giovedì 6 maggio 2010

Capitolo 3

A Inaricho le case sono nuove. Il terremoto ha distrutto quelle vecchie senza pietà, tutte tranne una.
E’ una casa a due piani che non passa inosservata: vecchia, malridotta, con dei vasi a forma di gatto davanti all’ingresso. Ha una brutta fama: si dice che il penultimo proprietario si sia suicidato e che il suo spirito ancora vaghi dentro quelle mura.
Magari ci fosse davvero uno spirito! Invece vi risiede un mostro ben peggiore.
Tezuya si avvicina a passi nervosi, compiendo movimenti bruschi con il collo e tenendo le labbra irrigidite. La metamorfosi è di nuovo in corso, e in pochi attimi torna ad essere Suzuki Soichiro.
Varca la soglia. Gli scorrevoli sono anneriti dalla polvere e lasciano filtrare poca luce, così c’è sempre penombra, anche in pieno giorno. Il soffitto è percorso da travature particolarmente scure, e anche i tatami sono di un marrone denso.
“Buongiorno nonna”.
La signora Shigezugu non risponde.
“Sei in camera?”
Silenzio. Bisogna cercarla, ma è un’indagine abbastanza elementare.
La camera dove dormiva Masahiro è perennemente delimitata dagli scorrevoli, che non sono più stati rimossi. E’ un luogo sacrale e non può essere violato. Anche la camera al secondo piano è solo un reliquiario per conservare gli oggetti che furono del nonno, e non vi si può accedere.
Lo spazio restante è pochissimo.
“Buongiorno nonna”.
Ovviamente sta davanti all’altare domestico ostentando dolore e fermezza, e anche il solito fastidio verso il nipote ingrato. “Sei stato fuori tutta la mattinata”.
“Stavo lavorando al giornale”.
“Sei stato al tempio a pregare per la mia salute?”
Stavolta il silenzio è di Soichiro. La nonna gli incute timore, anche se ormai è solo una vecchia e gli arriva all’altezza del gomito. Lui ci ha vissuto insieme da quando era un bambino di pochi anni, e all’epoca la signora Shigezugu lo guardava dall’alto verso il basso, era un gigante che lo opprimeva sotto la sua mole. Per Soichiro lei continua ad essere quel gigante della sua infanzia. Ha la schiena curva, le gambe intorpidite, eppure davanti al nipote sembra ergersi solida come una montagna.
Lei lo ha cresciuto, rammentandogli continuamente che sua madre era una disgraziata e lo aveva lasciato.
In realtà le cose sono andate diversamente. La signora Shigezugu non aveva mai accettato la nuora. Quando suo figlio Masahiro le aveva detto che voleva sposare quella ragazza di Yokohama lei l’aveva giudicata inadatta, proponendogli altri matrimoni più opportuni. Niente da fare però, Masahiro si era intestardito. E poi la ragazza era rimasta incinta…
Dopo pochi mesi Masahiro era partito per la Cina con indosso la divisa dell’esercito imperiale, e si era fatto onore. Decorato come eroe di guerra. La medaglia alla memoria era stata consegnata da un ufficiale direttamente nelle mani della signora Shigezugu, con la raccomandazione di sentirsi orgogliosa di essere stata madre di un così degno figlio. Il paradiso dei giusti lo aveva sicuramente accolto.
Rimasta sola con la nuora e con quel nipote maschio appena nato che somigliava tanto a Masahiro, aveva ritenuto che spettasse a lei prendersene cura. Fu abbastanza facile mettere in difficoltà la giovane vedova e costringerla a tornare dalla sua famiglia. Soichiro sarebbe stato suo, lei gli avrebbe fatto da madre, da padre e da nonna contemporaneamente.
All’atto pratico gli ha fatto da istitutrice. Un’educazione ferrea, adatta al figlio orfano di un eroe di guerra.
“Sei stato al tempio a pregare per la mia salute?”, ripete la signora Shigezugu.
Sarebbe facile mentire e rispondere di “si”. Sarebbe facile per Murasaki Tezuya, non per Suzuki Soichiro.
“Non ho avuto il tempo, ma…”
“Tu vuoi la mia morte”.
“… appena arrivo a Hakone andrò subito al tempio dedicato a Ninigi a dire delle orazioni per te”.
Silenzio sdegnato della nonna.
Soichiro china la testa. E’ cresciuto in una casa dove gli uomini sono tutti fantasmi: suo padre, suo nonno, il vecchio proprietario morto suicida… Alla fine anche lui è venuto fuori come un fantasma, almeno finché si trova dentro quelle mura.
“Tu non vuoi la mia salute, vuoi vedermi morta. In fondo sono una vecchia, sono un peso per te”. Il tono è accusatorio, freddo, studiato appositamente per farlo sentire in colpa.
“No, non dirlo nonna”.
Invece glielo dice sempre. Quando ci fu il terremoto Soichiro si trovava ad Asakusa. Nel caos che seguì, fu costretto a rimanere per un’intera giornata in un’area di sicurezza in cui i erano stati alloggiati alcuni superstiti, mentre i pompieri cercavano di spegnere gli incendi che bruciavano ogni cosa. Solo il giorno dopo ebbe la possibilità di andare a Inaricho, dove scoprì con sorpresa, e anche paura, che la casa stava ancora in piedi. In pessime condizioni ma in piedi. Entrando trovò sua nonna seduta a terra, perfettamente lucida, senza un graffio. “Dove sei stato tutto questo tempo? Tu sei deluso di trovarmi viva, tu mi volevi morta”.
A forza di sentirselo dire, Soichiro si è quasi convinto che le parole della signora Shigezugu siano vere. Mentre era Tezuya ci ha pensato qualche volta: in un’altra epoca, quando ancora regnava lo Shogun, sarebbe stato quasi normale per un giovane far fuori la nonna per ricevere subito l’eredità famigliare. La avrebbe fatta morire soffocata nel sonno e nessuno avrebbe avuto niente da dire. La gente avrebbe sospettato, ma anche tacitamente accettato la cosa.
Però è rimasta solo un’idea, poi trasformata in uno spunto per un romanzo ambientato nel secolo scorso. Persino l’immorale Tezuya non avrebbe mai il coraggio di commettere un gesto così atroce, neppure per iscritto. Non è stato capace neanche di far morire Sachiko, la protagonista della sua ultima novella.
“Era proprio necessario che andassi lontano da casa per tutto questo tempo?”
“Sono solo tre giorni nonna. E poi sto a Hakone, in caso di emergenza basta un’ora di treno e torno da te”.
“E se mi sentissi male all’improvviso? Chi mi verrebbe a soccorrere? Pensa: mentre tu stai alle terme io svengo e cado in terra. Ci rimango per tre giorni, e quando torni a casa mi trovi morta. E’ questa la tua speranza?”
“Ma no, io…” Si zittisce e china la testa. Basta uno sguardo della nonna e si sente come se fosse tornato bambino, intimidito dalla figura colossale di colei che lo ha cresciuto nonostante una madre indegna e un padre che, purtroppo, gli è stato strappato via dalla guerra. Non riesce a replicare. Accetta ogni accusa e chiede perdono, non sa neppure per quale motivo.
“Scusami nonna”.
“Ho sbagliato a raccomandarti al signor Kimura. Avrei dovuto trovarti un altro lavoro che ti avrebbe tenuto sempre a casa”.
“Non ti preoccupare nonna, sono solo tre giorni. Non succederà nulla”.
Ancora silenzio carico di sdegno.
“Mi fanno male i piedi”.
“Ci penso io nonna”.
“E se mi succede domani cosa faccio? Chiedo alla vicina? Già immagino la scena: lei mi domanda perché non posso farmi aiutare da mio nipote, e io devo rispondergli che mio nipote se la sta spassando alle terme mentre io ho i crampi. Cosa ho fatto di male per meritare tutte queste sofferenze nella vita? Perché devo sopportare tanto dolore? Tuo nonno è morto prima di compiere trenta anni, tuo padre anche. Hai vissuto più di loro, tu che lo meritavi meno. La vita è così ingiusta!”
Soichiro sospira mentre massaggia i piedi ossuti della signora Shigezugu. Se spreca altro tempo potrebbe perdere il treno. Già è in ritardo rispetto agli ordini del signor Kimura, se rimanda ancora la partenza rischia davvero grosso.
“Ora devo andare nonna”.
Silenzio.
“Appena arrivato reciterò un’orazione per te a Ninigi”.
Ancora silenzio.
“Fra tre giorni torno a casa”.
Nessun commento.
Con passi rapidi Soichiro si avvia verso l’ingresso. Parte.
Anzi, scappa via.



Capitolo 4

C’è mancato poco. Il treno da Ueno per Odawara stava per partire, e Soichiro ha dovuto implorare il controllore per convincerlo a farlo salire ugualmente.
“Per colpa sua arriveremo in ritardo di un minuto. Si vergogni!”
Si, certo. Vergogna. Un’enorme vergogna. Mentre passava davanti agli altri passeggeri, tutti già ordinatamente seduti ai loro posti, si sentiva in colpa come se li avesse gravemente danneggiati. E’ rimasto in piedi, fissando il pavimento.
Il cambio di treno è stato essenziale. Appena è arrivato a Odawara si è sentito sollevato, come se la sua vergogna fosse stata trasportata via dal vagone da cui era appena sceso.
Seduto sulla panchina, ha atteso lo sbuffo della locomotiva che, come un cavallo, è stata agganciata al suo carro, mentre l’altoparlante preannunciava la partenza per Hakone.
Non è ancora salito però. Ormai si è tranquillizzato e pensa con la mente di Murasaki Tezuya, quindi sa bene che può aspettare per un paio di minuti, così intanto ha il tempo di osservare la gente che monta sul treno prima di lui.
Sono soprattutto giovani coppie in viaggio di nozze, con gli occhi lucidi di eccitazione. C’è anche qualche famiglia borghese con figli più o meno grandi, e alcuni coniugi anziani. Nessuno però colpisce la sua attenzione in modo particolare. Volti felici, ma banali. Cercava ispirazione per i protagonisti del suo romanzo, ma è rimasto deluso. Non c’è traccia di torbido, tutti appaiono così candidamente onesti.
Quella coppia ad esempio. Lei sorride, ma i suoi occhi tradiscono una piccola esitazione, un filo di tensione che le trascina impercettibilmente le sopracciglia verso il basso. Ha paura, la paura di una donna vergine in procinto di avere il suo primo rapporto.
Lui ha un’espressione che tenta di essere rassicurante, ma la rigidità delle sue mascelle lo tradisce. Anche per lui è la prima volta.
“Un romanzo su una coppia in viaggio di nozze. Entrambi gli sposi non hanno ancora avuto esperienze sessuali”.
Sorride mentre ci pensa su. Immagina l’ipotetico di commento di Akira:
‘Una metafora perfetta del Giappone di oggi’.
Però pensa anche alla probabile reazione dell’editore Tanaka Mikio:
‘Ma stai scherzando? Questo è il ritratto dei nostri lettori, e loro vogliono leggere e sognare proprio il contrario di ciò che è stata la loro vita’.
E’ vero. In fondo anche lui racconta ciò che non ha vissuto. Non si sognerebbe mai di narrare le grigie giornate di Suzuki Soichiro, sarebbe troppo deprimente. Meglio sognare quel che farebbe Murasaki Tezuya, meglio provare a immaginare che gli incontri rari e fugaci con le ragazze del postribolo cinese siano assai più frequenti, e che i resoconti di Akira appartengano un po’ anche a lui… Le taverne dove si incontrano ubriaconi e anarchici le frequenta Abe Akira, non Tezuya. Lo scrittore giornalista non ha mai diviso la sua stanza con modelle che posano nude e artisti oppiomani, quello è un privilegio del suo amico. Ma sentendolo parlare, Tezuya ha l’impressione di essere anche lui partecipe di quelle combriccole stravaganti, silenzioso abitatore di un mondo al quale in realtà non appartiene.
Un signora molto anziana tiene per mano un bambino e lo accompagna sul treno, probabilmente è il suo primo viaggio. Ridono gli occhi a entrambi. Non tutte le nonne sono come la signora Shigezugu.
‘Si avvisano i signori viaggiatori che è in partenza dal primo binario il treno per Togendai. Ferma a Yumoto, Tonosawa, Myanoshita…’
E’ ora di prendere posto. Sale sull’ultimo vagone e si siede di fronte all’unico viaggiatore solitario come lui, un uomo con indosso un solenne kimono grigio scuro. A giudicare dall’aspetto sembra aver superato i quaranta anni. Sicuramente è un discendente di samurai che mantiene vive le tradizioni famigliari, almeno nel contegno.
Non sembra l’interlocutore ideale per Tezuya, ma forse potrebbe ugualmente provare ad attaccare discorso. Tanto per fare qualcosa e tracciare un ritratto di questo austero viaggiatore. Lui è uno scrittore, e in ogni persona che incontra si sforza di scorgere il potenziale personaggio che vi è nascosto. In futuro potrebbe tornargli utile per infilarlo in qualche storia
Ma all’improvviso si accorge che quel nipote di samurai ha una copia del giornale più importante del Giappone, quello in cui lavora Suzuki Soichiro…
‘Posso sapere il suo nome?... Mi sembra di averlo già sentito… E’ possibile che lo abbia letto sul quotidiano? Lei è un giornalista?’
No, troppo imbarazzante come situazione. Che numero ha in mano? L’edizione del mattino. Quindi c’è l’articolo che Soichiro ha scritto ieri sera, un pezzo sulla festa rionale del quartiere di Ebara, con una dettagliata descrizione delle bancarelle che offrivano

deliziosi polipi fritti e gli appetitosi dolcetti di riso della tradizione.
Per la gioia dei bambini, la serata è stata rallegrata da uno spettacolo pirotecnico di rara bellezza, con gioiose esplosioni colorate che tracciavano scie luminose sul cielo notturno

Meglio lasciar perdere, tanto il viaggio è abbastanza breve. Prima delle sei sarà a destinazione.
Si accoccola sul sedile provando a chiudere gli occhi, ma all’improvviso ha la strana sensazione che gli restino pochi giorni di vita…
“Sciocchezze”, prova a tranquillizzarsi da solo.
Eppure sente un brivido freddo lungo la schiena…

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