lunedì 10 maggio 2010

ROMANZO SENSAZIONALE
di Hiroshi Miura

prima edizione: Tokyo, 1925
tradotto in italiano da Ariano Geta


Capitolo 1

“E’ difficile scrivere”.
Murasaki Tezuya ha l’aria di uno che trova tutto difficile, spesso impossibile, ma finisce col portare a termine ogni azione per forza d’inerzia.
“Non dire così. La difficoltà è solo una scusa per non pretendere troppo da se stessi”.
Abe Akira invece ha lo sguardo sornione di chi professa ottimismo e dichiara che nessun ostacolo é insormontabile, anche se all’atto pratico spesso lascia le cose a metà…
“Tu non sei mai a corto d’idee per le tue stampe?”
“In genere no. Se potessi scrivere con le mie immagini ti aiuterei”.
“Semmai dovresti disegnare con le parole”.
“Spiegami come si fa”.
Studio dell’incisore Abe Akira, tarda mattinata. Una stanzetta piccola, quattro tatami e mezzo di superficie. La parete di fondo è coperta da due lunghi pannelli scorrevoli, i cui telai si sono allentati in più punti; il tessuto è logoro e tendente al verdastro agli angoli. Qualche buco qua e là.
A sinistra la parete è spoglia, assi di legno sbiadito circondano una finestrella che lascia filtrare una luce fioca. Sotto la finestrella c’è un tavolino di ciliegio su cui sono ammassati fogli di carta, tre lastre per stampa, una dozzina di attrezzi per l’incisione, pochi pennelli, dieci barattoli di vetro contenenti liquidi di vario colore e un bollitore per acqua calda. Alcuni di questi oggetti sono caduti sul pavimento.
A destra la parete è stata resa meno monotona con quattro stampe, incorniciate ed appese ad altezze diverse. Sono tutti ritratti di donna. In basso vi sono due cassapanche di bambù di colore paglierino.
Al centro della stanza c’è un tavolino basso su cui è appoggiata una teiera di ceramica bianca sbrecciata in più punti, ai lati due tazze.
A sinistra del tavolino, adagiato sul pavimento con una posa languida - gomito poggiato a terra e la testa sorretta da una mano - Abe Akira ha il volto rilassato. L’altra mano sorregge una lunga pipa da cui fuoriesce un impercettibile filo di fumo bianco. Indossa uno yukata di colore chiaro con decorazioni nere, e sotto sembra non avere altri indumenti. I piedi sono scalzi.
A destra, seduto sulle ginocchia, camicia bianca e calzoni grigi, Murasaki Tezuya appare distratto, con la mente altrove. Tuttavia il suo corpo non accusa alcuna tensione e la postura della schiena è dritta ma non rigida. La sua giacca giace a terra ben piegata, con appoggiato sopra il cappello floscio.
Akira porta la pipa alle labbra e inspira lentamente una boccata. Si gira verso la finestra per liberare nell’aria una voluta di fumo biancastro.
“Speravi che ti dessi qualche suggerimento?”
Tezuya annuisce. “Non trovo un’idea valida. Ormai escono tantissimi romanzi di consumo, le storie sensazionali abbondano. Forse sarebbe più facile scrivere un capolavoro, ma il mio editore non vuole capolavori, solo romanzetti capaci di incuriosire la gente comune”.
“Allora è facile: una storia fra un uomo e una donna”.
“Credo che ci abbiano già pensato”, replica Tezuya con un sorriso ironico.
“Ovvio. Non esiste una cosa a cui nessuno abbia mai pensato. E’ impossibile avere idee nuove dopo tutti questi millenni, e non puoi sperare di scrivere un romanzo originale. Devi solo scegliere un tema che interessi a tutti. L’attrazione fra uomo e donna è l’elemento principale della vita, quindi è uno spunto perfetto”.
“Ma sarebbe un romanzo uguale a tanti altri”.
“E allora? Ragionando in questo modo anche i ritratti di Utamaro potrebbero essere considerati uguali a quelli di altri artisti della sua epoca. Ma sono diversi per quei piccoli dettagli che lui ha saputo metterci. Tu devi fare la stessa cosa. Puoi anche copiare una trama già inventata da un altro scrittore, l’importante è che riesca a personalizzarla aggiungendoci il tuo talento. Una storia fra un uomo e una donna si può narrare in tanti modi: se si parla di amore verrà fuori un racconto sentimentale, se si aggiunge qualche trama oscura che si intromette fra loro verrà fuori un romanzo poliziesco, o addirittura un gotico. Pensa alla bellezza di poter inventare una vicenda in totale libertà, come un dio creatore”.
Tezuya continua ad avere la testa altrove, tuttavia risponde. “Non posso copiare una trama perché poi verrei denunciato per plagio. E non posso scrivere in totale libertà, ma devo sempre pormi la domanda fatidica: questa storia interesserà ai lettori del mio editore?”
Abe Akira solleva la schiena da terra e si mette seduto, le ginocchia strette fra le braccia. “Noi artisti di oggi non possiamo essere veramente creativi perché ci manca la libertà principale: quella della mente”. Sospira, ma senza tristezza. “Nell’epoca Tokugawa gli artisti non erano liberi. La legge metteva loro dei limiti, ma non se ne curavano. Non ponevano ostacoli fra le loro idee e la carta, anche se rischiavano di essere interdetti o arrestati. Oggi c’è maggiore libertà di espressione, eppure mettiamo le catene alla mente con le nostre mani. Non esistono più i censori, ma ce li siamo creati in testa”.
“Tu sei convinto che gli artisti tradizionali erano migliori di quelli moderni”.
“Erano migliori perché la loro mente era libera. Creavano senza porsi alcun limite. L’uomo e la donna, ecco. Al giorno d’oggi nessuno saprebbe più creare degli shunga come quelli dei grandi maestri…”
Akira s’interrompe come se avesse avuto un’intuizione. Si solleva pigramente da terra e si trascina verso le due cassapanche di bambù. Ne apre una e comincia a frugare in mezzo a grossi astucci e libri antichi. Estrae un raccoglitore di paglia intrecciata delle dimensioni di un oban, lo apre e lo mostra al suo amico.
“Guarda questa stampa di Eisen. Tra quelle veramente libere da ogni costrizione è la più recente che io conosca, eppure è di quasi cinquant’anni fa!”
Tezuya la esamina, inarcando impercettibilmente le sopracciglia. Un cielo azzurro con piccole stelle argentate, su cui un uomo nudo con il pene eretto vola come se nuotasse nell’aria, inseguendo una donna ugualmente nuda, il foro vaginale ben evidenziato coi peli pubici che lo incorniciano. Al collo ha una lunga fascia rossa che fluttua, enfatizzando il movimento di fuga da quell’uomo che vuole penetrarla. Ma il volto della donna è voltato verso l’inseguitore, e non appare spaventata. Semmai sembra valutare quanto ci vorrà prima che egli riesca a raggiungerla. Un gioco delle parti in cui il maschio recita la parte del cacciatore e la femmina quello della preda, entrambi consapevoli della consapevolezza altrui.
“Vorrei tanto realizzare stampe del genere, ma mi mancano le idee. Nessun censore limita la mia fantasia, eppure non arrivo a concepire immagini così giocosamente libere. Il problema è che io sono un uomo dell’era Taisho, e quindi la mia testa è imbevuta dalla mentalità moderna”.
“Questa è pornografia”, commenta Tezuya con gli occhi fissi sul disegno.
“Sciocchezze. Pensa a La pescatrice e la piovra di Hokusai. Qua in Giappone ormai provoca imbarazzo, nessuno vorrebbe averne una copia in casa. Invece in Europa è considerata un capolavoro. Anzi, in Francia fanno addirittura mostre di quadri che ritraggono il pube delle donne e la gente fa la fila per vederli. Freud l’ha detto: abbiamo trasformato il rapporto tra uomo e donna in un tabù, e questo ci crea problemi mentali. In occidente l’hanno capito e cercano di ritrovare la naturalezza dell’eros. Invece noi giapponesi, che questa naturalezza l’abbiamo avuta per secoli, adesso l’abbiamo persa”.
“Provo un po’ di invidia per gli artisti che devono limitarsi ad un’immagine”.
“Che intendi dire Tezuya?”
“Creare un immagine è molto più semplice. Un uomo e una donna si uniscono carnalmente, tu li disegni e hai la tua opera d’arte. Io invece devo scrivere molte decine di pagine, e non posso far durare la descrizione del loro amplesso per tutto il romanzo”.
Akira si è sdraiato nuovamente a sinistra del tavolo. Ha ripreso a fumare, con una scintilla negli occhi che si accende appena sente le parole dell’amico.
“Le immagini hanno bisogno di un’anima. Non basta tracciare delle linee, occorre che siano vive, e la vita gliela deve dare l’incisore con il suo potere di dio della carta. Forse è più facile produrre stampe che scrivere un romanzo, nel senso che ormai esistono macchine capaci di riprodurre la realtà con un click…”
“Però le fotografie sono prive di colori” gli fa notare Tezuya.
“Questione di tempo e ce lo metteranno”, riprende Akira. “Ormai le macchine stanno sostituendo l’uomo per ogni attività. Anche questo limita la nostra mente moderna. Il cinematografo sta prendendo il posto del teatro, un disco di cera con una spirale può riprodurre la voce di una cantante. Prima o poi il progresso creerà macchine capaci di fare musica senza che l’uomo gli presti le sue corde vocali… macchine per realizzare film senza che uomini-marionetta debbano farsi catturare da un pellicola. Personaggi inesistenti verranno incisi direttamente sulla celluloide. Le macchine potranno anche scrivere e pensare al posto dell’uomo”.
“Questo purtroppo è già vero. Noi che scriviamo ormai siamo quasi macchine. Una volta si scriveva per esprimere concetti importanti, era un’attività riservata alle classi elevate. Adesso invece si fanno libri su commissione e si valutano le pagine tipo merce: ogni venti pagine il mio editore mi da un certo numero di yen… La letteratura si compra e si vende come il pesce al mercato”.
Akira guarda beatamente il soffitto, ed espira un cerchio di fumo reso opalescente dal raggio di luce che entra dalla finestrella. “Viviamo in un mondo molto diverso da quello dei nostri antenati. La modernità non ha prodotto solo le macchine, ha anche cambiato le persone, e il rapporto fra uomo e donna. Le donne di oggi non sono più oggetti nelle mani dell’uomo, si ribellano al loro ruolo subordinato, e questa è un’ulteriore limitazione alla libera fantasia di cui potevano godere Hokusai o Utamaro. Ai loro tempi persino le donne padrone di se stesse erano comunque consapevoli di dover recitare la parte dell’ancella, anche se di fatto costringevano gli uomini a piegarsi ai loro voleri. Ma almeno fingevano questa condizione subalterna, e non si scandalizzavano ad essere considerate oggetti ma semmai si servivano di questa prerogativa per tenere in pugno i loro amanti. Adesso invece non vogliono più essere oggetti e si atteggiano a figure autonome. E’ uno spacco netto, una frattura che ha distrutto ogni cosa. Non siamo più uomini completi, siamo mezzi uomini”.
“Il passato di Tanizaki e il presente di Soseki”.
“Esatto, i loro romanzi sono lo specchio del Giappone moderno. Ecco perché gli uomini si sposano sempre meno. Guarda noi due: io ho 35 anni, tu 31, e siamo ancora celibi. Metterci alla pari con una donna ci spaventa. Meglio tenerla lontana, come una prostituta. La modernità ha castrato l’uomo, ecco perché nessuno sa più fare stampe come quelle di un secolo fa. Ai quei tempi c’era un ordine, per gli uomini di oggi non più. Non hanno neppure voglia di avere rapporti sessuali, come dice Ogai Mori. Immagina una donna con la libertà mentale di un uomo di cento anni fa, e avrai una storia veramente originale capace di incuriosire i lettori del tuo editore”.
“Una donna”, ripete con aria concentrata Tezuya. “Beh, il personaggio principale ce l’ho. Mi manca solo la storia”.
“Puoi chiedere a lei: gentile Signorina Personaggio, potrebbe suggerirmi una trama per il mio romanzo di cui lei sarà protagonista?”
“Sarebbe straordinario poter fare una cosa del genere. Persino meglio di quelle macchine del futuro che scriveranno e penseranno al posto dell’uomo. Se solo potessi parlarci un attimo…”
Murasaki Tezuya solleva la stampa di Eisen con l’uomo e la donna volanti, e sfoglia le altre litografie accumulate nel raccoglitore di paglia. La mano sinistra all’improvviso si ferma, la stampa precedente resta mezza sollevata mentre lo sguardo si incanta sulla figura successiva.
Abe Akira ha una nuova scintilla negli occhi. “Quella si che sarebbe un bel personaggio, eh?”
Davanti allo scrittore c’è una donna disegnata in uno stile che sembra una via di mezzo tra quello giapponese e quello europeo. Nuda, petto in fuori, seduta su un tappeto e appoggiata a un divano in una posa provocante, gli occhi puntati verso sinistra e le braccia alzate mollemente sopra la testa. Ha un’espressione di estrema sicurezza, quasi di scherno mentre sembra dire: ‘Lo so che mi vorresti toccare…”
“Ecco, quello è il massimo che possiamo fare noi incisori di oggi. Non siamo capaci di spingerci oltre”.
“E’ opera tua?”, domanda Tezuya.
“E’ di un collega molto più bravo di me. Se ti ispira, posso fartene fare una copia e spedirtela a casa”.
“No, meglio di no. Starò fuori per alcuni giorni per un servizio giornalistico, è meglio se me la spedisci in albergo, almeno inizio subito la stesura del romanzo”. La spiegazione è stata fornita con una certa ansia nella voce, come se l’idea di ricevere una donna così provocante al proprio domicilio, sia pure fatta di carta e inchiostro, rappresentasse un problema.
Akira ha percepito l’imbarazzo di Tezuya, ma evita di metterlo in difficoltà con domande inopportune.
“Dove andrai?”
“A Hakone”.
“Le terme! Ti rilasserai!”
“Non so. Sicuramente dovrò inviare al quotidiano uno o due articoli al giorno. La figlia primogenita della famiglia Yoshizu farà un breve soggiorno da quelle parti, e viste le voci di un possibile interessamento della corte imperiale per un fidanzamento col principe primogenito, la gente è molto curiosa di sapere ogni novità su questa giovane”.
“Meno male che io non sono la gente”, replica Akira con un sorriso ironico. Si alza lentamente, e con altrettanta lentezza si avvicina alla finestrella e getta fuori il tabacco bruciato della pipa.
Fruga tra lastre di legno, pennelli e barattoli per rintracciare un pezzetto di carta inservibile per il disegno ma utile per appuntare un indirizzo.
“Dove dormirai?”
“Albergo Tamaki, Ashinoyu, Motohakone”.
Con gesti eleganti, la mano sinistra di Abe Akira traccia sul foglio il domicilio del suo amico per i prossimi tre giorni. “Domani ti spedisco per posta il tuo personaggio”.

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