Lo scopo di questo post è ringraziare tantissimo la blogger giapponese Titti per aver segnalato sul suo blog il mio "Romanzo sensazionale" di Hiroshi Miura. Inoltre mi ha dato parecchi consigli utili.
A tutti coloro che amano il Giappone consiglio di dare un'occhiata agli articoli di Titti sulla sua vita quotidiana a Osaka, sono sempre molto interessanti ma anche spontanei come un diario privato.
venerdì 30 marzo 2012
giovedì 29 marzo 2012
Un bilancio provvisorio
Nelle grandi aziende ogni trimestre si redige un bilancio.
Nel mio caso assai più modesto il bilancio riguarda la pubblicazione a puntate di un racconto quasi giallo pseudo steampunk.
Che effetto ha avuto? Scegliete l'opzione che ritenete più appropriata:
a - fa abbastanza schifo ma è tollerabile
b - lo farò leggere a qualcuno che odio
c - ha guarito il mio intestino da gravi problemi di stitichezza
d - prima di leggerlo bisogna ingerire un antiemetico
Il bilancio riguarda anche la mia presenza sul web, molto altalenante a causa di situazioni personali non proprio piacevoli, come ho già accennato in altri post. Spero di essere più presente nei prossimi giorni.
Nel mio caso assai più modesto il bilancio riguarda la pubblicazione a puntate di un racconto quasi giallo pseudo steampunk.
Che effetto ha avuto? Scegliete l'opzione che ritenete più appropriata:
a - fa abbastanza schifo ma è tollerabile
b - lo farò leggere a qualcuno che odio
c - ha guarito il mio intestino da gravi problemi di stitichezza
d - prima di leggerlo bisogna ingerire un antiemetico
Il bilancio riguarda anche la mia presenza sul web, molto altalenante a causa di situazioni personali non proprio piacevoli, come ho già accennato in altri post. Spero di essere più presente nei prossimi giorni.
mercoledì 28 marzo 2012
Vapore 1910 - conclusione
8
“C’è una sola persona che appare particolarmente infastidita dalle tue… abitudini, ed è anche l’unica che ne conosce i dettagli. Dai, seguimi”.
Mentre lo diceva aprì la porta ed entrò nella stanza accanto dove Orlando Clapasson camminava su e giù nervosamente. Vedendo Alfredo gli domandò:
“Allora, adesso sei convinto che Guglielmo faccia bene a prendersi la colpa dell’omicidio pur di salvare la nostra famiglia da uno scandalo?”
“No. Mi spiace Orlando, ma ho deciso che, semplicemente, a pagare sarà il vero colpevole”.
Guglielmo sopraggiunse in quel momento. Si accorse subito che negli occhi di suo fratello c’era una tensione innaturale.
“L’assassino” riprese a parlare Deverò, “ha volutamente agito nel corso di una notte in cui Guglielmo era in una situazione che gli impediva di difendersi dall’accusa. Per rendere più corposi gli indizi a suo carico ha scelto come vittima un uomo con cui Guglielmo era stato pubblicamente coinvolto in una sgradevole lite poche ore prima, e come se non bastasse si è persino premurato di camuffarsi in modo da somigliargli il più possibile, calcolando altresì il modo migliore per farsi vedere da Celzani morente onde lasciare l’immagine del falso Guglielmo impressa nella sua retina, cosicché la materializzazione dell’ultima visione avrebbe aggiunto ulteriori elementi a suo carico. Mi sembra ovvio che solo una persona può aver organizzato tutto ciò con uno scopo preciso in mente…”
Il volto di Guglielmo quasi si paralizzò. Quello di suo fratello divenne cinereo.
“Mi dispiace Orlando, posso capire il tuo disagio a convivere con una situazione che ti avrà spesso messo al centro delle chiacchiere. Posso umanamente comprendere quanto sia fastidioso frequentare caffè, teatri, serate mondane, e avere la costante impressione che la gente ti sorrida alle spalle per i tuoi casi famigliari. Posso soprattutto perdonare la tua scelta della vittima sacrificale – per quanto mi riguarda l’omicidio di Celzani dovrebbe essere considerato un atto meritorio e non un crimine – però ciò non giustifica quel che stavi combinando a tuo fratello. Con lui in carcere ti saresti sentito più sereno, nevvero? Avresti guardato i tuoi pari con maggiore tranquillità, avresti potuto sospirare parole come ‘cosa ho fatto per meritare un congiunto simile’ e nessuno avrebbe riso, perché l’altra situazione si prestava a chiacchiere, mentre una detenzione per omicidio, beh, no, non si può ridere o ironizzare su un fatto del genere. Meglio compatito che deriso, sbaglio? Così hai pianificato ogni cosa nei dettagli. Aspettavi solo l’occasione giusta. Ti sei persino premurato di mandarmi una lettera SMS per dare l’impressione che eri preoccupato per Guglielmo. Ma non ci si improvvisa assassini. Bisogna avere talento per non farsi scoprire, e tu sei un esordiente in questo settore, n’est ce pas?”
Guglielmo era diventato pallido. Non poteva credere a una soluzione del genere. Sarebbe stato meglio essere arrestato da innocente piuttosto che scoprire una verità così dolorosa. Tante volte suo fratello lo aveva rimproverato per il suo vizio (non riusciva a chiamarlo amore omosessuale, quella parola lo disgustava); in numerose occasioni lo aveva persino offeso con parole cariche di disprezzo. Ma un complotto del genere… no, era inaccettabile.
Però Orlando non tentò neppure di negare. In fondo non era un uomo meschino, era solo ossessionato dall’idea del decoro e dell’onore famigliare. Si lasciò cadere su una sedia e ammise ogni cosa.
La sera precedente era stato al Teatro Alfieri durante il primo atto, tanto per farsi vedere. Poi si era recato presso la casa di Celzani indossando la giacca marrone di cashmere di Guglielmo e una parrucca bionda…
A questo punto, avendo la vicenda preso il canovaccio di certi romanzi melodrammatici trasmessi dalla lanterna magica, ci si potrebbe aspettare un finale spettacolare: ad esempio Orlando che, preso dalla disperazione, si suicida gettandosi dalla finestra piuttosto che finire in carcere; mentre Guglielmo muore di crepacuore sconvolto all’idea di essere stato causa indiretta di un evento simile, facendo però in tempo a recitare un patetico sermone in cui perdona suo fratello per aver tentato di incastrarlo e farlo passare per assassino.
Oppure, secondo l’elegante e moralistico stile di un giallo anglosassone, Orlando dovrebbe costituirsi e ammettere le proprie colpe affrontando processo e detenzione, mentre Guglielmo rivelerebbe ai giornali la propria storia per convincere l’opinione pubblica ad accettare l’omosessualità anziché deriderla o detestarla.
Però l’omicida era stato smascherato da Alfredo Maria Deverò, che non aveva alcun particolare senso del dovere ma solo una snobistica e volubile concezione di solidarietà verso gli altri esseri umani, purché meritevoli di riceverla (e lui si ergeva a giudice supremo di tali meriti). Pertanto optò per un finale che risulterà odioso agli eventuali lettori di questa vicenda, ma gradito alla singola persona del Conte di Bussoleno.
Per prima cosa decise che non poteva permettere che Orlando, comunque suo caro conoscente, finisse in carcere. Ma non voleva neppure che ci fossero conseguenze per Guglielmo. Così suggerì una via d’uscita che venne applicata alla lettera dai fratelli Clapasson.
Quella sera stessa Orlando si imbarcò sul dirigibile diretto a San Paolo del Brasile, portandosi dietro una gran quantità di titoli al portatore, compresa un discreto numero di quelli che appartenevano a Guglielmo. Non appena giunto nel paese sudamericano, inviò un messaggio manoscritto all’ispettore Garrone tramite il quale confessava nei dettagli la propria colpevolezza e indicava il negozio in cui aveva acquistato il bastone da passeggio utilizzato per l’omicidio e il luogo dove trovare la parrucca bionda da lui indossata durante il fatto per far convergere i sospetti su suo fratello. Veniva però indicato come motivo di tale azione il desiderio di togliere di mezzo il congiunto per poter poi intascare tutta l’eredità di famiglia, confidando che i signori Clapasson avrebbero diseredato Guglielmo laddove lo avessero creduto un assassino.
Ma poi – continuava il manoscritto – si era pentito (senza però sognarsi minimamente di scontare la sua colpa in carcere, ovvio) e per tale motivo stava ora redigendo questa confessione piangendo lacrime amare in attesa di godersi la vita nella grande metropoli brasiliana non appena fosse passato il rimorso.
E così Guglielmo era scagionato, diventava erede universale dei beni dei Clapasson compensando in tal modo i titoli donati a Orlando per favorire il suo esilio forzato a San Paolo, e poteva continuare a vivere segretamente la sua storia proibita. L’opinione pubblica aveva un assassino da biasimare e l’ispettore Garrone poteva affermare di aver risolto il caso.
Insomma, tutti soddisfatti. Con la notevole eccezione dei genitori dell’assassino, definitivamente costretti a non poter invitare nel loro salotto la Marchesa Karoly e la Contessa Artaud.
Senza contare l’altro evidente insoddisfatto di questa storia, ovvero il leader nuovista Ernesto Celzani, che era stato barbaramente ed inutilmente ucciso.
“In effetti” pensava Deverò riflettendo su tale aspetto della vicenda, “sono molto addolorato al pensiero di quanto stiano soffrendo i coniugi Clapasson per questa incresciosa vicenda che ha coinvolto il loro amato Orlando e lo ha costretto all’espatrio” (e qui finivano i suoi dispiaceri).
Un attimo dopo aveva già smesso di riflettere, riprendendo a leggere l’articolo della Tribuna Illustrata in cui si parlava diffusamente della proposta di abolire i vincoli che riservavano il diritto di voto a una limitata élite di uomini benestanti e istruiti, estendendolo invece a tutti i cittadini italiani.
“Il suffragio universale… la massa ignorante che vota e mette bocca nella gestione delle cose pubbliche… Sarà la rovina per l’Italia”.
Se siete sempre più convinti che il Conte Deverò sia un gigantesco salaud, beh, vi confermo nuovamente che avete ragione. E benché lui non se ne renda conto, in fondo è proprio un italiano come tutti gli altri.
(fine)
lunedì 26 marzo 2012
Vapore 1910 - parte sette
7
“Io vorrei capire chi potrebbe avere interesse a incastrarti”, gli chiese Deverò.
“Nessuno” rispose Guglielmo. “Celzani aveva parecchi nemici grazie ai suoi metodi, probabilmente uno di loro ha voluto eliminarlo e ha sfruttato la rissa di ieri per far ricadere la colpa su un altro. Gli sono servito esclusivamente come vittima sacrificale da far condannare al suo posto, nessuna vendetta personale”.
“Ne sei sicuro? E se invece fosse il contrario? Se qualcuno avesse ucciso Celzani non per uccidere Celzani ma solo per incastrare te?”
“Oh, andiamo! Mi dai troppa importanza. Nessuno si scomoderebbe a tal punto solo per farmi incarcerare. Non merito una simile considerazione: non sono un principe ereditario da togliere di mezzo per favorire la successione al trono di un ramo cadetto della famiglia reale”.
Malgrado la situazione Guglielmo riusciva a mantenere una impressionante freddezza. Era rassegnato a finire in carcere e a essere additato come brutale omicida. Ma l’onore del suo amante e della sua famiglia sarebbero stati salvi, e questa consapevolezza gli dava sollievo, anzi, gli faceva quasi provare la sensazione di compiere un nobile sacrificio che lo avrebbe elevato al di sopra dei comuni mortali, qualcosa di simile all’estasi di un santo prima di essere martirizzato.
“C’è un’altra cosa strana”, continuò Alfredo riconducendo l’amico alla pragmatica realtà dei fatti materiali. “Suppongo che i tuoi incontri con…”
“Il mio amante” lo tolse dall’imbarazzo Guglielmo.
“Ecco, presumo siano assai riservati”.
“Certamente. Lui è un personaggio noto, e al pari mio è stato comunque vittima di qualche illazione… Se si sapesse in giro che ci conosciamo, e talvolta ci incontriamo, molti farebbero automaticamente due più due e per lui sarebbe un problema. A differenza tua, lui ha una reputazione da difendere” concluse Guglielmo ironizzando sul totale disinteresse di Deverò verso la cosiddetta opinione pubblica.
“Ma se vi vedete clandestinamente, in teoria nessuno poteva sapere della vostra réunion di ieri sera. Presumendo che davvero ci sia stato un complotto per incastrarti, è ovvio che hanno scelto la data giusta per metterti nell’impossibilità di avere un alibi. Una strategia mirata, per capirci. Perciò chi ha ucciso Celzani presumibilmente sapeva tutto. È possibile che il tuo… amante abbia rivelato confidenzialmente a qualcuno le date dei vostri…?”
“No”, lo interruppe deciso Clapasson. “Sono sicuro della sua prudenza su questo argomento”.
“Neppure qualche famigliare” ipotizzò Alfredo “che magari voleva porre fine alla vostra scomoda storia separandovi tramite la tua detenzione?”
“Non ha questi problemi” precisò Guglielmo. “Sua madre è morta alcuni anni fa, mentre il padre si è risposato con una donna francese e ora vive a Lione insieme alla figlia femmina”. Sorrise per un attimo e poi aggiunse: “Praticamente ti ho appena fatto capire chi è la persona in questione”.
Deverò annuì. “In effetti, per quel poco che lo conosco, ha l’aria di chi non rivelerebbe nulla a nessuno, figurarsi una cosa tanto delicata. Tutti lo definiscono come un uomo estremamente riservato e persino un po’ solitario, in contrasto con le abitudini tipiche dei parlamentari”.
Guglielmo Clapasson chinò la testa con un cenno di conferma. Poi, assumendo la stessa aria rassegnata di poco prima, disse: “Sapere che lui sta bene mi renderà meno sgradevole la detenzione”.
Deverò non commentò. Era assorto e rifletteva. Disponeva di una lucidità e un senso della logica straordinari, ma li utilizzava solo in casi particolari, preferendo normalmente occuparsi di materie frivole. Questa situazione però non lo era affatto, e doveva assolutamente ponderarla a fondo con tutta la profondità della sua mente.
“Non ti chiedo di coinvolgere il tuo amico. Ti propongo però un’alternativa: facciamo arrestare il vero assassino. Tu rimani libero e puoi continuare a vivere la tua vita”.
“Ti dirò, questa opzione l’avevo considerata prima ancora che tu me la proponessi” replicò Clapasson con un tono di voce ironico ma anche un po’ amaro. “Peccato per quel piccolissimo dettaglio di non avere la benché minima idea di chi possa essere l’omicida…”
“Io invece penso di saperlo”, precisò Alfredo.
Guglielmo Clapasson divenne serio, più di quanto lo fosse stato mentre si immaginava recluso presso Le Nuove regie carceri di Torino.”Davvero hai fondati sospetti su chi abbia ucciso Celzani?”
Alfredo Maria Deverò, Conte di Bussoleno, si fece a sua volta serio. Ciò lo rendeva innaturale poiché il suo volto non sembrava adatto agli atteggiamenti gravi. Era inimmaginabile senza l’usuale sorriso leggero e gli occhi spensierati che sembravano vagare liberamente alla ricerca casuale di ogni possibile forma di bellezza.
“Da quanto ho avuto modo di vedere” iniziò a parlare, “mi pare evidente che esiste un solo possibile colpevole…”
(continua)
venerdì 23 marzo 2012
Vapore 1910 - parte sei
6
Congedato l’avvocato, Orlando invitò Alfredo a seguirlo. Purtroppo Orlando era giunto nel luogo della materializzazione proprio tramite il mezzo dell’avvocato, quindi non disponeva di una vettura propria per percorrere la strada a ritroso e intanto il tempo stringeva, cosicché il Conte Deverò dovette accettare l’opzione di raggiungere casa Clapasson tramite un omnibus.
Si lasciò sfuggire qualche smorfia schifata mentre le eleganti suole delle sue scarpe si appiccicavano allo spesso strato di sputi, sporcizia e polvere che si addensava sul pavimento del mezzo di trasporto. Non era pieno al completo, pur tuttavia la quantità di gente al suo interno era notevole, e l’aria era impregnata di lezzo alcolico proveniente da alcuni operai che avevano festeggiato la domenica con qualche ampia bevuta, oltre che dal sudore penetrante di alcune donne piuttosto ambigue sia per il loro abbigliamento che per i loro sguardi non proprio innocenti.
Mentre transitavano in Piazza Castello, Deverò notò che tutti i nuovisti di Torino (ovvero i cinque teppisti coi quali aveva incrociato i pugni il giorno prima) manifestavano rumorosamente, urlando il proprio sdegno e dolore per “il vigliacco assassinio” del loro beneamato capo.
Alfredo non poté fare a meno di riflettere sui vantaggi postumi che quella morte improvvisa donava a Ernesto Celzani. Probabilmente sarebbe finito su qualche antologia letteraria futura, ricordato come
Fondatore del movimento di avanguardia chiamato Nuovismo, prematuramente scomparso prima di poter trasformare in opere compiute l’impeto creativo della sua esuberante gioventù.
Se avesse vissuto sino alla vecchiaia, la mediocrità delle sue poesiole lo avrebbe relegato nell’oblio riservato ai letterati privi di talento, mentre la morte illuminava di una possibile luce le sue future poesie che ormai non sarebbero state più composte ma – proprio per questo – potevano essere presunte, sognate, immaginate, con tutto il fascino ambiguo della creazione potenziale ma irrealizzata.
Insomma, un decesso provvidenziale per le ambizioni di Celzani. Tanto bastava per far assolvere l’assassino e renderlo persino meritevole nei confronti della vittima. Ma l’ispettore Garrone non poteva certo soffermarsi su considerazioni di tale natura. Lui, rappresentante della legge, era tenuto a seguire l’effimera logica delle contingenze materiali, e dal suo punto di vista una vita soppressa restava inesorabilmente un crimine, comunque lo si esaminasse.
Tali considerazioni fecero sì che Deverò non si sentisse più amareggiato all’idea di non essere stato lui l’omicida. L’uccisore di Celzani aveva reso uno splendido servizio all’immeritata gloria postuma del nuovista, e il Conte non aveva certo voglia di accollarsi quello spiacevole merito.
Ad accrescere il suo buonumore, giunse anche una piacevole visione: sul lato nord di Piazza Castello sopraggiungeva un reparto di cavalleggeri del Regio Esercito, certamente inviato per disperdere i manifestanti di cui si era sovrastimato il numero. Quantunque sia eticamente riprovevole godere delle disgrazie altrui, Deverò sorrise all’idea dei baldanzosi nuovisti presi a calci da antiquati cavalli. Sì, non vi era dubbio: il movimento nuovista era ufficialmente terminato.
(Qualcuno di voi lo starà già pensando, qualcun altro lo sussurrerà sotto voce… Beh, non preoccupatevi, vi tolgo io dall’imbarazzo: se ritenete che il Conte Alfredo Maria Deverò sia un incommensurabile salaud, avete perfettamente ragione).
“Perché Guglielmo non si è presentato e ti ha delegato al suo posto?”, chiese improvvisamente a Orlando.
“Perché… ne parliamo a casa”.
La residenza torinese dei fratelli Clapasson era assai signorile, quantunque non all’altezza del quartierino di Deverò.
Guglielmo stava affacciato alla finestra, pensieroso.
“Allora mio caro amico, che mi dici? Quanti colpi ci sono voluti per far fuori il bestione?”
Il tono di Alfredo era scherzoso, ma la risposta di Guglielmo non lo fu affatto.
“Sono innocente”.
“Lo sapevo bene, non ne ho mai dubitato. Anzi, è abbastanza evidente che si tratta di un ignobile complotto alle tue spalle” gli disse Deverò accennando alla propria ipotesi che l’assassino avesse voluto incastrarlo.
“Chiunque sia stato, l’ha pensata bene”, commentò Guglielmo senza sentirsi sollevato.
“Ma si può sapere che hai? Sei innocente, quindi perché sei così spaventato?”
Il giovane ritornò alla finestra. Non riusciva a guardare negli occhi suo fratello, che dopo un lungo, imbarazzato silenzio parlò al suo posto.
“È spaventato perché non ha un alibi, questo idiota! O meglio: lo avrebbe pure, ma guai a lui se si permette di utilizzarlo!” gridò Orlando.
“Non ti preoccupare”, rispose Guglielmo. “Sai bene che non trascinerei mai quella persona nel fango”.
“Ah, certo! La tua discrezione è solo per difendere quella persona, non l’onore del tuo cognome e la rispettabilità della tua famiglia!”
Deverò assunse un’aria assorta. Nessuno dei due fratelli stava parlando esplicitamente, ma lui sapeva bene a cosa si riferivano. Cosa aveva gridato Celzani quando era entrato come un gorilla infuriato al Caffè San Paolo?
Un pederasta. Guglielmo Clapasson. É qui?
Curioso no? Detto da Celzani era solo uno stupido insulto, degno di uno stupidissimo scimmione che si atteggiava ad artista di avanguardia con metodi da teppista. Invece, inconsapevolmente, stava affermando una verità.
Guglielmo era un bravissimo giovane, ma aveva avuto la sfortuna di nascere in una nazione dove l’uomo doveva per forza essere attirato dalle donne, altrimenti dava più scandalo di un ladro o di un assassino. Era appunto il caso che si stava delineando: meglio passare per omicida rinunciando al proprio alibi, piuttosto che avere un testimone a favore e infangare il nome dei Clapasson con l’orrido marchio della promiscuità sessuale fra maschi.
“Scusatemi se mi intrometto” intervenne Alfredo con un tono insolitamente preoccupato, “Ma Guglielmo non può finire in carcere per una colpa non commessa”.
“Se l’avvocato sa gestire bene la causa” rispose quest’ultimo “al massimo mi daranno dieci anni”. Aveva l’aria di un affarista che fa un calcolo rassegnato sulla quantità di denaro che sta per perdere a causa di un investimento infruttuoso. “È un sacrificio fattibile”.
Per un attimo Deverò perdette la sua imperturbabile flemma e iniziò a gridare come un comune mortale.
“E se invece te ne danno venti? E poi, lo sai cosa significa rinunciare a dieci o quindici anni della tua vita? Ti rendi conto di ciò che stai dicendo?”
Con sguardo e voce glaciale, Orlando Clapasson lo invitò a desistere da tali consigli.
“Ti conosco da anni Alfredo, e le nostre famiglie sono sempre state legate da amicizia. Proprio in nome di tale amicizia ti chiedo di non intrometterti in questa vicenda. Nostro padre è malato di cuore proprio a causa delle inevitabili chiacchiere che circolano su Guglielmo, e si vergogna a farsi vedere in società. Nostra madre organizza i suoi salotti il martedì, invitando solo pochissime e selezionate signore che evitano di porre quesiti imbarazzanti. Avrebbe enorme piacere ad ospitare la Marchesa Karoly o la Contessa Artaud, però poi non potrebbe sottrarsi a certe fastidiose domande… Se la cosa finisse addirittura sui giornali, penso che morirebbero entrambi”.
“Ma non avete qualche testimone di comodo che possa coprirlo?” consigliò Deverò, che in taluni casi non si poneva alcuno scrupolo morale.
“Io ero a teatro, papà e mamma si trovavano a Moncalieri. Molte persone ci hanno visto, se sostenessimo che Guglielmo era con noi verremmo sbugiardati in un attimo e peggioreremmo la situazione. Quanto alla possibilità di pagare qualcuno per mentire a suo favore, mi pare alquanto rischioso”.
“Va bene”, cedette Deverò. “Però ti chiedo di poter parlare in privato con Guglielmo. Solo due parole tra amici”.
Orlando acconsentì di malavoglia. Guglielmo e Alfredo restarono soli.
(continua)
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