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giovedì 24 settembre 2015

Autobiobibliografia

Alla fine ho deciso di partecipare al meme lanciato da Ivano con questo post ispirato a un'affermazione di Henry Miller.
Ho atteso un po' perché - come avevo spiegato a Ivano stesso - la formula di proporre cento libri che mi hanno influenzato la trovo, nel mio caso, eccessiva. Ritengo che affermare di essere stato "influenzato" da un libro significa sottintendere che quella lettura ha lasciato dei segni permanenti nella propria concezione e percezione della vita. Ho letto moltissimi romanzi interessanti, commoventi, drammatici, pagine capaci di suscitare emozioni profonde, ma non di cambiare la mia psiche e neppure di aprirle nuove strade inesplorate.
Una classificazione del genere posso riconoscerla solo a un numero limitato di letture, non le cento che richiede il meme, tuttavia mi accodo con questa versione personalizzata (so per esperienza che Ivano è molto accomodante e non mi toglierà il saluto per aver snaturato il suo meme ;-)
Prima di proporre la mia lista premetto che in un certo senso io avevo già parlato dei libri che mi hanno influenzato con un tag apposito, librivissuti. Quindi per incominciare ripropongo i titoli di cui avevo già parlato nei post associati a quel tag:

-Confessioni di una maschera, di Yukio Mishima
-La vita è altrove, di Milan Kundera
-Il libro dell'inquietudine, di Fernando Pessoa
-La metamorfosi, di Franz Kafka
-Una stanza tutta per sé, di Virginia Woolf
-La condizione umana, di André Malraux
-Altre inquisizioni, di J.L. Borges
-Les enfants terribles, di Jean Cocteau
-Sanshiro, di Natsume Soseki
-Camera con vista, di E. M. Forster
-Il Decameron, di Giovanni Boccaccio
-Il Signore degli Anelli, di J.R.R. Tolkien
-Zorba il greco, di Nikos Kazantzakis
-Le particelle elementari, di Michel Houellebecq

A questi ne aggiungo altri che forse in futuro saranno anch'essi oggetto di post specifici nel tag "librivissuti", libri a proposito dei quali non posso negare che mi abbiano realmente influenzato.

-Memorie dal sottosuolo, di Fedor M. Dostoevskj
-Moby Dick, di Herman Melville
-Gita al faro, di Virginia Woolf
-La porta senza porta, di Mumon
-Candido, di Voltaire
-L'amante di Lady Chatterley, di D.H. Lawrence
-Le baruffe chiozzotte, di Carlo Goldoni
-Lezioni spirituali per giovani samurai, di Yukio Mishima
-La conquista dell'America. Il problema dell'altro, di Tzvetan Todorov
-Novelle per un anno, di Luigi Pirandello
-L'allegria, di Giuseppe Ungaretti
-gli haiku di Kobayashi Issa
-Eternidades, di Juan Ramón Jiménez
-I fiori del male, di Charles Baudelaire

e sebbene non si possa parlare di libri in senso stretto ma semmai di fumetti, mi sento nell'obbligo di aggiungere

-le strisce dei Peanuts di Charles Schulz
-le strisce di Mafalda di Quino

raggiungendo così un totale di trenta voci (le ultime due non si possono definire "libri" poiché potrebbero essere suddivise in decine di volumi se si considerano le varie pubblicazioni nel corso degli anni).
Che ne dici Ivano: anche se ho adempiuto solo al 30% del lavoro, mi accetti fra i partecipanti al meme?

giovedì 4 settembre 2014

Libri vissuti - Le particelle elementari

Raccontare l’evoluzione della società occidentale nella seconda metà del XX secolo in un libro che ha la struttura di un romanzo e mescola il linguaggio scientifico di un saggio antropologico a una prosa altamente provocatoria. Mettere insieme contesti realistici e situazioni verosimili affiancandoli alle loro evoluzioni iperrealistiche e inverosimili con tale naturalezza da far sorgere il dubbio al lettore su quale sia il reale confine fra il materialmente documentato e l’immaginato.
Questi sono gli elementi caratterizzanti de “Le particelle elementari” di Michel Houellebecq.
Terzo romanzo da me letto dello scrittore francese, dopo "Piattaforma" e "Estensione del dominio della lotta", ho ritrovato temi ricorrenti e situazioni analoghe: disagio esistenziale, sessualità distorta e ossessiva, paranoie, volgarità, onnipresenza della morte e del decadimento fisico.
I tre romanzi citati non sono sullo stesso livello, c’è una certa discontinuità, però, bisogna ammetterlo, Houellebecq sa scrivere. Sa raccontare, sa provocare nella maniera corretta, sa creare dubbi, sa organizzare i dati sociologici in modo non improvvisato, sa ideare scene e situazioni grottesche sempre ben riuscite. E “Le particelle elementari” è il più riuscito.
Prescindendo dal finale e dall’ipotesi su come potrebbe evolversi l’umanità anche in senso biologico in base agli studi di Michel, uno dei due protagonisti, il vero indimenticabile personaggio del romanzo è Bruno, l’essere umano malriuscito: un condensato di nevrosi, perversione, ipocrisia, disperazione, vigliaccheria, rabbia, rancore, egoismo e materialismo. Una caricatura dell'uomo occidentale contemporaneo, un personaggio letterario che potrebbe essere il discendente attuale della voce narrante che si confessa nelle "Memorie del sottosuolo" di Dostoevskj (paragone che a molti sembrerà blasfemo ma che io mi azzardo a proporre).
Una lettura difficile, spiazzante, una sfida per il lettore che vale la pena di affrontare.

mercoledì 1 febbraio 2012

Un libro per caso

Una delle cose più belle dei libri è che ognuno può trovarci delle emozioni diverse. Il testo è sempre lo stesso, ma ogni lettore è unico, e la reazione è legata alla sua personale esperienza della vita.
Qualche giorno fa, per puro caso, ho scovato su liberliber un ebook con una raccolta di racconti di Amalia Guglielminetti, una delle tante scrittrici dimenticate della nostra letteratura.
Sono storielle umoristiche scritte negli anni ‘20, un umorismo leggero come l’aria, e si sa che l’aria può avere fragranze diverse. Per qualcuno potrebbe essere vecchia e stantia, io invece ho respirato un aroma particolare, quello di una casa abitata da una persona anziana dove tutto profuma di ricordi.
Mia zia è stata giovane proprio negli anni ‘20 e ‘30. Un periodo che purtroppo evoca uno dei momenti più bui della storia italiana, e infatti talvolta lei stessa mi raccontava dell’insopportabile retorica propagandistica del regime, dell’ipocrisia dei gerarchi, delle tante spiacevoli limitazioni alla libertà personale alle quali ha dovuto sottostare. Però non si può vivere solo di brutti ricordi, e così mi parlava anche delle cose piacevoli, del lato insospettabilmente spensierato di quegli anni: le serate danzanti in cui le signore con la tiara e la piuma in testa ballavano il charleston, gli appuntamenti mondani alle terme e allo stabilimento balneare in cui si spettegolava sui flirts delle dive Lyda Borelli e Francesca Bertini… e poi le gag di Ettore Petrolini, la radio che trasmetteva le canzoni di Alberto Rabagliati. Quando era particolarmente di buonumore mia zia canticchiava i motivetti del Trio Lescano.
Ecco, lei riusciva a raccontare i momenti leggeri di quei decenni tristi, ovviamente dal suo punto di vista di donna, e sapeva trascinarmi nel regno dei suoi ricordi. La stessa leggerezza e la stessa femminilità avvolgono queste storielle di Amalia Guglielminetti, sicuramente dimenticabili sul piano letterario ma capaci di rievocare i momenti frivoli di quel periodo, gli stessi momenti che mia zia condivideva nostalgicamente con me.
Perciò, anche se non è certo un capolavoro, non chiedetemi di stroncare questo libro, non ne sarei capace. Mi sembrerebbe di fare un torto a mia zia e ai pomeriggi che talvolta passavo a casa sua quando lei era ancora di questo mondo.

sabato 29 ottobre 2011

Il mese della...

... produzione indipendente? letteratura sfigata?
Il nome giusto lo deciderò alla fine, accettando anche i consigli che vorrete darmi. Ma prima devo articolare meglio il concetto.
Nel mese di ottobre appena trascorso mi sono interessato prevalentemente di narrativa autoprodotta. La quantità di pagine lette non pubblicate è stata superiore a quelle regolarmente dotate di isbn. Per molti bloggers del "circolo" web-letterario che frequento, questa è una cosa abbastanza normale. Possono variare le proporzioni, ma tutti utilizzano una parte del loro tempo per scoprire e valutare le opere prive di un editore.
Ebbene, lancio una proposta a tutti gli anonimi che talvolta capitano da queste parti: dedicare - almeno parzialmente - il mese di novembre all'autoproduzione (o alla letteratura sfigata, fate voi).
Tantissimi lettori partono dal presupposto che un romanzo/racconto che non è passato attraverso una selezione editoriale o un concorso è verosimilmente scadente, e la sua eventuale lettura costituirebbe uno spreco di tempo, che in genere è sempre poco. Perciò preferiscono concentrarsi sulla narrativa certificata, quella reperibile nelle librerie.
Questo atteggiamento diffidente è pienamente comprensibile, ma io vi propongo di fare un'eccezione per un solo mese all'anno. In proporzione vi toglierebbe un dodicesimo del tempo dedicato ai libri, una percentuale inferiore al 10%. É accettabile, no?
Ed ecco che si ritorna al punto di partenza: vorrei che il mese di novembre diventasse il mese della...
... autoproduzione letteraria? carità per gli scribacchini?
(L'adesione al programma e i suggerimenti per il nome da dargli sono estremamente graditi :-)

lunedì 26 settembre 2011

Prezzi

Sarà a causa della pesante crisi economica, sarà per mancanza di argomenti, ma un post dedicato ai prezzi libreschi non lo avevo mai scritto, e oggi ne sento la necessità.
L'input mi è venuto nei giorni scorsi, mentre stavo al Policlinico Gemelli (non per me, visitavo un parente ricoverato). In sala d'attesa ho dato un'occhiata a La Repubblica, leggendo fra l'altro un articolo di Loredana Lipperini in cui si parlava del successo in termini di tiratura di alcuni ebook (americani) che Google e Amazon hanno messo in vendita a prezzi bassissimi (uno o due dollari).
Qualche minuto dopo sono entrato nella libreria all'interno del Gemelli, piccola ma molto variegata. Cercavo qualcosa di interessante, ma non fiction, puntavo sulla saggistica.
Il primo libro che mi ha attratto era uno studio sulla capacità di una società umana di capovolgere nello spazio di una generazione dei principi morali che erano durati secoli: il duello nella cultura inglese, ad esempio, trasformatosi da obbligo d'onore per un gentiluomo a incivile forma di barbarie indegna di rispetto. Era un normale libro formato tascabile con copertina morbida, circa 200 pagine. Prezzo: 24 euro.
In un altro scaffale ho rinvenuto un secondo saggio che mi intrigava: uno studio semiserio sulla storia dei nerds. Anche questo aveva il formato di un'edizione economica,  con meno pagine dell'altro. Infatti costava solo 20 euro.
Morale: sono uscito dalla libreria a mani vuote. E tantissima curiosità sui criteri che utilizzano gli editori per prezzare i libri...

venerdì 17 giugno 2011

Rete distributiva on demand?

Autoprodurre un romanzo e disporre di una rete nazionale di librerie pronte a esporlo (ovviamente con qualche spesa, purtroppo inevitabile). Sarebbe l'aggiramento completo della filiera tradizionale. Non più solo sul web, ma anche nel mercato tradizionale.
Ho scoperto casualmente che qualcosa di simile già esiste: si chiama autocircuito. Purtroppo le sue potenzialità sono basse poichè il numero delle librerie aderenti è ancora piuttosto limitato.
Non voglio esprimere giudizi su questa specifica organizzazione, anche perchè non ho il dettaglio dei loro servizi e tariffe (sul sito non sono riportati) e la prudenza è d'obbligo. Quello che volevo sottolineare è il principio su cui si basa. Permette a chiunque di diventare indipendente, nel vero senso della parola: si autoproduce il proprio libro col print-on-demand, si vende tramite web, e si espongono anche copie cartacee nelle librerie di varie città d'Italia. Il tutto senza dover ricorrere ad alcun editore.
Mi chiedo se uno sviluppo del genere non possa permettere una migliore circolazione di certi pamphlets o libri scomodi prodotti autonomamente da organizzazioni indipendenti...

venerdì 10 giugno 2011

Gianpaolo Borghini

Gianpaolo Borghini non si può definire un autore autoprodotto visto che ha già pubblicato due libri. Però ha anche messo a disposizione alcuni suoi lavori sul sito larecherche.it
Il tango dell'angelo perduto è una storia surreale che racconta il dramma della dittatura militare in Argentina e dei desaparecidos da un punto di vista inusuale, ovvero tramite il monologo interiore del protagonista che racchiude in se le due anime di quel periodo infame.
"Artificial paradise", ancora non disponibile su larecherche.it  (è previsto per il mese di ottobre), ho potuto leggerlo in anteprima lo scorso anno poichè ha partecipato al concorso ioscrittore. Posso dire che è uno dei migliori tra quelli che ho dovuto giudicare.
Due ebook gratuiti, ma all'altezza di tanti altri romanzi pubblicati e pubblicizzati.

mercoledì 1 giugno 2011

Bagliori da un'intelligenza aliena

Dedico poco spazio (colpevolmente) a tutti quegli autori non pubblicati da case editrici ufficiali ma meritevoli di attenzione, almeno a mio modesto parere.
Oggi voglio segnalare un saggio che non troverete nelle librerie ma solo (al momento) su ilmiolibro.kataweb, precisamente qui.
L'autore, Libero Gianni Cordela, in genere è disponibile a inviare per e-mail alcuni capitoli per far valutare il prodotto. Avendolo comprato e letto integralmente, posso sostenere che è una lettura molto stimolante e - soprattutto - scritta davvero bene: un linguaggio agevole, scorrevole, che permette anche a un incompetente come il sottoscritto di capire i meccanismi della programmazione informatica, gli elementi che compongono il DNA, i fondamenti del pensiero di Spinoza, e tante altre piccole nozioni fuse insieme per portare avanti una tesi abbastanza ardita (e ovviamente non dimostrabile) circa la vera natura di Dio e dell'uomo. La traccia della creazione sarebbe scritta proprio nel nostro codice genetico, ma ne conseguirebbe che l'entità creatrice non può essere un'onnipotente divinità così come viene concepita dalle grandi religioni monoteistiche, bensì qualcosa di diverso.
L'unica pecca del saggio è proprio l'eccessiva certezza che l'autore ripone nella sua tesi, che invece dovrebbe costituire solo un interessante spunto di riflessione. E lo è senza alcun dubbio. La lettura permette di allargare la gamma delle nostre concezioni sull'origine dell'uomo.

venerdì 18 febbraio 2011

Ancora sull'autopubblicazione

Intanto, in quello stesso 1892 che aveva visto morire il padre, nasce Italo Svevo: un romanzo che aveva cominciato a scrivere cinque anni prima, proposto all’editore Treves con il titolo L’inetto e da Treves respinto, usciva a spese dell’autore con il titolo Una vita presso l’editore triestino Vram
(nota biografica su Italo Svevo in La coscienza di Zeno, Mondadori, 1997, pag. VI)

1923 - Fa stampare dalla tipografia Serrantes il suo primo libro di poesie, Fervor de Buenos Aires, in trecento copie e con la copertina illustrata dalla sorella Norah
(cronologia della vita e delle opere di Jorge Luis Borges in Manuale di zoologia fantastica, Einaudi, 1998, pag. 156)

Insomma, l’autopubblicazione non è necessariamente riservata ai mediocri (ma nella maggior parte dei casi purtroppo sì, e lo dico a mio discapito). Da questo punto di vista il print on demand e l’ebook rappresentano un’autentica evoluzione democratica del self-publishing. Con la stampa tradizionale la spesa era enorme, e solo autori benestanti come Ettore Schmitz (Italo Svevo) e Borges potevano permettersi di usufruirne. Il p.o.d. e  l’epub invece costano pochissimo, e tramite questi mezzi chiunque ha la possibilità di mettersi in gioco.
Forse in futuro arriveremo al punto in cui l’autopubblicazione sarà la forma prevalente per la diffusione delle proprie opere, e gli editori si trasformeranno per lo più in professionisti della promozione e del marketing.
In parte è già così, almeno a giudicare dalla gigantesca quantità di libri pubblicati sui vari servizi di print on demand o su piattaforme digitali, rispetto al numero dei libri ufficiali e dotati di codice isbn.
Quanto può essere al momento attuale la percentuale dei primi sul totale globale? Il 40% di titoli? E considerando nella prima categoria anche i libri pubblicati con editori a pagamento (che in fondo sono un'altra forma di autopubblicazione, sia pure mascherata dietro l'ufficialità dell'isbn) é possibile che siamo già ben oltre la metà?

mercoledì 9 febbraio 2011

In my mailbox (una tantum)

“In my mailbox” è un format utilizzato da vari bloggers (Glauco docet).
Lo utilizzo oggi in maniera estemporanea perché i libri che mi ha consegnato ieri il postino sono un po’ diversi rispetto al solito.
Intanto sono libri derivanti da uno scambio reciproco con Temistocle, e già questo li rende speciali.
Poi hanno il fascino dei libri dei tempi andati: date di pubblicazione oscillanti tra il 1953 e il 1957, prezzo di copertina 900 lire, la carta ingiallita, l’odore di antico…
E infine sono testi per me interessanti poiché correlati alla cultura giapponese e cinese, che da sempre mi intrigano. In particolare la raccolta di frammenti dei diari di corte di Sei Shonagon (di cui ho parlato varie volte nel blog), Murasaki Shikibu e Sarashina, è abbastanza difficile da reperire.
Mi dispiace però per Temistocle, visto che i libri che gli ho inviato io non sono certo all’altezza, e nello scambio ci ha sicuramente rimesso.
E ora, inizia la parte più piacevole: la lettura :-)

martedì 1 febbraio 2011

Rispetto

Ho sofferto, e talvolta soffro ancora, di saccenteria snobistica. Faccio del mio meglio per essere un anti-intellettuale, ma di natura sono un po’ pedante, quindi a volte mi viene spontaneo mostrare smorfie schifate - o al limite qualche compassionevole sorriso pietoso - verso certe forme di fiction orientate a gusti commercial-sensazionali. Ma poi arriva il momento in cui rammento a me stesso l’importanza del rispetto, che è un valore da cui reputo non si possa mai prescindere nella vita (il che non implica che io dia sempre il buon esempio) e provo ad avere un atteggiamento più conforme a questo principio.
E allora mi rendo conto che è facile parlare di “narrativa di consumo”, ma forse non è ugualmente facile dare il cattivo esempio… Se un editore mi chiedesse di scrivere su commissione uno di quei famigerati libri noti come “romanzi rosa”, e mi offrisse un contratto vantaggiosissimo, temo che rifiuterei. Ma non perché ritenga indegno di me scrivere qualcosa del genere, semplicemente perché non ne sarei capace. Si può parlare di sotto-genere, sub-cultura, letteratura di serie B, o usare qualunque altra categorizzazione che abbia lo scopo di svilire un certo tipo di fiction, ma resta il fatto che se ha un suo pubblico e riesce a dare a quel pubblico ciò che esso chiede, ha pienamente svolto il suo ruolo.
Edoardo Sanguineti a suo tempo ironizzò su Carlo Cassola e Giorgio Bassani definendoli “liale”, con chiaro riferimento dispregiativo a Liala, la più famosa scrittrice rosa italiana additata come esempio di scrittura melensa e convenzionale. Resta il fatto che Cassola e Bassani rimangono due autori importanti del XX secolo, nonostante Sanguineti. E resta soprattutto Liala, i cui romanzi hanno venduto qualcosa come dieci milioni di copie, ed è troppo semplice liquidare il dato numerico pensando che siano stati comprati da “casalinghe col cervello atrofizzato” (n.b.: espressione non mia, ma coniata da una mia professoressa universitaria, alla faccia del femminismo e della solidarietà fra donne). Mi ricorda la polemica letteraria contro gli autori di narrativa fantastica accusati di “escapism”, posizione che io non condivido. Insomma, anche la letteratura di consumo e i suoi simpatizzanti meritano il titolo di questo post. Io non mi sento di scagliare la prima pietra perché fra le mie letture gradite ci sono libri che farebbero inorridire di sdegno i puristi della letteratura impegnata. Eppure spesso mi balocco con opere pedantemente intellettuali.
Concludendo, quando parlerò di libri farò del mio meglio per evitare atteggiamenti sprezzanti verso gli autori e i relativi lettori (ma aspettatevi pure che talvolta trasgredirò questo principio), e tenterò sempre la strada della critica costruttiva anziché quella del bombardamento a tappeto. Soprattutto, parlerò solo di ciò che conosco. Non chiedetemi di stroncare Liala perché non ho mai letto i suoi romanzi, e non intendo condannare a prescindere. Vale per tutti.

martedì 11 gennaio 2011

Meme

Sono stato invitato a partecipare a un meme. Non sapete cosa sia? Neanche io, fino a pochi giorni fa.
Per la cronaca, si tratta di un mini-questionario che un blogger gira ad altri cinque bloggers. Questi ultimi devono redigere il loro post giornaliero rispondendo alle domande, e inoltre ognuno dei cinque deve girarlo a sua volta ad altri bloggers, indicando da chi lo ha ricevuto e a chi lo ha inviato. Per certi aspetti è una catena di Sant’Antonio, ma meno rischiosa ;-)
Io sono stato invitato da Michela, e poiché è un questionario che sembra fatto appositamente per i fanatici di anobii, ho coinvolto i bloggers che conosco all’interno di quella community: Mirco, Eva Luna, Stefano-Sekhemty, Ivanalessia, e ovviamente Glauco.
Queste sono le mie risposte:

Quanti libri hai letto nel 2010?
24 libri completi (più una trentina di racconti brevi non facenti parte di una raccolta o estrapolati da un libro completo, che non conteggerò nelle risposte successive)

Quanti erano fiction e quanti no?
20 di fiction, 4 di altro genere

Quanti scrittori e quante scrittrici?
17 scrittori e 3 scrittrici

Il miglior libro letto?
“La storia infinita” di Michael Ende

E il più brutto?
Una raccolta di racconti che partecipava al concorso “ioscrittore”

Il libro più vecchio che hai letto?
“The pillow book” di Sei Shonagon è stato scritto nel X secolo d.c.

E il più recente?
“Prometeo e la guerra – 1935” di Alessandro Girola è stato pubblicato nel 2010 (ebook gratuito)

Quale il libro col titolo più lungo?
“Serafino il carro armato n. 13” (romanzo partecipante a “ioscrittore”)

E quello col titolo più corto?
“Altai” dei Wu Ming

Quanti libri hai riletto?
Difficilmente rileggo. Comunque, considerando la “trentina di racconti brevi” della prima risposta, posso citare “Diavoleide” di Bulgakov e “Un osso di morto” di Iginio Tarchetti

E quali vorresti rileggere?
Se la domanda vale in senso generale dico sicuramente “Gita al faro” di Virginia Woolf. Se invece si riferisce ai libri letti nel 2010, sono certo che fra qualche anno rileggerò “The pillow book”

I libri più letti dello stesso autore quest'anno?
Tendo sempre a variare, e nel corso del 2010 non ha mai letto due libri completi dello stesso autore (però, sempre considerando la “trentina di racconti brevi”, ne ho letti più di uno di Alessandro Girola, Glauco Silvestri, Mirco Corridori, Temistocle Gravina e altri autori “non ufficiali” come me).

Quanti libri scritti da autori italiani?
Diciotto

E quanti dei libri letti sono stati presi in biblioteca?
Nessuno

Dei libri letti quanti erano ebook?
Sedici, tutti letti tramite un banale palmare e il software gratuito mobipocket

giovedì 16 dicembre 2010

Libri vissuti - Il Signore degli Anelli

Non necessita di alcuna presentazione. E' stato uno dei fenomeni letterari della seconda metà del XX secolo, capace di riplasmare il genere fantastico e di appassionare milioni di lettori, oltre a spaccare la critica, divisa fra possibilisti e giustizialisti senza appello.
Viene considerato un libro “per ragazzi”, anche se sono in molti a dissentire. Io l'ho letto da adulto, quindi lontano dalle suggestioni adolescenziali e purtroppo parzialmente privo di quell'alone magico che genera spontaneamente la giovinezza. Ma é stato capace ugualmente di farmi vivere la narrazione. Per me é un "libro vissuto" a tutti gli effetti. Perché Tolkien ha saputo spingersi oltre il semplice aspetto avventuroso e fantastico.
La saga di Conan l'ho letta all'età giusta, mi ha coinvolto pienamente, però a distanza di anni mi rendo conto che R. E. Howard raccontava imprese e combattimenti fini a se stessi, sword & sorcery allo stato puro.
Ne “Il Signore degli Anelli” invece c'é la ricerca di una morale, il tentativo di creare dei valori. La seconda metà del '900 è dominata dal relativismo etico e dall'agnosticismo, anche e soprattutto in ambito intellettuale. Tolkien invece prova a dare una sua particolare collocazione a tolleranza, rispetto, rifiuto della violenza gratuita, abnegazione e spirito di sacrificio. Valori cristiani, é stato notato da alcuni. In effetti l'autore era dichiaratamente credente.
Per questa sua capacità di fondere morale e fantastico con risultati davvero straordinari sul piano dell'inventiva letteraria, inserisco la grande trilogia tra i miei “libri vissuti”. Forse non piacerà mai completamente alla critica e agli esperti, ma un romanzo deve piacere soprattutto ai lettori

martedì 14 dicembre 2010

Svuotando la libreria

Ringraziando le piogge abbondanti e le pessime condizioni delle pareti esterne del condominio, l'umidità ha potuto tranquillamente installarsi nella mia casa. Un'intera stanza da ridipingere, e un mastodontico mobile da spostare: la libreria. Siamo in tre, ognuno coi suoi libri: per bambini, per donne e per bloggers. Circa 500 pezzi, ovviamente tutti da sfilare e accantonare pazientemente in un'altra stanza in attesa che i lavori siano finiti.
Scavare negli scaffali è stata un' autentica operazione archeologica. Sono emersi libri che avevo dimenticato e che mi hanno rievocato dei ricordi.
Intanto l'università. “Fondamenti di Linguistica”, uno dei testi base del mio primo esame. Primo di una lunga serie. Quante nozioni ormai parzialmente dimenticate... “Libri, editori e pubblico nell'Europa moderna” di Armando Petrucci, saggio interessante ma di cui ricordo poco; o “Morfologia lessicale”, spaventoso almeno quanto il titolo.
Poi il periodo successivo alla laurea, quello delle letture libere. Messer Boccaccio e paron Goldoni, quanto è stato più piacevole leggervi in queste edizioni economiche ma integrali dei vostri capolavori invece che spezzettati e incompleti sui manuali scolastici. Niente annotazioni critiche e nessun professore che indirizza il senso della lettura.
E poi ci sono quelle piccole cose legate ai libri in quanto tali, sensazioni che solo un lettore accanito può capire. Quella sorta di feeling che si crea con un testo scritto. Tipo:
il romanzo che hai detto mille volte “lo devo leggere!”, però è lì intonso (spiacente monsieur Flaubert, “L'educazione sentimentale” devo ancora iniziarlo);
il romanzo elogiato dalla critica che che ti é stato consigliato da persone competenti, ma che dopo tre capitoli hai mollato perché proprio non ti prendeva (“Voyage au bout de la nuit”, le voilà, nulla di personale verso Céline anche se di sicuro non gli perdono le sue posizioni antisemite);
le poesie che a venticinque anni ti piacevano, ma oggi non ti incantano più allo stesso modo (T. S. Eliot non se ne abbia a male, ma la “Terra desolata” e gli altri suoi versi ora mi suonano lontani);
i libri che ti hanno regalato pensando di farti una gentilezza, ma che tu non hai mai neppure aperto (non si offenda don Camilleri, ma “Il cane di terracotta” poco mi attira);
quelle rarità che pochissimi altri hanno (ad esempio una raccolta di poesie di Salvador Espriu tradotte in spagnolo con testo originale catalano a fronte);
i classici che hai letto ma, nonostante tutto, non ti sono mai piaciuti (“Giulia o la nuova Eloisa”, ogni volta che vedo la copertina ho l'istinto a chiedere perdono a Rousseau);
i libri che ancora riescono a farti sognare (“I crepuscolari” e le loro patetiche poesie da adolescenti sfigati le sento più autentiche di tante liriche tecnicamente assai superiori);
quelli scritti da amici e parenti (avete mai letto “The point of splitting” o “Invito”? Beh, se non conoscete Sally e non siete nipoti di Renato, sarà difficile che vi siano capitati fra le mani...);
Tanti libri, tante letture e tanti ricordi e sensazioni. Anche una gran fatica per spostarli, lo ammetto, senza contare che fra qualche giorno bisognerà rimetterli a posto uno per uno. Ma si può fare. Per i libri si può fare tutto :-)

lunedì 8 novembre 2010

Bologna Book Fair

Grazie a un servizio molto esauriente de La compagnia del libro, il programma di TV 2000 di cui avevo già parlato in termini lusinghieri e per il quale confermo gli attestati di stima, ho potuto viaggiare virtualmente sino alla Book Fair di Bologna, evento editoriale in cui si celebra un genere che onestamente non rientra tra i miei favoriti, ovvero il libro per l'infanzia, ma che é stato esaminato da un punto di vista per me interessante: l'illustrazione.
Al giorno d'oggi i libri illustrati sono considerati esclusivamente un genere per bambini, almeno in Italia. Spesso il loro corredo grafico ricalca proprio lo stile della prima infanzia, con disegni naif abbastanza simili a quelli che produrrebbe un ragazzino di sei anni col pennello in mano.
Ma in passato i libri illustrati non erano riservati ai più piccoli. Anche i romanzi d'avventura per adolescenti (e, perché no, per gli adulti) erano finemente illustrati con graziosi capolavori di arte pittorica che accompagnavano la lettura. Le "tavole" di Aubrey Beardsley e di Edmund Dulac (di cui ho parlato in un paio di post e i cui nomi compaiono infatti nell'elenco delle etichette) non corredavano la favolina di Nuvoletta e dell'uccellino Cipcip, ma i racconti cavallereschi di re Artù narrati da Thomas Malory e pregiate edizioni antologiche sui miti greci.
Insomma, l'illustrazione sul libro aveva una sua dignità pari al testo, anche per i lettori adulti.
A quanto sembra in Italia siamo (tanto per cambiare) indietro, tanto é vero che gli illustratori sono costretti a guardare i mercati esteri per lavorare.
Per un appassionato di arti grafiche e di codici miniati come me, questo terreno é sicuramente interessante. Vedrò di sfruttare quanto più possibile il web per scoprire quel che offre il mercato anglosassone, che purtroppo continua a superare sotto ogni punto di vista quello nostrano. E comunque in questo settore ha una grande e consolidata tradizione risalente all'Età Vittoriana.

mercoledì 3 novembre 2010

Le note del guanciale

Visto il mio patologico interesse per la cultura giapponese, e la congenita propensione a leggere cose strane (non è vero, Mirco?), era inevitabile che finissi col comprare “Le note del guanciale” di Sei Shonagon, sorta di diario semi-privato di una dama di corte del X secolo d.c.
Niente di apparentemente più lontano dai nostri giorni, sia in termini cronologici che culturali.
Eppure, sebbene possa sembrare assurdo ho come l’impressione di esplorare un… blog.
Nel raffinato e ozioso mondo dei cortigiani di Heian (l’antica capitale del Giappone) questi “diari” erano - a quanto sembra - un passatempo diffuso. Erano privati ma non troppo, nel senso che quasi certamente venivano fatti leggere ad altre persone della corte (più o meno come i post dei nostri blog), quindi il contenuto era "preparato" in modo da poter essere apprezzato da un lettore. Inoltre, procedevano senza un filo logico. Così, la dama che si nasconde dietro il nome di Sei Shonagon magari racconta un episodio curioso capitato a corte. Poi in un’altra pagina invece si lancia in una poetica descrizione dei momenti più belli della giornata a seconda delle stagioni. In quella successiva si mette a fare delle liste… Sì, proprio delle liste! Come facciamo noi sui blog? “I 5 film che mi sono piaciuti di più”, oppure “I 10 capi d’abbigliamento che non indosserei mai”. Sei Shonagon elenca “cose fastidiose”, o “cose armoniose”, ma con la massima leggerezza (ad esempio, tra le cose fastidiose inserisce il fatto di accorgersi che un paio di parole scritte su una lettera non andavano bene, ma solo dopo che la lettera in questione è stata ormai consegnata al destinatario).
La trovo una lettura piacevolmente frivola ma al tempo stesso intrigante. Aiuta a calarsi in un’antica corte imperiale, tra giovani cortigiane con un notevole grado di libertà individuale, quasi paragonabile a quello delle ragazze di oggi. C'é il fascino del documento storico e la profonda umanità di situazioni e sensazioni che potrebbero essere attuali (i cortigiani al tempio per la funzione religiosa, che seguono poco il sermone e invece cercano di scorgere le donne più interessanti all'interno dei loro palanchini, gli amanti che si incontrano segretamente durante la notte...)
E poi non necessita di continuità, si può leggere a sbalzi, pochi minuti al giorno… esattamente come un blog!
Insomma, è proprio vero che tutto ciò che possiamo immaginare forse già esisteva prima di noi.
Annotazione finale: fa il paio con un post di Alex, e riguarda il prezzo. Anche se conosco abbastanza bene l’inglese avrei preferito leggerlo nella mia lingua madre, salvo scoprire che una selezione italiana delle “Note” è presente nei cataloghi librari nazionali al modico prezzo di 21 euro (peraltro scontato, perché il prezzo di copertina sarebbe 28 euro).
Ho cercato su libraccio.it, ma non esisteva una copia usata. Allora mi sono rivolto ad amazon… In cinque minuti ho reperito una copia usata “state: good” (praticamente nuova, pagine in perfette condizioni) e ho comprato “The Pillow Book of Sei Shonagon” edito dalla Penguin al prezzo di  6,25 euro, spese di spedizione incluse!
Seguendo lo stile diaristico di questa dama giapponese mi viene da concludere:
“Cose piacevoli: mantenere l’abitudine a leggere in inglese risparmiando 14 euro” ;-)

lunedì 1 novembre 2010

La parte manuale della creazione di un libro

In un vecchio post avevo accennato al fatto che alcuni miei libri li ho “creati” anche nel senso materiale della parola. Stampati e rilegati con copertina di cartone.
Non è difficile. Bisogna solo armarsi di taglierina e avere la pazienza di smezzare un po’ di fogli A4 in modo preciso e senza strappi, controllare costantemente l'alimentatore della stampante perché la funzione fronte/retro coi fogli formato A5 crea spesso degli inceppamenti, assicurarsi che le pagine così ottenute siano nell’ordine giusto, compattarle in modo che il blocco dei fogli risulti perfettamente liscio (soprattutto sul lato sinistro che costituirà il dorso del libro), tenere fermo il blocco con l’aiuto di una pressa, spalmare colla abbondante sul lato sinistro, e dopo che si è asciugata fare una serie di incisioni con la taglierina su cui inserire dei pezzetti di filo. Basta una seconda passata di colla, un cartoncino bristol poco più grande di un foglio A4 su cui è stata disegnata (meglio ancora stampata) la copertina al punto giusto, si ripiega in modo da adattarlo al blocco dei fogli ormai rilegati, e il libro fatto in casa è pronto.
Può sembrare stupido, ma compiere questa semplice operazione (che comunque richiede qualche ora di lavoro) mi ha sempre dato soddisfazione. Anzi, ogni tanto mi viene voglia di rifarlo. In fondo a me i libri piacciono anche come oggetto materiale, e non solo per i loro contenuti.

mercoledì 22 settembre 2010

Il Decameron

Tra i miei “librivissuti” devo necessariamente inserirne uno che di certo non è un recente, anzi. Ed è un libro che tutti hanno letto, anche se solo pochi lo hanno fatto dalla prima all’ultima pagina.
Il “Decameron”, capolavoro classico della prosa italiana, è stata una lettura che ho voluto fare a bocce ferme, dopo aver finito sia le superiori che l’università, quindi potendolo affrontare senza l’incubo del professore di italiano e dell’ancora più insopportabile corollario di valutazioni critiche che nell’economia accademica spesso hanno il sopravvento sul testo stesso.
Libero da queste imposizioni studentesche, ho potuto affrontare il libro con la massima tranquillità e – nel vero senso della parola – godermelo.
Sì, è una lettura davvero godibile perché affronta ogni aspetto dell’esperienza umana, e lo fa in chiave burlesca o drammatica senza alcuna sbavatura. All’inizio c’è, ovviamente, la difficoltà del linguaggio arcaico che a tratti appare davvero incomprensibile. Però, procedendo con la lettura, i vocaboli desueti (specialmente quelli ricorrenti) diventano famigliari, ci si abitua alla diversa struttura delle frasi e si arriva addirittura a capire per intuito il significato di certe parole che a inizio lettura sarebbero sembrate oscure. Arriva il momento in cui non c’è più bisogno di consultare le note a piè di pagina.
E una volta che il libro non è più così lontano dal punto di vista della comprensione verbale, diventa vicino in tutti sensi: vicino come tematiche, come stile, come idee, come (semplicemente) lettura. Un’opera che non appare per niente pretenziosa, a differenza di certi studi analitici che lo riguardano.
A ma ha rammentato una volta di più il piacere che deriva dallo scrivere e dal leggere per il solo gusto di scrivere e di leggere. La parola scritta come esperienza reale che si trasfigura, sia nel momento in cui si ha la penna in mano per dare forma alla propria ‘letteratura’, sia quando si leggono le opere di altri (scrittori affermati o sconosciuti anonimi che siano).
So già che questo modo di presentare il “Decameron” può apparire vergognosamente limitativo e indegnamente banale, ma in fondo cosa volete da me: io sono solo un dilettante.

venerdì 18 giugno 2010

Librivissuti - Camera con vista

Camera con vista, famoso anche per il film di James Ivory (regista innamorato dei romanzi di Forster, li ha trasposti quasi tutti in film), è un libro che mi ha sempre trasmesso una particolare fiducia, e per questo lo considero un mio “librovissuto”.
La trama è semplice, e neppure troppo originale: Lucy, giovane ragazza perbene, durante le sue vacanze a Firenze conosce casualmente il connazionale George Emerson, problematico e in preda a una crisi eistenziale che gli fa vedere solo il brutto del mondo e della vita. Suo padre prova a sostenerlo, e parla apertamente dei mali di suo figlio. Più in generale, gli Emerson sono persone aperte, spontanee, mentre Lucy e sua cugina Charlotte mantengono quella fredda esteriorità tipica di una certa borghesia inglese di inizio novecento.
Ma tra Lucy e George nasce una sorta di colpo di fulmine, che però si limita a un bacio, e che soprattutto fa emergere la razionalità di Lucy, spaventata dalla propria reazione emotiva e decisa a mantenere il proprio autocontrollo. Lei e Charlotte partono anticipatamente da Firenze per non incontrare più gli Emerson.
Mesi dopo, Lucy si è fidanzata con Cecil, altro tipico borghese di stampo vittoriano, freddo e disdegnosamente intellettuale. George sembra solo un lontano ricordo, fino al giorno in cui arrivano i nuovi proprietari della casa vicina alla sua: proprio gli Emerson.
George fa subito amicizia con Freddy, il fratello minore di Lucy. L’entusiasmo giovanile di Freddy contagia George, che ritrova la gioia di vivere e sembra rinato rispetto ai giorni di Firenze. E non ha affatto dimenticato Lucy, anzi…
Per Lucy diventa la “solita” storia: razionalità contro istinto, calcolo ragionato contro trasporto sentimentale, o molto più semplicemente l’asettico Cecil contro l’emotivo George.
Quante volte nella vita ci si pongono dubbi, si fanno un sacco di ragionamenti, si dice “Mi piacerebbe, però meglio non fare follie…”
Senza clamori, in modo difficoltoso e non indolore, Lucy capirà ciò che è giusto fare. E Forster sa raccontare questa scelta con un’acutezza psicologica straordinaria, basata molto sui gesti esteriori e sul “non detto” più che su spiegazioni esplicite. Memorabili poi alcune scene che possono competere con quelle del film, pur essendo semplici parole scritte e potendo contare “solo” sull’immaginazione del lettore.
Un romanzo ormai classico che a suo tempo mi ridiede la serenità.

giovedì 17 giugno 2010

E se la selezione letteraria avesse commesso un errore?

Per secoli la scrittura è stata il privilegio di una ristretta elite, una minima quantità di uomini alfabetizzati che coincidevano con la classe dominante. I libri erano costosissimi, essendo fatti di preziosa pergamena e necessitando del paziente lavoro degli amanuensi che, lettera dopo lettera, dovevano trascrivere pazientemente l’intero testo di un’opera con grande perizia calligrafica.
La scoperta della carta e l’idea di utilizzare i caratteri mobili e il torchio da stampa favorirono una diminuzione del prezzo dei libri. L’ascesa della borghesia mercantile, e la nascita di una classe sociale alfabetizzata e desiderosa di creare una sua cultura più vicina alla realtà della propria vita, modificò le forme della scrittura. Si diffusero la novella e il romanzo in prosa, più facili da leggere ma anche da scrivere. Daniel Defoe, pur non essendo un accademico, riuscì a creare opere di grande interesse come ‘Robinson Crusoe’ e ‘Moll Flanders’, ma sicuramente non sarebbe stato in grado di comporre un poema in versi endecasillabi come altri autori suoi contemporanei fecero (ovviamente si trattava di uomini appartenenti a classi sociali più elevate, con lunghi anni di studio alle loro spalle e gigantesche biblioteche di classici a loro disposizione).
E’ in questa epoca – la fine del XVII secolo – che la produzione letteraria inizia ad aumentare, a crescere in quantità e a diversificarsi. Un processo che esplode nel XIX secolo, con la nascita “ufficiale” dello scrittore professionale, dell’editore che vende libri come un prodotto di consumo (concetto che avrebbe causato perplessità persino ai tempi di Defoe), della narrativa che non ha più scopi nobili come l’educazione o l’erudizione, ma può anche limitarsi ad essere un volgare “intrattenimento” per il lettore. Arrivano così categorie di libri disdegnate dagli intellettuali (romanzi gialli, rosa, erotici, fantascienza) e si afferma la necessità del “filtro” operato dalla critica letteraria, che decide quali autori meritino di essere ricordati nelle antologie scolastiche ed accademiche.
Questo “filtro” ha fatto finire nel dimenticatoio migliaia di dime-novels, pulp fiction, romanzi d’appendice, feuilletons, e tutta la gran massa degli scritti “popolari” ritenuti indegni della memoria collettiva.
In linea di massima credo che la selezione operi correttamente, ma mi viene un dubbio che può generare un quesito interessante: e se la selezione avesse commesso qualche errore? O anche, per dire: se una serie di sfortunate circostanze avessero contribuito a far accantonare dei libri che invece al lettore di oggi piacerebbero di più rispetto a certi romanzi considerati “capolavori” imprescindibili?
Potrebbe esistere in qualche biblioteca di Londra, Parigi, New York (o Roma, perchè no?) un libro straordinario ma completamente ignorato?