruttare il digitale dopo il tanto cartaceo del mio passato, vivessi solo di digitale saprei un decimo di quello che so, ma soprattutto non avrei filtri alle informazioni. Invece so filtrarle perché i libri sono stati per me filtri”.
      Io, invece, pensa un po’, sono convintissimo che se quando tu andavi a scuola non ci fossero stati i libri ma ti avessero dato un tablet con tutti i testi scolastici precaricati e con anche la possibilità di connettersi su internet, tu oggi ne sapresti esattamente quanto ne sai ora. Perché il tuo apprendimento non è stato generato dai libri in se stessi ma dal tuo approccio, dal voler conoscere, dal voler sapere, dal voler risalire alle fonti, dal saper confrontare fonti diverse. Questo tipo di approccio non è legato al cartaceo o al digitale, ma al tipo di formazione che si riceve. Quando dici:
      “È una mutazione antropologica perché la fruizione dei contenuti passa attraverso lo schermo, quindi si trattengono molte meno informazioni. Sullo schermo poi leggi meno che su carta. Leggi un brano, un articolo di una certa lunghezza, su carta e su schermo e ti accorgerai che ti rimane in testa molto meno dopo la lettura in digitale”
      io francamente non sono d’accordo perché le informazioni “si trattengono” se si utilizza il cervello per trattenerle. Io sono vissuto da giovane in epoca analogica per così dire, tutto passava tramite i libri, eppure ricordo che tantissimi miei compagni di studi leggevano tomi poderosi e non “trattenevano” niente semplicemente perché non gliene fregava niente. Lo studio era per loro una rottura di palle di cui volevano sbarazzarsi al più presto possibile, non era questione di carta o di internet. Una volta finita l’interrogazione o il compito in classe e preso il “bel voto” (l’unica cosa che realmente gli interessava) tutte le nozioni apprese venivano rimosse dalla memoria come un fardello inutile.
      Perché il fondamento dell’apprendimento è l’approccio.
      Se un ragazzo a scuola dice al professore che, riguardo una certa nozione letta sul testo scolastico, lui ha sentito un’opinione diversa e il professore, anziché invitarlo a esporla meglio per potergliela eventualmente confutare con dati e argomenti, oppure quanto meno a fare una ricerca sulla nozione consultando alti testi proprio per approfondire meglio e togliersi ogni dubbio; se invece di fare così il professore gli risponde di attenersi al testo scolastico perché sicuramente è giusto il testo scolastico punto e basta, dando l’impressione che apprendere significa imparare a memoria e ripetere come una pappardella il testo scolastico (approccio che purtroppo hanno molti docenti, ahimé) il ragazzo in questione non imparerà mai l’approccio giusto, prescindendo dai contenuti che gli entreranno in testa.
      Se lo stesso ragazzo, a casa, parlando coi genitori di una certa notizia esprime perplessità e si sente rispondere “Sì, ma tanto se la cantano e se la suonano, sono tutti buffoni, dicono solo bugie, meglio lasciar stare, pensiamo a magnà beve e diverticce” (ho un po’ estremizzato ma solo per rendere l’idea) è molto probabile (quantunque, per fortuna, non certo) che il ragazzo in questione da grande sarà il classico qualunquista che ripete che le stagioni non sono più quelle di una volta, che ai suoi tempi i giovani erano più educati e quelli di oggi invece sono dei gran maleducati…
      (PROSEGUE SUL COMMENTO SUCCESSIVO)

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    2. Ecco, a proposito di quest’ultimo luogo comune: io dico proprio che è un luogo comune e mi riaggancio al tema della discussione perché dico apertamente – ne sono convinto – che i giovani dei miei tempi non erano tanto diversi da quelli di oggi. Quando dici
      “lo intendo che si consultano meno libri e ci si affida per esempio a blog, Wikipedia, YouTube, Facebook, anche per ricercare informazioni e conoscenze che prima erano disponibili solo sui libri”
      io invece non vedo troppa differenza con i tanti, tantissimi che all’epoca si dichiaravano pienamente informati su un certo argomento – magari propalando invece dati erronei – perché “me l’ha detto mio cugino che è un esperto”. Anche in questo caso il problema è l’approccio. La persona che oggi è convinta che per informarsi su un argomento basta leggere due righe su facebook è la stessa che in passato NON consultava libri, andava al bar dal presunto “sapiente” della compagnia e si faceva spiegare “possibilmente in due parole” la cosa che gli interessa (convinto che due parole dette al bar – o due righe lette su facebook oggi – siano più che sufficienti).
      Peraltro non condivido il tuo accostare wikipedia a facebook. Wikipedia suscita molte perplessità eppure ti posso dire che io (ringraziando il fatto che conosco l’inglese) ho raccolto informazioni su wikpedia che non avrei mai potuto raccogliere su enciclopedie cartacee perché relative a argomenti troppo recenti, oppure marginali rispetto all’Italia (quindi riportati sommariamente sull’enciclopedia tradizionale) o semplicemente troppo frivoli da essere riportati (ma comunque utili da conoscere relativamente a una certa ricerca). Potrei raccontarti un episodio in merito, che però allungherebbe troppo questo commento (se ti interessa lo posso postare in un altro commento separato). Se tu mi dici che wikipedia non è necessariamente attendibile e occorre confrontare con altre fonti in effetti mi dici ciò che per me è un approccio normale: su qualunque tipo di argomento non mi limito mai a una sola fonte, wikipedia costituisce uno spunto di partenza come qualunque altra fonte, bisogna confrontare e incrociare i dati. Ma questo è approccio, non dipende dal fatto che io mi sia formato sui libri cartacei. Molti miei coetanei con gli stessi studi alle spalle hanno invece l’approccio “oracolare” di cui parla la relazione, ma non è colpa di internet, è colpa loro che non hanno neppure voglia di sforzarsi ad approfondire un argomento ricercando su più fonti.
      Io credo che i social network hanno solo reso pienamente visibile ciò che c’era già prima, ovvero una superficialità e un qualunquismo diffusissimo a tutti i livelli sociali. Prima ci si rendeva meno conto perché i genitori non intercettavano le telefonate dei figli, né mettevano microfoni nascosti per ascoltare i discorsi dei vicini di casa. Adesso che, con facebook o whatsup, tutti rendono spontaneamente visibili le proprie conversazioni”, i propri pensieri e le proprie idee, è come se fosse diventato visibile l’intero iceberg e non solo la punta come in passato, quando non c’erano gli espliciti commenti idioti su facebook a dimostrare che, ahimé, mio figlio – o il mio vicino di casa – dice un mare di scemenze.

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    3. A mio avviso le enciclopedie in cartaceo, lo so perché ne ho ancora molte in casa, sono in generale meno attendibili di Wikipedia. Le loro voci sono in genere curate da un singolo specialista che, per quel che riguarda le materie umanistiche, è ben lontano dal sapersi separare dalla propria percezione soggettiva dell'argomento. In rete c'è sempre la possibilità di un confronto tra più voci, anche tra Wiki di nazionalità diverse (io mi divido tra l'inglese, l'italiana, la svedese e la francese).

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    4. Sì, poter ricorrere a una consultazione multilingue è sicuramente di aiuto. Io su wikipedia in inglese ho trovato informazioni - rivelatesi poi esatte in ogni dettaglio - su un farmaco sperimentale americano che stavano testando anche in Italia che doveva prendere mio suocero per il brutto male che purtroppo poi alla fine ha vinto e ce l'ha portato via. Inutile dire che fare una ricerca di tipo cartaceo sarebbe stato lungo, complesso, macchinoso e infine inutile perché in Italia quel farmaco era una novità assoluta per gli stessi oncologi.
      Non è una rivista medica specialistica, non è un'encicolpedia accreditata, eppure su wikipedia le informazioni le ho trovate eccome. Tutte maledettamente giuste, purtroppo anche la precisazione che il farmaco non era da intendersi come curativo per la regressione del male ma solo come alternativa alla chemioterapia, con minori fastidi fisici per i malati comunque ormai ritenuti "terminali" e un allungamento della speranza di vita di sei-otto mesi, non di più... Ecco, forse in quel caso sarebbe stato meglio non scoprire nulla sulle enciclopedie cartacee e illudersi che quel farmaco poteva miracolarlo. Io non glielo dissi a mio suocero, né tanto meno a mia suocera e a mia moglie, e loro hanno continuato a sperare ancora per molti mesi. Io fingevo e le incoraggiavo ma purtroppo sapevo che quel farmaco, beh, era solo una chemio morbida per rendere meno dura l'agonia finale.

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  8. La cosa interessante dell'articolo che citi è che i punti di riferimento a cui attingono per trarre conclusioni sono tutti veri.
    Però la conclusione è sconclusionata, perché suggerisce una sorta di 'paura' verso il nuovo - fatto che nella storia si è ripetuto più e più volte, e che mai si annullerà, immagino - una paura che ricalca quella che spinse la discriminazione nei confronti della stampa a caratteri mobili, una paura che ricalca le prime diatribe fra libri digitali e libri di carta, che in questo caso vedo ampliata in una sorta di conflitto tra sistemi informativi del passato, e quelli del futuro.
    E' interessante questa disputa perché, mentre il resto del mondo trasforma le proprie scuole proiettandole verso una informazione digitale, qui si fa muro in difesa delle vecchie enciclopedie, dei vecchi sistemi di informazione, dei vecchi sistemi di diffusione del sapere, della 'tradizione'.

    - continua -

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    1. ...E si usa una statistica 'negativa' come spada tratta a difesa del passato.
      La sensazione, senza voler criticare l'autore dell'articolo, è proprio quella di temere il nuovo. Mentre gli Stati Uniti, i paesi del Nord Europa, e molte culture asiatiche introducono nel sistema scolastico l'uso del web come fonte, da noi lo si discrimina, e il passo più tecnologico che viene mostrato al pubblico è la lavagna elettronica... No comment. Fortuna è che, conoscendo qualche insegnante, la didattica è ancora fatta da maestre e professori con l'occhio avanti, e che con abilità riescono ad aggirare le idiosincrasie del nostro sistema, aiutando i ragazzi ad approcciarsi con chi, in altri paesi, nasce già preparato all'informazione immediata e aggiornata della rete.
      C'è un pericolo nel nuovo? Si! Umberto Eco in una delle sue pillole - se non ricordo male - lamentò una perdita di memoria... O meglio una perdita di abitudine sull'uso della memoria, perché tutti i dati sono online, e sono consultabili rapidamente, per cui... chi ce lo fa fare a memorizzare concetti? Però è anche vero che in questo modo è possibile concentrare gli sforzi sul risultato senza dover fare affidamento alla sola memoria (fallace, specie con l'età), si libera la mente dall'immagazzinamento di informazioni statiche per darle maggior spazio all'elaborazione delle stesse, così da sviluppare nuove formule di pensiero. Fino a qualche anno fa, anche il più dotto tra i dotti, in tutta la sua vita, non avrebbe mai potuto sviluppare una conoscenza tale da coprire una 'banale ricerca online'. Si tratta di una rivoluzione sul sistema analitico che in molti ambiti - tipo quello in cui lavoro - ha permesso di velocizzare di moltissimo la risoluzione dei problemi. Per renderla più semplice facendo un paragone con un'altra materia in rapido sviluppo, ovvero l'elettronica, immaginate se non ci fossero i computer, o se fossero osteggiati così come oggi si osteggia il sapere digitale, progettare - per fare un esempio a caso - un forno a microonde richiederebbe anni e anni di lavoro, contro i pochi mesi necessari oggi. Sarebbe impensabile realizzare degli smartphone, ma anche un banale orologio al quarzo sarebbe un'impresa titanica.

      - continua -

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    2. Quindi?
      Come al solito il buon senso direbbe che l'argomento non dovrebbe neppure essere dibattuto. Il fatto è che il nuovo non minaccia il vecchio, bensì ne potenzia le capacità. Il digitale non ha mai minacciato il cartaceo, e il web non ha mai minacciato i media tradizionali. E' la rigidità che minaccia i media tradizionali, e il cartaceo. Se invece di lottare, si adeguassero ai nuovi sistemi, li assorbissero, si lasciassero trascinare dalla novità, oggi avremmo sistemi di informazione interattivi, più sofisticati, immediati, e completi, dove carta e elettronico si completerebbero a vicenda. Ma no... Ciò non succede. Eppure è possibile ordinare una versione stampata di Wikipedia, e ultimamente i libri di carta vendono più di quelli elettronici. Io, di minacce, di colpe e colpevoli, e neppure di pericoli, in tutto ciò non ne vedo. Magari chi lavora in quegli ambienti e ha un pensiero ormai radicato su un concetto immutabile, vede minacce contro sé stesso, e tenta di riflettere le sue paure proiettandole in questioni che non esistono.

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  9. Ottima analisi, la condiviso immediatamente sui miei social!

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  10. Hai ragione. A parte gli anziani ormai non ci fidiamo più dei grandi media che sono pieni di ideologie e distorcono le novità e potremmo ottenere quello che vogliamo sapere da più fonti digitali e cartacei.

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    1. Allora non è solo una questione italiana.

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  11. Bella discussione.
    È troppo comodo dire che trovo ragione in ogni intervento?
    Avete già analizzato tutto e non ho altro da aggiungere e di ogni punti di vista cisono cose che mi convincono.
    Devo proprio ritrovare il tempo di leggervi un po'!

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