L'amico Alex, scrittore specializzato in narrativa horror e thriller, ha segnalato sul proprio blog il mio racconto "Esistenza postuma" con una recensione positiva.
Ovviamente lo ringrazio. Mi sento particolarmente lusingato visto che lui è un accanito lettore e ha una competenza letteraria superiore alla media, quindi i suoi apprezzamenti hanno un valore speciale.
Colgo l'occasione per segnalare che ho aggiunto il racconto sulla pagina dei download dei racconti fantastici. Potete trovare il link (e anche quelli relativi alla narrativa tradizionale e quella sui generis) in questo post.
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domenica 25 aprile 2010
lunedì 19 aprile 2010
Esistenza postuma (conclusione)
La mia prima giornata da defunto si è conclusa nel luogo più appropriato, il cimitero. Speravo di trovare lì qualche risposta, ma non è successo niente. Inoltre non mi sono accorto che l’orario di apertura stava per scadere e sono rimasto chiuso dentro. Ho dovuto trascorrerci il pomeriggio e tutta la notte, che peraltro mi sono sembrate abbastanza brevi.
Ho indugiato a lungo sulla tomba di Graziano. L’ho chiamato tante volte, però nulla da fare.
Dove sei finito?
E dove sono finito io? In che posto mi trovo esattamente? E’ il limbo? E’ il purgatorio? Insomma, che cosa c’è dopo la morte?
Se per caso stai cominciando a sentirti agitato, tranquillizzati. Non devi preoccuparti per me, e neppure per te stesso. Lo so che le mie domande sembrano angoscianti, ma neanche così tanto, soprattutto se te le poni da cadavere.
Vale anche per la situazione. Passare la notte in un cimitero sarebbe spaventoso, da vivente. Ma da morto è una cosa naturale. A ogni condizione la sua naturalezza.
Tu magari stai davanti a internet e stai fissando immagini statiche di persone, i loro avatar.
Anch’io sto fissando immagini statiche di persone: le loro foto sulle lapidi.
Tu batti le dita sulla tastiera per scrivere frasi.
Io pure tamburello le dita, però sul marmo di una tomba.
Se cambiassimo ruolo proveremmo entrambi stupore, ma finché siamo ognuno al suo posto tutto rimane coerente. Comunque, puoi fare una prova e sostituirti a me. Solo in modo virtuale. Tanto se sei connesso a internet la virtualità è una cosa alla quale sei abituato, no?
Quindi sei al cimitero. Hai passato la notte lì senza ricevere alcun segnale o risposta. Sorge l’alba e il custode apre il cancello. Ti trattieni ancora un po’ perché non sai bene dove andare, e ti metti a guardare il cielo azzurro, le nuvole bianche che si sfilacciano alla luce del sole. Chissà quante volte sei passato sotto questa meraviglia senza neppure guardarla. Andavi troppo di fretta, avevi tante cose da fare. Ma ora hai di fronte a te un tempo lunghissimo (almeno così dovrebbe essere) e nessun impegno, perciò resti a goderti la vista del cielo.
All’improvviso però vedi una gran calca. Arriva gente, sguardi addolorati, lacrime, corone di fiori, una cassa da morto. E’ un funerale. Abbastanza logico in un cimitero.
Peraltro é il tuo.
E la ragazza? A lei non glielo fanno?
Beh, sicuramente era una turista, quindi la seppelliranno altrove, nel suo luogo di origine. E poi staranno facendo l’autopsia per trovare elementi utili per le indagini. Tu potresti fornire l’identikit dell’assassino, se solo potessi comunicare con i viventi. Ma non puoi farlo, quindi è inutile. Se fossi ancora vivo saresti già corso alla polizia, vero? Non te ne saresti fregato, ne sono certo.
Chi c’è al tuo funerale? Tutti, anche la tua ex moglie. E piange pure. Strano. Se ci teneva tanto a te perché non te lo ha dimostrato mentre eri vivo? Che odiosa ipocrisia.
Tu da vivo hai sempre dimostrato il tuo affetto a tutte le persone care, non hai aspettato che morissero per accorgerti di loro. Almeno credo, io non posso sapere le tue cose personali.
Parlando di me invece lo affermo con certezza: non ho atteso che le persone crepassero per stargli vicino. Le ho rispettate anche da vive.
Magari con qualche eccezione.
In alcuni casi isolati avrei potuto fare di più.
Ma parliamo di pochissime situazioni, eh!
Sei – sette al massimo.
Beh, forse una decina.
Intanto hanno iniziato a deporre la cassa nel loculo. I ragazzi non ci sono, probabilmente li hanno portati in chiesa ma voluto risparmiargli il momento dell’inumazione. Approvo. Loro sono giustificati. Alla loro età hanno il diritto di essere esentati dai momenti tristi. In fondo a quattordici e sedici anni… beh, a sedici anni uno potrebbe anche essere coinvolto… E’ un’età in cui bisogna iniziare a rendersi adulti, addentrarsi nel bello ma anche nel brutto della vita.
Io ho iniziato… quando ho iniziato? Quando ho guardato in faccia le cose spiacevoli dell’esistenza invece di voltare le spalle e rifugiarmi in un sogno dove tutto era perfetto? Quando ho smesso di comportarmi come un idiota che ignora il dolore, il male, la sofferenza, il distacco e la morte stessa?
E’ imbarazzante ammetterlo, ma non me lo ricordo. Mi sento come se fossi stato un ignavo idiota per tutta la vita, sino al momento dell’impatto con quel fuoristrada.
E tu, quando hai iniziato a guardare in faccia le cose spiacevoli?
Ma ti sto distraendo proprio mentre è in corso il tuo funerale. Seguilo pure con attenzione, non ti infastidisco più.
Guarda i tuoi genitori come piangono! E’ proprio brutto vedere morire i propri figli, e loro sono disperati. Non ti va di vederli ridotti così, e allora te ne vai.
Si, me ne sono andato. La sofferenza dei miei genitori era troppo brutta da guardare. Non volevo vederla. Basta non guardare e le cose sembra che non esistano.
Ti è mai capitato di avere un atteggiamento del genere?
Io sempre, l’ho appena ammesso e lo confermo. Fuggivo le cose tristi, non le guardavo, volevo illudermi che non esistessero. Tu non fai come me, vero? Bravo, fai bene. Non ignorare certe cose, anche se ti possono far sentire male. Cambiare canale per non sentire, spegnere la radio per non ascoltare, far finta che certi posti non esistano… atteggiamento vigliacco. E tu non sei vigliacco come me. Tu si che sei davvero vivo, sotto ogni punto di vista.
Io non lo sono mai stato. Ero morto anche da vivo. Uno spirito che sfugge, una creatura che si rende invisibile, un soffio d’aria che passa attraverso gli eventi senza volersi sentire toccato. Lo sono ora e lo ero prima. L’unica differenza è che adesso sono un fantasma mentre prima ero un uomo in carne e ossa. Però, almeno per l’atteggiamento, cambia veramente poco.
Forse è per questo che le cose della vita mi mancano relativamente poco e che ho questa sensazione di distacco assoluto e di impassibilità. Non è causata dall’essere un fantasma, ma solo da me. Così ero e così sono rimasto.
A pensarci bene è orrendo.
Fortunato te che riesci ad essere vivo in tutti sensi. Se solo potessi tornare indietro vorrei essere come te… Esistere in modo attivo, non fuggire, non distrarmi di fronte alle cose belle, non comportarmi da vigliacco, non dimenticare le persone per ricordarmene solo il giorno del loro funerale.
Si, mi piacerebbe proprio.
E se facessimo una prova?
Dai, desidera di prendere il mio posto. Vediamo che succede. Forse per un attimo potresti essere morto ed assistere al tuo funerale, e io – sempre per un attimo – mi risentirei vivo e avrei modo di pentirmi per la mia vigliaccheria.
Lo stai pensando?
No.
Perché mai? Hai paura. E di cosa? Ho detto ‘un attimo’, mica per sempre. Solo un istante in cui ci scambiamo di posizione e sperimentiamo un rovesciamento di prospettiva. Capisco che per te suoni meno allettante di quanto suoni a me, ma in fondo si tratterebbe di una cosa brevissima.
La facciamo questa prova?
Niente, non sei convinto.
Va bene, non insisto.
In fondo fai bene a non rinunciare neppure a un istante della tua vita.
Anche se sarebbe solo per un attimo, da morto vedresti le cose in modo diverso.
Io almeno vedo le tue stesse cose, però è come se fossero schiacciate, come se avessi davanti a me un gigantesco schermo che proietta immagini. Ci cammino dentro, ma percepisco una superficie liscia di fronte ai miei occhi, una semplice proiezione bidimensionale, senza forma, senza concretezza, senza neppure verità. Un luogo falso, che sembra la realtà ma non lo é. Un quadrante piatto su cui scorrono figure, cose, persone, ma che per me sono soltanto un quadrante. Provo ad afferrare un oggetto, a stringere una mano, e sento scorrere il mio tatto lungo una parete liscia.
Sono isolato da ciò che vedo, anche se ho l’impressione di starci in mezzo. Sto guardando un film, ciò che vedo è una sequenza registrata, non verità. Eppure sembra così autentica…
Non dirmi che provi delle sensazioni simili a volte.
Non dirmi che stai sperimentando una strana forma di disagio.
Se è così, scappa via subito. Si, scappa!
Corri all’aria aperta, afferra cose reali, stringi la mano a persone vive.
Fuggi dallo schermo piatto su cui scorre il film della vita fittizia.
Però devi farlo da solo, io non posso aiutarti.
Ormai sono morto, e questo è un grosso problema per me.
Ho indugiato a lungo sulla tomba di Graziano. L’ho chiamato tante volte, però nulla da fare.
Dove sei finito?
E dove sono finito io? In che posto mi trovo esattamente? E’ il limbo? E’ il purgatorio? Insomma, che cosa c’è dopo la morte?
Se per caso stai cominciando a sentirti agitato, tranquillizzati. Non devi preoccuparti per me, e neppure per te stesso. Lo so che le mie domande sembrano angoscianti, ma neanche così tanto, soprattutto se te le poni da cadavere.
Vale anche per la situazione. Passare la notte in un cimitero sarebbe spaventoso, da vivente. Ma da morto è una cosa naturale. A ogni condizione la sua naturalezza.
Tu magari stai davanti a internet e stai fissando immagini statiche di persone, i loro avatar.
Anch’io sto fissando immagini statiche di persone: le loro foto sulle lapidi.
Tu batti le dita sulla tastiera per scrivere frasi.
Io pure tamburello le dita, però sul marmo di una tomba.
Se cambiassimo ruolo proveremmo entrambi stupore, ma finché siamo ognuno al suo posto tutto rimane coerente. Comunque, puoi fare una prova e sostituirti a me. Solo in modo virtuale. Tanto se sei connesso a internet la virtualità è una cosa alla quale sei abituato, no?
Quindi sei al cimitero. Hai passato la notte lì senza ricevere alcun segnale o risposta. Sorge l’alba e il custode apre il cancello. Ti trattieni ancora un po’ perché non sai bene dove andare, e ti metti a guardare il cielo azzurro, le nuvole bianche che si sfilacciano alla luce del sole. Chissà quante volte sei passato sotto questa meraviglia senza neppure guardarla. Andavi troppo di fretta, avevi tante cose da fare. Ma ora hai di fronte a te un tempo lunghissimo (almeno così dovrebbe essere) e nessun impegno, perciò resti a goderti la vista del cielo.
All’improvviso però vedi una gran calca. Arriva gente, sguardi addolorati, lacrime, corone di fiori, una cassa da morto. E’ un funerale. Abbastanza logico in un cimitero.
Peraltro é il tuo.
E la ragazza? A lei non glielo fanno?
Beh, sicuramente era una turista, quindi la seppelliranno altrove, nel suo luogo di origine. E poi staranno facendo l’autopsia per trovare elementi utili per le indagini. Tu potresti fornire l’identikit dell’assassino, se solo potessi comunicare con i viventi. Ma non puoi farlo, quindi è inutile. Se fossi ancora vivo saresti già corso alla polizia, vero? Non te ne saresti fregato, ne sono certo.
Chi c’è al tuo funerale? Tutti, anche la tua ex moglie. E piange pure. Strano. Se ci teneva tanto a te perché non te lo ha dimostrato mentre eri vivo? Che odiosa ipocrisia.
Tu da vivo hai sempre dimostrato il tuo affetto a tutte le persone care, non hai aspettato che morissero per accorgerti di loro. Almeno credo, io non posso sapere le tue cose personali.
Parlando di me invece lo affermo con certezza: non ho atteso che le persone crepassero per stargli vicino. Le ho rispettate anche da vive.
Magari con qualche eccezione.
In alcuni casi isolati avrei potuto fare di più.
Ma parliamo di pochissime situazioni, eh!
Sei – sette al massimo.
Beh, forse una decina.
Intanto hanno iniziato a deporre la cassa nel loculo. I ragazzi non ci sono, probabilmente li hanno portati in chiesa ma voluto risparmiargli il momento dell’inumazione. Approvo. Loro sono giustificati. Alla loro età hanno il diritto di essere esentati dai momenti tristi. In fondo a quattordici e sedici anni… beh, a sedici anni uno potrebbe anche essere coinvolto… E’ un’età in cui bisogna iniziare a rendersi adulti, addentrarsi nel bello ma anche nel brutto della vita.
Io ho iniziato… quando ho iniziato? Quando ho guardato in faccia le cose spiacevoli dell’esistenza invece di voltare le spalle e rifugiarmi in un sogno dove tutto era perfetto? Quando ho smesso di comportarmi come un idiota che ignora il dolore, il male, la sofferenza, il distacco e la morte stessa?
E’ imbarazzante ammetterlo, ma non me lo ricordo. Mi sento come se fossi stato un ignavo idiota per tutta la vita, sino al momento dell’impatto con quel fuoristrada.
E tu, quando hai iniziato a guardare in faccia le cose spiacevoli?
Ma ti sto distraendo proprio mentre è in corso il tuo funerale. Seguilo pure con attenzione, non ti infastidisco più.
Guarda i tuoi genitori come piangono! E’ proprio brutto vedere morire i propri figli, e loro sono disperati. Non ti va di vederli ridotti così, e allora te ne vai.
Si, me ne sono andato. La sofferenza dei miei genitori era troppo brutta da guardare. Non volevo vederla. Basta non guardare e le cose sembra che non esistano.
Ti è mai capitato di avere un atteggiamento del genere?
Io sempre, l’ho appena ammesso e lo confermo. Fuggivo le cose tristi, non le guardavo, volevo illudermi che non esistessero. Tu non fai come me, vero? Bravo, fai bene. Non ignorare certe cose, anche se ti possono far sentire male. Cambiare canale per non sentire, spegnere la radio per non ascoltare, far finta che certi posti non esistano… atteggiamento vigliacco. E tu non sei vigliacco come me. Tu si che sei davvero vivo, sotto ogni punto di vista.
Io non lo sono mai stato. Ero morto anche da vivo. Uno spirito che sfugge, una creatura che si rende invisibile, un soffio d’aria che passa attraverso gli eventi senza volersi sentire toccato. Lo sono ora e lo ero prima. L’unica differenza è che adesso sono un fantasma mentre prima ero un uomo in carne e ossa. Però, almeno per l’atteggiamento, cambia veramente poco.
Forse è per questo che le cose della vita mi mancano relativamente poco e che ho questa sensazione di distacco assoluto e di impassibilità. Non è causata dall’essere un fantasma, ma solo da me. Così ero e così sono rimasto.
A pensarci bene è orrendo.
Fortunato te che riesci ad essere vivo in tutti sensi. Se solo potessi tornare indietro vorrei essere come te… Esistere in modo attivo, non fuggire, non distrarmi di fronte alle cose belle, non comportarmi da vigliacco, non dimenticare le persone per ricordarmene solo il giorno del loro funerale.
Si, mi piacerebbe proprio.
E se facessimo una prova?
Dai, desidera di prendere il mio posto. Vediamo che succede. Forse per un attimo potresti essere morto ed assistere al tuo funerale, e io – sempre per un attimo – mi risentirei vivo e avrei modo di pentirmi per la mia vigliaccheria.
Lo stai pensando?
No.
Perché mai? Hai paura. E di cosa? Ho detto ‘un attimo’, mica per sempre. Solo un istante in cui ci scambiamo di posizione e sperimentiamo un rovesciamento di prospettiva. Capisco che per te suoni meno allettante di quanto suoni a me, ma in fondo si tratterebbe di una cosa brevissima.
La facciamo questa prova?
Niente, non sei convinto.
Va bene, non insisto.
In fondo fai bene a non rinunciare neppure a un istante della tua vita.
Anche se sarebbe solo per un attimo, da morto vedresti le cose in modo diverso.
Io almeno vedo le tue stesse cose, però è come se fossero schiacciate, come se avessi davanti a me un gigantesco schermo che proietta immagini. Ci cammino dentro, ma percepisco una superficie liscia di fronte ai miei occhi, una semplice proiezione bidimensionale, senza forma, senza concretezza, senza neppure verità. Un luogo falso, che sembra la realtà ma non lo é. Un quadrante piatto su cui scorrono figure, cose, persone, ma che per me sono soltanto un quadrante. Provo ad afferrare un oggetto, a stringere una mano, e sento scorrere il mio tatto lungo una parete liscia.
Sono isolato da ciò che vedo, anche se ho l’impressione di starci in mezzo. Sto guardando un film, ciò che vedo è una sequenza registrata, non verità. Eppure sembra così autentica…
Non dirmi che provi delle sensazioni simili a volte.
Non dirmi che stai sperimentando una strana forma di disagio.
Se è così, scappa via subito. Si, scappa!
Corri all’aria aperta, afferra cose reali, stringi la mano a persone vive.
Fuggi dallo schermo piatto su cui scorre il film della vita fittizia.
Però devi farlo da solo, io non posso aiutarti.
Ormai sono morto, e questo è un grosso problema per me.
venerdì 16 aprile 2010
Esistenza postuma (seconda parte)
Proprio così, non mi interessava vedere la mia salma portata via. A essere sinceri non ci ho neppure pensato. Questa è una considerazione che ho fatto un po’ di tempo dopo. In quel momento mi sono semplicemente allontanato per comprendere meglio.
Immagina: sei appena diventato un fantasma, non vorresti capire qualcosa di più di quello che puoi fare o non fare in questa tua nuova condizione? E allora vai in giro, provi a verificare cosa è cambiato, fai qualcosa tanto per vedere che succede.
Ti metti a camminare lungo la passeggiata che conduce al parcheggio, la stessa che avresti percorso se quel tizio in fuoristrada ti avesse mancato. Camminare, si, è la parola giusta. Sarai pure un fantasma, ma ti percepisci ancora nel modo in cui ti sei sempre percepito da vivo, con gambe che ciondolano, piedi che toccano terra (anche se non senti nulla), la testa che ruota in vari direzioni per osservare le solite cose che già sai: la fila di alberi a sinistra, il muretto a destra, il palazzo giallo accanto al parcheggio. C’è la tua macchina a pochi metri. Ci puoi entrare? I fantasmi dovrebbero passare attraverso i muri. Fai una prova, dai.
La tua mano si allunga verso il vetro. Lo tocca, lo… No, scompare. La tua mano affonda in un’invisibile nulla davanti al finestrino e svanisce. Ormai sei arrivato sino al gomito. La spalla. Anche la faccia è quasi a contatto col vetro, ma non riesce a oltrepassarlo. E’ come se fossi diventato una cosa unica col finestrino, vedi l’interno della tua macchina, ma non puoi andare oltre. E se provassi a rompere il vetro?
Colpisci!
Niente, il tuo pugno sparisce nel vetro, nella lamiera, ovunque provi a sfondare. Sei inconsistente, incorporeo. Però non puoi passare attraverso lo sportello.
Ma allora cosa sei diventato?
Sei un fantasma ma non puoi passare attraverso i muri, sei morto ma non puoi vedere gli altri morti. Non sei in paradiso, non sei all’inferno. Sei ancora nel mondo che conoscevi ma è come se non ne facessi più parte.
Cosa sei?
Io mi sono posto la domanda per pochi secondi, ma ho deciso di lasciar stare. Sarà capitato anche a te di trovarti di fronte a quesiti talmente imbarazzanti che l’unica risposta che ti è sembrata valida è stata il classico ‘Boh, meglio non pensarci’, no?
Ecco, una cosa simile. Anche da vivo avevo un atteggiamento del genere, evidentemente certe abitudini non si perdono neppure da morto.
‘Meglio non pensarci’, è sempre stata la mia filosofia esistenziale.
Ho continuato a muovermi lungo la passeggiata e riflettevo su quel che vedevo.
Il palazzo giallo era avvolto da una nuvola che sembrava sorgere dalla strada, anche se ovviamente era impossibile. Sovrastava tutto l’edificio, e anche il caseggiato accanto. Vedendo quella nube bianca che sembrava una spuma compatta e leggera sotto l’azzurro del cielo mi è venuta voglia di provare andarci sopra, come se potessi volare. Perché non fare una prova?
Il muretto dava sulla ferrovia, trenta metri più in basso. Sono montato in piedi e mi sono buttato nel vuoto. Da vivo sarei morto, da morto magari potevo capire meglio la mia condizione. Tornare vivo purtroppo no, ma volare magari si.
Salto!
Nulla, nessuna capacità di fluttuare nell’aria. Solo una luce accecante, e un attimo dopo ero sdraiato accanto al binario. Naturalmente non mi ero fatto male, però non avevo neppure provato la sensazione di aver volato, di essermi librato in aria, di essere precipitato verso il basso. Era come se mi fossi materializzato direttamente trenta metri più in basso.
E mi trovavo anche lontano dal piano stradale. Ho dovuto percorrere un bel pezzo a piedi prima di raggiungere un punto in cui il livello della ferrovia si riallineava con quello della città.
Di fronte c’era il Grand Hotel.
Cerco di farti capire il mio ragionamento: se sei diventato uno spirito incorporeo e nessuno ti può vedere e sentire, è come se fossi diventato l’uomo invisibile, perciò puoi entrare dove ti pare. Non riesci a passare attraverso i muri, devi comunque usare la porta, ma puoi accedere in luoghi che da vivo ti erano vietati. E io ero stato sempre incuriosito dall’albergo a cinque stelle di fronte alle terme.
Mi fermavo spesso ad ammirare la facciata e i suoi marmi lavorati, le decorazioni a mosaico, le sculture sui cornicioni. Mi azzardavo anche a sbirciare attraverso il portone con gli occhi puntati sul soffitto affrescato e sulle decorazioni alle pareti, ma non mi sognavo minimamente di entrare. Il portiere stava lì proprio per tenere lontani quelli come me, quei cittadini che non partecipano in modo attivo all’indotto del turismo termale e non hanno il diritto di ammirare gli interni di certi capolavori architettonici costruiti in forma esclusiva per la clientela benestante, quella che si può permettere di spendere cifre assurde per pernottare in un hotel e che pretende una serie di comodità, tra le quali il distacco da chi non appartiene al loro mondo. Niente vagabondi che entrano a chiedere l’elemosina, e neppure innocui curiosi attratti dalla creatività degli architetti e degli arredatori. Sparisci. Noi siamo di un altro livello, tu rimani fuori, stai lontano.
Infatti ero sempre rimasto fuori. Non appartenevo al loro livello, ovvio. Era stato il mio caso prima, e continuava ad esserlo. Dall’estraneità economica a quella esistenziale. Loro ancora viventi, io deceduto.
Ed ecco davanti a me il loro paradiso vietato, il Grand Hotel. Ho immaginato che l’ingresso fosse vietato anche ai fantasmi, ma poiché non era specificato sono entrato ugualmente. Il portiere mi ha guardato dritto negli occhi per osservare la turista che avevo alle spalle, che effettivamente era una gran bella ragazza. Calzoncini bianchi corti, gambe lunghissime, pelle liscia e lucente, camicetta celeste coperta sulla spalle dai suoi riccioli castani, lineamenti tondeggianti da quattordicenne, anche se sicuramente aveva almeno venti anni. L’ho seguita. In fondo non sapevo come muovermi in quel luogo.
I soffitti non erano solo affrescati, erano incorniciati da una fila di stucchi dorati veramente pregevoli. La scalinata che portava ai piani superiori era stata costruita in modo tale da far confluire la balaustra in metallo lavorato con alcune statuette in bronzo collocate sulle nicchie lungo le pareti. Uno spettacolo stupendo, di cui la ragazza sembrava disinteressarsi preferendo ammirare i propri sandali. Evidentemente quel luogo le era talmente famigliare che aveva finito con l’annoiarla, anche se trovarsi lì significava appartenere ad una minoranza privilegiata.
Il corridoio del secondo piano era coperto di pregiati tappeti, altro che quelle moquette da due soldi degli alberghi a due stelle. Le porte delle camere erano intagliate con sapienti lavori di ebanisteria, probabilmente una sola di quelle porte valeva più dell’intero arredamento di casa mia.
Casa mia, già. Difficilmente la mia ex moglie ci sarebbe tornata a vivere, e i nostri figli erano ancora troppo giovani. Quasi certamente sarebbe stata affittata a qualcuno, il mio letto sarebbe diventato il giaciglio di un estraneo. Tutto quel che avevo accumulato in anni di lavoro sarebbe servito solo a far apporre l’aggettivo “ammobiliato” accanto alla frase “affittasi appartamento”.
Intanto la ragazza aveva spalancato uno di quei capolavori di ebanisteria per accomodarsi nella suite n. 9, e ho pensato che in fondo sarebbe stato interessante vederla.
La suite intendo. Però ho visto anche la ragazza, perché ha cominciato subito a spogliarsi.
Un corpo perfetto. Mai visto una donna così bella, completamente nuda, a pochi passi da me. La mia ex e Antonella possono essere nude, ma mai belle.
Dopo pochi secondi aveva azionato la doccia. Io mi sono ritrovato ad osservare attentamente le pareti, le stampe in stile fine ‘800 appese su ogni lato, gli armadi di ciliegio, e la pelle bagnata di quella cliente.
Guardare senza poter toccare. Da vivo avrei sospirato, ma da morto non cambiava molto. Ammiravo quel corpo così come ammiravo gli arredi, contemplazione di bellezza senza alcun altro scopo che la contemplazione in se stessa.
Il rumore della porta che si apriva mi ha distratto.
L’uomo è entrato di soppiatto, avvicinandosi alla doccia nel silenzio più assoluto. Ho immaginato che fosse il fidanzato che voleva farle uno scherzo, ma mi sbagliavo. Appena è giunto alle sue spalle ha aperto di colpo lo scorrevole di plastica e l’ha afferrata alla gola. La ragazza ha esalato un grido di terrore che si è confuso col crepitio dell’acqua che cadeva sul marmo, subito soffocato dal coltello che le scorreva lungo la gola. L’uomo l’ha adagiata sul piatto della doccia in posizione seduta, con il getto d’acqua che continuava a scorrerle addosso lavando via il rosso del sangue che colava dal taglio sulla carotide.
Io stavo lì, immobile, spettatore di un omicidio a sangue freddo che non capivo.
Avrei dovuto fare qualcosa. Ma cosa?
Tu come ti saresti comportato? Almeno un tentativo di fermarlo l’avresti abbozzato? Magari una corsa fuori dalla stanza a chiedere aiuto?
Beh, non puoi. La porta è stata chiusa, tu non puoi aprirla, e non puoi passare attraverso le mura anche se sei un fantasma. E se per ipotesi potessi uscire dalla stanza, che cambierebbe?
Pensa: corri al primo piano e ti metti a urlare
-Aiuto!! Hanno ucciso una cliente nella stanza 9!!
Nessuno risponde, perché non possono né sentirti né vederti. Il portiere guarda la gente che passa, il ragazzo alla reception legge il giornale, e non hanno idea che a pochi metri di distanza stia avvenendo un omicidio.
Lo so che tu ci vuoi almeno provare, fare un tentativo, ma io preferisco lasciar stare. Perché so che sarebbe inutile. Ormai sono morto da più di un’ora, ho già capito cose che tu al momento non puoi immaginare perché… beh, perché sei ancora vivo. Da vivo è normale intervenire quando si assiste a un atto di violenza. Se tu assisti a un episodio del genere provi a fermare l’omicida, vero? Almeno chiedi aiuto, giusto? Non scappi via facendo finta di non vedere. Io invece ormai sono in questo stato di impossibilità, e ne sono pienamente consapevole. Lo sono stato già nel momento in cui assistevo al delitto. Ero cosciente di non poter fare assolutamente nulla, al massimo lo spettatore inerte.
Un uomo ha ammazzato una donna. Capita. Leggevo spesso notizie del genere sul quotidiano, o su internet, e giravo pagina. Vederlo coi propri occhi dopo che sei diventato un fantasma ti trasmette una sensazione simile. Prendi nota e basta. Non puoi pretendere di più.
Magari vorresti provare dispiacere, orrore, sdegno. Invece resti impassibile.
O più specificamente: io mi sentivo impassibile, e privo di sensi di colpa. Niente pietà e nessuna vergogna.
Un pensiero però ce l’ho avuto: mi sono chiesto se avrei visto il fantasma di quella ragazza trucidata.
Se ci pensi bene è una considerazione ovvia: ormai sei morto, le cose dei vivi appartengono ad un mondo che non è più il tuo. Ma quella bella giovane è appena stata strappata da quel mondo e precipitata in quello di chi ha cessato di esistere. Peraltro in modo violento, inatteso, proprio come te. Nel tuo caso non c’era volontarietà, è stata un disgrazia, però resta un omicidio.
-Ragazza, puoi sentirmi? Mi hanno ammazzato poco fa, proprio come è successo a te. Mi senti?
Purtroppo il corpo resta fermo nella doccia, e nessuno spirito emerge dalle carni. Nessuna voce, solo i passi leggeri dell’assassino che apre la porta, la richiude al volo e si allontana.
Ecco, avresti dovuto approfittarne per uscire. Non ci hai pensato (e neanche io in quel momento). Ora siamo nuovamente chiusi dentro la stanza n. 9. Ma in fondo era più importante verificare se dalla ragazza sorgesse un fantasma. Purtroppo la nostra speranza è stata delusa. Riproviamo, tanto per non lasciare nulla di intentato:
-C’è nessuno?
Apparentemente no.
Sei confuso, vero? Forse esiste qualcosa dopo la vita solo per te. Oppure gli altri vanno a finire in qualche altro posto e tu non puoi vederli… Chi lo sa. Stai facendo queste considerazioni senza preoccuparti. Niente riesce a preoccuparti. E’ una sensazione di distacco così profonda da non poter essere spiegata, vero?
Esatto, non può essere spiegata. E’ così, te lo posso garantire per esperienza diretta.
Intanto mi ero accorto che la finestra era accostata, e un colpo di vento l’aveva spalancata, quindi potevo buttarmi giù di sotto e uscire dall’hotel.
Un salto, e all’improvviso sono ricomparso steso a terra, sul lato della strada, con una moto che passava proprio in quell’istante. Mi ha attraversato con l’effetto di una ventata d’aria infuocata, una sensazione di un attimo che subito è scivolata via.
Sono rimasto fermo in mezzo all’incrocio, con macchine e autobus che mi travolgevano di continuo, a cercare di capire cosa potevo o, piuttosto, dovevo fare…
(CONTINUA)
Immagina: sei appena diventato un fantasma, non vorresti capire qualcosa di più di quello che puoi fare o non fare in questa tua nuova condizione? E allora vai in giro, provi a verificare cosa è cambiato, fai qualcosa tanto per vedere che succede.
Ti metti a camminare lungo la passeggiata che conduce al parcheggio, la stessa che avresti percorso se quel tizio in fuoristrada ti avesse mancato. Camminare, si, è la parola giusta. Sarai pure un fantasma, ma ti percepisci ancora nel modo in cui ti sei sempre percepito da vivo, con gambe che ciondolano, piedi che toccano terra (anche se non senti nulla), la testa che ruota in vari direzioni per osservare le solite cose che già sai: la fila di alberi a sinistra, il muretto a destra, il palazzo giallo accanto al parcheggio. C’è la tua macchina a pochi metri. Ci puoi entrare? I fantasmi dovrebbero passare attraverso i muri. Fai una prova, dai.
La tua mano si allunga verso il vetro. Lo tocca, lo… No, scompare. La tua mano affonda in un’invisibile nulla davanti al finestrino e svanisce. Ormai sei arrivato sino al gomito. La spalla. Anche la faccia è quasi a contatto col vetro, ma non riesce a oltrepassarlo. E’ come se fossi diventato una cosa unica col finestrino, vedi l’interno della tua macchina, ma non puoi andare oltre. E se provassi a rompere il vetro?
Colpisci!
Niente, il tuo pugno sparisce nel vetro, nella lamiera, ovunque provi a sfondare. Sei inconsistente, incorporeo. Però non puoi passare attraverso lo sportello.
Ma allora cosa sei diventato?
Sei un fantasma ma non puoi passare attraverso i muri, sei morto ma non puoi vedere gli altri morti. Non sei in paradiso, non sei all’inferno. Sei ancora nel mondo che conoscevi ma è come se non ne facessi più parte.
Cosa sei?
Io mi sono posto la domanda per pochi secondi, ma ho deciso di lasciar stare. Sarà capitato anche a te di trovarti di fronte a quesiti talmente imbarazzanti che l’unica risposta che ti è sembrata valida è stata il classico ‘Boh, meglio non pensarci’, no?
Ecco, una cosa simile. Anche da vivo avevo un atteggiamento del genere, evidentemente certe abitudini non si perdono neppure da morto.
‘Meglio non pensarci’, è sempre stata la mia filosofia esistenziale.
Ho continuato a muovermi lungo la passeggiata e riflettevo su quel che vedevo.
Il palazzo giallo era avvolto da una nuvola che sembrava sorgere dalla strada, anche se ovviamente era impossibile. Sovrastava tutto l’edificio, e anche il caseggiato accanto. Vedendo quella nube bianca che sembrava una spuma compatta e leggera sotto l’azzurro del cielo mi è venuta voglia di provare andarci sopra, come se potessi volare. Perché non fare una prova?
Il muretto dava sulla ferrovia, trenta metri più in basso. Sono montato in piedi e mi sono buttato nel vuoto. Da vivo sarei morto, da morto magari potevo capire meglio la mia condizione. Tornare vivo purtroppo no, ma volare magari si.
Salto!
Nulla, nessuna capacità di fluttuare nell’aria. Solo una luce accecante, e un attimo dopo ero sdraiato accanto al binario. Naturalmente non mi ero fatto male, però non avevo neppure provato la sensazione di aver volato, di essermi librato in aria, di essere precipitato verso il basso. Era come se mi fossi materializzato direttamente trenta metri più in basso.
E mi trovavo anche lontano dal piano stradale. Ho dovuto percorrere un bel pezzo a piedi prima di raggiungere un punto in cui il livello della ferrovia si riallineava con quello della città.
Di fronte c’era il Grand Hotel.
Cerco di farti capire il mio ragionamento: se sei diventato uno spirito incorporeo e nessuno ti può vedere e sentire, è come se fossi diventato l’uomo invisibile, perciò puoi entrare dove ti pare. Non riesci a passare attraverso i muri, devi comunque usare la porta, ma puoi accedere in luoghi che da vivo ti erano vietati. E io ero stato sempre incuriosito dall’albergo a cinque stelle di fronte alle terme.
Mi fermavo spesso ad ammirare la facciata e i suoi marmi lavorati, le decorazioni a mosaico, le sculture sui cornicioni. Mi azzardavo anche a sbirciare attraverso il portone con gli occhi puntati sul soffitto affrescato e sulle decorazioni alle pareti, ma non mi sognavo minimamente di entrare. Il portiere stava lì proprio per tenere lontani quelli come me, quei cittadini che non partecipano in modo attivo all’indotto del turismo termale e non hanno il diritto di ammirare gli interni di certi capolavori architettonici costruiti in forma esclusiva per la clientela benestante, quella che si può permettere di spendere cifre assurde per pernottare in un hotel e che pretende una serie di comodità, tra le quali il distacco da chi non appartiene al loro mondo. Niente vagabondi che entrano a chiedere l’elemosina, e neppure innocui curiosi attratti dalla creatività degli architetti e degli arredatori. Sparisci. Noi siamo di un altro livello, tu rimani fuori, stai lontano.
Infatti ero sempre rimasto fuori. Non appartenevo al loro livello, ovvio. Era stato il mio caso prima, e continuava ad esserlo. Dall’estraneità economica a quella esistenziale. Loro ancora viventi, io deceduto.
Ed ecco davanti a me il loro paradiso vietato, il Grand Hotel. Ho immaginato che l’ingresso fosse vietato anche ai fantasmi, ma poiché non era specificato sono entrato ugualmente. Il portiere mi ha guardato dritto negli occhi per osservare la turista che avevo alle spalle, che effettivamente era una gran bella ragazza. Calzoncini bianchi corti, gambe lunghissime, pelle liscia e lucente, camicetta celeste coperta sulla spalle dai suoi riccioli castani, lineamenti tondeggianti da quattordicenne, anche se sicuramente aveva almeno venti anni. L’ho seguita. In fondo non sapevo come muovermi in quel luogo.
I soffitti non erano solo affrescati, erano incorniciati da una fila di stucchi dorati veramente pregevoli. La scalinata che portava ai piani superiori era stata costruita in modo tale da far confluire la balaustra in metallo lavorato con alcune statuette in bronzo collocate sulle nicchie lungo le pareti. Uno spettacolo stupendo, di cui la ragazza sembrava disinteressarsi preferendo ammirare i propri sandali. Evidentemente quel luogo le era talmente famigliare che aveva finito con l’annoiarla, anche se trovarsi lì significava appartenere ad una minoranza privilegiata.
Il corridoio del secondo piano era coperto di pregiati tappeti, altro che quelle moquette da due soldi degli alberghi a due stelle. Le porte delle camere erano intagliate con sapienti lavori di ebanisteria, probabilmente una sola di quelle porte valeva più dell’intero arredamento di casa mia.
Casa mia, già. Difficilmente la mia ex moglie ci sarebbe tornata a vivere, e i nostri figli erano ancora troppo giovani. Quasi certamente sarebbe stata affittata a qualcuno, il mio letto sarebbe diventato il giaciglio di un estraneo. Tutto quel che avevo accumulato in anni di lavoro sarebbe servito solo a far apporre l’aggettivo “ammobiliato” accanto alla frase “affittasi appartamento”.
Intanto la ragazza aveva spalancato uno di quei capolavori di ebanisteria per accomodarsi nella suite n. 9, e ho pensato che in fondo sarebbe stato interessante vederla.
La suite intendo. Però ho visto anche la ragazza, perché ha cominciato subito a spogliarsi.
Un corpo perfetto. Mai visto una donna così bella, completamente nuda, a pochi passi da me. La mia ex e Antonella possono essere nude, ma mai belle.
Dopo pochi secondi aveva azionato la doccia. Io mi sono ritrovato ad osservare attentamente le pareti, le stampe in stile fine ‘800 appese su ogni lato, gli armadi di ciliegio, e la pelle bagnata di quella cliente.
Guardare senza poter toccare. Da vivo avrei sospirato, ma da morto non cambiava molto. Ammiravo quel corpo così come ammiravo gli arredi, contemplazione di bellezza senza alcun altro scopo che la contemplazione in se stessa.
Il rumore della porta che si apriva mi ha distratto.
L’uomo è entrato di soppiatto, avvicinandosi alla doccia nel silenzio più assoluto. Ho immaginato che fosse il fidanzato che voleva farle uno scherzo, ma mi sbagliavo. Appena è giunto alle sue spalle ha aperto di colpo lo scorrevole di plastica e l’ha afferrata alla gola. La ragazza ha esalato un grido di terrore che si è confuso col crepitio dell’acqua che cadeva sul marmo, subito soffocato dal coltello che le scorreva lungo la gola. L’uomo l’ha adagiata sul piatto della doccia in posizione seduta, con il getto d’acqua che continuava a scorrerle addosso lavando via il rosso del sangue che colava dal taglio sulla carotide.
Io stavo lì, immobile, spettatore di un omicidio a sangue freddo che non capivo.
Avrei dovuto fare qualcosa. Ma cosa?
Tu come ti saresti comportato? Almeno un tentativo di fermarlo l’avresti abbozzato? Magari una corsa fuori dalla stanza a chiedere aiuto?
Beh, non puoi. La porta è stata chiusa, tu non puoi aprirla, e non puoi passare attraverso le mura anche se sei un fantasma. E se per ipotesi potessi uscire dalla stanza, che cambierebbe?
Pensa: corri al primo piano e ti metti a urlare
-Aiuto!! Hanno ucciso una cliente nella stanza 9!!
Nessuno risponde, perché non possono né sentirti né vederti. Il portiere guarda la gente che passa, il ragazzo alla reception legge il giornale, e non hanno idea che a pochi metri di distanza stia avvenendo un omicidio.
Lo so che tu ci vuoi almeno provare, fare un tentativo, ma io preferisco lasciar stare. Perché so che sarebbe inutile. Ormai sono morto da più di un’ora, ho già capito cose che tu al momento non puoi immaginare perché… beh, perché sei ancora vivo. Da vivo è normale intervenire quando si assiste a un atto di violenza. Se tu assisti a un episodio del genere provi a fermare l’omicida, vero? Almeno chiedi aiuto, giusto? Non scappi via facendo finta di non vedere. Io invece ormai sono in questo stato di impossibilità, e ne sono pienamente consapevole. Lo sono stato già nel momento in cui assistevo al delitto. Ero cosciente di non poter fare assolutamente nulla, al massimo lo spettatore inerte.
Un uomo ha ammazzato una donna. Capita. Leggevo spesso notizie del genere sul quotidiano, o su internet, e giravo pagina. Vederlo coi propri occhi dopo che sei diventato un fantasma ti trasmette una sensazione simile. Prendi nota e basta. Non puoi pretendere di più.
Magari vorresti provare dispiacere, orrore, sdegno. Invece resti impassibile.
O più specificamente: io mi sentivo impassibile, e privo di sensi di colpa. Niente pietà e nessuna vergogna.
Un pensiero però ce l’ho avuto: mi sono chiesto se avrei visto il fantasma di quella ragazza trucidata.
Se ci pensi bene è una considerazione ovvia: ormai sei morto, le cose dei vivi appartengono ad un mondo che non è più il tuo. Ma quella bella giovane è appena stata strappata da quel mondo e precipitata in quello di chi ha cessato di esistere. Peraltro in modo violento, inatteso, proprio come te. Nel tuo caso non c’era volontarietà, è stata un disgrazia, però resta un omicidio.
-Ragazza, puoi sentirmi? Mi hanno ammazzato poco fa, proprio come è successo a te. Mi senti?
Purtroppo il corpo resta fermo nella doccia, e nessuno spirito emerge dalle carni. Nessuna voce, solo i passi leggeri dell’assassino che apre la porta, la richiude al volo e si allontana.
Ecco, avresti dovuto approfittarne per uscire. Non ci hai pensato (e neanche io in quel momento). Ora siamo nuovamente chiusi dentro la stanza n. 9. Ma in fondo era più importante verificare se dalla ragazza sorgesse un fantasma. Purtroppo la nostra speranza è stata delusa. Riproviamo, tanto per non lasciare nulla di intentato:
-C’è nessuno?
Apparentemente no.
Sei confuso, vero? Forse esiste qualcosa dopo la vita solo per te. Oppure gli altri vanno a finire in qualche altro posto e tu non puoi vederli… Chi lo sa. Stai facendo queste considerazioni senza preoccuparti. Niente riesce a preoccuparti. E’ una sensazione di distacco così profonda da non poter essere spiegata, vero?
Esatto, non può essere spiegata. E’ così, te lo posso garantire per esperienza diretta.
Intanto mi ero accorto che la finestra era accostata, e un colpo di vento l’aveva spalancata, quindi potevo buttarmi giù di sotto e uscire dall’hotel.
Un salto, e all’improvviso sono ricomparso steso a terra, sul lato della strada, con una moto che passava proprio in quell’istante. Mi ha attraversato con l’effetto di una ventata d’aria infuocata, una sensazione di un attimo che subito è scivolata via.
Sono rimasto fermo in mezzo all’incrocio, con macchine e autobus che mi travolgevano di continuo, a cercare di capire cosa potevo o, piuttosto, dovevo fare…
(CONTINUA)
giovedì 15 aprile 2010
Anteprima...
Non so se sia correlato al mio stato d'animo delle ultime settimane, fatto sta che in questi giorni ho iniziato a scrivere un racconto un po' diverso rispetto alle mie abitudini... Non è ancora terminato, ma poiché le idee per il post odierno scarseggiano, ho deciso di postare le prime righe in una sorta di anteprima...
Magari anche per ricevere qualche commento sull'idea e sul modo di narrarla...
ESISTENZA POSTUMA
Sono morto lo stesso giorno del mio compleanno, ma presumo che sia solo una coincidenza.
Per me era normale routine passare in quel vicolo a piedi.
Le macchine che lo imboccano devono verificare attentamente che non arrivi un’altra vettura dal lato opposto, perché non c’è spazio sufficiente per il doppio senso. Però non hanno mai pensato di farlo diventare un senso unico, e neppure proibire il passaggio ai pedoni.
Il giorno dopo sulla cronaca locale c’era un articolo in cui si parlava di tragedia annunciata, però, onestamente, non mi ricordo di un solo incidente avvenuto in quel pezzetto di strada schiacciato tra due palazzi antichi. Penso proprio di essere stato il primo.
Ero tranquillo. Avevo appena staccato dal lavoro e tornavo a casa. Stavo imboccando il vicolo a piedi per andare verso il parcheggio, come ho fatto migliaia di volte negli ultimi venti anni, e all’improvviso ho visto in lontananza quel fuoristrada che arrivava a velocità pazzesca.
Ho pensato “Questo è matto”, e infatti si è lanciato nel vicolo senza rallentare. Un’altra vettura stava arrivando dalla direzione opposta, e l’autista del fuoristrada ha deviato d’istinto a destra, senza rendersi conto che c’erano il muro del palazzo e un pedone in transito.
Ho sentito un dolore atroce, ma è durato poco. Diciamo che sono morto sul colpo, come hanno scritto sul quotidiano. Dopo un istante ho visto il mio corpo schiacciato tra muro e macchina, la faccia contorta in uno spasimo, e il sangue che colava dalla nuca. Però non ha fatto nessun lago. Niente scena da film, col rosso che si espande tipo cerchio intorno alla testa. Solo un piccolo fiotto che si è fermato quasi subito.
E non c’è stata neppure quell’altra tipica sequenza cinematografica in cui uno guarda il proprio cadavere e pensa ‘Sono morto! Non è possibile! No, non può essere!’
Io ero lì, a due passi dal mio corpo, consapevole di essere deceduto, però mi sentivo calmo. Per capirmi meglio dovresti far finta di stare al mio posto.
Prova a immaginare.
Ti hanno appena investito. Sarà passata una frazione di secondo, e tu vedi il tuo cadavere che perde sangue, e pensi: “Non sono più vivo. Quella macchina mi ha falciato”. Ma lo pensi senza provare alcuna emozione particolare, lo ripeti a te stesso come la constatazione di un dato di fatto. Come se vedessi in televisione la scena di un incidente.
-Lo vedi? Quello è morto stamattina. L’hanno preso sotto.
-Ah. Dove è successo?
-Boh, in qualche città americana. C’era una telecamera fissa e ha ripreso tutta la scena.
Qui invece la telecamera non c’é. Hai visto tutto in diretta, e sei pure il protagonista. Comincia a accorrere gente, anche l’autista del fuoristrada. Ha un’espressione sconvolta.
Lo guardi in faccia, e sai che quel tizio mai visto prima ti ha appena ammazzato, però non ti riesce di provare rancore nei suoi confronti. Comunque vorresti dirgli qualcosa.
-Riesci a sentirmi?
No, evidentemente no.
Intanto si è creato un assembramento di persone. Una ragazzina inizia a piangere e urlare in modo isterico, la fanno allontanare, qualcuno chiama i soccorsi al cellulare. Tu provi a parlare con tutti.
-Sono qui. Oh!, guardate che io sono qui! Sono morto, ma sto bene!
Niente, nessuno riesce a vederti o sentirti. Sei un fantasma. Uno spirito. E nessuno si accorge di te. Cominci a pensare che anche quelle altre scene classiche da film, coi fantasmi che emettono respiri di aria gelata e sussurrano frasi nelle orecchie dei viventi, siano in fondo delle buffonate.
Per forza. Sono idee di un regista vivente, uno che non ha la minima idea di cosa ci sia dopo la morte. Neanche te lo sapevi fino a pochi secondi fa.
Magari qualche volta ci hai pensato. Che ti immaginavi? Un giardino incantato? Tutti i tuoi parenti morti che ti aspettano?
Io non mi ero mai posto il problema. A dire il vero credevo che dopo non ci fosse nulla. Però magari mi sarebbe piaciuto rivedere il mio amico Graziano. Un po’ ci speravo.
Riprova ancora a metterti nei miei panni: sei appena morto e ancora devi fare il punto della situazione, anche se sei perfettamente lucido e per niente sconvolto. All’improvviso ti viene in mente quel tuo amico morto due anni fa, più giovane di te, neanche quaranta anni. Ripensi a quanto hai pianto il giorno del suo funerale, al fatto che ti sembrava assurdo. Beh, adesso anche tu sei come lui. Deceduto. La tua esistenza è appena terminata. Non ti verrebbe in mente che sarebbe bello se ci fosse la possibilità di rivederlo?
-Graziano!
No, non risponde. E neanche i nonni, neanche zio Giovanni. Nessuno dei tuoi morti si fa sentire. Eppure tu sei lì, in qualche modo cosciente, anche se non più vivo. Ormai sei consapevole che dopo la morte c’è qualcosa, quindi questo qualcosa ci sarà stato anche per loro, no?
Però non li percepisci. L’unica cosa che riesci a vedere è il mondo che hai appena lasciato.
Intanto é arrivata la polizia. In lontananza si sente anche l’ambulanza, anche se ormai serve a poco. Il tuo assassino involontario sta seduto per terra, mentre un agente gli fa delle domande. Un altro invece fotografa il tuo corpo, probabilmente la procedura per stabilire la dinamica dell’incidente mortale e valutare il grado di colpa.
In teoria dovrebbe essere interessante, o quanto meno doveroso, assistere al trasporto in obitorio del tuo corpo, vedere i tuoi parenti che gli stanno attorno, si disperano, e fanno commenti. Però non ne hai voglia. Ti sembra inutile.
Almeno a me è sembrato inutile, perciò mi sono allontanato.
(CONTINUA)
Magari anche per ricevere qualche commento sull'idea e sul modo di narrarla...
ESISTENZA POSTUMA
Sono morto lo stesso giorno del mio compleanno, ma presumo che sia solo una coincidenza.
Per me era normale routine passare in quel vicolo a piedi.
Le macchine che lo imboccano devono verificare attentamente che non arrivi un’altra vettura dal lato opposto, perché non c’è spazio sufficiente per il doppio senso. Però non hanno mai pensato di farlo diventare un senso unico, e neppure proibire il passaggio ai pedoni.
Il giorno dopo sulla cronaca locale c’era un articolo in cui si parlava di tragedia annunciata, però, onestamente, non mi ricordo di un solo incidente avvenuto in quel pezzetto di strada schiacciato tra due palazzi antichi. Penso proprio di essere stato il primo.
Ero tranquillo. Avevo appena staccato dal lavoro e tornavo a casa. Stavo imboccando il vicolo a piedi per andare verso il parcheggio, come ho fatto migliaia di volte negli ultimi venti anni, e all’improvviso ho visto in lontananza quel fuoristrada che arrivava a velocità pazzesca.
Ho pensato “Questo è matto”, e infatti si è lanciato nel vicolo senza rallentare. Un’altra vettura stava arrivando dalla direzione opposta, e l’autista del fuoristrada ha deviato d’istinto a destra, senza rendersi conto che c’erano il muro del palazzo e un pedone in transito.
Ho sentito un dolore atroce, ma è durato poco. Diciamo che sono morto sul colpo, come hanno scritto sul quotidiano. Dopo un istante ho visto il mio corpo schiacciato tra muro e macchina, la faccia contorta in uno spasimo, e il sangue che colava dalla nuca. Però non ha fatto nessun lago. Niente scena da film, col rosso che si espande tipo cerchio intorno alla testa. Solo un piccolo fiotto che si è fermato quasi subito.
E non c’è stata neppure quell’altra tipica sequenza cinematografica in cui uno guarda il proprio cadavere e pensa ‘Sono morto! Non è possibile! No, non può essere!’
Io ero lì, a due passi dal mio corpo, consapevole di essere deceduto, però mi sentivo calmo. Per capirmi meglio dovresti far finta di stare al mio posto.
Prova a immaginare.
Ti hanno appena investito. Sarà passata una frazione di secondo, e tu vedi il tuo cadavere che perde sangue, e pensi: “Non sono più vivo. Quella macchina mi ha falciato”. Ma lo pensi senza provare alcuna emozione particolare, lo ripeti a te stesso come la constatazione di un dato di fatto. Come se vedessi in televisione la scena di un incidente.
-Lo vedi? Quello è morto stamattina. L’hanno preso sotto.
-Ah. Dove è successo?
-Boh, in qualche città americana. C’era una telecamera fissa e ha ripreso tutta la scena.
Qui invece la telecamera non c’é. Hai visto tutto in diretta, e sei pure il protagonista. Comincia a accorrere gente, anche l’autista del fuoristrada. Ha un’espressione sconvolta.
Lo guardi in faccia, e sai che quel tizio mai visto prima ti ha appena ammazzato, però non ti riesce di provare rancore nei suoi confronti. Comunque vorresti dirgli qualcosa.
-Riesci a sentirmi?
No, evidentemente no.
Intanto si è creato un assembramento di persone. Una ragazzina inizia a piangere e urlare in modo isterico, la fanno allontanare, qualcuno chiama i soccorsi al cellulare. Tu provi a parlare con tutti.
-Sono qui. Oh!, guardate che io sono qui! Sono morto, ma sto bene!
Niente, nessuno riesce a vederti o sentirti. Sei un fantasma. Uno spirito. E nessuno si accorge di te. Cominci a pensare che anche quelle altre scene classiche da film, coi fantasmi che emettono respiri di aria gelata e sussurrano frasi nelle orecchie dei viventi, siano in fondo delle buffonate.
Per forza. Sono idee di un regista vivente, uno che non ha la minima idea di cosa ci sia dopo la morte. Neanche te lo sapevi fino a pochi secondi fa.
Magari qualche volta ci hai pensato. Che ti immaginavi? Un giardino incantato? Tutti i tuoi parenti morti che ti aspettano?
Io non mi ero mai posto il problema. A dire il vero credevo che dopo non ci fosse nulla. Però magari mi sarebbe piaciuto rivedere il mio amico Graziano. Un po’ ci speravo.
Riprova ancora a metterti nei miei panni: sei appena morto e ancora devi fare il punto della situazione, anche se sei perfettamente lucido e per niente sconvolto. All’improvviso ti viene in mente quel tuo amico morto due anni fa, più giovane di te, neanche quaranta anni. Ripensi a quanto hai pianto il giorno del suo funerale, al fatto che ti sembrava assurdo. Beh, adesso anche tu sei come lui. Deceduto. La tua esistenza è appena terminata. Non ti verrebbe in mente che sarebbe bello se ci fosse la possibilità di rivederlo?
-Graziano!
No, non risponde. E neanche i nonni, neanche zio Giovanni. Nessuno dei tuoi morti si fa sentire. Eppure tu sei lì, in qualche modo cosciente, anche se non più vivo. Ormai sei consapevole che dopo la morte c’è qualcosa, quindi questo qualcosa ci sarà stato anche per loro, no?
Però non li percepisci. L’unica cosa che riesci a vedere è il mondo che hai appena lasciato.
Intanto é arrivata la polizia. In lontananza si sente anche l’ambulanza, anche se ormai serve a poco. Il tuo assassino involontario sta seduto per terra, mentre un agente gli fa delle domande. Un altro invece fotografa il tuo corpo, probabilmente la procedura per stabilire la dinamica dell’incidente mortale e valutare il grado di colpa.
In teoria dovrebbe essere interessante, o quanto meno doveroso, assistere al trasporto in obitorio del tuo corpo, vedere i tuoi parenti che gli stanno attorno, si disperano, e fanno commenti. Però non ne hai voglia. Ti sembra inutile.
Almeno a me è sembrato inutile, perciò mi sono allontanato.
(CONTINUA)
mercoledì 9 dicembre 2009
Scripta
Ho diviso i miei scritti in tre sezioni.
La prima é quella dedicata alle narrazioni di carattere fantastico. Potete accedere tramite questo link.
La seconda é relativa alla narrativa tradizionale, e la trovate qui.
La terza raccoglie divertissments, traduzioni e tutto quanto non riconducibile ai primi due. Basta cliccare qua.
Un paio di libri li ho resi disponibili anche in formato cartaceo tramite il servizio print-on-demand ilmiolibro.kataweb cercando di mantenere il prezzo il più basso possibile (io non ci guadagno nulla, giuro!)
Se volete, potete prendere qualche informazione in più direttamente qui.
La prima é quella dedicata alle narrazioni di carattere fantastico. Potete accedere tramite questo link.
La seconda é relativa alla narrativa tradizionale, e la trovate qui.
La terza raccoglie divertissments, traduzioni e tutto quanto non riconducibile ai primi due. Basta cliccare qua.
Un paio di libri li ho resi disponibili anche in formato cartaceo tramite il servizio print-on-demand ilmiolibro.kataweb cercando di mantenere il prezzo il più basso possibile (io non ci guadagno nulla, giuro!)
Se volete, potete prendere qualche informazione in più direttamente qui.
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