domenica 29 gennaio 2012

Gennady Spirin

Torno a dare spazio a un illustratore.

Il russo Gennady Spirin, contemporaneo, ha uno stile decisamente classico che mi conquista per la precisione formale e la tecnica sopraffina.
Con i suoi disegni ha abbellito libri di fiabe famose, rendendoli dei piccoli gioielli.

Il modo in cui riesce a calibrare la luminosità delle sue tavole e le scelte cromatiche sempre equilibrate rendono le immagini estremamente suggestive, forse non sempre originali ma sicuramente gradevoli.
Vi consiglio di cliccare sulle tavole proposte per vederle in dimensioni maggiori e coglierne i dettagli.


Se volete approfondire la conoscenza di questo artista, potete dare un'occhiata al suo sito web.

giovedì 26 gennaio 2012

Nuova tendenza sospetta

Mi sono perso qualcosa?
L'autopubblicazione, ovvero l'opzione degli scrittori mediocri, all'improvviso sembra fare tendenza.
La Fazi sta lanciando in Italia Amanda Hocking sottolineando - tramite le già ben avviate operazioni promozionali - che "nessuno credeva in lei", "si autopubblicava su amazon dopo essere stata rifiutata da molti editori" e così via.
Un'altra casa editrice del gruppo Mauri Spagnol invece lancia il romanzo di tale Eloy Moreno enfatizzando che ha preferito "evitare la trafila dell’invio del manoscritto alle case editrici" e lo ha venduto porta a porta prima di avere successo.
Insomma: lo sfigato che evita di mettersi in gioco, l'aspirante scrittore risibile, lo scribacchino patetico che puntualmente viene preso per i fondelli dai brillanti editors nostrani fastidiosamente costretti a cestinare tonnellate di cartaccia illeggibile, all'improvviso diventa un mito. Nessuno credeva in Amanda Hocking, ma lei ha avuto successo autopubblicandosi; Eloy Moreno diffidava degli editori, e infatti ha convinto i lettori da solo. Questi sono i messaggi che sto leggendo. E sono scritti da due editori...
Sono visionario se dico che in tutto ciò traspare una dose notevole di ipocrisia, opportunismo e incoerenza?

martedì 24 gennaio 2012

Rarità - 3

Lo scrittore Roberto Arlt (1900-1942) è stato uno degli autori più influenti nell'Argentina moderna. Il suo romanzo più famoso, El juguete rabioso, è stato tradotto in diverse lingue compreso l’italiano. Ma Arlt ha scritto altre opere, ed era inoltre giornalista, e molti suoi articoli di fondo sono ancora oggi ripubblicati in raccolte antologiche. In effetti la loro vividezza nel saper descrivere la vita quotidiana a Buenos Aires negli anni ‘30 é letteraria più che giornalistica.
Questo articolo che propongo di seguito, pubblicato sul quotidiano El Mundo il 21 marzo del 1929, esprime benissimo l’ “argentinità”, il modo di essere tipico degli abitanti del grande paese sudamericano, ovvero l’attitudine alla passionalità estrema temperata da una sorta di malinconia latente. L’articolo in questione – apparentemente – non era mai stato tradotto in italiano.

ADDII
Sere fa, accompagnando un amico alla stazione ferroviaria Pacìfico, mi è capitato di assistere a una scena singolare che mi ha fatto pensare che, unendola a un’altra che ricordo, ci si può scrivere un articolo.
Questo è il fatto:
Un uomo e una donna. La donna sui trent’anni; lui aveva l’aria di un commesso viaggiatore, o di chi deve cambiare città, o forse qualcosa di peggio. Vai a sapere cosa! Comunque stavano discutendo. Lui, come si dice abitualmente, faceva il conto alla rovescia controllando quanti minuti mancavano perché il treno partisse. La donna aveva qualcosa da recriminare. Capivo che ce l’aveva con lui perché noi uomini sfoderiamo sempre un certo sorrisetto cinico quando una donna ci dice, con le lacrime agli occhi, che siamo canaglie o mascalzoni.
Perché un uomo sorride così? Non so spiegarmelo. Però basta che la donna incominci un discorso in tono tragico perché nasca questa gran voglia di ridere; ridere non della donna, ma della figura ridicola che si sta facendo davanti agli altri: passano, spalancano la bocca e guardano con occhi sdegnati, come se fosse un crimine far piangere una donna.
Dunque…
Ebbene, quella sconosciuta piagnucolava, e l’uomo si limitava a dire le frasi banali che sono quasi obbligatorie quando ci si vuol togliere un dente cariato... Sì: io scorgevo nello sconosciuto questo atteggiamento di soddisfazione occulta, e la donna se ne rendeva conto a sua volta; se ne rendeva conto così bene che all’improvviso ha cominciato ad agitare le mani, a dire cose che – mi ci giocherei la testa – saranno state tipo:
“Tu sei uno spudorato. Mi avevi fatto delle promesse, e adesso te ne vai. Te ne vai, e io mi ucciderò. Sì: mi ucciderò. Non amerò mai più nessun altro…”
“Beh, tesoro: in effetti se ti ammazzi come potresti amare un altro?”
“Sta zitto! Sei cinico… L’uomo più spregevole che io abbia mai conosciuto…”
“Ah, quindi ne hai avuti altri…”
Come si può capire, un dialogo di questo genere non può prolungarsi più di tanto senza che la donna non arrivi a minacciare di svenire o di provocare uno scandalo. È a quel punto che lo sconosciuto sorrideva. Sorrideva con un sorriso doloroso, gioviale, cinico, mentre i suoi occhi dicevano, più o meno:
“Lo vedete? Io non ho colpa. Però che devo fare? Lo sapete che le donne sono fatte così…”
Quando, infine, gli ultimi fischi del capostazione annunciarono che il treno stava partendo, l’uomo respirò. La donna cominciò a piangere a dirotto mentre lui, approfittando del lento movimento dei vagoni, si congedava con le ultime bugie consolatorie. Ma lei girò la testa senza rispondere, e io invece riuscivo a vedere il volto dell’uomo che sorrideva pregustando il sollievo della lontananza.
Un bacio
Una scena che non dimenticherò mai – e sono già passati diversi anni – è stata questa:
Mi trovavo in un vagone del convoglio che va da Córdoba a Río Cuarto. Mancavano tre minuti alla partenza del treno quando arrivò una soubrette che si era esibita nel teatro di quella città. La accompagnava l’impresario teatrale, e all’improvviso, davanti a tutti i passeggeri, l’uomo afferrò la testa della donna e le diede un bacio. Ma era un bacio lungo, disperato; un bacio in cui si intravede l’elevazione dell’anima verso un sollievo che però è destinato a concludersi. Noi tutti passeggeri eravamo perplessi, accusavamo una sensazione quasi dolorosa.
Poi il treno partì.
Quarantotto ore dopo, a Río Cuarto, mentre sto in un caffè, afferro un quotidiano del giorno prima. Lo leggo e di colpo resto paralizzato. Il giornale riportava la notizia del suicidio dell’impresario del teatro dove si era esibita la soubrette. Ho lasciato stare il quotidiano e mi sono messo a riflettere. Adesso si capiva il senso di quel bacio. L’uomo, mentre si recava alla stazione, sapeva che era l’ultima, l’ultima e definitiva volta in cui avrebbe guardato e baciato quel volto che in chissà quante altre città avrebbe ancora sparso la sua vita libera fatta di musica.
E all’improvviso questo spettacolo prese talmente vita nella mia immaginazione che per tantissimo tempo non riuscì a separarlo dai miei ragionamenti. Avevo assistito agli ultimi momenti di vita di un suicida, di un uomo che non aveva lasciato nessun messaggio scritto e apparentemente non aveva motivi per suicidarsi.
Tristezza degli addii
Il fatto è che non c’è niente di più triste degli addii. Soprattutto in certe stagioni e periodi dell’anno.
Qualcuno rimane e qualcuno parte.
Il piccolo corteo che cerca di rendere piacevoli gli ultimi momenti di un malato alla stazione. La ragazza che parte per la cordigliera. Le amiche che la guardano, a metà fra il costernato e il curioso, gli sconosciuti che passano e si soffermano a osservare un volto bagnato dalle lacrime. Fischi di treni che arrivano e partono; tumulto di folla; sibili di vapore che sono come un forte inno di vita, mentre il povero essere umano accovacciato sul sedile comprende che la vita sfugge alle sue speranze.
Tristezza degli addii fra grandi tratti d’ombra e luci verdi e rosse; fazzoletti che battono con rassegnazione su braccia oblique; teste che si affacciano al finestrino sino a quando il convoglio scompare nelle luccicanti curve delle rotaie, la sola cosa visibile nell’oscurità della notte; il fanale che oscilla per un attimo e scintilla. E poi ombra, non più rumori, non più luce, non più stridore. E la vita che continua col suo ritmo di sempre…

domenica 22 gennaio 2012

Conversazioni immaginarie reloaded

(considerate questo post un sequel isolato di questa serie…)

“VOLONTARIO”: Signore, vuole offrire un po’ di soldi per i bambini?
IO (scettico): No, non mi interessa.
“VOLONTARIO” (con un’espressione tipo: ‘adesso ti faccio fare una figuraccia’): Perché, lei non vuole bene ai bambini? Se tutti fossero come lei, ahi ahi ahi…
IO (con un’espressione tipo: ‘hai provocato la persona sbagliata'): Ma mi spiega bene cosa fate voi?
“VOLONTARIO”: Noi intratteniamo i bambini ricoverati in ospedale. Facciamo spettacoli vestiti da pagliacci, gli diamo i palloncini… (me ne porge uno) Con un’offerta lei sostiene la nostra attività.
IO: Ah, quindi i soldi vanno a voi, non ai bambini…
“VOLONTARIO” (colto di sorpresa): Beh, ma noi poi intratteniamo i bambini malati e ricoverati… Facciamo un’opera di bene per quei poveri bimbi.
IO: Non vi ho mai visto. O meglio: qui al centro commerciale a chiedere i soldi vi ci vedo sempre, costantemente. Non solo in questo, anche in altri. Negli ospedali invece non vi ho mai visto. E purtroppo negli ultimi tempi ci sono dovuto andare varie volte, ma mi fosse mai capitato di vedervi. Qui al centro commerciale a chiedere soldi però non mancate mai, ci siete tutti i sabati e le domeniche…
“VOLONTARIO” (sprezzante): Noi siamo volontari, siamo una onlus, quindi non riceviamo soldi da nessuno e dobbiamo contare sulle offerte della gente.
IO: Scusi, ma da quando in qua un volontario prende soldi? Se è volontario significa che lo fa per spirito umanitario nel tempo libero, quando ha finito di lavorare. Se prende soldi non è più un volontario, ma uno stipendiato.
“VOLONTARIO” (infastidito): Beh, abbiamo anche delle spese. Il mese scorso abbiamo fatto uno spettacolo all’ospedale di Reggio Calabria. Chi ce lo pagava il viaggio? E l’albergo?
IO: E chi vi ha detto di andare a Reggio Calabria? Scusate, di che città siete voi? Roma, Napoli? Fate i vostri spettacoli negli ospedali di queste città, così non vi costa niente e non dovete chiedere soldi a nessuno.
“VOLONTARIO”: Ci sono anche altri costi. Noi siamo una onlus, abbiamo una sede. Chi lo paga l’affitto?
IO (con aria professionale): L’indicazione di un recapito come sede sociale è necessaria solo a fini legali, non c’è l’obbligo di avere un indirizzo specifico, quindi si può registrare come sede anche l’appartamento in cui uno di voi è residente, e il problema è risolto.
“VOLONTARIO” (in affanno): Comunque abbiamo anche altre spese, per esempio… (osserva il palloncino che voleva darmi in cambio di un’ offerta e ha un lampo di genio). I palloncini! Questi li dobbiamo pagare!
IO (facendo uno sforzo enorme per non ridergli in faccia): Cioè: voi chiedete un’offerta in cambio dei palloncini che avete comprato con le offerte, per poi chiedere altre offerte dando i palloncini che comprerete con le offerte che state raccogliendo… Ho capito bene?
“VOLONTARIO” (con un’espressione tipo: ‘mi arrendo’): Senta, il palloncino glielo regalo, va bene? Non voglio niente da lei.
IO (sorriso perfido): No, lo dia a qualcuno che in cambio vi da un’offerta. Non vorrei che la vostra onlus fallisse per colpa mia…

giovedì 19 gennaio 2012

Adotta una parola

Ho deciso di aderire all'iniziativa della società Dante Alighieri segnalata da Mirco in questo post.
Il principio è abbastanza semplice: si richiede ai bloggers di "adottare" una parola italiana ormai desueta e utilizzarla quanto più possibile all'interno del proprio blog per farne risorgere l'uso comune e salvarla dall'oblio.
Ecco, "oblio" (ovvero: lo scomparire dalla memoria, l'essere dimenticato) potrebbe già andare bene, ma io ne propongo un'altra, che tenterò di far comparire spesso nei miei post. Anzi, a volte l'ho già utilizzata.
La mia adozione riguarda il vocabolo onde, che non si riferisce alle onde del mare che piacciono ai surfisti e un po' meno ai naviganti, ma all'avverbio (o congiunzione a seconda dei casi) che può significare "da cui", "allo scopo di", "in modo che".
Un esempio me lo fornisce Carolina Invernizio in uno dei primi paragrafi de Il bacio d'una morta:

Quando mia sorella si accòrse che ero divenuto meno rozzo, meno selvatico, che cominciavo a comprendere e ad apprezzare la vita, combinò un piano di fuga per me, onde potessi recarmi in città a compire la mia educazione.

La parola appare desueta già agli inizi del 1900. Guido Gozzano, nel sognante racconto Torino d'altri tempi, immagina di trovarsi nel capoluogo sabaudo del XVIII secolo, e sente la gente parlare in un linguaggio antiquato, ovviamente utilizzando anche l'avverbio in questione:

Intorno si parla francese o un piemontese arcaico molto serrato nella erre infranciosata o l'italiano pesante dei libri stampati; così dinnanzi a me un tal conte Dellala di Beinasco e un tal cavaliere Mattè macchinista deplorano “...la fatal pioggia importuna che ieri sera nocque al fontionamento della macchina dei fuochi artefitiali di gioia, a cascatelle e figure molto vaghe e dilettevoli, onde l'ornatissima madama giovinetta volle trarre nefasto presagio...”

Insomma, sebbene io sia quasi certo di aver udito citare "onde" anche di recente, per lo più in contesti giuridici e arringhe avvocatesche, direi che il suo uso nel linguaggio comune non è molto frequente, e per tale ragione, onde evitare che scompaia dall'italico idioma, lo adotto seduta stante.