sabato 18 marzo 2017

La cultura e i suoi effetti sul carattere

Leggendo alcuni racconti di Ada Negri - che come avrete capito ultimamente mi sta fornendo una gradita compagnia libresca - ho avuto modo di incontrare un personaggio col quale ho istintivamente empatizzato: una giovane di famiglia non ricca, priva di cultura poiché, come è noto, a molte donne essa era preclusa nell'Italia di quell'epoca. Riporto alcune delle frasi usate dall'autrice per descriverla:
"Parole, veramente, ne proferiva poche: quelle poche, a stento [...] Bimba, fra il padre indifferente e la matrigna perversa, era cresciuta chiusa in sé, senza compagne, sempre in atto di passiva ma costante difesa, adorando i libracci vecchi, raccogliendo furtiva tutti i pezzi di giornali che poteva trovare, per leggerseli in un angolo: e su di essi fabbricava, nel suo cervello, castelli in aria senza fine [...] Non si confidava con nessuno, non usciva mai, non rispondeva mai agli scherzi volgari o alle sfuriate del suo uomo, lo serviva in silenzio".
Questo ritratto del personaggio mi ha subito fatto tornare alla mente una descrizione letta tempo prima altrove. Riporto anche questa:
"Egli era stato solito di patir molto di umore malinconico, o, come dicevano alcuni dei suoi medesimi, d'ipocondria, a cagione della quale infermità, congiunta alla continua speculazione nelle cose dell'arte sua, in processo di tempo egli si trovò sì profondato e fisso in un continuo pensare, che fuggiva al possibile la conversazione degli uomini standosene solo in casa, in nulla d'altro occupato, che nel continuo giro dei torbidi pensieri".
La similitudine salta all'occhio, non è vero? La seconda citazione però non appartiene alla narrativa e non si riferisce a un personaggio letterario ma un uomo realmente esistito: è tratta infatti dalla raccolta di biografie di artisti italiani illustri redatta da Filippo Baldinucci nel XVII secolo, e la descrizione si riferisce a Francesco Borromini, uno dei più grandi architetti della sua epoca, tra i creatori del mito di Roma barocca.
In effetti sembra che Borromini avesse un temperamento misantropico, chiuso, sempre immerso nei propri pensieri che mai condivideva col suo prossimo. Proprio come la giovane donna protagonista del racconto intitolato (significativamente) L'altra vita. Sì, la vita immaginata dalla fantasia ombrosa e schiva, una vita immaginata che prende il posto dell'esistenza materiale sino alla nevrosi alimentata dal rifiuto per la quotidianità e dalla ribellione contro un matrimonio indesiderato, sconfinando nella follia.
Anche Borromini negli ultimi anni di vita cedette alle proprie nevrosi diventando sempre più scontroso, diffidente, in preda a un'isteria che lo spinse a un grottesco tentativo di suicidio trasformatosi in una lenta agonia. Nel frattempo però aveva creato opere d'arte straordinarie che ancora oggi suscitano ammirazione nelle strade di Roma. Per decenni il suo "continuo giro dei torbidi pensieri" era stato sicuramente occupato anche da idee creative, dalla ricerca di soluzioni ingegneristiche per la costruzione di palazzi, dalle ipotesi estetiche per le chiese che doveva ristrutturare.
Ecco, l'aver studiato l'architettura e l'arte aveva dato uno scopo al suo stare "profondato e fisso in un continuo pensare", uno scopo che sarebbe stato assente se avesse trascorso la sua giovinezza senza apprendere nulla o senza poter mettere a frutto la propria esperienza nei cantieri in cui aveva lavorato sin da bambino.
La progressiva follia della donna raccontata da Ada Negri è molto più rapida, il crollo nervoso che la conduce in manicomio avviene quando ancora è giovane e la sua ossessiva vita interiore può generare solo "castelli in aria" non avendo lei né una cultura, né - se pure ne fosse stata provvista - la possibilità materiale di metterla all'opera.
Insomma, penso che la cultura e l'arte possano essere una 'terapia' in grado di dare uno scopo nobile anche alle attitudini caratteriali autodistruttive. Quanto meno riescono a diluirle più a lungo, sino alla vecchiaia, lasciandosene vincere solo dopo il compimento di opere che costituiscono un regalo meraviglioso per il resto dell'umanità.

23 commenti:

  1. Credo che mi piacerà leggere quei racconti. Come ti sei approcciato nella lettura di Ada Negri?
    Ti è stata raccomandata o l'hai trovata tu ?
    Devo leggerla. Mi intriga molto.

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    1. Ho iniziato in modo casuale, cercando un testo di prosa lirica e incappando nel suo "Di giorno in giorno". Quindi nessuna raccomandazione, solo curiosità personale :-)

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    2. E allora la prendo io la tua raccomandazione. Mi cerco i suoi scritti. Grazie.

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    3. Io ho letto "Di giorno in giorno", prose liriche, e ora sto leggendo "Le solitarie", racconti.

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    4. Io voglio leggere " Stella mattutina", ma ne riparliamo più in là. Ho una lettura in corso. ;)

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  2. In certi casi però, penso per esempio a Baudelaire o a Jim Morrison, arte e vita sembrano essersi coalizzate tra loro nel perseguire insieme un'unica china discendente.

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    1. Vero anche questo. Vite brevi e maledette che tuttavia hanno lasciato all'umanità opere letterarie e musicali di enorme intensità, tesori che altre esistenze più lunghe e ugualmente tormentate non sono state in grado di produrre.

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  3. Credo che Ada Negri abbia colto questi tesori di cui tu parli, Ariano. E non credo sia una cosa di cui tutti sono capaci.
    Di giorno in giorno eh... me lo segno! :)

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    1. Aspetta: "Di giorno in giorno" è una sorta di diario in prosa. Questo racconto invece è nel libro "Le solitarie", storie di donne marginali.

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    2. Merci! Io metto in lista entrambi.

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    3. Scaricati entrambi Ariano :)
      Grazie a te e a liberliber

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  4. Non ho letto nulla di Ada Negri mi incuriosisce, nella sua storia trovo delle assonanze con Alda Merini o mi sbaglio?

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    1. No, la protagonista di questo racconto non ha neppure una forma di rivalsa successiva. Le donne protagoniste de "Le solitarie" sono tutte in qualche modo sconfitte dalla vita, ma con grande dignità.

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  5. Capisco il perché la narrativa di Ada Negri ti abbia affascinato . E capisco anche il fascino dei suoi personagi

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    1. Io vivo agli inizi del XX secolo, lo sai no? ;-)

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  6. Sicuramente l'arte è terapia. Forse, come diceva una nota pubblicità, non basta, ma aiuta.

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    1. Sì, sono parecchi gli artisti che hanno sempre vissuto ai margini ma sono stati "salvati" dalla loro cultura.

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  7. Indubbiamente in molti casi l'arte e la cultura fanno da catalizzatrici e convogliano il tutto nel capolavoro, o in molti capolavori. La mancata accoglienza della società, però, può accumulare nuova nevrosi e innescare una spirale senza fine.

    Tuttavia alcuni personaggi hanno un demone interiore impossibile da domare anche nel caso di riconoscimento pubblico. Mi viene da pensare a Caravaggio o a Basquiat, che ebbero uno straordinario successo in vita eppure fecero la fine che sappiamo.

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    1. Beh, anche lo stesso Borromini, a pensarci, è assurdo che si sia tolto goffamente la vita, era stato comunque uno dei protagonisti dell'urbanistica romana per un trentennio, non certo un marginale. Eppure...

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  8. Non puoi che trovarmi d'accordo: cultura e arte aiutano in molti modi, sono strumenti di evasione, distraggono da pensieri dominanti. Certe volte io scrivo per non pensare ad altro, leggo e spesso, come raccontai una volta, mi dedico ai lavori di artigianato manuale: mi danno una soddisfazione che appiana qualunque momento no.

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    1. Infatti la cosa terribile è proprio quando la mente rimugina di continuo e non può focalizzare il proprio rimuginare su un obiettivo costruttivo.

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  9. Non sapevo queste cose di Borromini... ma hai ragione, sicuramente l'arte e la cultura ci danno gli obiettivi...

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    1. Sì, gli obiettivi sono importanti nella vita.

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