Come già detto in altri post, ho una grande passione per i codici miniati rinascimentali.
In un commento a un post di Ferruccio Gianola avevo scritto che per una copia anastatica della Bibbia di Borso D’Este sarei stato pronto a spendere cento euro, una discreta emorragia per il mio portafogli.
Però con una cifra del genere potrei comprarci al massimo una pagina.
Ho visitato i siti di alcune case editrici specializzate in fac-simili di manoscritti famosi. Molte non riportano neppure i prezzi di vendita al pubblico, e invitano gli eventuali interessati a richiederlo per iscritto... Più o meno tipo le vetrine che espongono scarpe con l’etichetta “per l’acquisto rivolgersi al personale” (che tradotto dall’implicitese elegante all’esplicitese rozzo significa “se non siete schifosamente ricchi o abbastanza incoscienti da sottoscrivere un mutuo, state alla larga da queste scarpe”).
In altri casi invece il prezzo viene indicato. Su questo sito, ad esempio, è possibile acquistare una copia del famoso codice di Ildefonso Toletano di scuola clunicense. Il costo è riportato in basso, purtroppo...
... pazienza. Vorrà dire che i cento euro che ero disposto a sacrificare saranno destinati a un altro obiettivo. Magari potrebbe essere l’argomento giusto per il prossimo post.
mercoledì 29 settembre 2010
lunedì 27 settembre 2010
Citazione di Osamu Dazai
Il modo di esprimersi di Pescepiatto - no, non soltanto il suo, ma anche quello di ogni altra persona di questo mondo - conteneva certe strane, evasive complessità, tortuosamente esposte, con un vago riverbero di sottintesi. Sono sempre rimasto sconcertato da queste precauzioni, così rigorose da riuscire inutili, e dalle manovre meschine, intensamente irritanti, che le attorniavano.
(Lo squalificato, Osamu Dazai)
(Lo squalificato, Osamu Dazai)
sabato 25 settembre 2010
Scusami ancora William!
Alla fine ho concluso la mia profanazione di Shakespeare. Dopo Amleto, ho trasformato Tito Andronico in un racconto noir, che a tratti diventa addirittura pulp, ma solo per seguire meglio l’originale.
Tito Andronico è considerato dalla critica una delle peggiori opere shakespeariane proprio per la presenza di scene piene di violenza demenziale ed esasperata. Una compagnia teatrale dei giorni nostri ha paragonato questa tragedia ai film di Quentin Tarantino, anche se rispetto ai film del regista italoamericano manca completamente l’intento ironico.
Contando sulla minore immediatezza del testo scritto rispetto a una rappresentazione teatrale o cinematografica, ho comunque deciso di inserire tutte le scene “splatter” (con qualche piccola differenza, ma questo riguarda l'intera rielaborazione ovviamente), e per questo motivo voglio premettere subito che è un testo dai contenuti estremamente violenti, a differenza della maggior parte delle cose che scrivo. Sconsigliatissimo ai bambini e a chi è facilmente impressionabile.
L’ho unito alla versione di Amleto in modo da formare un piccolo ebook intitolato “Shakespeare noir”, e potete scaricarlo alla pagina dei miei scritti tra i racconti atipici.
Se vi va, leggetelo e fatemi sapere cosa ne pensate.
Tito Andronico è considerato dalla critica una delle peggiori opere shakespeariane proprio per la presenza di scene piene di violenza demenziale ed esasperata. Una compagnia teatrale dei giorni nostri ha paragonato questa tragedia ai film di Quentin Tarantino, anche se rispetto ai film del regista italoamericano manca completamente l’intento ironico.
Contando sulla minore immediatezza del testo scritto rispetto a una rappresentazione teatrale o cinematografica, ho comunque deciso di inserire tutte le scene “splatter” (con qualche piccola differenza, ma questo riguarda l'intera rielaborazione ovviamente), e per questo motivo voglio premettere subito che è un testo dai contenuti estremamente violenti, a differenza della maggior parte delle cose che scrivo. Sconsigliatissimo ai bambini e a chi è facilmente impressionabile.
L’ho unito alla versione di Amleto in modo da formare un piccolo ebook intitolato “Shakespeare noir”, e potete scaricarlo alla pagina dei miei scritti tra i racconti atipici.
Se vi va, leggetelo e fatemi sapere cosa ne pensate.
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venerdì 24 settembre 2010
Gusto italico
Siamo una nazione fatta di contrasti, non ci piove. Si dice che l’italiano ha buon gusto, e spesso è vero, soprattutto quando si parla di abbigliamento, buona cucina e gestione della propria immagine.
Però, forse proprio perché la classe si concentra su vestiti, cibo, e “arte di vivere”, resta poco spazio per le elaborazioni intellettuali e l’apprezzamento di forme espressive complesse. E questo si nota nel settore della creatività e dell’intrattenimento, dove dominano prodotti fin troppo semplicistici che richiedono una soglia di attenzione bassissima e dove ogni minimo accenno di complessità e profondità viene liquidato in pochi secondi, banalizzando persino argomenti seri.
Non è un fenomeno recente. Il teatro della commedia dell’arte, con le maschere che improvvisavano lazzi e guizzi comici anziché seguire un copione, non era tanto diverso da certi film di oggi dove le gag sono sempre le stesse, grevi e banali: il calcio sui coglioni, la testata al lampione, i giochi di parole a sfondo sessuale (neanche troppo originali), la donna formosa che mette in mostra la mercanzia…
Però, anche in questo contesto, abbiamo avuto dei talenti individuali che sono riusciti a sfruttare le convenzioni di genere in modo costruttivo. Goldoni ha scritto molti testi teatrali con tutti i crismi della commedia dell’arte, però riuscendo a raccontare la vita e le persone in modo concreto, non macchiettistico e caricaturale. È successo anche nel settore della “commedia all’italiana”, ad esempio con Dino Risi e Alberto Sordi (ricordato soprattutto come attore, ma anche valido regista). Spesso sono riusciti a creare film comici con molto più spirito di denuncia rispetto ad altri drammatici, ed esplicitamente improntati alla critica sociale, che però erano troppo di parte o eccessivamente retorici.
Sarà un caso, ma ultimamente di film con Alberto Sordi se ne vedono pochi in tivù, soprattutto certi scomodi come “Tutti dentro” o “Finché c’è guerra c’è speranza”, di cui Albertone era anche regista. In compenso spopolano "I Cesaroni"...
Io tengo la tivù spenta in attesa che propongano le repliche di quei film. E nel frattempo mi leggo qualche altra commedia di Goldoni (la lettura è sempre un’ottima alternativa ai palinsesti televisivi).
Però, forse proprio perché la classe si concentra su vestiti, cibo, e “arte di vivere”, resta poco spazio per le elaborazioni intellettuali e l’apprezzamento di forme espressive complesse. E questo si nota nel settore della creatività e dell’intrattenimento, dove dominano prodotti fin troppo semplicistici che richiedono una soglia di attenzione bassissima e dove ogni minimo accenno di complessità e profondità viene liquidato in pochi secondi, banalizzando persino argomenti seri.
Non è un fenomeno recente. Il teatro della commedia dell’arte, con le maschere che improvvisavano lazzi e guizzi comici anziché seguire un copione, non era tanto diverso da certi film di oggi dove le gag sono sempre le stesse, grevi e banali: il calcio sui coglioni, la testata al lampione, i giochi di parole a sfondo sessuale (neanche troppo originali), la donna formosa che mette in mostra la mercanzia…
Però, anche in questo contesto, abbiamo avuto dei talenti individuali che sono riusciti a sfruttare le convenzioni di genere in modo costruttivo. Goldoni ha scritto molti testi teatrali con tutti i crismi della commedia dell’arte, però riuscendo a raccontare la vita e le persone in modo concreto, non macchiettistico e caricaturale. È successo anche nel settore della “commedia all’italiana”, ad esempio con Dino Risi e Alberto Sordi (ricordato soprattutto come attore, ma anche valido regista). Spesso sono riusciti a creare film comici con molto più spirito di denuncia rispetto ad altri drammatici, ed esplicitamente improntati alla critica sociale, che però erano troppo di parte o eccessivamente retorici.
Sarà un caso, ma ultimamente di film con Alberto Sordi se ne vedono pochi in tivù, soprattutto certi scomodi come “Tutti dentro” o “Finché c’è guerra c’è speranza”, di cui Albertone era anche regista. In compenso spopolano "I Cesaroni"...
Io tengo la tivù spenta in attesa che propongano le repliche di quei film. E nel frattempo mi leggo qualche altra commedia di Goldoni (la lettura è sempre un’ottima alternativa ai palinsesti televisivi).
mercoledì 22 settembre 2010
Il Decameron
Tra i miei “librivissuti” devo necessariamente inserirne uno che di certo non è un recente, anzi. Ed è un libro che tutti hanno letto, anche se solo pochi lo hanno fatto dalla prima all’ultima pagina.
Il “Decameron”, capolavoro classico della prosa italiana, è stata una lettura che ho voluto fare a bocce ferme, dopo aver finito sia le superiori che l’università, quindi potendolo affrontare senza l’incubo del professore di italiano e dell’ancora più insopportabile corollario di valutazioni critiche che nell’economia accademica spesso hanno il sopravvento sul testo stesso.
Libero da queste imposizioni studentesche, ho potuto affrontare il libro con la massima tranquillità e – nel vero senso della parola – godermelo.
Sì, è una lettura davvero godibile perché affronta ogni aspetto dell’esperienza umana, e lo fa in chiave burlesca o drammatica senza alcuna sbavatura. All’inizio c’è, ovviamente, la difficoltà del linguaggio arcaico che a tratti appare davvero incomprensibile. Però, procedendo con la lettura, i vocaboli desueti (specialmente quelli ricorrenti) diventano famigliari, ci si abitua alla diversa struttura delle frasi e si arriva addirittura a capire per intuito il significato di certe parole che a inizio lettura sarebbero sembrate oscure. Arriva il momento in cui non c’è più bisogno di consultare le note a piè di pagina.
E una volta che il libro non è più così lontano dal punto di vista della comprensione verbale, diventa vicino in tutti sensi: vicino come tematiche, come stile, come idee, come (semplicemente) lettura. Un’opera che non appare per niente pretenziosa, a differenza di certi studi analitici che lo riguardano.
A ma ha rammentato una volta di più il piacere che deriva dallo scrivere e dal leggere per il solo gusto di scrivere e di leggere. La parola scritta come esperienza reale che si trasfigura, sia nel momento in cui si ha la penna in mano per dare forma alla propria ‘letteratura’, sia quando si leggono le opere di altri (scrittori affermati o sconosciuti anonimi che siano).
So già che questo modo di presentare il “Decameron” può apparire vergognosamente limitativo e indegnamente banale, ma in fondo cosa volete da me: io sono solo un dilettante.
Il “Decameron”, capolavoro classico della prosa italiana, è stata una lettura che ho voluto fare a bocce ferme, dopo aver finito sia le superiori che l’università, quindi potendolo affrontare senza l’incubo del professore di italiano e dell’ancora più insopportabile corollario di valutazioni critiche che nell’economia accademica spesso hanno il sopravvento sul testo stesso.
Libero da queste imposizioni studentesche, ho potuto affrontare il libro con la massima tranquillità e – nel vero senso della parola – godermelo.
Sì, è una lettura davvero godibile perché affronta ogni aspetto dell’esperienza umana, e lo fa in chiave burlesca o drammatica senza alcuna sbavatura. All’inizio c’è, ovviamente, la difficoltà del linguaggio arcaico che a tratti appare davvero incomprensibile. Però, procedendo con la lettura, i vocaboli desueti (specialmente quelli ricorrenti) diventano famigliari, ci si abitua alla diversa struttura delle frasi e si arriva addirittura a capire per intuito il significato di certe parole che a inizio lettura sarebbero sembrate oscure. Arriva il momento in cui non c’è più bisogno di consultare le note a piè di pagina.
E una volta che il libro non è più così lontano dal punto di vista della comprensione verbale, diventa vicino in tutti sensi: vicino come tematiche, come stile, come idee, come (semplicemente) lettura. Un’opera che non appare per niente pretenziosa, a differenza di certi studi analitici che lo riguardano.
A ma ha rammentato una volta di più il piacere che deriva dallo scrivere e dal leggere per il solo gusto di scrivere e di leggere. La parola scritta come esperienza reale che si trasfigura, sia nel momento in cui si ha la penna in mano per dare forma alla propria ‘letteratura’, sia quando si leggono le opere di altri (scrittori affermati o sconosciuti anonimi che siano).
So già che questo modo di presentare il “Decameron” può apparire vergognosamente limitativo e indegnamente banale, ma in fondo cosa volete da me: io sono solo un dilettante.
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