sabato 1 maggio 2010

Capitolo 5

Il treno è arrivato puntuale a Togendai, e i passeggeri sono scesi dai vagoni esprimendo la loro inevitabile ammirazione per il paesaggio. Il lago Ashi giace in mezzo ai versanti delle montagne, riflettendo la luce ormai calante del sole che sta sparendo in direzione del vulcano Fuji.
Tezuya si incammina verso Motohakone seguendo il sentiero che costeggia lo specchio d’acqua, lungo il quale incrocia alcuni villeggianti che si godono la tranquillità della passeggiata pomeridiana. Tutti gli uomini indossano lo yukata e tutte le donne hanno il kimono, lui è l’unico con giacca, calzoni e addirittura scarpe chiuse, e si rende conto di essere completamente fuori posto. In effetti è abbastanza ridicolo concepire la frase ‘vado a Hakone a lavorare’. E’ un luogo per riposarsi, per andare alle terme, per fare piacevoli escursioni in mezzo ai sentieri boscosi, per ammirare il Fuji incorniciato dal verde delle montagne, per solcare lentamente le acque del lago su una barca a remi.
Lungo il percorso ci sono due hotel stupendi, ma purtroppo nessuno dei due riporta il nome “Tamaki” sull’insegna. In lontananza comincia a vedersi il rosso intenso del torii del tempio dedicato al dio Ninigi, e questo dovrebbe fargli venire in mente qualcosa. Suzuki Soichiro aveva fatto una promessa alla nonna…
“In tre giorni lo troverò pure un attimo per dire una preghiera, non c’è motivo di andarci subito”.
Ma si, ha tutto il tempo per comportarsi da bravo nipote. Ora è più importante essere un giornalista professionale, cercare il proprio alloggio e organizzare il lavoro.
Oltrepassato il luogo sacro, si arriva all’estremità meridionale del lago dove gli alberi si infittiscono e la presenza umana si dirada. Ma sul limitare di un sentiero in terra battuta è piantato un cartello in legno che indica un antico ryokan con il tetto di paglia, e il suo nome è inequivocabile…
“Un bellissimo pseudonimo”.
E’ vero. L’edificio che si autoproclama ‘Hotel Tamaki’ in realtà è solo una pensione scalcinata, e da questo punto di vista è il rifugio ideale per un Suzuki che si spaccia per un Murasaki.
Sulla veranda, un tizio con lunghi baffi e occhiali sta oziando. Vedendo un nuovo cliente avvicinarsi si risveglia dal proprio letargo.
“Buonasera. Deve alloggiare qui?... Mi sembra di conoscere il suo volto. Per caso viene da Kyoto?”
Ovviamente è una scusa per attaccare bottone. Soichiro lo sa bene, lui stesso la usa di frequente per motivi di lavoro…
‘Mi sembra di conoscerla. Per caso abita dalle parti di Inaricho?’
‘No, si sbaglia’.
‘Ah, mi scusi. Però, già che ci siamo, posso chiederle un cosa?’…
L’uomo coi baffi ha l’aria di un professore pedante che sta in vacanza da solo, e cerca disperatamente altri villeggianti solitari per seppellirli sotto le sue dotte chiacchiere accademiche. Bastano poche parole per confermare l’esattezza di questa impressione iniziale.
“… era la migliore università di Kyoto, un tempo. Ma adesso le famiglie benestanti preferiscono quell’istituto costruito dai tedeschi dove la metà dei professori sono europei. Bah! Dove andremo a finire?... Ma lei avrà voglia di sistemare i suoi bagagli e mettersi in libertà, e io le sto facendo perdere tempo, mi scusi. Vada pure, prego. Avremo tutto il tempo per parlare di argomenti interessanti nei prossimi giorni”.
Spaventato da questa minaccia, Soichiro varca la soglia del ryokan. Con la mano destra regge una valigia, con la sinistra le sue scarpe.
Il pavimento è fatto di lunghe assi di legno chiaro, e gli scorrevoli sono tutti disposti in modo da far entrare più luce possibile. Sulla parete destra c’è la nicchia con un vaso di iris, al centro il tavolo basso su cui sono stati sparsi dei petali di fiori di ciliegio.
I signori Tamaki lo accolgono indossando vestiti e sorrisi del secolo scorso, mentre una ragazza bassa e bruttina lo accompagna nella sua stanza.
C’è spazio solo per srotolare il futon. Nessun mobile, neppure un tavolinetto. Ogni minima cosa, compreso scrivere e mangiare, dovrà farla seduto in terra.
“Hotel di lusso per un giornalista illustre”.
In questi casi l’unica soluzione è fare autoironia. Quando Hosono torna dai suoi soggiorni esteri racconta sempre la magnificenza degli alberghi in cui ha alloggiato: il Plaza a New York, l’Oriental a Shanghai, il Grand Hotel a Londra… Lui dorme in stanze meravigliose, ha tanti camerieri al suo servizio e naturalmente dispone di un bagno in camera.
Al Tamaki non ci sono tutte queste comodità, però lo yukata e gli zoccoli per gli ospiti sono disponibili. E dopo pochi minuti la porta si apre e una mano sbrigativa deposita in terra il vassoio con la cena: un lussuoso piatto freddo a base di trote lesse e una scodella di riso.

Ormai è sera. Soichiro ha cenato e si è abbigliato come un villeggiante. Decide di fare due passi per raccogliere qualche pettegolezzo utile. Purtroppo il professor Komazu è sempre in agguato nella veranda.
“Si è già messo comodo. Bene, bene, si goda il riposo. Tokyo è una città caotica, occorre rilassarsi ogni tanto. Posso chiederle come si guadagna da vivere?”
“Collaboro con un editore…”
“Ah, uno scrittore!”
“No, io faccio il correttore di bozze”, mente con disinvoltura Tezuya. Per lui è una cosa abbastanza semplice.
“Allora conosce bene le regole del giapponese tradizionale, spero! Ma lei ha mai visto quanti errori di ortografia ci sono sui quotidiani? E’ incredibile! Come si può pretendere che la gente sappia parlare bene se gli si fanno leggere articoli pieni di sbagli?”
“Ha proprio ragione. Ora, se posso cortesemente congedarmi, devo andare all’ufficio postale per inviare un telegramma”.
“Prego, vada pure. Prima però mi permetta di dirle un’ultima cosa…”
Per cinque volte Soichiro prova a sganciarsi, e per cinque volte il professor Komazu lo trattiene con un’ultima cosa. La quinta però è abbastanza interessante:
“… la signorina Yoshizu. Lei sa che si vocifera di un interessamento della famiglia imperiale per farla fidanzare con il principe erede? Ebbene, starà in villeggiatura proprio qui. Ho saputo che risiederà all’hotel Yamano”.
Ottima notizia! E’ un albergo che si affaccia sul lago a poche centinaia di metri dal Tamaki, altro che il lontanissimo hotel Fujiya!
Quasi quasi si potrebbe dare subito un’occhiata. Soichiro si incammina sul lungolago, che è totalmente deserto. Sembra che tutti i villeggianti siano ancora a cena. Ma mentre passa davanti all’onsen di Ashinoko nota una sagoma umana dentro il padiglione all’aperto in cui si trova una delle sorgenti. Sembrerebbe una donna…
Lo scrittore prevarica il giornalista, e si avvicina silenziosamente a un possibile spunto per iniziare a riempire le pagine ancora bianche del suo romanzo.
Il buio serale è al culmine, perfetto per nascondere un uomo che scivola di soppiatto sotto il recinto. Al centro del gazebo di legno, la solitaria bagnante è immersa nell’acqua sino alla vita, il busto esposto ai fumi caldi che si addensano sotto la tettoia. Di fronte c’è il lago, alle sue spalle il monte Futagoyama e un tokyota impiccione.
La giovane donna sembra ferma al centro della vasca. Tuttavia l’acqua ha dei lievi sobbalzi in superficie, piccoli movimenti che partono all’altezza del suo braccio destro. La spalla non è completamente immobile, e se Tezuya potesse guardarla in faccia noterebbe uno strano languore nei suoi occhi…
La situazione è inequivocabile: la ragazza si sta toccando. Ma all’improvviso la sua attenzione è scossa dal rumore di un ramo secco che si spezza, calpestato da un guardone maldestro.
“Chi è?”
Senza pensarci troppo la donna esce dalla vasca, coprendosi a malapena con il tenugui srotolato, e si avvia senza paura verso il rumore e la persona che lo ha prodotto.
Tezuya scappa via, confidando nella protezione dell’oscurità notturna.
“Si fermi!”
Non ci pensa neanche. Corre via come un fulmine, facendo volare via gli zoccoli e lanciandosi a piedi nudi in mezzo al bosco. Non può fare altro che nascondersi fra gli alberi e tornare al Tamaki compiendo un giro lungo.
Alcuni rametti appuntiti gli si infilano nei piedi, ma deve trattenere i gridolini di dolore. Sarà abbastanza imbarazzante spiegare agli albergatori che ha smarrito gli zoccoli, dovrà inventare una buona scusa.
‘Sono andato a bagnarmi i piedi nel lago, e quando sono tornato indietro erano spariti’.
No, ridicola.
‘Ho fatto un passo falso e lo zoccolo destro si è rotto. Glieli ripagherò nuovi’.
Ecco, questa va meglio.
“Già inviato il telegramma?”, domanda il professor Komazu che sembra incollato alla veranda.
“Ho scordato l’indirizzo del destinatario in camera”.
Si precipita nella stanza e si chiude dentro. Speriamo che quella donna non si metta a fare troppe chiacchiere in giro. Magari potrebbe essere una cameriera di qualche hotel, che di giorno non può andare alle terme perché lavora, e così ci va di notte. L’importante è che non abbia parenti maschi e aggressivi nei paraggi.
Improvvisamente bussano alla porta.
“Mi scusi”, sussurra la signora Tamaki, “C’è una visita per lei. Una donna chiede se può entrare nella sua stanza”…



Capitolo 6

Soichiro comincia a tremare. Incredibile, l’hanno rintracciato subito! Accidenti alle sue smanie da scrittore trasgressivo!
Prima possibilità: ‘Mi sento poco bene, potrebbe dirle di tornare domani?’
Seconda possibilità: parlarci e negare spudoratamente (‘Si sbaglia, mi sta confondendo con un’altra persona’).
“Prego, la faccia accomodare”, risponde con un evidente imbarazzo nella voce.
La donna si accomoda. Una bella donna giovane, con indosso un vestito rosso di stile americano che si interrompe all’altezza della ginocchia e lascia le spalle scoperte. Però non sembra quella che ha visto nell’onsen.
“Buonasera. Sono il personaggio che lei attendeva”.
Attimo di sconcerto.
“Non si ricorda più di me? Eppure, quando mi ha visto su quella stampa aveva deciso che sarei stata io il personaggio femminile del suo romanzo”.
Ma pensa te! Guarda cosa è riuscito a inventarsi Akira! Invece della stampa gli ha mandato addirittura la modella! E’ incredibile come il suo amico incisore riesca a restituirgli la serenità persino a sessanta chilometri di distanza!
“Mi scusi per la sorpresa, ma onestamente non me la aspettavo proprio una cosa del genere!”
“Ci credo”, replica tranquilla la donna mentre si siede sui talloni. Ha una postura giapponese che contrasta col suo abito americano. Anche i capelli corti da giovane emancipata sembrano strani sul suo viso incipriato pesantemente come quello di una geisha. I suoi lineamenti sono una via di mezzo tra Giappone e occidente, proprio come lo stile della stampa che la ritraeva nuda.
“Non l’avevo riconosciuta”.
“Coi vestiti addosso sono diversa, vero?”
Tezuya sorride. Adesso ha davvero l’impressione di essere un artista bohemien come Akira.
“E’ venuta ad aiutarmi per il mio romanzo?”
“Certo. Ha detto che sarebbe stato bello chiedere un’opinione al personaggio, ed eccomi qua”.
Peccato non avere sigarette da offrirle. “Se vuole posso ordinare del sake”.
“No, parliamo del romanzo. Alla fine ha trovato un’idea?”
“Per il momento no. Lei che è il… personaggio, se potesse scrivere l’intera trama cosa si inventerebbe?”
La donna lo guarda fisso negli occhi con una punta di malizia. “Se dipendesse da me invertirei completamente la situazione. Metterei lo scrittore al mio posto e lo costringerei a vivere in prima persona tutte le trame assurde che toccano a noi personaggi”.
“Trame assurde?”
“Si. Voi scrittori inventate delle vicende troppo sensazionali”.
“Ma la gente vuole leggere proprio romanzi sensazionali. E’ un modo per evadere dalla realtà, sognare a occhi aperti…”
“Certo. Ma pensa che sia piacevole per i protagonisti trovarsi coinvolti in vicende del genere?”
Murasaki Tezuya è colto di sorpresa. Non si aspettava che la modella si calasse così tanto nel ruolo di ‘personaggio’ di un’opera narrativa. Decide di stare al gioco.
“La protagonista del mio ultimo romanzo avrebbe dovuto morire, almeno secondo il mio editore, ma io l’ho salvata”.
“Bene, questo va a suo merito. Però lei ha scritto tantissime assurdità. Vorrei proprio vedere come si comporterebbe se dovesse affrontare le tipiche situazioni dei romanzi sensazionali…”
“Ad esempio?”
Gli occhi della donna s’illuminano. Le sue iridi scure ruotano verso il soffitto, cercano nell’aria i pensieri e le parole per esprimerli. “L’amore per un fantasma. E’ una cosa inconcepibile, eppure c’è chi scrive storie di donne che si innamorano di fantasmi”.
“Letteratura gotica e fantastica”, spiega con tono accademico Tezuya. “Ci sono tantissimi appassionati di questo genere”.
“Oppure una storia d’amore impossibile. La donna appartiene a una classe sociale umile, magari è già stata promessa in sposa, però s’innamora follemente di un nobile”.
“Cosa c’è di assurdo? Può succedere”.
“Si, ma non ha senso. Nella realtà la maggioranza delle persone eviterebbero di cacciarsi in una situazione così disperata. Solo nei romanzi esistono innamorati talmente ottusi che si intestardiscono pur sapendo in partenza che non potranno mai stare insieme, e sono condannati a vedere i loro sentimenti frustrati”.
“Ma a molti lettori piacciono vicende del genere…”
“Perché non le vivono sulla propria pelle, altrimenti non le troverebbero tanto interessanti”.
Tezuya sorride. In fondo è simpatica questa modella. Non capisce i meccanismi di mercato della letteratura popolare, però si rende conto perfettamente dei suoi paradossi narrativi.
“E poi ci sono le storie perverse”, riprende la ragazza. “Non è piacevole trovarcisi in mezzo. Le faccio un esempio che lei può capire bene”. Lo sguardo della donna si fa inquietante. “Provi a immaginare: un uomo è in vacanza alle terme. Durante il soggiorno conosce una donna, viene sedotto e si abbandona a una violenta passione. Ma la donna è malvagia…”
Tezuya ascolta le parole della modella, pronunciate con una voce ipnotica. E’ come se lei lo stesse soggiogando mentalmente.
“… talmente malvagia da proporgli un piano criminale. L’uomo vive con sua nonna a Tokyo. Lei gli fa immaginare quanto sarebbe liberatorio per lui se questa nonna morisse, lasciandolo libero da ogni legame, e soprattutto mettendolo in condizione di ereditarne subito il patrimonio, senza attendere ancora per chissà quanti anni. Ovviamente lui non può ucciderla, non ne sarebbe capace, e sarebbe il primo ad essere sospettato. Ma la donna potrebbe farlo al suo posto…”
Tezuya comincia a sentirsi a disagio.
“… Basta che lui le consegni le chiavi di casa. Lei prenderebbe il treno per Tokyo la mattina presto, andrebbe a casa della nonna, la ucciderebbe e ritornerebbe subito alle terme. L’uomo avrebbe un alibi perfetto perché decine di persone potrebbero testimoniare di averlo visto a sessanta chilometri da casa sua mentre avveniva il delitto. Nei giorni successivi lui potrebbe decidere di andare via da Tokyo per fuggire dall’orribile dolore che sta provando. In realtà si incontrerebbe con la donna malvagia, dividerebbero i soldi dell’eredità, e poi potrebbero partire insieme in un oscuro viaggio verso gli abissi più profondi della perversione umana…”
La trama si interrompe all’improvviso e la modella scoppia a ridere. “Non si preoccupi, non esistono donne così crudeli nel mondo reale. Magari esistono, ma non sono affascinanti come quelle dei romanzi”.
“Confesso che mi ha provocato un po’ di tensione. E’ molto brava a creare l’atmosfera giusta con le parole. Potrebbe essere una buona scrittrice!”
“No, io rimango un personaggio”, ribadisce la ragazza in tono serio. “Ma per i prossimi tre giorni ci scambieremo i ruoli. Lei è appena diventato il protagonista del mio romanzo, e sappia che ho proprio voglia di divertirmi”.
“Quindi?”, domanda in tono scherzoso Tezuya.
“Si aspetti di tutto”, replica la donna con una voce che suona sinistramente seria. “Ora devo andare”.
“Attenda, non vuole trattenersi un attimo?”
“Non posso, devo iniziare a creare il romanzo”. Con un cenno della testa lo saluta e esce dalla stanza.
Strana ragazza. Proprio il tipo di donna che ci si immagina di incontrare negli ambienti frequentati da Abe Akira. Peccato che non sia rimasta. Magari insistendo un po’ sarebbe riuscito a convincerla a ordinare del sake, e poi…
E poi inutile fantasticare. E’ meglio mettersi a dormire, domani bisognerà lavorare.
Si sdraia sul futon, e mentre chiude gli occhi le parole del ‘personaggio’ sembrano ancora echeggiare nell’aria.
‘Si aspetti di tutto’…

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