martedì 16 febbraio 2010

Capitolo 11

… Immenso biancore che lo avvolge…
Una gigantesca superficie bianca al centro della quale Tezuya è solo una macchia scura.
“Dove è finita quella donna?”
Nebbia.
Silenzio.
Biancore.
              Murasaki Tezuya.
Biancore.
Silenzio.
Nebbia.
Pochi passi ovattati, privi di suoni, mani che cercano di aprirsi un varco nel velo di vapore che ha coperto persino l’oscurità della notte.
“Forse è meglio tornare in albergo”.
E’ Soichiro che sta pensando. Lui ha paura di questo nulla che gli si è formato davanti agli occhi. Ma un riflesso opaco scintilla all’improvviso in lontananza… Potrebbe essere solo un’illusione, o addirittura un pericolo, ma è sufficiente per risvegliare Tezuya. Lui è attratto da questa luce lontana. Lui sa che la vita può riservare ogni genere di sorpresa, e questo lo intriga. E’ come una novella, in cui l’autore può improvvisamente decidere qualunque cosa: finale lieto, finale tragico, colpo di scena, conclusione banale e prevedibile…
Avanza nel grande bianco in direzione del bagliore.

Alcuni rami d’albero lo colpiscono sul volto, deve aprirsi un passaggio attraverso un intrico di foglie e rametti sottili. E’ tornato sulla riva del lago Ashi, in un punto lontano dall’hotel. Sembra il promontorio del lato sud, anche se è davvero difficile orientarsi in quella nebbia così fitta.
Rumore d’acqua. Un uomo con un'acconciatura arcaica è a pochi passi da lui, chinato a terra, i piedi vicini alla superficie increspata del lago. E' un pescatore, sta stendendo delle lenze.
“Mi scusi…”
Il pescatore si gira e si alza in piedi. Riesce a distinguerlo meglio. E’ vestito proprio in modo tradizionale, sembra uscito da una stampa vecchia di un secolo.
“Un uomo di città! Cosa fa lei in giro di notte? A quest’ora è pericoloso avventurarsi in mezzo alla boscaglia”.
“Ho notato un riflesso”, spiega Tezuya. “E anche una donna che avevo già visto alcuni giorni fa”.
“Una donna? Non sarà mica stata Keiko? Bisogna fare attenzione, lei non è molto raccomandabile…”
Il pescatore sorride in modo sinistro, e un attimo dopo si china nuovamente a terra e ricomincia ad armeggiare con le lenze.
Tezuya si avvicina all’uomo accovacciato guardandolo dall’alto. “Chi è Keiko?”
“E’ una vicenda antica. Molto tempo fa qua viveva un uomo avido, che decise di vendere sua figlia Keiko al migliore offerente. Ma lei non voleva sposare il ricco mercante a cui il padre l’aveva destinata, perché amava segretamente un giovane pescatore. Suo padre lo venne a sapere, e allora durante una battuta di pesca fece in modo di stare in barca proprio con questo giovane, e nell’oscurità della notte lo spinse in acqua lasciandolo annegare. Poi si mise a raccontare in giro che durante la notte il giovane era scappato perché voleva raggiungere la sua amante, una prostituta di Edo. Quando Keiko lo venne a sapere fu presa dalla disperazione, impazzì, e si tolse la vita gettandosi da un crepaccio. Da allora il suo spirito continua a vagare nei dintorni, sperando di trovare un uomo che la ami sinceramente. C’è chi dice di averla vista, chi ha udito la sua voce supplicante che chiedeva di non lasciarla sola, di stringerla fra le braccia e seguirla nel mondo dei fantasmi per dividere con lei l’eternità… Una vicenda suggestiva, non trova?”
“Suggestiva, ma chiaramente una leggenda. Una deformazione della realtà per renderla più misteriosa e affascinante”.
“No, nessuna deformazione. Keiko esiste veramente”.
Tezuya non crede alla verità delle antiche leggende, ma c’é qualcosa di inquietante nelle parole del pescatore. “Non l’avevo mai sentita raccontare da nessuno”.
“Ormai è una storia dimenticata. E’ passato tanto tempo…”
“E lei come faceva a saperla?”
“Chissà”, risponde l’uomo alzandosi nuovamente da terra. Uno strano riflesso dell’acqua causa dei curiosi giochi d’ombra sul suo volto. “Forse sono uno dei protagonisti…”
D’istinto Tezuya fa alcuni passi indietro per allontanarsi dal pescatore.
“Potrei essere il padre di Keiko, condannato a vagare nel mondo degli uomini sino a quando il male che le ho fatto non verrà cancellato…”, spiega con uno scintillio sinistro negli occhi.
Tezuya ora ha paura. Inizia a respirare in modo affannoso. Retrocede ancora, adesso il pescatore appare distante da lui, ma la sua voce mantiene la stessa intensità.
“Fino a quando lei non troverà l’uomo che la ami in modo sincero, e che le dia la felicità che non ha potuto avere da viva, anch’io sarò costretto a restare incatenato su questa terra come un fantasma”.
Suggestiva e affascinante come leggenda. Ma non quando minaccia di trasformarsi in evento reale…
“Perciò devo sperare che qualche sprovveduto si avventuri qui, in una notte nebbiosa, e finisca fra le fredde braccia di Keiko per sparire con lei. Solo così potrò finalmente andarmene…”
Tezuya scappa. Fugge via in mezzo alla boscaglia, fugge verso gli uomini in carne e ossa, verso l’albergo. Ma sarà capace di ritrovarlo?
“Torna qui!”, echeggia nell’oscurità la voce del pescatore, “Keiko vuole conoscerti! E’ una ragazza meravigliosa e ti amerà per tutta l’eternità!”
Soichiro sente il proprio respiro affannato rimbombargli nelle orecchie. La notte, i rami d’albero, le radici, i rampicanti, la foschia, tutto sembra avvolgerlo in un abbraccio maligno.
Si volta. Un lampo lucente lo insegue. Si espande e invade lo spazio circostante…
Biancore.
Nebbia.
Silenzio.
             Murasaki Tezuya.
Silenzio.
Nebbia.
Biancore.
Una pagina bianca al centro della quale Tezuya è solo una macchia d’inchiostro…



Capitolo 12

“Sta aprendo gli occhi”.
Il volto severo del professor Komazu occupa metà della visuale, lasciando intravedere il signor Tamaki e un altro cliente dell’hotel.
“Cosa è successo?” domanda Soichiro.
“Deve essere svenuto”, risponde con razionale tranquillità il suo soccorritore. “L’abbiamo vista uscire senza più rientrare e ci siamo preoccupati”.
“Deve fare attenzione a non allontanarsi di notte”, aggiunge il signor Tamaki.
Soichiro si alza in piedi. L’albergo è a pochi metri di distanza, come se non si fosse mai allontanato e non fosse mai giunto in quella boscaglia ai bordi del lago.

Per la prima volta da quando è arrivato a Hakone, Soichiro non si ritira subito in camera e resta all’ingresso a fare vita sociale con gli altri villeggianti.
La signora Tamaki ha acceso il braciere e tutti si stanno riscaldando, lui in modo particolare visto che è rimasto per diversi minuti privo di sensi sotto la pioggia, ed è fradicio.
“Beva un po’ di sake, così non le verrà il raffreddore”, lo incoraggia al brindisi uno dei clienti, un ometto con lo sguardo semplice e le mani ruvide da artigiano.
“Lei viene da Tokyo?”, gli domanda una donna anziana. “Mia figlia abita a Yokohama. Lei dove abita?”
Soichiro beve, risponde, scherza. Ma non ha dimenticato l’esperienza appena trascorsa, e decide di fare una domanda ai proprietari dell’albergo.
“Per caso conoscete una leggenda su una giovane donna di nome Keiko il cui fantasma vaga qui nei dintorni?”
No, i signori Tamaki non hanno mai sentito nessuna storia del genere.
“Se la sarà inventata qualche giornalista”, interviene il professor Komazu. “Giornalisti e scrittori sono una rovina. Danno sfogo alla loro fantasia e creano storie assurde facendole passare per realtà”.
“E’ vero, ha ragione”, commenta Soichiro senza alcuna ironia.

Quando sorge l’alba del suo ultimo giorno a Hakone, Tezuya è distrutto. Ha dormito così a lungo che la cameriera bassa e brutta ha dovuto educatamente bussare sua alla porta per fargli notare che erano già le nove di mattina.
“Visto che sono alle terme, sarà il caso di approfittarne”.
Si, Soichiro ha bisogno di un bel bagno caldo rigenerante. Sente ancora nelle ossa il freddo della notte prima. Le acque curative delle terme di Ashinoko dovrebbero cancellare stanchezza e brividi.
Indossa lo yukata nuovo che gli hanno dato la sera prima al posto di quello zuppo di pioggia, scende giù per le scale, ma viene subito bloccato dalla signora Tamaki che gli porge una busta sigillata.
“La persona che lei sa mi ha detto di consegnarle questo messaggio”.
Quale persona? La modella misteriosa? Takeshita Noboru? Abe Akira?
Nessuno di questi tre. Molto più logicamente si tratta della signorina Yoshizu.

Ore 11.00 tempio di Motomiya sul monte Komagatake

La sua abluzione è saltata. In compenso può ammirare un panorama spettacolare.
La teleferica che conduce sino alla vetta della montagna gli permette di avere una veduta dall’alto di tutto il lago Ashi, che serpeggia letteralmente in mezzo ai versanti boscosi. Man mano che la piccola cabina scorre verso le alte quote, si evidenzia con sempre maggior nitidezza anche il vulcano Fuji. Basta puntare lo sguardo a nordest e la montagna sacra appare in tutta la sua bellezza, sempre meno nascosta dalle colline di Gotemba.
La stazione di arrivo si trova in un piccolo spiazzo ancora distante dalla vetta, ma non da Motomiya. Scendono solo tre passeggeri, due uomini anziani e uno più giovane, tutti diretti al santuario. I due anziani recitano le loro orazioni e si allontanano per iniziare una passeggiata lungo i suggestivi sentieri che costeggiano il Komagatake. Il giovane invece si trattiene, perché ha notato che inginocchiata a pregare c’è una donna coperta da un lungo vestito bianco, con tanto di cappuccio, e nonostante questo aspetto da fervente religiosa lui presume che si tratti di una giovane vergine pervertita e ambiziosa…
“Sono qui”.
“Oh, finalmente! Seguimi”.
Yoshizu Sakura conduce Tezuya in una piccola stanza sul retro. “Qua staremo tranquilli”.
“E se viene il sacerdote?”
“Non verrà. Hai portato carta e penna?”
“Veramente no. Non ci ho pensato”.
“Lo immaginavo. Puoi usare il retro dei fogli con le orazioni rituali”, dice la ragazza mentre strappa alcune pagine dal libro di preghiera.
“Mi sembra un gesto blasfemo. Siamo in un luogo sacro…”
“Se questo ti sembra blasfemo, vedrai fra un attimo”, lo interrompe Sakura con un sottile autocompiacimento nella voce. “Ti avevo promesso esperienze che solo pochissimi uomini nel corso dei secoli hanno potuto provare, e mantengo la promessa. Stavolta però devi collaborare”, gli spiega mentre si sfila la tunica. “Spogliati e sdraiati a terra. Io mi metterò al contrario, con la faccia rivolta verso i tuoi piedi. Stimolazione orale reciproca. Ne hai mai sentito parlare?”
“Forse si”, ammette Tezuya.
“Perfetto, allora non servono tante spiegazioni. L’importante e che lavoriamo in sincronia: tu sul mio ventre e io sul tuo”.
“Hai già deciso di cosa parlerà l’articolo di oggi?”
“Certo: delle mie abitudini religiose. Mi sembra il contesto ideale, no?”

La signorina Yoshizu ama recarsi a pregare nel tempietto di Motomiya, molto più raccolto e soprattutto più riservato rispetto al grande tempio di Ninigi. In genere vi si reca negli orari in cui c’è pochissima affluenza, meglio ancora se non c’è nessuno che la possa vedere

“Ma se arriva all’improvviso il sacerdote?”
“Ti ho già detto che non verrà. In questo periodo è pieno di villeggianti che vanno a prendere la loro benedizione a Ninigi, quindi le offerte e le elemosine si raccolgono tutte là”.

Ella è molto devota alla religione nazionale, ma mostra grandissimo rispetto anche per le altre forme di culto

“Il sacerdote di Hakone ha un talento speciale per l’accattonaggio. Potrebbe benissimo convertirsi e diventare un monaco buddhista, ha la stessa attitudine a spillare soldi di quelle sanguisughe pelate”.

Quando si reca al tempio indossa vestiti molto umili. Talvolta si copre la testa con un cappuccio per non farsi riconoscere, perché non desidera che le sue visite al luogo sacro diventino occasione di chiacchiere mondane con altri villeggianti. Lei si reca a Motomiya solo per

“Sperimentare le forme di perversione sessuale più volgari. Te l’avevo promesso e sto mantenendo, non puoi negarlo”.

Il fatto di trovarsi completamente sola, nel silenzio e nell’intimità più totale, le permette di ripetere ossessivamente e senza essere ascoltata le formule rituali delle sue orazioni

“Leccami leccami leccami leccami leccami leccami leccami leccami leccami leccami leccami leccami leccami leccami…”

Le visite ai luoghi sacri le danno tanta serenità e gioia interiore, perché le trasmettono la piacevole sensazione di

“Farmela bagnare con la lingua, mi piace proprio tanto! Purtroppo non posso fare paragoni con un rapporto sessuale completo, però dubito che possa essere meglio. Quando sarò imperatrice mi farò assegnare un servo idiota che userò solo per questa mansione… Beh, forse è meglio una serva femmina, crea meno sospetti. Tanto la lingua è in dotazione a entrambi i sessi, per fortuna”.
Tezuya la ascolta, anche se è un po’ stordito. Sarà la stanchezza accumulata, sarà la mancanza di aria tipica della montagna, sarà che ha consumato parecchie energie…
“Domani controllo il giornale, quindi niente scherzi!”
“Puoi fidarti di me. Questi articoli vanno benissimo per il mio capo”.
“Bene. Allora la nostra collaborazione finisce qui. Se dovessimo incontrarci per caso, in qualunque altra circostanza, dobbiamo fare finta di non conoscerci”.
Salutando e barcollando, Soichiro torna alla teleferica. Sakura invece scende lungo il sentiero, indossando il cappuccio ma senza nascondersi troppo, in modo che la gente possa scorgere il suo volto. Così girerà voce che la signorina Yoshizu è stata vista al tempio di Motomiya, e l’articolo in cui, domani, verrà descritta la sua fervente religiosità farà ancora più effetto…

Il viaggio di ritorno a valle è abbastanza faticoso per Soichiro. Evita di guardare il panorama perché stavolta la veduta aerea gli causa qualche vertigine. Desidera solo mettere i piedi a terra e il resto del corpo nell’acqua termale.
Sul lungolago però incontra Takeshita Noboru, che è in piena fibrillazione. “Suzuki, hai sentito la notizia?”
Sembra che il signor Yoshizu in persona stia arrivando a Hakone. All’hotel Yamano c’è una gran frenesia, i dipendenti rispondono con il solito ‘La prego di andarsene’, ma è chiaro che l’indiscrezione è vera, gli si legge in faccia.
“Chissà, magari deve incontrarsi con qualcuno per una questione importantissima”, continua Takeshita. “Sembra che fra i villeggianti ci sia anche un messo della famiglia imperiale, forse stanno iniziando le trattative per il fidanzamento… Ci si potrebbe fare un bell’articolo, non trovi?”
“Il mio l’ho già scritto, e più tardi vado a spedirlo. Non intendo aggiungere altro”.
“Mi lasci l’esclusiva su questo pettegolezzo? Grazie Suzuki, sei un amico! Corro subito a scrivere il mio pezzo. Più tardi andiamo insieme da qualche parte?”
“Magari all’ora di cena?”
“Si! C’è una taverna dove si mangia molto bene a Kagetsuen. Vediamoci davanti alla stazione di Togendai verso le diciotto”.
Mentre Noboru va nel suo albergo a prendere carta e penna, Tezuya può finalmente entrare nello spogliatoio dei bagni di Ashinoko. Dovrebbe anche cominciare a scrivere il romanzo, sono passati due giorni e mezzo e non ha neppure in mente la trama. Dopo il riposo termale ci penserà. Basta che non succeda come l’ultima volta che è entrato qui, quando è arrivato all’improvviso un fattorino dell’hotel Yumano dicendogli
“La prego di seguirmi”.
Stavolta è un omaccione alto un metro e ottanta, con camicia e calzoni bianchi.
“Mi sono appena spogliato…”
“La prego di seguirmi”, ribadisce l’uomo estraendo dalla cintura un coltello a serramanico d’importazione, una pregiata lama francese fabbricata a Thiers che scintilla come il filo di una spada da samurai.
“Dove… dove dobbiamo andare?”
“Si rivesta e mi segua”, taglia corto l’interlocutore.
Improvvisamente Soichiro ricorda quello strano presentimento che aveva avuto sul treno al momento della partenza da Hodawara. La bizzarra sensazione che gli restassero pochi giorni di vita…

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