Domani è festa nazionale, una celebrazione della nostra patria e della sua storia, implicitamente anche di tutti i cittadini che ci vivono.
Personalmente ho sempre avuto un rapporto conflittuale con l'Italia: da un lato è il mio paese, dall'altro denota mentalità e atteggiamenti che onestamente non apprezzo. É un po' come la famiglia: puoi anche non essere fiero dei tuoi genitori, dei tuoi fratelli e delle tue sorelle, ma loro rimarranno sempre e comunque i tuoi famigliari più stretti, che a te piaccia o no.
Potrei scrivere un libro su quel che ha significato e che continua a significare per me vivere in Italia (forse un giorno lo farò), però il discorso ha connotazioni anche utopiche per così dire, una riflessione che mi ha ispirato una novella che spero di pubblicare entro la fine dell'anno.
Il concetto è semplicissimo: tutti abbiamo in mente un mondo ideale, probabilmente il grado di soddisfazione o insoddisfazione verso il paese nel quale viviamo deriva dal livello di similitudine col mondo ideale che consciamente o inconsciamente vagheggiamo.
Ho già scritto due ebook che in qualche modo sono scaturiti dal mio complicato rapporto con la nazione in cui vivo: Bilogia del Bicentenario, due brevi romanzi distopici che raccontano un'Italia futura ma non troppo diversa da quella di oggi (il secondo ambientato proprio il 2 giugno, ma nell'anno 2061) e Un sabato diverso, una novella mainstream ambientata ai giorni nostri. Anche se sono due libri molto diversi fra loro, sono comunque uniti dalla comune ispirazione (o piuttosto dalla mia necessità interiore) di dare sfogo all'ambivalente stato d'animo che mi procura il fatto di appartenere all'Italia, alla sua storia, alla sua società. L'elemento tricolore riconoscibile nelle copertine è fin troppo esplicito.
Comunque, chi frequenta il mio blog sa che le polemiche non mi piacciono e neppure le provocazioni, perciò niente messaggi distruttivi e neppure retorica patriottica "a prescindere". Per la giornata di domani non scandirò nessuno slogan pro o contro, ma come sempre mi limiterò a partecipare per quel che sono e sarò sempre: un cittadino di questo paese.
lunedì 1 giugno 2015
mercoledì 27 maggio 2015
Tra gioco, disegno e poesia
La disposizione di un testo sulla carta (o sulla pergamena secoli fa, o su un display digitale ai giorni nostri) segue l'ordine prefissato della scrittura utilizzata: per l'italiano da sinistra a destra, ma vi sono alfabeti di altri idiomi che avanzano da destra a sinistra, o persino dall'alto verso il basso.
Ma quando si tratta di trascrivere una poesia, il testo può anche permettersi una licenza (poetica ovviamente) e non rispettare la disposizione canonica.
Ciò può dare origine a giochi grafici graziosi.
Un esempio l'avevo già fornito su un vecchio post con una poesia del 1633 di George Herbert intitolata "Ali di Pasqua" in cui i versi assumono appunto la forma di ali. La ripropongo in formato immagine:
Un vero appassionato di questo tipo di poesia disegnata fu il francese Guillame Apollinaire (1880-1914) creatore del genere definito calligramma, in cui il testo della poesia tratteggia dei veri e propri disegni. Questo è uno dei più noti, sicuramente vi sarà capitato di vederlo:
I futuristi italiani hanno spesso utilizzato le presse da stampa in modo alquanto contorto realizzando composizioni tipografiche degne della loro foga innovativa. Il libro "Zang Tumb Tumb" del gran capo F.T. Marinetti, poema grafico sulla guerra bulgaro-turca, è esemplare. Ne riporto una pagina come esempio:
Nel Giappone dell'Era Tokugawa era diffuso il moji-e, ovvero un tipo di stampa tradizionale in cui i soggetti del disegno vengono tracciati anche (ma non esclusivamente) con gli ideogrammi che li descrivono. Se osservate la stampa che segue noterete che i caratteri riportati in alto sono poi riutilizzati per tracciare la sagoma del vestito del mercante che regge le due ceste:
Nel mio piccolo ho dovuto inventarmene uno anch'io per aiutare mia figlia che aveva ricevuto come compito per casa proprio la creazione di un calligramma (e, diciamoci la verità: è stato questo episodio che mi ha ispirato il post che state leggendo ;-)
Poiché la mia calligrafia è penosa, preferisco mostrare la rielaborazione fatta con il buon vecchio Word di Office:
E voi avete mai composto giochi grafici di qualche genere?
domenica 24 maggio 2015
Cookies Policy (ovvero: quando le cose si complicano contro la tua volontà)
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mercoledì 20 maggio 2015
La polemica tra Juan Brady e Francisco Hernandez Mendieta – conclusione
La sensazione orrenda di essere uscito sconfitto dal confronto con Mendieta lo spinse a concepire una nuova opera di ampio respiro per rispondere con l'unica vera arma di uno scrittore: la sua narrativa.
Per un anno e mezzo Juan Brady lavorò a un nuovo romanzo che, nelle sue intenzioni, avrebbe dovuto costringere i critici a scomodare Don Segundo Sombra e Il giocattolo rabbioso per cogliervi i medesimi elementi di potenza narrativa.
Per un anno e mezzo Juan Brady lavorò a un nuovo romanzo che, nelle sue intenzioni, avrebbe dovuto costringere i critici a scomodare Don Segundo Sombra e Il giocattolo rabbioso per cogliervi i medesimi elementi di potenza narrativa.
Ci
si impegnò con un’ossessività talmente malata da spaventare la sua compagna,
che fu più volte costretta a trascinarlo via dal computer portatile che utilizzava
d’abitudine per scrivere. Anche quando riusciva a condurlo sulla spiaggia, o a
cena da qualche amico comune, non riusciva quasi mai a togliergli dalla faccia
l’aria distratta di chi sta rimuginando su possibili varianti nella trama del
capitolo in corso o sulla più opportuna sequenza verbale per imprimere maggiore
impatto a una descrizione o un dialogo.
Nonostante
il suo strenuo sforzo l’editore lo invitava quasi sistematicamente ad apportare
delle modifiche. Lui si stressava, non capiva che il problema nasceva proprio
dal suo tentativo di eguagliare Güiraldes e Arlt: così facendo finiva col quasi
copiare – di sicuro inconsciamente – alcune costruzioni frasali presenti nelle
opere dei due grandi romanzieri. Più che un’ispirazione la sua pareva imitazione.
Al
volgere del citato anno e mezzo l’opera di Brady era ancora un ammasso confuso
di capitoli, note, varianti, versioni alternative e ipotesi. Aveva trascritto
quasi quattrocento pagine, ma il loro livello di organicità era piuttosto
basso.
Mentalmente
sfinito, accettò quasi con sollievo la proposta della sua compagna di
trascorrere il venerdì sera al Teatro Vorterix dove da più di due mesi era in
corso uno spettacolo musicale che stava riscuotendo un enorme successo di
pubblico e critica. Lei era curiosa di assistervi, e in fondo Juan necessitava
di una valida scusa per sospendere la gestazione del romanzo almeno per un fine
settimana, così le propose a sua volta un diversivo: l’indomani, invece di
passarlo a Baires, avrebbero potuto sfruttarlo per volare a Rosario da sua
sorella Gabriela, viaggio che a lei avrebbe fatto sicuramente piacere poiché le
capitavano poche occasioni per incontrarla. Volendo avrebbero potuto anche
pernottarvi per condividere con Gabriela e col cognato il pranzo della domenica.
Era
il fine settimana perfetto per ritemprarsi: la cultura musicale della capitale
il venerdì sera, l’evasione verso l’altra grande città argentina il sabato, la
convivialità famigliare la domenica.
Mentre
il taxi li portava verso l’Avenida Lacroze avevano l’aria di due fidanzatini,
anche se ormai erano entrambi vicini ai quaranta e convivevano da più di dieci
anni.
Nel
salone d’ingresso gli accessi per la platea erano ancora chiusi e gli
spettatori si accalcavano ordinatamente in attesa dell’apertura. In quell’ampio
spazio chiuso risuonava monotona la cacofonia di centinaia di voci sovrapposte,
lo sgraziato caos sonoro intessuto da discorsi che si intrecciano contorti in
un ordito di rumore. Le luci al neon trasformavano in pallore lunare anche gli
incarnati abbronzati di ragazze giovani e borghesi meno giovani che
frequentavano abitualmente solarium lussuosi.
Juan
Brady e la sua compagna avevano tacitamente optato di starsene in silenzio dopo
aver sperimentato l’impossibilità di comunicare tra loro senza doversi ripetere
le stesse frasi ad alta voce per tre volte di seguito.
Lui
si guardava attorno, vedeva volti in gran parte giovanili, talvolta di uomini e
donne di mezza età che si sforzavano di apparire meno anziani indossando
accessori trendy e sfoggiando make up da diciottenni in fregola per una serata
in discoteca.
Il
gruppo particolarmente numeroso che riuscì a identificare si distingueva da
tutti gli altri perché molti davano le spalle alle porte di accesso per
discorrere con gli amici in fila dietro di loro. Quasi tutti i presenti erano
rivolti verso l’ingresso e parlavano voltandosi alla loro destra o alla loro
sinistra in direzione di chi li accompagnava, quel gruppo invece era talmente
numeroso da costringere il contingente più avanzato a voltarsi completamente
per poter partecipare alle chiacchiere in attesa dell’apertura della platea.
Fu
quando si voltò per la seconda volta nella loro direzione, distrattamente, che
Brady notò la presenza di Mendieta. Il crocchio di giovani era tutto incentrato
su di lui. Juan provò una sensazione di sorpresa e fastidio talmente violente
da non accorgersi di essersi paralizzato qualche secondo di troppo in quella
posa che lo rendeva un osservatore insistente e un po’ impiccione, anziché
casuale. Fu inevitabile che anche l’altro scrittore lo scorgesse.
Le
porte si aprirono in quell’istante. Sospinto dal fluire lento ma deciso di
centinaia di corpi in movimento Brady venne trascinato nelle scalinate in mezzo
ai posti a sedere, la mano stretta alla sua compagna per non perdere contatto.
Mentre si accomodavano al loro posto la voce di Francisco Hernandez gli risuonò
alle spalle.
“Buonasera.
Posso porgere il mio saluto allo scrittore Juan Brady?”
L’intonazione
della voce era priva di malizia, lo sguardo amichevole. Juan non poté fare a
meno di alzarsi in piedi, stringergli la mano e presentargli la sua compagna.
“Sta
lavorando a un nuovo romanzo?” gli domandò con un ambiguo uso del lei.
Brady
fece cenno di sì senza entrare nei dettagli.
“Spero
che sia quella storia con la nonna, il latte e le cicogne. Se non si decide a
trasformarla in un libro sarò costretto a chiederle se posso farlo io al suo
posto” commentò con l’identica voce priva di malizia e l’espressione da vecchio
amico dipinta in faccia.
Juan
annuì senza aggiungere alcuna parola che desse maggior senso a quel gesto e
significasse in modo chiaro se quella trama la avrebbe elaborata un giorno, o
se invece la stava cedendo al rivale.
“Vado
al mio posto, mia moglie e i nostri amici mi aspettano. Buona serata”.
Per
tutta la durata dello spettacolo musicale Brady ebbe la spiacevole sensazione
che il suo ventre si contorcesse. Le splendide melodie del gruppo che si
esibiva dal vivo – ritmi contaminati che riunivano tango e rock, dance e
melodico, percussioni tribali e assoli jazz di strumenti a fiato – gli
rimbombavano nei timpani come colpi materiali, quasi sentiva illividirsi le
orecchie come se fossero state effettivamente raggiunte da schiaffi ripetuti di
mani aperte che ininterrottamente lo martoriavano.
Quando
lo spettacolo era sul punto di concludersi Brady lamentò dei forti dolori
all’addome. La compagna gli chiese se poteva resistere, lui disse di sì ma
stringeva i denti e dalle labbra chiuse a fatica filtravano gemiti che neppure
il frastuono degli strumenti e i gorgheggi dei cantanti potevano nascondere a
coloro che gli sedevano accanto.
Una
giovane donna gli chiese se si sentisse poco bene e si dichiarò disposta a far
partire un passaparola con l’intera fila per chiedere a tutti di alzarsi e
lasciarlo passare. Lui agitò la mano per sottintendere che non vi era
necessità, ma la sua compagna decise diversamente e pregò la donna di
procedere.
Dopo
pochi minuti erano fuori dal teatro, lei lo sorreggeva e intanto pregava
l’addetto al foyer di chiamare con urgenza un taxi.
“L’Alexander
Fleming per favore, subito!” istruì l’autista con la voce che le tremava.
Il
Pronto Soccorso si prese cura di lui. Aveva un infarto in corso, ma per fortuna
lo avevano preso in tempo.
“È
stato fortunato, in questi casi la velocità con la quale ci è permesso di
intervenire è fondamentale” gli spiegò un medico dopo che lo avevano
trasportato nel reparto cardiologia per intubarlo e sedarlo.
*
La
notizia del malore occorso a Juan Brady si ritagliò un piccolo spazio nei
giornali e sul web. Ricevette numerosi auguri di pronta e completa guarigione,
anche da parte di Francisco Hernandez Mendieta, Omar Ballesteros e Beatriz
Ghidini.
Venne
dimesso dopo due settimane. Lo invitarono a starsene a riposo per un po’ di
tempo, magari anche lontano dal proverbiale fervore di Buenos Aires, vitale ma
talvolta mortale.
“Se
passassimo qualche settimana a Bariloche?” gli propose la sua compagna.
Lui
rispose con un “No!” netto, quasi infastidito. Nella sua mente la salubre
cittadina non veniva più associata né alla celebre piazza in stile tedesco né
alla natura rigogliosa, e non si chiamava più San Carlos ma
località-preferita-di-Mendieta. Scelse invece Ushuaia, nonostante le
perplessità della compagna e dei genitori che ritenevano inopportuno un
soggiorno in un luogo così isolato.
“E
se avessi un altro infarto?”
“Non
mi succederà” tagliò corto lui. Voleva stare lontano da tutto, perso per alcune
settimane laddove scorre la linea di confine fra le terre non ancora del tutto
disabitate e i mari artici, nelle più remote profondità patagoniche, senza
alcun frastuono di civiltà e di metropoli a contaminarne il selvaggio
isolamento.
Fu
davvero un soggiorno di totale distacco. A ogni alba, mentre la sua compagna
ancora si attardava sotto le coperte consapevole che non vi era motivo di
affrettare l’inizio di una giornata che si sarebbe noiosamente consumata in
brevi passeggiate impervie o escursioni in barca in cerca di pinguini e altra
fauna antartica, lui usciva dalla rustica casa che avevano preso in affitto e
attendeva il sorgere del sole.
Allo
stesso modo ogni pomeriggio assisteva al tramonto, attimo dopo attimo, immerso
nel rossore infinito che si riversava nell’aria candida seppure salmastra che
lui respirava a pieni polmoni.
Quando
rientrò a Buenos Aires, due settimane dopo, andò a far visita al suo editore
per intavolare un discorso in cui c’erano di mezzo tanto i rapporti
professionali quanto l’amicizia ormai sviluppatasi tra loro dopo la lunga
frequentazione che li univa.
Le
risposte ricevute furono fondamentalmente quelle che lui si aspettava cosicché
il giorno dopo annunciò tramite il proprio sito internet che “per motivi di
salute” cessava l’attività come romanziere. Si sarebbe guadagnato da vivere
continuando a collaborare con la casa editrice che aveva pubblicato le sue
opere, però nel ruolo di traduttore dall’inglese e di curatore della collana ‘Classici
Stranieri’.
Trascorse
i primi mesi da ex scrittore con una certa mestizia, poi lentamente si abituò a
quest’ineluttabile nuovo corso della sua vita.
Già
dopo un anno poteva guardare al suo passato da narratore senza provare alcun
rimpianto o malinconia. Veniva però preso da un’irrefrenabile sconforto quando
gli capitava di pensare – sempre più raramente per sua fortuna – che Francisco
Hernandez Mendieta avrebbe continuato a scrivere merdate che sarebbero state
acclamate come capolavori sia dall’establishment corporativo che dalla
suggestionabile massa dei lettori.
Fu
questo il suo unico vero cruccio per il resto dei suoi giorni.
FINE
FINE
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mieiscritti,
Polemica Brady Mendieta,
racconto
sabato 16 maggio 2015
La polemica tra Juan Brady e Francisco Hernandez Mendieta – terza parte
Come
moderatore la
Fondazione Herrera aveva prescelto il proprio presidente
onorario, Guillermo Esteban Vazquez, sessantacinquenne sempre di buonumore
dall’aria giovanile e dalla battuta pronta, il tipo d’uomo capace di smorzare
la tensione persino se i contendenti fossero stati due balordi di Villa Lugano col coltello già ben stretto fra le dita.
La
sede della fondazione era sull’Avenida Corrientes, non molto lontano dal Teatro
del Paseo La Plaza. Nel
salone era stato montato un palco che si elevava di circa un metro sopra il pavimento e gli scrittori sedevano su due sgabelli posti ai lati (Brady a
destra e Mendieta a sinistra dal punto di vista degli spettatori). I presenti
potevano vederli bene, anche l’ultima fila aveva la possibilità di notare che
Juan indossava dei jeans e una giacca di pelle marrone mentre Francisco
Hernandez aveva bizzarramente optato per una
tuta da ginnastica bianca con rifiniture blu scuro (sin troppo scuro per
poter immaginare che fosse un tentativo di apparire argentinamente
biancoceleste).
“Due
anni fa ho letto L’intersecazione del
nulla. Sono un lettore incompetente?” cominciò Vazquez con tono
bonariamente scherzoso all’indirizzo di Brady.
Juan,
i lineamenti distesi e la bocca sorridente, replicò: “Se mi spiega quel che le
ha trasmesso le saprò rispondere”.
“Abbiamo
qui l’autore in persona per chiedergli cosa volesse trasmettere” colse
l’occasione Vazquez per innescare la prima discussione diretta fra i
contendenti.
Mendieta,
con l’usuale flemma, spiegò che il messaggio del romanzo andava cercato nel
fluire delle sensazioni che assecondano i vagheggiamenti dell’anima quando si
percepisce il disagio di tutte le certezze che ci avevano apparentemente
accompagnato nel corso dell’esistenza. Aggiunse che forse Brady si trovava in
difficoltà a comprendere il libro in questione poiché lo leggeva come se fosse
prosa nel senso storico del termine, mentre esso andava inteso piuttosto come poesia
lirica, un lungo poema lirico in forma di romanzo.
Il
segretario gli chiese inoltre quale fosse il romanzo di Brady che aveva
maggiormente apprezzato e perché.
Francisco
Hernandez sostenne di aver fondamentalmente apprezzato i due romanzi di Brady
che aveva letto, nella fattispecie La
vita dimenticata di Carlos Wurth e L’ultima
missione. Quasi si scusò per averne letti soltanto due, e infine precisò
che quantunque il suo stile realista ricco di comprensibili metafore fosse
apprezzabile allo stesso modo in cui lo sono le immortali opere di Güiraldes,
mancava però quell’evoluzione in senso moderno che aveva iniziato il suo lungo
percorso nel XX secolo, ciò non togliendo che i romanzi di Brady fossero
notevoli.
Identica
domanda venne rivolta a Juan, che ammise la faticosa lettura de L’intersecazione del nulla e La memoria delle montagne ma non riuscì
a essere elogiativo come l’altro contendente. Non disse quel che realmente
pensava di quei libri (sarebbe stato troppo offensivo con effetti
controproducenti) e non fu neppure troppo tagliente – sicuramente meno di
quanto aveva programmato giacché l’atmosfera solenne della conferenza lo aveva
intimidito – però ribadì che a suo avviso essi non avevano reali contenuti ma
solo divagazioni fini a se stesse che tendevano a perdersi senza costruire
alcuna storia, né credibili insiemi di sensazioni esistenziali, e neppure ipotetici
simbolismi dai quali trarre un concreto, ulteriore tassello da porre nel grande
mosaico della comprensione dell’esperienza della vita.
La
replica di Mendieta fu che condivideva in pieno la disquisizione di Brady, con
un’unica e fondamentale differenza: i “tasselli” che lui offriva ai propri
lettori per essere inseriti nel “grande mosaico della comprensione
dell’esperienza della vita” non sarebbero mai stati “concreti” perché lui
stesso concepiva l’esperienza umana su un piano principalmente spirituale prima
ancora che materiale.
“I
danni provocati dalla new age sono incalcolabili” commentò Juan con un tono di
voce in cui il sarcasmo strideva con l’apparente giovialità del sorriso, e
quasi senza volerlo orientò per alcuni minuti la conversazione proprio su
questo argomento.
Parlò
della new age come se fosse una moda per adolescenti, mentre Francisco
Hernandez, pur ammettendo che il fenomeno in questione fosse stato astutamente
commercializzato da professionisti santoni, ne sottolineò la spontaneità dei
tanti, sia uomini che donne, che vi si rivolgevano proprio perché alla ricerca
della spiritualità perduta della razza umana.
A
quel punto il presidente pose una domanda apparentemente triviale che fu invece
– come capì Brady a posteriori – la chiave di volta dello scontro verbale.
“Se
dovesse simboleggiare la scrittura di Mendieta con un’immagine, quale
sceglierebbe?
Con
la massima spontaneità, lasciando da parte ogni discorso preimpostato, Juan
Brady rispose che avrebbe potuto metaforizzare la narrativa dello scrittore
seduto di fronte a lui con un quadro astratto. Entrando nel dettaglio si spinse
addirittura a descriverlo: “Una tela bianca solcata da una linea ininterrotta
che traccia, curve, angoli, ghirigori… Una linea contorta che di primo acchito
può sembrare suggestiva, ma se la si osserva attentamente ci si rende conto che
è soltanto una linea contorta e nulla più”.
Era
sereno mentre dava corpo a questa allegoria raffigurante l’opera del rivale,
era certo di aver finalmente fornito la giusta lente d’ingrandimento per
aiutare il lettore medio a distinguere il vero diamante dal fondo di bottiglia.
Ma
Francisco Hernandez Mendieta godeva del diritto di replica. Declinò l’invito a
ipotizzare immagini simboliche che descrivessero la scrittura di Juan Brady e
si concentrò invece sulle parole dello sfidante.
“L’esempio
che ha illustrato è perfetto. Esprime compiutamente il senso profondo della mia
ricerca narrativa. Quando scrivo un romanzo il mio approccio è realmente quello
di un pittore che intende inseguire una visione parziale, la cui completezza
verrà raggiunta grazie alla comunione collettiva con coloro che lo osservano
mentre impone lievi tracce di colore sulla tela bianca, dandole una sua
identità unica ma non indivisibile. Il mio obiettivo è proprio quello di dare
forma a un romanzo con le caratteristiche di un quadro abbozzato affinché possa
essere completato dal lettore. Le pennellate che per Brady sono solo ‘una linea
contorta’ possono assumere infinite forme e significati dal punto di vista di
ogni singolo lettore. Io voglio che i miei lettori siano coinvolti in forma
attiva nella lettura anziché farsela imporre passivamente in modo netto e
inequivocabile come accade leggendo i romanzi perfettamente delineati e
definiti di autori come Brady”.
Juan
si concesse una smorfia di scherno prestando però la massima attenzione a
nasconderla al pubblico. Riteneva la replica appena ascoltata un gioco di
prestigio malriuscito, un patetico tentativo di Mendieta di insistere col gioco
delle tre carte nella speranza che almeno i distratti non si accorgessero di
essere stati ingannati e si accontentassero di osservare le mani in rapido
movimento come uno spettacolo, considerando i soldi puntati un’elemosina al
questuante che, smascherato, non poteva più atteggiarsi a mago.
Vazquez
pose poi altre domande, sollevò argomenti di carattere più ampio e generico sul
ruolo dello scrittore e – finalmente in tema col ciclo di conferenze – sul valore
della denuncia letteraria. Gli interventi dei due autori divennero enunciazioni
individuali senza alcun elemento di schermaglia, lo scontro di fatto si era
concluso, e verso le dieci di sera una stretta di mano al centro del palco
suggellò la fine del dibattito, suggellata dal moderatore con l’inevitabile
richiesta di un applauso dei presenti.
*
Nella
settimana seguente le riviste letterarie e gli inserti culturali dei quotidiani
diedero spazio alla serata tenutasi alla Fondazione Herrera. Anche sui social
network l’elemento ‘Brady VS Mendieta’ riprese vigore, quantunque stavolta i
mass media generalisti lo snobbarono poiché, notoriamente, una minestra
riscaldata rischia sempre di suscitare lamentele nella clientela.
Già
dal ventisette febbraio Brady aveva chiesto alla sua compagna, ai suoi
genitori, al suo editore e agli amici cosa ne pensassero del match. Aveva colpito
a fondo l’avversario? Poteva legittimamente ritenere di aver trionfato per k.o.
tecnico?
Tutti
ritennero di sì, ma il loro tono aveva qualcosa di troppo amichevole. Si
percepiva che il sostegno fornito era basato sul legame affettivo piuttosto che
su un’oggettiva disanima del combattimento verbale.
Per
alcuni giorni andò in giro per le librerie, con occhiali da sole e cappello con
la visiera, ad ascoltare ogni eventuale commento. Prendeva tre caffè –
decaffeinati – e altrettante brioche in tre locali diversi frequentati da
studenti universitari nei pressi di Valmonte. Quando tornava a casa spulciava
il web con ricerche mirate per analizzare le reazioni dei giornalisti presenti,
ma soprattutto i pareri degli utenti comuni, il lettore medio dei romanzi suoi
e di quelli di Mendieta.
Su
twitter scoprì – e fu la prima sorpresa negativa – un hashtag abbastanza
condiviso piuttosto emblematico: #iononsonounlettorepassivo.
La maggior parte dei commenti attinenti a questo hashtag tendevano a
evidenziare la capacità di Francisco Hernandez di essere straordinariamente
carismatico. Persino indossando una sciatta tuta da ginnastica diventava autorevole
semplicemente enunciando concetti. Man mano che procedeva nelle sue ricerche su
internet Brady si rese conto che lo scrittore col quale aveva duellato negli
ultimi mesi denotava un’impeccabile cura nel creare la propria immagine come
personaggio pubblico. Contestualmente all’apparente aria da santone new age che
spariva per settimane nascondendosi nella natura selvaggia della sua amata
Bariloche, esisteva anche un Francisco Hernandez Mendieta che partecipava a
meeting studenteschi, programmi televisivi, festival cinematografici e serate
teatrali con assai maggiore frequenza – e sicuramente con molto più metodo – di
quanto non riuscisse a Brady.
Le
fotografie, soprattutto, erano altamente indicative di quanto fosse
mediaticamente costruita la sua figura come autore. Primi piani espressivi,
giochi di luce da fotografo esperto, pose da intellettuale europeo con dettagli
da rockstar, camei come comparsa in video amatoriali su youtube realizzati da
studenti di cinematografia.
Naturalmente
Juan Brady era conscio di tali piccoli trucchetti – perché questo erano secondo
lui – utilizzati da Mendieta per accrescere la propria popolarità, ma solo
adesso si stava rendendo conto della loro estensione e soprattutto organicità.
Il suo editore gli aveva detto una volta che Omar Ballesteros era un agente
esoso ma efficace. Finalmente capiva in pieno il senso della frase: l’agente di
Francisco Hernandez aveva il compito di promuoverlo al di fuori dell’ambito
letterario, di farlo conoscere a prescindere dall’essere un romanziere. Non
basta sapersi vendere, occorre anche un commesso viaggiatore che cerchi
acquirenti disposti a comprare, e Ballesteros aveva conoscenze in ambito
cinematografico, universitario, televisivo e persino contatti con agenzie di
eventi mondani, quelle che organizzano matrimoni vip fra calciatori e
attricette o compleanni di cantanti che, effimeramente celebri grazie a un singolo
di successo, battono il ferro finché è caldo. In ognuno di questi eventi Mendieta
era sicuramente presente, sempre ben introdotto e con la possibilità di creare
legami e amicizie utili per piccoli favori quali opinioni positive sui profili
twitter e facebook del famoso di turno (ora cominciava a capire la presa di
posizione in favore di Mendieta da parte di quell’oca analfabeta di Beatriz
Ghidini).
Il
momento culminante di questa orrenda giornata di sinistre scoperte fu il
dialogo, casualmente intercettato, fra due trentenni che davanti a un paio di
tazze di cappuccino discutevano del romanzo Il
gatto galleggiante sul Mare della Tranquillità. Uno dei due spiegò
all’altro che non aveva mai letto nulla di Mendieta, ma dopo “l’ignobile” (usò
esattamente questa parola) attacco di Juan Brady di qualche mese prima si era
deciso a leggerlo, e peraltro gli era piaciuto.
“Si
sono confrontati di nuovo proprio pochi giorni fa” lo informò l’amico. “Sembra che
abbiano appianato le loro divergenze”.
"Come è successo?"
"C'è stata una serata letteraria alla fondazione Herrera e alla fine si sono stretti la mano".
"Come è successo?"
"C'è stata una serata letteraria alla fondazione Herrera e alla fine si sono stretti la mano".
“Avrà organizzato tutto Brady. Ha capito di aver fatto una pessima figura e adesso ha tentato di rimediare” dedusse quello che ne valutava “ignobile” l’atteggiamento.
Lo
scrittore si alzò rapidamente dal proprio posto a sedere e se ne andò con tale
furia che un cameriere dovette corrergli dietro per fargli notare che non aveva
pagato il conto. Gli allungò una banconota senza neppure fare caso alla cifra
che vi era stampigliata e subito riprese la ritirata a passo svelto, calcandosi con foga il cappello sulla testa per nascondere la faccia dietro la visiera.
(CONTINUA)
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