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mercoledì 27 maggio 2015

Tra gioco, disegno e poesia

La disposizione di un testo sulla carta (o sulla pergamena secoli fa, o su un display digitale ai giorni nostri) segue l'ordine prefissato della scrittura utilizzata: per l'italiano da sinistra a destra, ma vi sono alfabeti di altri idiomi che avanzano da destra a sinistra, o persino dall'alto verso il basso.
Ma quando si tratta di trascrivere una poesia, il testo può anche permettersi una licenza (poetica ovviamente) e non rispettare la disposizione canonica.
Ciò può dare origine a giochi grafici graziosi.
Un esempio l'avevo già fornito su un vecchio post con una poesia del 1633 di George Herbert intitolata "Ali di Pasqua" in cui i versi assumono appunto la forma di ali. La ripropongo in formato immagine:
Un vero appassionato di questo tipo di poesia disegnata fu il francese Guillame Apollinaire (1880-1914) creatore del genere definito calligramma, in cui il testo della poesia tratteggia dei veri e propri disegni. Questo è uno dei più noti, sicuramente vi sarà capitato di vederlo:

I futuristi italiani hanno spesso utilizzato le presse da stampa in modo alquanto contorto realizzando composizioni tipografiche degne della loro foga innovativa. Il libro "Zang Tumb Tumb" del gran capo F.T. Marinetti, poema grafico sulla guerra bulgaro-turca, è esemplare. Ne riporto una pagine come esempio:

Nel Giappone dell'Era Tokugawa era diffuso il moji-e, ovvero un tipo di stampa tradizionale in cui i soggetti del disegno vengono tracciati anche (ma non esclusivamente) con gli ideogrammi che li descrivono. Se osservate la stampa che segue noterete che i caratteri riportati in alto sono poi riutilizzati per tracciare la sagoma del vestito del mercante che regge le due ceste:

Nel mio piccolo ho dovuto inventarmene uno anch'io per aiutare mia figlia che aveva ricevuto come compito per casa proprio la creazione di un calligramma (e, diciamoci la verità: è stato questo episodio che mi ha ispirato il post che state leggendo ;-)
Poiché la mia calligrafia è penosa, preferisco mostrare la rielaborazione fatta con il buon vecchio Word di Office:

E voi avete mai composto giochi grafici di qualche genere?

domenica 24 maggio 2015

Cookies Policy (ovvero: quando le cose si complicano contro la tua volontà)

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mercoledì 20 maggio 2015

La polemica tra Juan Brady e Francisco Hernandez Mendieta – conclusione

La sensazione orrenda di essere uscito sconfitto dal confronto con Mendieta lo spinse a concepire una nuova opera di ampio respiro per rispondere con l'unica vera arma di uno scrittore: la sua narrativa. 
Per un anno e mezzo Juan Brady lavorò a un nuovo romanzo che, nelle sue intenzioni, avrebbe dovuto costringere i critici a scomodare Don Segundo Sombra e Il giocattolo rabbioso per cogliervi i medesimi elementi di potenza narrativa.
Ci si impegnò con un’ossessività talmente malata da spaventare la sua compagna, che fu più volte costretta a trascinarlo via dal computer portatile che utilizzava d’abitudine per scrivere. Anche quando riusciva a condurlo sulla spiaggia, o a cena da qualche amico comune, non riusciva quasi mai a togliergli dalla faccia l’aria distratta di chi sta rimuginando su possibili varianti nella trama del capitolo in corso o sulla più opportuna sequenza verbale per imprimere maggiore impatto a una descrizione o un dialogo.
Nonostante il suo strenuo sforzo l’editore lo invitava quasi sistematicamente ad apportare delle modifiche. Lui si stressava, non capiva che il problema nasceva proprio dal suo tentativo di eguagliare Güiraldes e Arlt: così facendo finiva col quasi copiare – di sicuro inconsciamente – alcune costruzioni frasali presenti nelle opere dei due grandi romanzieri. Più che un’ispirazione la sua pareva imitazione.
Al volgere del citato anno e mezzo l’opera di Brady era ancora un ammasso confuso di capitoli, note, varianti, versioni alternative e ipotesi. Aveva trascritto quasi quattrocento pagine, ma il loro livello di organicità era piuttosto basso.
Mentalmente sfinito, accettò quasi con sollievo la proposta della sua compagna di trascorrere il venerdì sera al Teatro Vorterix dove da più di due mesi era in corso uno spettacolo musicale che stava riscuotendo un enorme successo di pubblico e critica. Lei era curiosa di assistervi, e in fondo Juan necessitava di una valida scusa per sospendere la gestazione del romanzo almeno per un fine settimana, così le propose a sua volta un diversivo: l’indomani, invece di passarlo a Baires, avrebbero potuto sfruttarlo per volare a Rosario da sua sorella Gabriela, viaggio che a lei avrebbe fatto sicuramente piacere poiché le capitavano poche occasioni per incontrarla. Volendo avrebbero potuto anche pernottarvi per condividere con Gabriela e col cognato il pranzo della domenica.
Era il fine settimana perfetto per ritemprarsi: la cultura musicale della capitale il venerdì sera, l’evasione verso l’altra grande città argentina il sabato, la convivialità famigliare la domenica.
Mentre il taxi li portava verso l’Avenida Lacroze avevano l’aria di due fidanzatini, anche se ormai erano entrambi vicini ai quaranta e convivevano da più di dieci anni.
Nel salone d’ingresso gli accessi per la platea erano ancora chiusi e gli spettatori si accalcavano ordinatamente in attesa dell’apertura. In quell’ampio spazio chiuso risuonava monotona la cacofonia di centinaia di voci sovrapposte, lo sgraziato caos sonoro intessuto da discorsi che si intrecciano contorti in un ordito di rumore. Le luci al neon trasformavano in pallore lunare anche gli incarnati abbronzati di ragazze giovani e borghesi meno giovani che frequentavano abitualmente solarium lussuosi.
Juan Brady e la sua compagna avevano tacitamente optato di starsene in silenzio dopo aver sperimentato l’impossibilità di comunicare tra loro senza doversi ripetere le stesse frasi ad alta voce per tre volte di seguito.
Lui si guardava attorno, vedeva volti in gran parte giovanili, talvolta di uomini e donne di mezza età che si sforzavano di apparire meno anziani indossando accessori trendy e sfoggiando make up da diciottenni in fregola per una serata in discoteca.
Il gruppo particolarmente numeroso che riuscì a identificare si distingueva da tutti gli altri perché molti davano le spalle alle porte di accesso per discorrere con gli amici in fila dietro di loro. Quasi tutti i presenti erano rivolti verso l’ingresso e parlavano voltandosi alla loro destra o alla loro sinistra in direzione di chi li accompagnava, quel gruppo invece era talmente numeroso da costringere il contingente più avanzato a voltarsi completamente per poter partecipare alle chiacchiere in attesa dell’apertura della platea.
Fu quando si voltò per la seconda volta nella loro direzione, distrattamente, che Brady notò la presenza di Mendieta. Il crocchio di giovani era tutto incentrato su di lui. Juan provò una sensazione di sorpresa e fastidio talmente violente da non accorgersi di essersi paralizzato qualche secondo di troppo in quella posa che lo rendeva un osservatore insistente e un po’ impiccione, anziché casuale. Fu inevitabile che anche l’altro scrittore lo scorgesse.
Le porte si aprirono in quell’istante. Sospinto dal fluire lento ma deciso di centinaia di corpi in movimento Brady venne trascinato nelle scalinate in mezzo ai posti a sedere, la mano stretta alla sua compagna per non perdere contatto. Mentre si accomodavano al loro posto la voce di Francisco Hernandez gli risuonò alle spalle.
“Buonasera. Posso porgere il mio saluto allo scrittore Juan Brady?”
L’intonazione della voce era priva di malizia, lo sguardo amichevole. Juan non poté fare a meno di alzarsi in piedi, stringergli la mano e presentargli la sua compagna.
“Sta lavorando a un nuovo romanzo?” gli domandò con un ambiguo uso del lei.
Brady fece cenno di sì senza entrare nei dettagli.
“Spero che sia quella storia con la nonna, il latte e le cicogne. Se non si decide a trasformarla in un libro sarò costretto a chiederle se posso farlo io al suo posto” commentò con l’identica voce priva di malizia e l’espressione da vecchio amico dipinta in faccia.
Juan annuì senza aggiungere alcuna parola che desse maggior senso a quel gesto e significasse in modo chiaro se quella trama la avrebbe elaborata un giorno, o se invece la stava cedendo al rivale.
“Vado al mio posto, mia moglie e i nostri amici mi aspettano. Buona serata”.
Per tutta la durata dello spettacolo musicale Brady ebbe la spiacevole sensazione che il suo ventre si contorcesse. Le splendide melodie del gruppo che si esibiva dal vivo – ritmi contaminati che riunivano tango e rock, dance e melodico, percussioni tribali e assoli jazz di strumenti a fiato – gli rimbombavano nei timpani come colpi materiali, quasi sentiva illividirsi le orecchie come se fossero state effettivamente raggiunte da schiaffi ripetuti di mani aperte che ininterrottamente lo martoriavano.
Quando lo spettacolo era sul punto di concludersi Brady lamentò dei forti dolori all’addome. La compagna gli chiese se poteva resistere, lui disse di sì ma stringeva i denti e dalle labbra chiuse a fatica filtravano gemiti che neppure il frastuono degli strumenti e i gorgheggi dei cantanti potevano nascondere a coloro che gli sedevano accanto.
Una giovane donna gli chiese se si sentisse poco bene e si dichiarò disposta a far partire un passaparola con l’intera fila per chiedere a tutti di alzarsi e lasciarlo passare. Lui agitò la mano per sottintendere che non vi era necessità, ma la sua compagna decise diversamente e pregò la donna di procedere.
Dopo pochi minuti erano fuori dal teatro, lei lo sorreggeva e intanto pregava l’addetto al foyer di chiamare con urgenza un taxi.
“L’Alexander Fleming per favore, subito!” istruì l’autista con la voce che le tremava.
Il Pronto Soccorso si prese cura di lui. Aveva un infarto in corso, ma per fortuna lo avevano preso in tempo.
“È stato fortunato, in questi casi la velocità con la quale ci è permesso di intervenire è fondamentale” gli spiegò un medico dopo che lo avevano trasportato nel reparto cardiologia per intubarlo e sedarlo.
*
La notizia del malore occorso a Juan Brady si ritagliò un piccolo spazio nei giornali e sul web. Ricevette numerosi auguri di pronta e completa guarigione, anche da parte di Francisco Hernandez Mendieta, Omar Ballesteros e Beatriz Ghidini.
Venne dimesso dopo due settimane. Lo invitarono a starsene a riposo per un po’ di tempo, magari anche lontano dal proverbiale fervore di Buenos Aires, vitale ma talvolta mortale.
“Se passassimo qualche settimana a Bariloche?” gli propose la sua compagna.
Lui rispose con un “No!” netto, quasi infastidito. Nella sua mente la salubre cittadina non veniva più associata né alla celebre piazza in stile tedesco né alla natura rigogliosa, e non si chiamava più San Carlos ma località-preferita-di-Mendieta. Scelse invece Ushuaia, nonostante le perplessità della compagna e dei genitori che ritenevano inopportuno un soggiorno in un luogo così isolato.
“E se avessi un altro infarto?”
“Non mi succederà” tagliò corto lui. Voleva stare lontano da tutto, perso per alcune settimane laddove scorre la linea di confine fra le terre non ancora del tutto disabitate e i mari artici, nelle più remote profondità patagoniche, senza alcun frastuono di civiltà e di metropoli a contaminarne il selvaggio isolamento.
Fu davvero un soggiorno di totale distacco. A ogni alba, mentre la sua compagna ancora si attardava sotto le coperte consapevole che non vi era motivo di affrettare l’inizio di una giornata che si sarebbe noiosamente consumata in brevi passeggiate impervie o escursioni in barca in cerca di pinguini e altra fauna antartica, lui usciva dalla rustica casa che avevano preso in affitto e attendeva il sorgere del sole.
Allo stesso modo ogni pomeriggio assisteva al tramonto, attimo dopo attimo, immerso nel rossore infinito che si riversava nell’aria candida seppure salmastra che lui respirava a pieni polmoni.
Quando rientrò a Buenos Aires, due settimane dopo, andò a far visita al suo editore per intavolare un discorso in cui c’erano di mezzo tanto i rapporti professionali quanto l’amicizia ormai sviluppatasi tra loro dopo la lunga frequentazione che li univa.
Le risposte ricevute furono fondamentalmente quelle che lui si aspettava cosicché il giorno dopo annunciò tramite il proprio sito internet che “per motivi di salute” cessava l’attività come romanziere. Si sarebbe guadagnato da vivere continuando a collaborare con la casa editrice che aveva pubblicato le sue opere, però nel ruolo di traduttore dall’inglese e di curatore della collana ‘Classici Stranieri’.
Trascorse i primi mesi da ex scrittore con una certa mestizia, poi lentamente si abituò a quest’ineluttabile nuovo corso della sua vita.
Già dopo un anno poteva guardare al suo passato da narratore senza provare alcun rimpianto o malinconia. Veniva però preso da un’irrefrenabile sconforto quando gli capitava di pensare – sempre più raramente per sua fortuna – che Francisco Hernandez Mendieta avrebbe continuato a scrivere merdate che sarebbero state acclamate come capolavori sia dall’establishment corporativo che dalla suggestionabile massa dei lettori.
Fu questo il suo unico vero cruccio per il resto dei suoi giorni.

FINE

sabato 16 maggio 2015

La polemica tra Juan Brady e Francisco Hernandez Mendieta – terza parte

Come moderatore la Fondazione Herrera aveva prescelto il proprio presidente onorario, Guillermo Esteban Vazquez, sessantacinquenne sempre di buonumore dall’aria giovanile e dalla battuta pronta, il tipo d’uomo capace di smorzare la tensione persino se i contendenti fossero stati due balordi di Villa Lugano col coltello già ben stretto fra le dita.
La sede della fondazione era sull’Avenida Corrientes, non molto lontano dal Teatro del Paseo La Plaza. Nel salone era stato montato un palco che si elevava di circa un metro sopra il pavimento e gli scrittori sedevano su due sgabelli posti ai lati (Brady a destra e Mendieta a sinistra dal punto di vista degli spettatori). I presenti potevano vederli bene, anche l’ultima fila aveva la possibilità di notare che Juan indossava dei jeans e una giacca di pelle marrone mentre Francisco Hernandez aveva bizzarramente optato per una  tuta da ginnastica bianca con rifiniture blu scuro (sin troppo scuro per poter immaginare che fosse un tentativo di apparire argentinamente biancoceleste).
“Due anni fa ho letto L’intersecazione del nulla. Sono un lettore incompetente?” cominciò Vazquez con tono bonariamente scherzoso all’indirizzo di Brady.
Juan, i lineamenti distesi e la bocca sorridente, replicò: “Se mi spiega quel che le ha trasmesso le saprò rispondere”.
“Abbiamo qui l’autore in persona per chiedergli cosa volesse trasmettere” colse l’occasione Vazquez per innescare la prima discussione diretta fra i contendenti.
Mendieta, con l’usuale flemma, spiegò che il messaggio del romanzo andava cercato nel fluire delle sensazioni che assecondano i vagheggiamenti dell’anima quando si percepisce il disagio di tutte le certezze che ci avevano apparentemente accompagnato nel corso dell’esistenza. Aggiunse che forse Brady si trovava in difficoltà a comprendere il libro in questione poiché lo leggeva come se fosse prosa nel senso storico del termine, mentre esso andava inteso piuttosto come poesia lirica, un lungo poema lirico in forma di romanzo.
Il segretario gli chiese inoltre quale fosse il romanzo di Brady che aveva maggiormente apprezzato e perché.
Francisco Hernandez sostenne di aver fondamentalmente apprezzato i due romanzi di Brady che aveva letto, nella fattispecie La vita dimenticata di Carlos Wurth e L’ultima missione. Quasi si scusò per averne letti soltanto due, e infine precisò che quantunque il suo stile realista ricco di comprensibili metafore fosse apprezzabile allo stesso modo in cui lo sono le immortali opere di Güiraldes, mancava però quell’evoluzione in senso moderno che aveva iniziato il suo lungo percorso nel XX secolo, ciò non togliendo che i romanzi di Brady fossero notevoli.
Identica domanda venne rivolta a Juan, che ammise la faticosa lettura de L’intersecazione del nulla e La memoria delle montagne ma non riuscì a essere elogiativo come l’altro contendente. Non disse quel che realmente pensava di quei libri (sarebbe stato troppo offensivo con effetti controproducenti) e non fu neppure troppo tagliente – sicuramente meno di quanto aveva programmato giacché l’atmosfera solenne della conferenza lo aveva intimidito – però ribadì che a suo avviso essi non avevano reali contenuti ma solo divagazioni fini a se stesse che tendevano a perdersi senza costruire alcuna storia, né credibili insiemi di sensazioni esistenziali, e neppure ipotetici simbolismi dai quali trarre un concreto, ulteriore tassello da porre nel grande mosaico della comprensione dell’esperienza della vita.
La replica di Mendieta fu che condivideva in pieno la disquisizione di Brady, con un’unica e fondamentale differenza: i “tasselli” che lui offriva ai propri lettori per essere inseriti nel “grande mosaico della comprensione dell’esperienza della vita” non sarebbero mai stati “concreti” perché lui stesso concepiva l’esperienza umana su un piano principalmente spirituale prima ancora che materiale.
“I danni provocati dalla new age sono incalcolabili” commentò Juan con un tono di voce in cui il sarcasmo strideva con l’apparente giovialità del sorriso, e quasi senza volerlo orientò per alcuni minuti la conversazione proprio su questo argomento.
Parlò della new age come se fosse una moda per adolescenti, mentre Francisco Hernandez, pur ammettendo che il fenomeno in questione fosse stato astutamente commercializzato da professionisti santoni, ne sottolineò la spontaneità dei tanti, sia uomini che donne, che vi si rivolgevano proprio perché alla ricerca della spiritualità perduta della razza umana.
A quel punto il presidente pose una domanda apparentemente triviale che fu invece – come capì Brady a posteriori – la chiave di volta dello scontro verbale.
“Se dovesse simboleggiare la scrittura di Mendieta con un’immagine, quale sceglierebbe?
Con la massima spontaneità, lasciando da parte ogni discorso preimpostato, Juan Brady rispose che avrebbe potuto metaforizzare la narrativa dello scrittore seduto di fronte a lui con un quadro astratto. Entrando nel dettaglio si spinse addirittura a descriverlo: “Una tela bianca solcata da una linea ininterrotta che traccia, curve, angoli, ghirigori… Una linea contorta che di primo acchito può sembrare suggestiva, ma se la si osserva attentamente ci si rende conto che è soltanto una linea contorta e nulla più”.
Era sereno mentre dava corpo a questa allegoria raffigurante l’opera del rivale, era certo di aver finalmente fornito la giusta lente d’ingrandimento per aiutare il lettore medio a distinguere il vero diamante dal fondo di bottiglia.
Ma Francisco Hernandez Mendieta godeva del diritto di replica. Declinò l’invito a ipotizzare immagini simboliche che descrivessero la scrittura di Juan Brady e si concentrò invece sulle parole dello sfidante.
“L’esempio che ha illustrato è perfetto. Esprime compiutamente il senso profondo della mia ricerca narrativa. Quando scrivo un romanzo il mio approccio è realmente quello di un pittore che intende inseguire una visione parziale, la cui completezza verrà raggiunta grazie alla comunione collettiva con coloro che lo osservano mentre impone lievi tracce di colore sulla tela bianca, dandole una sua identità unica ma non indivisibile. Il mio obiettivo è proprio quello di dare forma a un romanzo con le caratteristiche di un quadro abbozzato affinché possa essere completato dal lettore. Le pennellate che per Brady sono solo ‘una linea contorta’ possono assumere infinite forme e significati dal punto di vista di ogni singolo lettore. Io voglio che i miei lettori siano coinvolti in forma attiva nella lettura anziché farsela imporre passivamente in modo netto e inequivocabile come accade leggendo i romanzi perfettamente delineati e definiti di autori come Brady”.
Juan si concesse una smorfia di scherno prestando però la massima attenzione a nasconderla al pubblico. Riteneva la replica appena ascoltata un gioco di prestigio malriuscito, un patetico tentativo di Mendieta di insistere col gioco delle tre carte nella speranza che almeno i distratti non si accorgessero di essere stati ingannati e si accontentassero di osservare le mani in rapido movimento come uno spettacolo, considerando i soldi puntati un’elemosina al questuante che, smascherato, non poteva più atteggiarsi a mago.
Vazquez pose poi altre domande, sollevò argomenti di carattere più ampio e generico sul ruolo dello scrittore e – finalmente in tema col ciclo di conferenze – sul valore della denuncia letteraria. Gli interventi dei due autori divennero enunciazioni individuali senza alcun elemento di schermaglia, lo scontro di fatto si era concluso, e verso le dieci di sera una stretta di mano al centro del palco suggellò la fine del dibattito, suggellata dal moderatore con l’inevitabile richiesta di un applauso dei presenti.
*
Nella settimana seguente le riviste letterarie e gli inserti culturali dei quotidiani diedero spazio alla serata tenutasi alla Fondazione Herrera. Anche sui social network l’elemento ‘Brady VS Mendieta’ riprese vigore, quantunque stavolta i mass media generalisti lo snobbarono poiché, notoriamente, una minestra riscaldata rischia sempre di suscitare lamentele nella clientela.
Già dal ventisette febbraio Brady aveva chiesto alla sua compagna, ai suoi genitori, al suo editore e agli amici cosa ne pensassero del match. Aveva colpito a fondo l’avversario? Poteva legittimamente ritenere di aver trionfato per k.o. tecnico?
Tutti ritennero di sì, ma il loro tono aveva qualcosa di troppo amichevole. Si percepiva che il sostegno fornito era basato sul legame affettivo piuttosto che su un’oggettiva disanima del combattimento verbale.
Per alcuni giorni andò in giro per le librerie, con occhiali da sole e cappello con la visiera, ad ascoltare ogni eventuale commento. Prendeva tre caffè – decaffeinati – e altrettante brioche in tre locali diversi frequentati da studenti universitari nei pressi di Valmonte. Quando tornava a casa spulciava il web con ricerche mirate per analizzare le reazioni dei giornalisti presenti, ma soprattutto i pareri degli utenti comuni, il lettore medio dei romanzi suoi e di quelli di Mendieta.
Su twitter scoprì – e fu la prima sorpresa negativa – un hashtag abbastanza condiviso piuttosto emblematico: #iononsonounlettorepassivo. La maggior parte dei commenti attinenti a questo hashtag tendevano a evidenziare la capacità di Francisco Hernandez di essere straordinariamente carismatico. Persino indossando una sciatta tuta da ginnastica diventava autorevole semplicemente enunciando concetti. Man mano che procedeva nelle sue ricerche su internet Brady si rese conto che lo scrittore col quale aveva duellato negli ultimi mesi denotava un’impeccabile cura nel creare la propria immagine come personaggio pubblico. Contestualmente all’apparente aria da santone new age che spariva per settimane nascondendosi nella natura selvaggia della sua amata Bariloche, esisteva anche un Francisco Hernandez Mendieta che partecipava a meeting studenteschi, programmi televisivi, festival cinematografici e serate teatrali con assai maggiore frequenza – e sicuramente con molto più metodo – di quanto non riuscisse a Brady.
Le fotografie, soprattutto, erano altamente indicative di quanto fosse mediaticamente costruita la sua figura come autore. Primi piani espressivi, giochi di luce da fotografo esperto, pose da intellettuale europeo con dettagli da rockstar, camei come comparsa in video amatoriali su youtube realizzati da studenti di cinematografia.
Naturalmente Juan Brady era conscio di tali piccoli trucchetti – perché questo erano secondo lui – utilizzati da Mendieta per accrescere la propria popolarità, ma solo adesso si stava rendendo conto della loro estensione e soprattutto organicità. Il suo editore gli aveva detto una volta che Omar Ballesteros era un agente esoso ma efficace. Finalmente capiva in pieno il senso della frase: l’agente di Francisco Hernandez aveva il compito di promuoverlo al di fuori dell’ambito letterario, di farlo conoscere a prescindere dall’essere un romanziere. Non basta sapersi vendere, occorre anche un commesso viaggiatore che cerchi acquirenti disposti a comprare, e Ballesteros aveva conoscenze in ambito cinematografico, universitario, televisivo e persino contatti con agenzie di eventi mondani, quelle che organizzano matrimoni vip fra calciatori e attricette o compleanni di cantanti che, effimeramente celebri grazie a un singolo di successo, battono il ferro finché è caldo. In ognuno di questi eventi Mendieta era sicuramente presente, sempre ben introdotto e con la possibilità di creare legami e amicizie utili per piccoli favori quali opinioni positive sui profili twitter e facebook del famoso di turno (ora cominciava a capire la presa di posizione in favore di Mendieta da parte di quell’oca analfabeta di Beatriz Ghidini).
Il momento culminante di questa orrenda giornata di sinistre scoperte fu il dialogo, casualmente intercettato, fra due trentenni che davanti a un paio di tazze di cappuccino discutevano del romanzo Il gatto galleggiante sul Mare della Tranquillità. Uno dei due spiegò all’altro che non aveva mai letto nulla di Mendieta, ma dopo “l’ignobile” (usò esattamente questa parola) attacco di Juan Brady di qualche mese prima si era deciso a leggerlo, e peraltro gli era piaciuto.
“Si sono confrontati di nuovo proprio pochi giorni fa” lo informò l’amico. “Sembra che abbiano appianato le loro divergenze”.
"Come è successo?"
"C'è stata una serata letteraria alla fondazione Herrera e alla fine si sono stretti la mano".
“Avrà organizzato tutto Brady. Ha capito di aver fatto una pessima figura e adesso ha tentato di rimediare” dedusse quello che ne valutava “ignobile” l’atteggiamento.
Lo scrittore si alzò rapidamente dal proprio posto a sedere e se ne andò con tale furia che un cameriere dovette corrergli dietro per fargli notare che non aveva pagato il conto. Gli allungò una banconota senza neppure fare caso alla cifra che vi era stampigliata e subito riprese la ritirata a passo svelto, calcandosi con foga il cappello sulla testa per nascondere la faccia dietro la visiera.

(CONTINUA)

martedì 12 maggio 2015

La polemica tra Juan Brady e Francisco Hernandez Mendieta – seconda parte

Lo scrittore insultato sembrava svanito nel nulla. Suo padre, dopo aver dato del “borioso” a Brady, spiegò che Francisco Hernandez era a Bariloche insieme alla moglie in qualche luogo dove probabilmente non arrivavano né internet né il gps. Cercava pace.
Anche Omar Ballesteros, il suo agente, si premurò dapprima di sostenere che Juan Brady aveva dato prova di “atteggiamento immaturo”, ma poi confermò che lui stesso non riusciva a contattare Francisco Hernandez e d’altronde lo aveva preventivamente informato che sarebbe stato irraggiungibile per alcuni giorni.
L’editore di Mendieta ritenne a sua volta di dover prendere le difese del proprio scrittore con un comunicato stranamente molto pacato (era probabile che non intendesse arrischiare un conflitto con l’editore di Brady). Si trattava di un breve testo lungo neppure una pagina in cui si deplorava il tono aggressivo dell’autore de L’esercito dei pezzenti, si definiva “limitativo” l’approccio di Juan Brady nei confronti di uno stile letterario che aveva la sola colpa di essere diverso dal suo, e gli si rammentava la grande tradizione della narrativa argentina in cui l’elemento reale si mescola al fantastico in un magico caleidoscopio all’interno del quale la finzione romanzesca sconfina nei labirinti onirici della mente: da Borges a Casares, da Onetti a Cortàzar, fino a Soriano.
Brady replicò quasi immediatamente tramite il proprio sito internet – il suo editore continuava ostinatamente a tenersi fuori dal campo di battaglia – sostenendo che egli provava il massimo rispetto per tutti gli autori citati ritenendoli tra i migliori maestri della letteratura nazionale, ma che Mendieta non era minimamente paragonabile ad essi, se non per l’astrattismo delle sue storie (non certo per le spessore della prosa e la densità simbolica dei significati che quei grandi sapevano infondere a differenza dell’autore de Il gatto galleggiante sul Mare della Tranquillità).
Mentre scriveva tale messaggio ebbe un piccolo brivido all’idea che in una nuova ipotetica intervista gli ponessero domande in merito perché, a essere onesti, riguardo Cortàzar nutriva le stesse riserve che aveva verso Mendieta e da anni non toccava un suo libro, perciò se lo avessero trascinato in una dissertazione su Cortazàr si sarebbe probabilmente tradito con qualche frase inopportuna che avrebbe dimostrato la sua scarsissima conoscenza di uno dei pilastri della narrativa argentina moderna. Decise che la sera stessa avrebbe letto qualcosa di quell’autore canonico per non rischiare figuracce.
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Intanto la polemica aveva raggiunto il culmine. Pur mancando uno dei due contendenti, a combattere per suo conto erano soprattutto vip e gente comune che si dichiaravano lettori di Mendieta e bollavano come “maleducato”, “arrogante” e “infantile” Brady e la sua pretesa che essi fossero “incompetenti”.
L’attrice Beatriz Ghidini dichiarò di aver adorato L’intersecazione del nulla (pochi ci credettero in verità) e di aver invece trovato noiosissimo L’ultima missione, precisando che tuttavia non si era mai permessa di scrivere o dichiarare che Brady fosse un autore noiosissimo. “Se invece, secondo lui, io sono incompetente per aver apprezzato un romanzo di Mendieta, beh, preferisco essere incompetente e leggere un bel romanzo piuttosto che essere competente e annoiarmi leggendo il romanzo di uno scrittore maleducato!”
Nelle pieghe delle discussioni emersero però anche alcuni sostenitori di Juan, meno numerosi e attenti a sottolineare che neppure loro avevano apprezzato la veemenza da lui dimostrata contro il collega, ma disposti ad ammettere che, insomma, romanzi come L’intersecazione del nulla e Il gatto galleggiante sul Mare della Tranquillità erano a tratti realmente incomprensibili e che in fondo era stato Mendieta a stuzzicare Brady tacciandolo di incapacità di osare.
Il commento più divertente – e divertito – fu sicuramente quello di Alfonso Domenech ‘El lector’, l’allenatore con pose intellettuali del Racing, che dichiarò che dovendo scegliere uno dei due scrittori come giocatore aggiunto per la sua squadra avrebbe senza dubbio prescelto Brady per il suo agonismo, mentre nutriva dubbi sull’utilità in campo del troppo etereo Mendieta.
Il terzo giorno susseguente al violento attacco subìto, Francisco Hernandez ricomparve finalmente a Buenos Aires. Subito contattato da numerosi giornalisti, troncò ogni chiamata sostenendo che avrebbe replicato in forma ufficiale tramite il sito internet del proprio agente letterario l’indomani.
L’attesa delle sue parole divenne a sua volta una notizia, sebbene, essendo ormai trascorsi cinque giorni dall’inizio del tormentone, l’interesse generale mostrava qualche primo segnale di affievolimento, inevitabile processo di disinteresse progressivo che si verifica in tutti quei casi in cui i mass-media bombardano eccessivamente l’utenza a proposito di una specifica news e delle sue evoluzioni. Fosse stato un omicidio o uno scandalo a sfondo sessuale, la morbosità dell’uomo medio avrebbe permesso una maggiore durata al picco dell’interesse collettivo attorno al fatto, ma essendo una mera diatriba fra due scrittori il suo grado di magnetismo nei confronti dell’audience nazionale ne risultava penalizzato.
La replica ufficiale di Mendieta fu l’ultima fiammata in grado di mantenere la polemica nella top five degli argomenti più cliccati e letti, e financo discussi dalla gente in strada come argomento di conversazione nei caffè e nelle sale di attesa. Lo scrittore pubblicò tramite il sito di Omar Ballesteros l’attesissima risposta che pareva una presa in giro e che invece lui, successivamente, garantì essere sincera e priva di ironia.
“Sono gratificato dagli intenti espressi dallo scrittore Juan Brady nella sua intervista al Clarìn dello scorso martedì. La trama da lui ipotizzata denota il coraggio creativo che mi ero augurato sorgesse in lui. Sarò felice di leggere il romanzo quando egli lo avrà ultimato”.
I commenti spaziarono dal divertito al deluso. Brady, per parte sua, si limitò a un tweet acido:
Non potrei mai scrivere una fotocopia dei suoi romanzetti. Io rispetto i lettori.
L’hashtag #BradyVSMendieta rimase uno dei più discussi sino alle prime ore del giorno seguente, e la disputa trovava adeguato spazio anche su facebook e in vari forum di lettori, corroborata da ulteriori interventi e prese di posizioni (Beatriz Ghidini scrisse che la classe dimostrata da Mendieta con la sua elegantissima risposta dimostrava ulteriormente la sua superiore qualità rispetto a Brady, sia come letterato che come uomo).
L’indomani, intorno alle undici, il paese fu sconvolto dalla notizia di un tremendo incidente ferroviario a Cordoba in cui, secondo i resoconti dei primi soccorritori, avevano perso la vita una ventina di persone. La diatriba fra i due scrittori, già logorata dalla lunga presenza fra le news di primo piano, divenne inevitabilmente una sciocca frivolezza nel momento in cui l’intera Argentina si trovava costretta a confrontarsi con il lutto nazionale, le polemiche sulla sicurezza delle ferrovie e i conseguenti scambi di accuse a sfondo politico fra i partiti di governo e l’opposizione.
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Per sei mesi circa vi fu una relativa calma fra i due contendenti, favorita dalla loro misurata presenza in contesti mondani e culturali e dall’apparente volontà di non volgarizzare la questione con ulteriori frecciate. (Forse, più verosimilmente, erano stati i rispettivi editori a consigliare toni distensivi per non rovinare l’immagine pubblica dei loro scrittori che rischiavano, in caso di ulteriori prolungamenti della tenzone, di sembrare due bimbi che litigano per stabilire chi abbia il pisello più lungo).
Invitato a una premiazione letteraria a Rosario, Francisco Hernandez Mendieta rispose seccamente “Non ho voglia di ritornare su tale questione” quando il redattore di un quotidiano locale gli chiese se avesse avuto modo di chiarirsi con Brady.
Quest’ultimo, a sua volta, non replicò a nessuno dei commenti sprezzanti che continuarono a giungergli per alcune settimane da parte di lettori di Mendieta; evitò inoltre di disabilitare il proprio account su twitter e ricevette in silenzio accuse, battute salaci e parole sprezzanti.
Nel mese di febbraio, però, la Fondazione Herrera di Buenos Aires organizzò una serie di conferenze incentrate sul valore della denuncia letteraria nella società contemporanea, e quantunque la disputa fra due autori non fosse, in effetti, un argomento attinente a siffatto tema, il segretario della Fondazione, Marcelo Urruticoechea, ebbe l’idea di dedicare una serata a Brady e Mendieta. Nel suo progetto i due romanzieri si sarebbero potuti finalmente affrontare a viso aperto, su un palco, con un moderatore che avrebbe posto domande a entrambi evitando nel contempo il possibile degenerare della discussione (possibilità alla quale non voleva in nessun modo credere, dando per certo che la civiltà e l’estrema elevazione culturale dei due letterati avrebbe sicuramente evitato qualunque caduta di stile).
Approvato dai soci della Fondazione Herrera, il progetto prese corpo e vennero perciò contattati con discrezione i due scrittori. Per Mendieta si passò per il tramite del suo agente perché lui era nuovamente lontano da Buenos Aires e apparentemente irraggiungibile, sia al cellulare che per posta elettronica. Per avere il suo assenso occorreva attendere, pertanto la Fondazione si premurò di organizzare nel contempo una serata alternativa nel caso in cui fosse mancata la presenza dell’uno o dell’altro contendente.
Ma non era certo il caso di Juan Brady, che diede immediatamente la propria disponibilità. Incontrare il rivale davanti a un pubblico qualificato – che poteva essere, in un certo senso, anche una giuria – era l’occasione ideale per dimostrare la validità del suo attacco (della sua replica, almeno dal suo punto di vista) ma anche per zittire tutti coloro che lo avevano criticato per la veemenza eccessiva nei confronti di Mendieta. Stavolta sarebbe stato pacato come un lord inglese, ma non per questo meno tagliente.
“Le faremo sapere non appena avremo la risposta del signor Francisco Hernandez” specificarono gli emissari della Fondazione.
Ci vollero cinque giorni, cinque giorni durante i quali Brady non riuscì a impedirsi di pensare costantemente all’agognato match. Da un lato predisponeva mentalmente le argomentazioni, immaginava le possibile repliche (impresa ardua vista l’imprevedibilità di Mendieta) e dall’altro temeva che  rifiutasse di partecipare e tutto il suo sforzo mentale venisse vanificato.
La sua compagna fu martellante nel ripetergli continuamente di non ossessionarsi su questa eccessiva volontà di guerra contro il rivale, innervosendo Juan che sottolineava ogni volta che da parte sua non vi era alcuna “intenzione di guerra, né odio, né ebbrezza di spargere sangue”, ma solo la volontà di smascherare un truffatore di lettori indifesi.
Finalmente Francisco Hernandez accettò l’invito e la serata iniziò a essere pubblicizzata. Stavolta però non ebbe la stessa eco mediatica, e d’altronde fu Marcelo Urruticoechea in persona a non voler enfatizzare troppo l’evento nei canali televisivi generalisti, preferendo che venisse trattato solo dalla riviste letterarie e dagli inserti culturali dei quotidiani più autorevoli. Insomma, doveva trattarsi di un duello verbale riservato a un pubblico d’élite, non di una rozza zuffa da bar di periferia. Il segretario si spinse persino a incontrare preventivamente i due romanzieri per accennargli nei dettagli come si sarebbe svolto l’incontro e – fra le righe – pregarli di non lasciarsi sfuggire di mano il controllo dei propri nervi e della propria lingua.
Il ventisei febbraio, alle ore diciotto, presenti un centinaio di notabili culturali della capitale tra i quali gli inviati di Ñ, Contratiempo e della Buenos Aires Review, nonché qualche intruso politico o appartenente del mondo dello showbiz, lo scontro verbale diretto fra Brady e Mendieta ebbe inizio.

(CONTINUA)