domenica 14 settembre 2014

Quella volta che

L'ho scoperto tramite Luca... L'idea di base è nata sul blog diegozilla... Ci si è cimentato anche Glauco... Alex ha proposto una variante (che intendo adottare) di 15 aneddoti anziché 20...
Indegnamente provo a dare il mio contributo.

Quella volta che... una bambina, in prima elementare, mi disse che la mia gomma per cancellare non andava bene perché era "da chirurgo" (parole testuali) e io, che non sapevo neppure cosa fosse un chirurgo, temetti orribili punizioni da parte della maestra e, terrorizzato, nascosi la gomma nella cartella.

Quella volta che... in seconda media, il ragazzino più alto e robusto della classe, il doppio rispetto a me, mi fece uno scherzo di cattivo gusto e io reagii dandogli un calcio nel didietro. Lui mi trascinò minaccioso in un angolo, quasi di peso, e poi, sottovoce, mi confidò che il suo sedere era purtroppo soggetto a emorroidi e i calci ai glutei non gli facevano per niente bene... Infine mi chiese se potevo aiutarlo a fare i compiti perché voleva evitare di essere ancora bocciato - era un ripetente - e da quel giorno fummo praticamente amici.

Quella volta che... una ragazza delle superiori, durante una festa a casa di un compagno di classe, per penitenza ebbe l'obbligo di baciarmi. Lo fece come se le avessero chiesto di baciare un cassonetto della spazzatura. E mi tolse, senza rendersene conto, ogni minima stima che avevo di me.

Quella volta che... all'ultimo anno di università, al termine di una bella passeggiata dalle parti di Trinità dei Monti, dissi alla ragazza che mi piaceva da morire che avevo un desiderio enorme di baciarla. Siccome il vento le scompigliava i capelli facendoglieli finire sul viso, lei li scansò con una mano per liberare le labbra e permettermi di darle il bacio. E oltre all'amore e alla felicità, mi restituì inconsapevolmente un po' di autostima.

Quella volta che... sempre all'università, corso di letteratura inglese quarto anno, una studentessa che sedeva davanti a me si girò per chiedermi un'informazione sugli orari di lezione, e vedendola in faccia il primo, primissimo pensiero che mi passò per la testa fu: "Quanto è bella! Neppure in un'altra vita potrei mai sperare che questa ragazza accetti di uscire con me". E invece era la ragazza che qualche mese dopo avrei baciato a Trinità dei Monti.

Quella volta che... ero vittima di una crisi depressiva - la prima - senza rendermene conto. Mentre viaggiavo in treno verso Roma, in uno scompartimento a sei posti dove tutti i passeggeri erano persone estranee le une alle altre e stavano compostamente sedute in religioso silenzio, io trascorsi un'ora infinita in cui dovetti fare uno sforzo atroce per non scoppiare a piangere come un idiota davanti a quella gente.

Quella volta che... il medico di famiglia mi consigliò di prendere degli antidepressivi per superare lo stress che stavo accumulando a causa del lavoro. Io gli obiettavo che mi sentivo male a causa di due capiufficio stronzi oltre ogni limite, ma lui insisteva che c'era qualcosa di più profondo, lo capiva grazie alla sua specializzazione da psicologo... Sorpreso dalla diagnosi, gli feci alcune domande alle quali lui rispose con dovizia di particolari. Solo in quel momento mi resi conto che quindici anni prima avevo già sofferto dello stesso male senza averlo compreso (e d'altronde, essendomi tenuto tutto dentro senza rivelare niente a nessuno di quel malessere, come avrei potuto comprendere?)

Quella volta che... con alcuni compagni, in terza media, avevamo preso il vizio di taccheggiare gli scaffali della Standa... Per fortuna non ci hanno mai beccato, altrimenti come lo avrei spiegato ai miei genitori?

Quella volta che... a venticinque anni circa (non ricordo con esattezza), rovistando in un cassetto per mettere ordine fra le cose vecchie ritrovai un foglietto del catechismo in cui - su richiesta della suora che ci faceva lezione - ogni bambino doveva trascrivere un voto. Con una calligrafia ancora infantile avevo scarabocchiato "Prometto di non rubare mai", e ripensando agli exploits delle scuole medie che ho appena accennato provai un profondo imbarazzo.

Quella volta che... io e un mio amico passeggiavamo nel porto della nostra città e giungemmo sino alla banchina in cui era ancorata una nave militare francese che, secondo quanto ci era stato riferito, trasportava i famigerati legionari della celeberrima Legione Straniera.
Quando fummo nei pressi trovammo i militari tutti schierati a terra, con indosso una divisa che in effetti aveva le caratteristiche delle uniformi coloniali (tipo i calzoni corti, il colore mimetico sabbia e il berretto con la visiera). Stavamo alle spalle del plotone irreggimentato in rigide file e, inaspettatamente, un soldato in ultima fila - un mulatto con bicipiti ipertrofici e faccia da ergastolano - si voltò in direzione nostra tracciando con le mani l'inequivocabile gesto che universalmente sottintende la minaccia "Ti faccio un culo così".
Dopo un istante di panico ci rendemmo conto che il gesto non era rivolto a noi ma a un suo commilitone che, alle nostre spalle, stava arrivando di corsa in clamoroso ritardo all'adunata della truppa sottobordo.

Quella volta che... In Inghilterra, durante una vacanza studio con altri studenti italiani in un college sito in una zona piuttosto isolata, io e pochi altri decidemmo di esplorare il bosco. Io avevo - o meglio: credevo di avere - una certa dimestichezza perché da bambino ero sempre andato in vacanza in una località piena di fitte boscaglie, e mi offrii di fare da guida per evitare che ci smarrissimo...
Dopo circa un'ora che camminavamo non ci stavo capendo più niente. Ero sicuro che avrebbero dovuto mandare la versione locale della guardia forestale a cercarci. Ma non dissi nulla agli altri, sperai sino all'ultimo nel miracolo e... miracolo: a una svolta dietro una radura ci ritrovammo al punto di partenza, come se avessimo fatto un giro perfettamente programmato. Tutti mi fecero i complimenti per il mio eccellente senso dell'orientamento.

Quella volta che... mia cugina mi disse una certa cosa e mi fece promettere che non l'avrei mai rivelata a nessuno. E io non la rivelai mai: con forza rispondevo che la tal cosa "non mi risultava" quando qualcuno mi poneva determinate domande riguardo mia cugina. Finsi sempre risolutamente di non essere al corrente di nulla e di ritenere le voci in questione "volgari calunnie".
E poi scoprii che nel frattempo mia cugina aveva reso pubblica quella cosa segretissima (senza ritenere opportuno di avvisarmi) e tutti pensarono che io fossi un pessimo cugino che ignorava colpevolmente fatti importanti relativi alla vita di una sua parente stretta...

Quella volta che... tamponai una macchina volontariamente (ma questa l'avevo già raccontata QUI)

Quella volta che... stavo giocando a pallone con mia figlia in un parco pubblico e a un certo punto il pallone è volato oltre il muro che cingeva un monumento, corredato di un bel cartello con la scritta: "Divieto di accesso. I trasgressori saranno puniti". Con la massima naturalezza ho scalato il muro mentre mia figlia mi rimproverava: "Papà, non si fa, è vietato!" e io per tutta risposta le ho detto: "Dai, vieni anche tu a darmi una mano!"
Trenta secondi dopo i vigili urbani ci stavano cazziando alla grande, e mia figlia mi lanciava occhiate molto simili a quelle di un genitore che ascolta il resoconto delle marachelle compiute dai suoi bimbi.

Quella volta che... avrò avuto sette o otto anni. Giocando a dattilografare con la vecchia Olivetti di mio padre iniziai a scrivere una storia. E non avrei mai pensato che avrei continuato a praticare quel medesimo gioco nei decenni a seguire...

martedì 9 settembre 2014

Recensione di un libro immaginario - 2

L'ERA DELL'ESIBIZIONISMO GLOBALE
di Ariano Geta
Edizioni gTerma
Anno di pubblicazione 2014
173 pagine

Ariano Geta immagina un futuro prossimo in cui l'esibizionismo, alimentato dai sociali network, sia la normalità assoluta. Ma poiché questo "futuro" sembra già abbastanza presente, per renderlo più surreale - e vagamente distopico - sceglie l'eccesso, l'esagerazione, l'iperbole.
A partire dalla scena iniziale in cui il protagonista, un poliziotto apatico, interroga il sospettato di una serie di furti che dapprima nega di averli commessi, salvo poi ammetterli, sia pure con qualche risibile ritrattazione, nel momento in cui gli viene mostrata la sua pagina personale su facebook nella quale ha documentato con numerose foto tutte le sue incursioni in appartamenti alleggeriti di vari oggetti di valore. Il ladro un lato prova penosamente a negare, dall'altro, a un certo punto, afferma con palese orgoglio:
"Ho preso 1875 'mi piace' per il colpo ai Parioli"
La trama, abbastanza esile, si sviluppa più come un collante per mettere insieme le varie scene grottesche di questo mondo globalmente esibizionista: si va dalla prima notte di nozze del principe di Galles e della sua consorte trasmessa in streaming dai regali sposini sul royal channel di youtube, la cui diretta viene seguita e commentata da milioni di persone in tutto il mondo su twitter tramite l'hashtag #fucKingAndQueen, alle impiccagioni pubbliche sul canale satellitare di un imprecisato califfato islamico che ha più telespettatori negli Stati Uniti che in tutti i paesi arabi messi assieme, passando per l'eutanasia in tempo reale di un noto scrittore olandese che ha preannunciato l'evento da giorni e si augura di raggiungere il milione di contatti sul proprio sito "per poter felicemente terminare il ciclo della mia esistenza", praticamente la visibilità sul web elevata a premio per il trapassato in sostituzione della speranza di una vita ultraterrena.
In questo mondo in cui tutti lavano in pubblico (e con soddisfazione) i propri panni sporchi, chiunque sia capace di resistere alla tentazione di essere guardato e mantenga un rigoroso anonimato rischia di diventare un imprendibile criminale per una polizia ormai disabituata a indagare, essendo avvezza da tempo a trovare le confessioni dei colpevoli già compilate pubblicamente, per vanteria, sui social networks.
Da qui la difficoltà per le forze dell'ordine a scoprire chi sia il responsabile di una serie di attentati dinamitardi ai danni di alcuni privati cittadini: incredibilmente non sono mai stati rivendicati, qualcosa di inimmaginabile nell'era dell'esibizionismo globale.
L'indagine del poliziotto apatico si trasforma ben presto in un rebus la cui soluzione, benché predisposta con un ottimo climax, è onestamente fiacca e tutto sommato banale.
Peccato perché l'idea poteva essere gestita con esiti migliori.

giovedì 4 settembre 2014

Libri vissuti - Le particelle elementari

Raccontare l’evoluzione della società occidentale nella seconda metà del XX secolo in un libro che ha la struttura di un romanzo e mescola il linguaggio scientifico di un saggio antropologico a una prosa altamente provocatoria. Mettere insieme contesti realistici e situazioni verosimili affiancandoli alle loro evoluzioni iperrealistiche e inverosimili con tale naturalezza da far sorgere il dubbio al lettore su quale sia il reale confine fra il materialmente documentato e l’immaginato.
Questi sono gli elementi caratterizzanti de “Le particelle elementari” di Michel Houellebecq.
Terzo romanzo da me letto dello scrittore francese, dopo "Piattaforma" e "Estensione del dominio della lotta", ho ritrovato temi ricorrenti e situazioni analoghe: disagio esistenziale, sessualità distorta e ossessiva, paranoie, volgarità, onnipresenza della morte e del decadimento fisico.
I tre romanzi citati non sono sullo stesso livello, c’è una certa discontinuità, però, bisogna ammetterlo, Houellebecq sa scrivere. Sa raccontare, sa provocare nella maniera corretta, sa creare dubbi, sa organizzare i dati sociologici in modo non improvvisato, sa ideare scene e situazioni grottesche sempre ben riuscite. E “Le particelle elementari” è il più riuscito.
Prescindendo dal finale e dall’ipotesi su come potrebbe evolversi l’umanità anche in senso biologico in base agli studi di Michel, uno dei due protagonisti, il vero indimenticabile personaggio del romanzo è Bruno, l’essere umano malriuscito: un condensato di nevrosi, perversione, ipocrisia, disperazione, vigliaccheria, rabbia, rancore, egoismo e materialismo. Una caricatura dell'uomo occidentale contemporaneo, un personaggio letterario che potrebbe essere il discendente attuale della voce narrante che si confessa nelle "Memorie del sottosuolo" di Dostoevskj (paragone che a molti sembrerà blasfemo ma che io mi azzardo a proporre).
Una lettura difficile, spiazzante, una sfida per il lettore che vale la pena di affrontare.

sabato 30 agosto 2014

Recensione di un libro immaginario

IL SECONDO ACCORDO FRA STATO E MAFIA
di Ariano Geta
Edizioni gTerma
Anno di pubblicazione 2014
256 pagine

Ariano Geta si avventura nella fantapolitica con una storia fra il grottesco e il provocatorio, che riesce solo in parte nel suo intento.
La vicenda inizia ai giorni nostri, durante i primi mesi del primo governo Renzi. Il premier si rende conto che qualunque provvedimento per snellire la burocrazia e, soprattutto, aumentare le entrare fiscali allo scopo di ridurre il debito pubblico, rischia di essere vanificato dall'incapacità del governo di porre un freno agli sprechi della politica. Occorre, secondo le parole dell'immaginario Renzi protagonista del romanzo "un cambio di rotta di radicale" che sia costruito tramite una nuova gestione dello stato basandosi su "un talento straordinariamente italiano che ci viene riconosciuto in tutto il mondo".
Ed ecco la trovata: affidare il dicastero dell'economia al padrino della mafia Matteo Messina Denaro.
I capitoli dedicati alla ricerca del boss latitante e al suo arresto ricostruiscono le operazioni di polizia con realismo e accuratezza, ma risultano eccessivamente lunghi e inoltre sono del tutto privi del tono sarcastico che permea la parte iniziale del libro. Il carattere grottesco della storia raggiunge però il suo apice proprio dopo la cattura di Messina Denaro, con lo stupefatto boss che si aspettava di essere condotto in un carcere di massima sicurezza e invece si ritrova in un palazzo che "gli sembrava di aver visto alla televisione, non ricordava se in una telenovela o in un telegiornale".
L'incontro fra i due Matteo, Renzi da una parte e Messina Denaro dall'altra, è il momento più divertente dell'intero romanzo. Da un lato il politico, con giri di parole spesso inutili, spiega la problematica del debito pubblico ormai fuori controllo, i problemi con la Germania e gli altri paesi dell'Unione Europea e la necessità di reperire quattrini, dall'altro il mafioso che si esprime in modo spiccio e, dopo lo sbalordimento iniziale, prende subito confidenza con il "presidente? Ma, mi scusi, il presidente non era un vecchietto pelato che parla con l'accento napoletano?"
Mentre Matteo (Renzi) chiede lumi sui metodi di "gestione finanziaria" di cosa nostra e azzarda qualche ipotesi di applicazione di tali principi a livello pubblico, Matteo (Messina Denaro) sembra invece scettico e spiega quanto sia diventato difficile "alzare qualche miserabile milione d'euro". Perché "Lei non si rende conto di come si lavori male con tutti questi minchia di poliziotti che si intromettono! Alcuni riesci a comprarli, ma tanti altri no, e poi c'è sempre qualche testa di minchia di pubblico ministero che apre un'indagine, e siccome le teste di minchia vanno sempre a coppia c'è pure il giudice istruttore che fa partire il processo e ti arresta cento collaboratori nel giro di una notte".
Anche la collaborazione con la politica è difficile perché "i siciliani sono ostinati. Uno fa del suo meglio per spiegargli che devono votare a una certa persona, e loro continuano a comportarsi come se avessero il diritto di votare a chi minchia gli pare, così alla fine magari viene eletto un figghie 'e bottana che ci rema contro..."
Nonostante tutto l'accordo viene siglato, e i capitoli successivi sono un susseguirsi di scene paradossali, fra tutte quella in cui un negoziante palermitano vede entrare nella sua bottega i tre esattori mafiosi che gli chidevano il pizzo, e che di fronte alle sue minacce di chiamare la polizia mostrano un tesserino in cui si attesta che sono diventati dipendenti di Equitalia.
Il finale è l'apoteosi del ridicolo, e lascia un po' interdetto il lettore. L'idea di partenza si prestava a numerosi sviluppi narrativi che sono stati realizzati solo in parte, e talvolta in maniera troppo sbrigativa da parte dell'autore, e questo vale in particolar modo proprio per la conclusione della vicenda.
Il giudizio complessivo non può che essere negativo.

lunedì 25 agosto 2014

Chi sei?

L’ultima settimana di agosto è quella in cui si percepisce la conclusione del periodo di vacanza dalla routine sociale della scuola e del lavoro, soprattutto meteorologicamente quando, talvolta, scoppiano acquazzoni violenti che sono i primi indizi della fine dell’estate (anche se spesso il bel tempo persiste sino ai primi di ottobre).
Più banalmente, l’ultima settimana di agosto è anche quella in cui questo blogger è venuto al mondo qualche decennio fa, il periodo dell’anno in cui un tempo festeggiava doppiamente: perché oltre alla torta e alle candeline c’erano pure le giornate libere, al mare o in collina, senza l’assillo dei compiti e della convivenza forzata con altri coetanei in un’aula di pochi metri quadri.
Considerato che difficilmente posso pensare di vivere fino all’età di 88 anni, ritengo con certezza quasi assoluta di aver ufficialmente varcato la metà del tempo a mia disposizione. Quarantaquattro anni sono abbastanza per aver visto e vissuto un sacco di esperienze che ovviamente mi hanno plasmato e modificato.
Da questo punto di vista talvolta provo perplessità quando mi guardo allo specchio. Mi chiedo chi ci sia davvero dentro il mio corpo cresciuto. Tante certezze svanite, tante ambiguità acquisite… Ho sempre creduto in qualcosa, ho sempre avuto convinzioni assolute dalle quali derivavano giudizi categorici, che però man mano si sono dissolti lasciando spazio alla tolleranza (ed è stato un bene) e a una rassegnata sopportazione di tutto quel che non mi piace (ed è stato un male). Leggendo e scrivendo mi sono conosciuto meglio: ho capito che il mio gruppo musicale preferito sono stati i Nirvana perché il loro messaggio musicale era: non abbiamo nessun messaggio da dare; ho compreso che il mio scrittore preferito è Pirandello perché racconta l’assurdo della vita e, contemporaneamente, la necessità di convivere con questo assurdo e anche – perché no – di adattarvisi.
Insomma, non so più dire con esattezza chi sono, e le cose che desidero potrebbero apparire contraddittorie. Però questo è quel che ormai sono, ma mi evolverò ulteriormente perché, beh, diamine, mica posso illudermi di non mutare più… chissà quanto ancora sono in grado di sorprendere la persona che si vede allo specchio e riesce a riconoscere soltanto il proprio corpo cresciuto.