sabato 8 maggio 2010

Capitolo 2

Murasaki Tezuya esce dallo studio di Abe, una piccola isola di calma nel mezzo del caos di Tsukiji.
Centinaia di persone passano ai bordi della strada, macchine, autobus e biciclette affollano la via, un vociare confuso scuote le sue orecchie intorpidite dalla pausa appena trascorsa in compagnia di uno degli incisori più inaffidabili al mondo, capace di impiegare giorni e giorni per produrre una singola stampa, ritrovandosi costretto a vivere senza soldi per qualche settimana ma senza mai perdere la gioia di essere vivo. E, soprattutto, senza perdere la capacità di trasmetterla agli altri.
Fuori dal suo studio il mondo è diverso. Ringhia. Ruggisce. Ti intima di correre, di fare alla svelta. Ed ecco che – quasi senza accorgersene – Tezuya affretta il passo, cammina a testa bassa, si stringe nelle spalle temendo che il tempo che ha programmato di trascorrere in redazione sia insufficiente per redigere il suo articolo.
Anche il volto sembra restringersi, gli occhi guardano fisso verso terra, mentre le labbra si incollano fra loro, come se la bocca fosse diventata un inutile foro sulla pelle del viso. In pochi minuti la metamorfosi è avvenuta: l’uomo con giacca e calzoni grigi non è più Murasaki Tezuya, ma Suzuki Soichiro.
Murasaki Tezuya è solo il suo nome d’arte, lo pseudonimo con cui ha firmato alcuni romanzi pubblicati a puntate sulla rivista Kaito, roba di pessima qualità adatta ai gusti rozzi della plebaglia che ha da poco imparato a leggere e desidera storie sensazionali e volgari. Tuttavia in quei panni si sente a suo agio, come certi dignitari dell’antica Edo che fuggivano di nascosto dal palazzo dello Shogun per indossare vestiti da cittadino comune e andare in luoghi sconvenienti come il teatro Kabuki e il quartiere dei piaceri di Yoshiwara.
Appena è costretto a ritornare nei panni di Suzuki Soichiro, infimo giornalista di cronaca mondana presso il più importante quotidiano giapponese e unico sostegno per la signora Shigezugu Yoko, sente un peso enorme sulle spalle. O piuttosto un fastidio profondo nello stomaco.
Attorno a lui tanti rami di ciliegio coi boccioli fioriti, ma non lo rallegrano. Anzi, gli rammentano il lavoro che lo attende. Il suo pezzo giornaliero è proprio sulla fioritura. Dovrebbe essere abbastanza semplice, eppure il percorso sino a Yurakucho gli sembra interminabile e ha l’impressione di perdere tempo. Comincia a temere di essere in ritardo. Si sta quasi pentendo di essersi trattenuto così a lungo da Abe Akira, e l’unico modo per sentirsi meno in colpa è affrettare il passo. Quasi corre, urtando di continuo altri passanti frettolosi ai quali rivolge dei rapidi inchini per scusarsi.
Finalmente appare la sede del grande giornale, anche se solo in lontananza. Respira affannosamente mentre percorre l’ultimo tratto della via, tagliando la strada alla bicicletta di un fattorino.
“Sta attento, idiota!”
Inchino e scuse, anche se è solo un ragazzino di nessuna importanza. Suzuki Soichiro è cresciuto sentendosi continuamente ripetere che lui era un peso, un fastidio, e la sensazione gli è rimasta dentro.
“Se non ci fossi stata io, tu saresti finito in un orfanatrofio”, era la frase ricorrente della signora Shigezugu quando lui era un bambino.
“Devi ringraziare me se hai un lavoro rispettabile”, è l’altra frase tipica che lei ripete ogni giorno. “Tu sei una nullità, come tua madre”.
La scalinata che conduce al piano dei giornalisti è l’ultima fatica prima di giungere a destinazione.

“Salve a tutti”, accenna più volte con un tono di voce rispettoso. I colleghi abbozzano gesti di saluto, mezze parole per contraccambiare, senza però distogliersi dalle loro attività.
Si siede alla sua scrivania e finalmente riceve le prime vere parole.
“Signor Suzuki buongiorno”. Il giovane Taro è ancora un galoppino, un passacarte alle prime armi, ed è tenuto a portare rispetto a chiunque abbia il ruolo di giornalista.
“Posso portarle del tè?”
“Si, grazie”, risponde mentre sistema un foglio di carta e si batte la penna sulla testa per fare il punto della situazione. Eppure sa bene qual è il suo compito di oggi, gli ha persino teso un agguato lungo la via…
“Fioritura dei ciliegi, si. Vediamo…”

La rosea bellezza della primavera torna a salutare il nostro Imperatore, ed egli si inchina assieme a tutti i suoi sudditi della capitale di fronte al vero sovrano del Giappone: il fiore di ciliegio.
I suoi petali delicati racchiudono da sempre lo spirito del nostro popolo, la nostra ispirazione poetica, il nostro gusto per il bello e la consapevolezza della fugacità di ogni istante. E’ un immenso piacere compiere il mio lavoro di redattore ammirando dalla finestra le cupole eteree dei ciliegi

In realtà Soichiro non ha nessuna finestra da cui potersi affacciare. Si trova nel bel mezzo di un corridoio dove l’unico panorama sono i colleghi che scrivono, rileggono e sbuffano.
“Le ho portato il suo tè” lo interrompe Taro mentre gli porge una tazza. Ma appena inizia a versare una voce lo reclama. C’è una gerarchia da rispettare, e chiunque lì dentro è più importante di Suzuki.
“Mi scusi”, si spiccia il galoppino quasi tirandogli la teiera in mano e correndo a tutta velocità verso il redattore che ha ordinato la sua immediata presenza
Soichiro si ritrova a maneggiare tazza e teiera come un giocoliere. Alcune gocce cadono sul foglio cancellando la rosea bellezza e la capitale.
Sorseggia rapidamente un po’ di tè, e un attimo dopo è nuovamente chino sul suo articolo, la schiena completamente inarcata.

In questo momento penso alle parole del poeta Sobaku: ‘Fiori di ciliegio, così tanti, mi fanno piegare’

Sobaku non avrebbe mai immaginato che in futuro i suoi versi sarebbero stati citati ironicamente da un giornalista con qualche dolore alla schiena… Un giornalista che in presenza dei suoi colleghi non ammetterebbe mai il doppio senso di quella citazione. Lo rivelerà solo a Abe Akira, e lo farà sorridere.
Intanto, con qualche sbavatura sulla carta bagnata, le parole continuano a prendere forma.

Viviamo in un’epoca che tenta di illuderci che le macchine possano compiere qualunque prodigio, ma i boccioli rosa ci rammentano che la grandezza della natura non potrà mai essere eguagliata da nessun progresso tecnologico

“Cosa stai scrivendo con tanto impegno?”, lo distrae Hosono, il caporedattore del reparto di cronaca estera.
“Un articolo sulla fioritura dei ciliegi a Tokyo”.
“Ah, capisco. E per l’edizione serale cosa ti hanno assegnato?”
“Niente. Non devo fare nessun articolo per stasera, perché fra poco vado a Hakone. Da domani dovrò raccontare la villeggiatura della signorina Yoshizu”.
Hosono ridacchia. “Sono almeno cinque le potenziali future imperatrici, e lei è la meno probabile”.
“Il capo mi ha detto di andarci”, spiega Soichiro quasi dovesse giustificarsi.
“Lo so, ti affidano sempre i servizi più importanti”. Nella voce di Hosono non c’è scherno, ma negli occhi si. E purtroppo lui ha sempre ragione. Se dice che ci sono altre candidate al vaglio della corte imperiale con maggiori possibilità di essere prescelte, evidentemente è la verità. E a Soichiro è stata affidata la più bassa in graduatoria.
Ha raccolto qualche informazione su questa giovane, anche se le notizie conosciute sono per lo più relative alla famiglia: zio ambasciatore, madre di discendenza aristocratica, e padre ricchissimo industriale tessile. Una perfetta sintesi del Giappone moderno: nobili origini e presente borghese, grandi ideali e montagne di soldi. Quindi sarebbe la consorte ideale per il futuro imperatore. Però le parole di Hosono gli hanno lasciato poche speranze.
“Beh, ti lascio ai tuoi ciliegi. Io devo verificare a che punto siamo con gli aggiornamenti telegrafici. Sai, il mondo sembra in ebollizione. In Italia Mussolini ha sempre più potere, e la tensione fra Gran Bretagna e Irlanda rimane forte. In Cina la situazione è tesissima dopo la morte di Sun Yat-Sen, e l’Unione Sovietica sta muovendo le sue truppe al confine con la Mongolia. E non parliamo dell’America, dove i contrabbandieri di alcolici si sparano per strada e ci sono più morti per omicidio che per vecchiaia”.
Soichiro ridacchia come uno scemo e china la testa. Si sottomette all’importanza del suo collega Hosono che si occupa di cose davvero serie. Non sciocchezze come quelle riservate a lui e alla sua mente mediocre.
E se invece provasse mettere un po’ di cronaca estera anche nel suo articolo?

In Europa e in America non potranno mai capire il significato della fioritura del ciliegio. E’ un privilegio di noi giapponesi restare inebriati da questo spettacolo, che alimenta il nostro spirito poetico e la nostra indole gentile e rispettosa

“Dove è quel coglione di Suzuki?”
La voce del caporedattore della cronaca mondana, Kimura, rimbomba come un tuono. Soichiro si alza in piedi per abbassare meglio la testa.
“Perché non sei passato da me?” gli urla con ferocia.
“Mi perdoni signor Kimura, volevo iniziare subito a scrivere l’articolo”.
“Cosa sono queste sbavature? Non sei neppure capace di bere senza sgocciolare?”
“Lo riscrivo in bella copia appena ho finito”.
“A che ora parti?”.
“Prenderò il treno delle quindici, così alle sedici sarò a Hakone”.
“No, prendi quello prima. Meglio anticipare”.
“Certo signore”.
“Ci serve un articolo al giorno da inserire nell’edizione del pomeriggio, quindi fai partire la lettera dall’ufficio postale entro le dieci di sera. Guai a te se non mi arriva in tempo utile!”
“Avrà un articolo al giorno, e glielo consegneranno con la posta della mattina, pronto per essere pubblicato nell’edizione pomeridiana”.
“La signorina Yoshizu probabilmente soggiornerà all’hotel Fujiya. L’hotel Tamaki sta a soli cinque chilometri di distanza, basta fare una decina di tornanti in salita e lo raggiungi”.
Perfetto, Soichiro consumerà un paio di scarpe al giorno. Le dovrà comprare nuove. Peccato che i polmoni di scorta non siano ancora in vendita... Abe Akira direbbe: ‘Questione di tempo e li inventeranno’, anzi, magari in futuro esisteranno negozi in cui si potranno acquistare cuori, fegati e stomaci nuovi, e si pagheranno a peso. Per il momento però bisogna accontentarsi delle scarpe.
“Finisci al volo questo articolo e vai a prendere il treno”.
“Subito signor Kimura”.

E’ un gran dispiacere per me dover assistere solo per poche ore a questo spettacolo che ogni anno si ripete, sempre uguale e sempre nuovo. Prima del tramonto dovrò lasciare Tokyo per motivi di lavoro, ma sicuramente raccoglierò un petalo di ciliegio e lo terrò nella tasca della mia giacca. Un pizzico di primavera della nostra grande capitale mi accompagnerà anche quando sarò sul treno

Lo rilegge rapidamente prima di esprimere un giudizio. “Tante frasi fatte, tutte intrise di banalità. Un articolo veramente stupido. Quindi dovrebbe piacere molto ai lettori”.
Infatti il caporedattore lo apprezza. “Si, può andare. Adesso corri alla stazione ferroviaria”.
“Subito signore”.
Esce di corsa, ma in realtà non va affatto alla stazione di Ueno. Prenderà il treno delle tre, anziché anticipare la partenza come gli ha ordinato il signor Kimura.
Incredibile: Soichiro ha mentito al suo superiore. Eppure non si sente in colpa, perché in questo momento si sta dirigendo ad Akihabara dall’editore Tanaka, e quindi Suzuki Soichiro sta ritornando ad essere Murasaki Tezuya, scrittore irrispettoso che non pone troppi limiti alla propria moralità. Ecco che le spalle si distendono, il passo si fa tranquillo anche se è in ritardo, il cappello cala davanti alla faccia per nascondere con rilassata disinvoltura i propri lineamenti. Non vuole che si sappia in giro di questa sua doppia identità.  Solo due persone ne sono a conoscenza: Abe Akira e Tanaka Mikio, e non lo rivelerebbero mai a nessuno.
L’incisore è un amico sincero, ha dato la sua parola e la manterrà sicuramente, anche perché non gli costa assolutamente nulla.
Per l’editore invece c’è anche un aspetto economico: se i suoi lettori sapessero che dietro la penna di Murasaki Tezuya si nasconde un giornalista rispettabile che lavora in un quotidiano rispettabile, resterebbero sdegnati. La rivista Kaito è un appuntamento irrinunciabile per chi cerca piccole trasgressioni, più sognate che reali. Non è possibile che l’autore di certe storielle morbose sia in realtà l’omuncolo insignificante che redige articoli sulla fioritura dei ciliegi e sui fuochi d’artificio per la Festa d’Estate… No, Murasaki Tezuya se lo immaginano come uno che a questa ora tarda del mattino sta ancora dormendo, dopo aver trascorso la notte in qualche locale notturno dalla dubbia reputazione. Uno che beve molto, che intrattiene relazioni con molte donne, magari anche sposate. Soichiro non è certo questo tipo d’uomo, ma quando si atteggia a Murasaki Tezuya ha quasi l’illusione di esserlo.
Sale le scale ritmando i passi, mentre fischietta un ritornello di musica jazz.
“Buongiorno Mikio”.
“Ce l’hai fatta a arrivare. Dai, che devo organizzarmi con la tipografia. Dammi i fogli subito…”
“Quelli del nuovo romanzo ancora non li ho”.
“Cosa?”
“Tanto per ora ti basta l’ultima puntata di Sachiko. Per il prossimo numero non c’è fretta”.
“Deve uscire fra dieci giorni, non dieci settimane!”
“E io fra quattro giorni ti consegno la prima puntata del nuovo romanzo. Ti rimane abbastanza tempo per preparare la bozza, no?”
“Ma perché non hai ancora scritto nulla?”
“Non ho le idee chiare”.
Tanaka Mikio sbuffa. Con i suoi tipici movimenti nevrotici inizia a sfogliare il capitolo conclusivo della patetica vicenda di Sachiko, giovane ingenua costretta a prostituirsi da un uomo che lei ama disperatamente.
Intanto Tezuya si siede. Non fuma, ma in quella stanzetta la puzza di tabacco è talmente forte che non resiste al vezzo di chiedere una sigaretta. Solo poche boccate, tanto per atteggiarsi come certi personaggi delle sue novelle. Intanto si guarda attorno: sullo scaffale a destra ci sono ammucchiati un bel po’ di libri, quasi tutte traduzioni di autori stranieri. L’editore Tanaka ha un gusto particolare per tutto ciò che può essere sconveniente: Confessioni di un fumatore d’oppio inglese di De Quincey, Madame Bovary di Flaubert, Il piacere di D’Annunzio, Il ritratto di Dorian Gray di Wilde, Le relazioni pericolose di Laclos, Le mille e una notte
“Perché Sachiko non muore? Non doveva suicidarsi?”
“Sarebbe stato troppo triste. Ho pensato che era più interessante farla fuggire in America, verso un futuro nuovo”.
Mikio riesce a trasformare in un gesto carico di agitazione persino un banale aggrottamento delle sopracciglia. Si gratta la testa pelata biascicando qualche strano borbottio. “Ma si, può andare. Passiamo al prossimo numero…”
Tezuya spegne la sigaretta, anche se era praticamente integra. Con lo sguardo carico di sicurezza accenna il suo progetto: “Devo passare tre giorni a Hakone. Potrei raccontare una storia d’amore fra due villeggianti alle terme”.
Mikio approva con un gesto rapido della mano. “Si, è una buona idea. Magari fra un uomo sposato e una donna sposata che tradiscono segretamente i rispettivi coniugi. Oppure fra un uomo anziano e una ragazza giovane. Basta che sia una vicenda piena di colpi di scena”.
“Che impostazione gli devo dare? Un gotico, una storia sentimentale? Oppure qualche situazione comica? O magari un protagonista patetico che riceve tante umiliazioni? O un dramma con suicidio finale?”
“Può andare bene tutto, basta che sia adatto ai nostri lettori. Cerca di renderlo intrigante. La gente vuole cose torbide, ma non in modo troppo esplicito. Mettici situazioni capaci di far mordere le labbra a chi legge, però senza farlo sentire troppo in colpa con la propria moralità di onesto cittadino”.
Tezuya ripensa alle parole di Akira. “Posso inserire alcune scene di sesso, sullo stile di certe stampe erotiche di Eisen?”
Il volto paffuto e sudato dell’editore Tanaka si distorce in una maschera di tensione. “E’ sempre un rischio, bisogna fare molta attenzione. Tu comunque metticele, eventualmente cancellerò le descrizioni troppo scabrose. Non è solo una questione di censura: i nostri stessi lettori potrebbero essere infastiditi da un eccesso di carne”.
In fondo Abe Akira ha detto una grande verità: ‘Non esistono più i censori, ma ce li siamo creati in testa’.
“Se ti dovessi cercare, dove ti posso trovare?”
“Non ti preoccupare Mikio, mi farò vivo io”.
“Aspetta Tezuya…”
Inutile chiamarlo. Di fronte all’editore Tanaka c’è Murasaki Tezuya, che non si sogna minimamente di fornire elementi utili per essere rintracciato. Lui è uno spirito libero. E poi fra loro c’è un accordo ben preciso: venti pagine per ogni numero della rivista. Lui gliele fa avere, e tanto basta. Se decide di scriverle mentre sta alle terme, o a casa sua, o in cima a una montagna, o nell’isola dei demoni, questo è un suo problema. Mikio deve solo attendere pazientemente il postino fra quattro giorni.
Mentre riesce all’aperto, l’aria di Akihabara si sta impregnando di aroma di frittura, di odore di salsa di soia e spaghetti soba. E’ ora di pranzo, ma dovrà saltarlo perché ha due priorità cui va concessa la precedenza assoluta: andare alla stazione ferroviaria e, prima ancora, un’ultima incombenza domestica di cui farebbe volentieri a meno.
La donna che tiene le fila della sua vita lo sta aspettando…

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