E questo é l'ultimo dei tre racconti "nerdotaku". Ultimo almeno fino alla prossima idea...
NIPPOMANE
Quel giorno il mondo di Gianmarco crollò di schianto.
Fu l’implosione della base meganoide nel momento in cui Daitarn 3 pronuncia la magica frase “Attacco solare! Energia!” e la potenza della sua invincibile arma annienta ogni cosa.
Anzi no. E’ un paragone poco calzante. Parliamo di una persona e dei suoi sogni, non di una struttura volante meccanica.
Quel giorno la sua mente si frantumò come il cervello di Ataru Moroboshi nella puntata in cui gli fanno credere che Lamù e tutti gli altri compagni di classe sono morti. Nel caso di Ataru però si tratta solo di uno scherzo, e infatti ritorna in sé (perfettamente porco e pervertito come sempre) proprio nell’attimo che precede la sigla conclusiva. A Gianmarco sembrava invece che non fosse possibile alcun finale consolatorio. Una sorda sensazione di sconforto, soffocata sotto le apparenze della normalità, lo avrebbe accompagnato per il resto della sua vita, più o meno come accade a Lowell quando Georgie gli fa capire che rinuncia a stargli vicino e di fatto lo lascia nelle mani di Elisa… Almeno così pareva…
Gianmarco aveva iniziato a studiare indirettamente l’Impero del Sol Levante sin dal periodo prescolastico. Il magico mondo di Spank, le colorate storie d’amore di Licia, le fantastiche partite di calcio di Holly e Benji… immagini meravigliose che gli avevano rivelato un mondo straordinario. Disponendo di una discreta dose di curiosità e una particolare predisposizione allo studio, un giorno decise di prendere informazioni sugli strani nomi che scorrevano nella sigla di coda: Shigetsugu Yoshida, Aoki Fumiko, Suzuki Rinosuke…
“Giapponesi”, gli aveva spiegato con un certo disgusto sua madre, appassionata di Walt Disney ed estremamente critica verso quest’animazione così rozza e piena di contenuti equivoci di matrice orientale. L’aveva pronosticato sin dalla prima puntata di Atlas Ufo Robot, benché all’epoca non fosse ancora madre ma solo una ragazza ventunenne con qualche sogno nel cassetto: “Questa roba fa schifo”, era stato il suo giudizio secco, “rovinerà la mente dei bambini”. La verità di quell’affermazione così perentoria si sarebbe rivelata solo alcuni anni dopo, e lo avrebbe fatto nel modo più atroce: insinuandosi in colui che lei aveva portato in grembo per nove mesi.
Gianmarco iniziò a raccogliere tutte le informazioni possibili sul paese che compariva ogni pomeriggio nello schermo televisivo di casa.
Ideogrammi: le strane scritte sopra i negozi e all’ingresso delle case, case dove in genere non ci sono letti ma solo delle stuoie (le avrebbe poi codificate come tatami), e dove si fa colazione con gli spaghetti che però non stanno nel piatto, ma dentro un bicchiere di carta tipo quelli con la Coca Cola alla spina.
Uniformi: le portano tutti gli studenti, blu o comunque scure per i maschi, con la gonna e qualche cenno di bianco per le femmine.
Terme: (per essere precisi onsen) il luogo preferito per rilassarsi, possibilmente all’aperto e completamente nudi, in genere con vista panoramica sulla piscina delle ragazze (nude pure loro, ci mancherebbe).
… e l’elenco potrebbe continuare. Gianmarco disponeva solo di una vecchia enciclopedia degli anni ’60, e ogni giorno cercava di aggiornarsi con una notizia nuova seguendo uno schema ben preciso (arcipelago; migliaia di isole; quattro principali: Hokkaido, Honshu, Kyushu e Shikoku; suddivisione in regioni e prefetture: Hokkaido, capitale Sapporo; Aomori, capitale Aomori; Iwate, capitale Morioka; etc.)
Il pomeriggio continuava i suoi studi facendo ricorso a metodi audiovisivi. Analizzava attentamente ogni singola puntata (novità o replica che fosse) di ‘Lamù’, ‘Lo specchio magico’, ‘Bia la sfida della magia’ e altro ancora, tenendo sempre un foglio bianco in mano sul quale prendeva appunti. Seguiva qualunque serie ambientata in Giappone. Evitava invece accuratamente quelle con altre locations, tipo la finta America di Candy o la ridicola Grecia di Pollon.
Sua madre era abbastanza infastidita da questa ossessione, ma aveva altre priorità. I suoi sogni nel cassetto erano finiti esattamente due anni dopo quella maledetta prima puntata italiana del principe Actarus e del suo robot Goldrake (in realtà il robot si chiamava Grendizer, e il pilota Duke Fleed, ma la televisione italiana preferì utilizzare un’altra versione dei loro nomi.). Quel militare l’aveva implorata di non abortire promettendole di sposarla, ma dopo il parto aveva cambiato idea e se ne era andato via senza farsi più sentire. Magari si era trasferito proprio in Giappone, chissà.
Tra lavori e lavoretti vari per portare a casa qualche lira, la mamma era sempre fuori e Gianmarco doveva rimanere dalla nonna, alla quale non pareva vero che quel bambino stesse tanto buono semplicemente guardando la tv dopo aver regolarmente finito i compiti.
Ogni nuova nozione nipponica che acquisiva veniva subito condivisa.
“Nonna, lo sai che la capitale del Giappone si chiama Tokyo ed è la città più popolata del mondo?”
“In Giappone ogni scuola ha i suoi club sportivi”.
“Lo sport più diffuso è il baseball, sai come si gioca a baseball?”
E naturalmente le raccontava anche i suoi sogni.
“Da grande andrò a vivere in Giappone. E’ un paese bellissimo, il terzo paese più ricco del mondo dopo gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, anche se è grande praticamente come l’Italia. I giapponesi sono molto più intelligenti di noi, e lavorano di più”.
Nel mese di ottobre del 1990, secondo anno dell’Era Heisei sotto il regno dell’imperatore Akihito, Gianmarco compiva dieci anni. Chiese un regalo un po’ particolare: restare alzato fino a tardi per vedere il reportage giornalistico del TG2 sulle scuole giapponesi, purtroppo trasmesso in seconda serata a partire dalle 22:30.
“Ma è una cosa per grandi, è noiosa”, gli fece notare la nonna.
“E’ malato in testa”, semplificò la madre.
“Ti prego…”
“Ma si, veditelo pure”.
“Grazie mamma!” (e mentre lo diceva si chinava in avanti tenendosi le mani).
Aveva preparato un blocco notes di grosse dimensioni per prendere tutti gli appunti possibili. Per cena aveva voluto del riso bollito, però gli era toccato mangiarlo col cucchiaio, niente bacchette.
I grandi gli fecero compagnia fino alle dieci, poi si arresero al sonno indotto dalla tarda età e dalle necessità lavorative del giorno seguente.
Dopo un interminabile film francese, un sacco di pubblicità e segnali orari vari, finalmente l’annunciatrice informò i gentili ascoltatori che “TG2 Dossier” stava per avere inizio.
Gianmarco fremeva.
Aveva già visto immagini reali dal paese del Sol Levante, ma questa era la prima volta che scorrevano davanti ai suoi occhi interi spezzoni con ragazzi e ragazze in divisa, proprio come nei cartoni animati! Però dovette riconoscere che erano meno colorati e gli occhi non sembravano gli stessi, neppure i capelli…
La voce narrante inizia a spiegare come funzionano le scuole nipponiche.
… le lezioni iniziano la mattina presto e finiscono nel tardo pomeriggio. Tre volte a settimana inoltre gli studenti devono partecipare a delle attività didattiche che li costringono a stare a scuola fino quasi all’ora di cena…
Beh, si, in effetti si vedono sempre gli studenti che pranzano a scuola. Aika porta anche il suo cagnolino Spank.
…non funziona correttamente. La pressione è tale che sono abbastanza frequenti casi di depressione o addirittura di suicidio, che in Giappone non viene considerato un atto di vigliaccheria ma una scelta personale dettata dal libero arbitrio…
Eh?
(Primo piano di una donna in lacrime) Akiko ha perso suo figlio sei mesi fa. (Voce della doppiatrice italiana in tono patetico) ‘Il suo ultimo esame era andato male, e temeva di dover ripetere l’anno. Io gli dicevo di non preoccuparsi, ma lui era disperato’.
Eppure Gigi la Trottola non sembra tanto agitato quando prende dei brutti voti…
… episodi di bullismo frequenti. Secondo un sondaggio del Mainichi Shimbun, uno dei più importanti quotidiani nazionali, il 75% degli studenti si aspetta di rimanere vittima di almeno un’aggressione nel corso dei sei anni di permanenza scolastica. Molto spesso le conseguenze sono gravi, ma il fenomeno rimane sommerso e i dirigenti scolastici si scontrano con un muro di omertà che impedisce di risalire ai colpevoli…
Nessun commento. Nessun pensiero.
… estrema severità da parte dei docenti, che talvolta fa pensare a certe pagine dei romanzi di Charles Dickens. Takeshi Yamada è il coach della squadra di pallavolo maschile, ragazzini dagli undici ai tredici anni che vengono sottoposti ad allenamenti estenuanti. Se nel corso dei tornei scolastici i risultati sono negativi lui li punisce rasandogli i capelli a zero…
Veramente?
… ‘Non voglio umiliarli, voglio solo che capiscano di aver sbagliato’. (Primo piano di un ragazzino pelato, doppiaggio con voce infantile) ‘La scorsa settimana abbiamo perso una partita giocando molto male. L’allenatore non ci ha detto niente, ma noi ci siamo tagliati i capelli a zero di nostra iniziativa’…
Di nuovo nessun pensiero. Però alcune sensazioni strane e un po’ di acidità allo stomaco.
… (signore occhialuto intervistato) ‘Il Giappone ha compiuto un miracolo economico negli anni ’50 e 60’ diventando un paese ricco. Adesso è giunto il momento di compiere un miracolo morale e cambiare la nostra mentalità, o i nostri giovani saranno i più infelici del mondo’… (Fine del servizio. Si passa a un reportage sulla guerra civile in Sri Lanka).
Gianmarco rimase seduto per alcuni istanti con gli occhi fissi sullo schermo, anche se ormai non stava seguendo nulla. Si alzò, spense la televisione e si mise a letto con la sensazione che il mondo che lo circondava fosse solo l’inutile palcoscenico di un’indegna farsa.
Viveva in un pianeta morto.
I giorni successivi li trascorse in silenzio. Non parlò quasi mai né a scuola né a casa. La nonna si stupì nel vederlo lontano dalla televisione, ma lui spiegò che doveva studiare molto e non aveva tempo, anche se in effetti passava quasi tutto il tempo restando fermo sul bordo del letto a fissare la finestra.
Un martedì, verso le sei di sera, iniziò a ciondolare per casa senza uno scopo, solo perché si era stufato di rimanere fermo. La tv era accesa, e dal salone si sentiva un piagnucolare sommesso. Vide la nonna che si asciugava le lacrime con un fazzoletto.
“Che succede?”.
“Niente, non ti preoccupare”, lo tranquillizzò. “E’ così triste questa storia che qualche volta mi fa venire da piangere, ma è solo una telenovela”.
“Telenovela?”, domandò incuriosito Gianmarco.
“Si”, gli spiegò la nonna. “Quella ragazza, Andrea…”
“Ma Andrea è un nome da maschio”.
“Si, ma nel paese in cui si svolge la vicenda è un nome da donna. Lei è una ragazza povera, ma molto brava, però purtroppo ha una sorellastra perfida…”
Quella sera Gianmarco risorse. I suoi occhi erano lucidi, eppure il mondo aveva ripreso colore. Lo strano pianeta in cui viviamo è un luogo dove si soffre e si ingoiano bocconi amari. Si inseguono sogni destinati a schiantarsi contro il muro della realtà, si rimane soli e abbandonati sotto le loro fredde macerie. Ma per fortuna esiste un luogo in cui tutto il male assume un significato: un magico paese chiamato Brasile.
Finita la puntata con le disavventure di Andrea, Gianmarco afferrò avidamente il sussidiario scolastico e l’enciclopedia per raccogliere maggiori informazioni.
“La Repubblica Federale del Brasile è il quinto paese più grande del mondo, e copre il 47,7% della superficie del continente sudamericano. Possiede enormi risorse naturali, ma la ricchezza è distribuita in modo assai disomogeneo fra la popolazione…”
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giovedì 25 febbraio 2010
venerdì 12 febbraio 2010
Yo-wrd
Questo é il secondo racconto "nerdotaku". E' una novità assoluta persino per Mirco...
YO-WRD
Rosanna è attesa nel confessionale, annunciò la voce metallica dell’altoparlante.
“Rosanna, ti hanno chiamata!”, ribadì la D’Urso precipitandosi verso la camera da letto. “Ti hanno appena… Oh, scusate!”
Rosanna stava beatamente sdraiata a pancia in giù, occhi chiusi e sorriso di totale relax, mentre Ridge le massaggiava la schiena facendole scorrere le mani lungo la colonna vertebrale con dei gesti molto professionali.
“Volevo solo avvisarti che devi andare in confessionale”, si scusò la D’Urso allontanandosi a piccoli passi e invitando tutti gli ospiti della casa a non disturbare i due piccioncini. “Rosanna è impegnata”, spiegò agli operatori in studio, “In confessionale ci andrà più tardi”.
Scusate, non ce ne eravamo accorti, commentò l’altoparlante.
“E meno male che ci sono cento telecamere!”, ironizzò la D’Urso. “Ma i monitor li guardate o li tenete spenti?”
Silenzio. Troppo imbarazzante cercare una scusa per giustificarsi.
Rosanna intanto continuava a godersi le balsamiche mani di Ridge che carezzavano amorevolmente la sua pelle.
“Devo dirti una cosa”, azzardò lui con un certo imbarazzo.
“Ecco perché ci tenevi tanto a farmi il massaggio! Volevi rilassarmi in modo che fossi ben disposta verso ogni tua richiesta, vero?”
“Stai scherzando?”, replicò Ridge modulando la voce con un’intonazione drammaticamente perfetta. Ma dopo un lungo sospiro ammise che: “Beh, forse in parte anche per questo motivo. Si, in effetti hai ragione te”.
Rosanna sorrise soddisfatta. Lui non aveva segreti per lei, riusciva a capire le sue intenzioni come se fosse trasparente. Un uomo di vetro. Magari vetro di Murano, roba buona eh!
“Parla”, sbuffò a voce bassa come se gli stesse facendo una concessione.
Ridge si concentrò per esprimere solennemente le propria supplica. “Ti prego di non fraintendermi ma io…” (pausa carica di tensione) “vorrei proprio uscire dalla casa. Sono due settimane che sto qui dentro, ho già perso tre consigli d’amministrazione e…”
“E hai una gran voglia di rivedere Taylor”, lo interruppe Rosanna con il solito sorrisetto onnisciente.
“Taylor? Ma è morta!”
“Era morta. Poi però è tornata, non ricordi? Aveva simulato il decesso in ospedale perché sentiva la necessità di ricostruirsi una vita e volevi staccarsi da te senza dirtelo in modo brutale. Ma è ritornata dopo aver capito che aveva mancato di sensibilità nei tuoi confronti. Te ne eri dimenticato?”
“La prima volta si”, confermò Ridge, “Ma la seconda volta è morta sul serio”.
“E’ tornata anche la seconda volta”, gli rammentò Rosanna.
“Ne sei sicura?”, le chiese conferma l’uomo intonando la domanda con una straordinaria carica di potenza teatrale.
“Iess”, scherzò Rosanna sibilando la S come una coatta del Tufello.
“Ti prego”, la supplicò Ridge con lo sguardo inorridito, “Mi fai raggrinzire la pelle quando ti esprimi in modo così volgare”.
“Lo so. E’ per questo che vuoi rivedere Taylor, vero? Lei è raffinata, è elegante, è anche dottoressa… Mille volte meglio di me”.
“Ma come puoi insinuare una cosa del genere?”, si disperò Ridge gettandosi sopra di lei e stringendola forte, mentre i suoi occhi si riempivano di lacrime. “Tu lo sai che io ti amo!”, urlò tragicamente con la voce rotta dal pianto.
“E allora puoi restare qui con me ancora qualche giorno”, tagliò corto Rosanna. Stava per aggiungere altro, ma venne interrotta dalla voce roca della De Filippi.
“Scusa Rosanna, non volevo disturbarti, ma tra poco c’è la prova di canto”.
“Uh, è vero oggi ho la sfida!”
“Si, e…” (la De Filippi si avvicinò alla ragazza con aria complice) “Se posso darti un suggerimento”, le sussurrò nelle orecchie, “i giudici oggi sono un po’ nervosi. Se ti fanno qualche critica accettala senza fiatare, vedrai che alla fine ti ripagheranno con un giudizio più che sufficiente”.
“Ma domani potrò cantare a Sanremo?”
“Questo è ovvio”, la rassicurò la De Filippi. “Ho già parlato coi dirigenti della Rai, è tutto sistemato. Parteciperai nella categoria ‘big’, hanno fatto un’eccezione esclusivamente per te”.
“Perfetto”.
“Vincerai tu, tesoro mio!”, proclamò entusiasticamente Ridge.
“Adesso però devo andare in confessionale”, notò Rosanna guardando l’orologio. Voglio dire un paio di parole su quella zoccola della Rodriguez. Oggi la nomino e la faccio eliminare. Giovedì deve uscire lei!”
“Ma non è successo niente nella sauna!”, piagnucolò Ridge implorandole di riconoscere la propria innocenza.
“Dicono tutti così”, scherzò la De Filippi.
Ma all’improvviso la casa e i suoi abitanti iniziarono a dissolversi…
…
Rosanna aprì gli occhi. Stefano era davanti a lei, sguardo severo e l’yo-wrd che gli penzolava dalla mano destra. Sembrava proprio una banale cuffia con auricolari.
“Perché mi hai interrotto all’improvviso?”
Stefano inspirò profondamente prima di iniziare a elencare le ragioni. “In primo luogo, è scaduto il tuo turno. Avevamo detto ‘fino alle cinque’ e sono quasi le sei…”
“Di già?”
“… Secondo, hanno suonato venti volte e sono dovuto uscire io dalla doccia per aprire…”
“Non ho sentito il campanello”, mentì spudoratamente Rosanna.
“… Terzo, lo stavi usando in modo indegno!”
“Che vorresti dire?”, replicò la ragazza facendosi di colpo seria.
“Non ho potuto fare a meno di…”
“Hai usato la funzione ‘visualizza’?”, urlò Rosanna inferocita.
“L’hai fatta partire te. Forse non te ne eri accorta…”
Orecchie e guance in fiamme. “Le impostazioni sono complicate, troppe cose da ricordare!”
“Comunque, adesso sarebbe il mio turno e…”
“Si, tienitelo!”, gli gridò la ragazza piena di rancore. “Tanto io lo uso solo per cose indegne!”
Stefano deglutì la consapevolezza di aver usato una parola sconveniente. Contò sino a dieci prima di tentare un’autodifesa con le parole giuste e i concetti adatti.
“Mi spiego meglio. L’yo-wrd è un’invenzione straordinaria, direi la più grande nella storia dell’umanità. Permette di creare virtualmente il proprio mondo perfetto. Sai bene che mi è costata un bel po’ di soldi, ma li ho spesi volentieri. Però…”
“… Se la usa un’imbecille come la tua fidanzata sono soldi sprecati, volevi dire questo, vero?”
“Ma no! Vedi Rosanna…”
Stefano contò nuovamente fino a dieci: uno due tre quattro…
… Ma basta, cazzo! Perché giustificarla? Diciamo le cose come stanno!
“Si, hai ragione! Se la usi te sono soldi sprecati! Ma ti pare logico sfruttare un virtualizzatore di realtà per fingere di partecipare a due reality show per dementi insieme al protagonista della soap opera più idiota nella storia delle televisione? E’ un uso normale? Il tuo cervello riesce ad andare al di là delle stronzate o ti è proprio impossibile?”
Rosanna gli si parò davanti digrignando i denti. Aveva gli occhi carichi d’odio. Ma lentamente si fecero lucidi, e di colpo la bocca si contorse in un’espressione di dolore.
“Hai ragione”, singhiozzò la ragazza mentre lacrime nere di rimmel le colavano lungo gli zigomi. “Mi dispiace! Scusami! Tu lo sai che io non sono intelligente come te, sono solo una povera scema!”
Ormai piangeva a dirotto. Le parole erano intramezzate da violente convulsioni al petto. “Mi arrabbio sempre quando mi dici che guardo cose idiote perché dentro di me so che hai ragione, ma non vorrei ammetterlo! Non puoi immaginare quanto sia orribile avere la consapevolezza di essere stupida! Mi vergogno di me stessa, eppure non ci posso fare niente! Tu non te ne accorgi, ma certe volte vorrei morire! Mi sento una nullità, e so che resterò una nullità per tutta la vita!”
Si era accasciata a terra, in ginocchio. Stefano la guardava dall’alto verso il basso.
Improvvisamente suonò un allarme…
…
Stefano riaprì gli occhi. Si tolse la cuffia e controllò il minidisplay a cristalli liquidi. Come volevasi dimostrare:
HAI RAGGIUNTO IL LIMITE DI 30 MINUTI. OBBLIGO INTERRUZIONE PER 180 MINUTI.
Che palle questo avviso! Grande invenzione l’yo-wrd, però era insopportabile la limitazione a mezz’ora di utilizzo a causa di
sindromi quali emicrania, irritabilità, allucinazioni, tremori, spossatezza e delirio schizoide causati da un uso prolungato dell’apparato virtualizzatore
“Sicuramente nella versione A2.2 riusciranno a prolungare i tempi di esposizione”, si augurò Stefano. Intanto però lo attendevano tre ore di astinenza. Bisognava trascorrerle in qualche modo…
Mangiò del tonno in scatola. Controllò la posta elettronica. Aggiornò l’antivirus. E navigò sul suo forum preferito, quello dove aveva più amici.
http://nerdotaku.forum.it login: NOME UTENTE yamato PASSWORD xxxxxxx
nerdotaku world > Hi tech e dintorni > yo-wrd > yo-wrd experiences
L’ultimo messaggio era di MrSpock, uno dei pochissimi utenti che Stefano/yamato conosceva non solo via internet ma anche personalmente, in seguito ad un incontro abbastanza casuale durante una mostra itinerante del museo mobile di Star Trek.
MrSpock utente n. 57 messaggi 21456
Ho appena realizzato il mio sogno più grande. Il presidente Obama in persona mi ha premiato di fronte all’assemblea delle Nazioni Unite per aver reso possibile l’accordo fra Apple e Microsoft. Steve Jobs e Bill Gates si sono stretti la mano in mia presenza, e hanno riconosciuto che la mia mediazione è stata fondamentale per raggiungere un punto d’incontro. La fusione fra le due aziende è in atto. Il mondo sta per diventare perfetto :-)
yamato utente n. 81 messaggi 43789
Ciao Francesco. Non male come esperienza. Però avresti potuto invitarmi, eh ;-)
Io invece ho appena umiliato la mia ex fidanzata. E’ stato grandioso! Resto connesso solo un paio d’ore perché appena finisco l’interruzione obbligata torno subito a virtualizzare. Devo continuare a farla a pezzi. Poi verrà il turno di quel bestione con cui l’ho vista sbaciucchiarsi l’ultima volta che sono uscito di casa, tre mesi fa.
YO-WRD
Rosanna è attesa nel confessionale, annunciò la voce metallica dell’altoparlante.
“Rosanna, ti hanno chiamata!”, ribadì la D’Urso precipitandosi verso la camera da letto. “Ti hanno appena… Oh, scusate!”
Rosanna stava beatamente sdraiata a pancia in giù, occhi chiusi e sorriso di totale relax, mentre Ridge le massaggiava la schiena facendole scorrere le mani lungo la colonna vertebrale con dei gesti molto professionali.
“Volevo solo avvisarti che devi andare in confessionale”, si scusò la D’Urso allontanandosi a piccoli passi e invitando tutti gli ospiti della casa a non disturbare i due piccioncini. “Rosanna è impegnata”, spiegò agli operatori in studio, “In confessionale ci andrà più tardi”.
Scusate, non ce ne eravamo accorti, commentò l’altoparlante.
“E meno male che ci sono cento telecamere!”, ironizzò la D’Urso. “Ma i monitor li guardate o li tenete spenti?”
Silenzio. Troppo imbarazzante cercare una scusa per giustificarsi.
Rosanna intanto continuava a godersi le balsamiche mani di Ridge che carezzavano amorevolmente la sua pelle.
“Devo dirti una cosa”, azzardò lui con un certo imbarazzo.
“Ecco perché ci tenevi tanto a farmi il massaggio! Volevi rilassarmi in modo che fossi ben disposta verso ogni tua richiesta, vero?”
“Stai scherzando?”, replicò Ridge modulando la voce con un’intonazione drammaticamente perfetta. Ma dopo un lungo sospiro ammise che: “Beh, forse in parte anche per questo motivo. Si, in effetti hai ragione te”.
Rosanna sorrise soddisfatta. Lui non aveva segreti per lei, riusciva a capire le sue intenzioni come se fosse trasparente. Un uomo di vetro. Magari vetro di Murano, roba buona eh!
“Parla”, sbuffò a voce bassa come se gli stesse facendo una concessione.
Ridge si concentrò per esprimere solennemente le propria supplica. “Ti prego di non fraintendermi ma io…” (pausa carica di tensione) “vorrei proprio uscire dalla casa. Sono due settimane che sto qui dentro, ho già perso tre consigli d’amministrazione e…”
“E hai una gran voglia di rivedere Taylor”, lo interruppe Rosanna con il solito sorrisetto onnisciente.
“Taylor? Ma è morta!”
“Era morta. Poi però è tornata, non ricordi? Aveva simulato il decesso in ospedale perché sentiva la necessità di ricostruirsi una vita e volevi staccarsi da te senza dirtelo in modo brutale. Ma è ritornata dopo aver capito che aveva mancato di sensibilità nei tuoi confronti. Te ne eri dimenticato?”
“La prima volta si”, confermò Ridge, “Ma la seconda volta è morta sul serio”.
“E’ tornata anche la seconda volta”, gli rammentò Rosanna.
“Ne sei sicura?”, le chiese conferma l’uomo intonando la domanda con una straordinaria carica di potenza teatrale.
“Iess”, scherzò Rosanna sibilando la S come una coatta del Tufello.
“Ti prego”, la supplicò Ridge con lo sguardo inorridito, “Mi fai raggrinzire la pelle quando ti esprimi in modo così volgare”.
“Lo so. E’ per questo che vuoi rivedere Taylor, vero? Lei è raffinata, è elegante, è anche dottoressa… Mille volte meglio di me”.
“Ma come puoi insinuare una cosa del genere?”, si disperò Ridge gettandosi sopra di lei e stringendola forte, mentre i suoi occhi si riempivano di lacrime. “Tu lo sai che io ti amo!”, urlò tragicamente con la voce rotta dal pianto.
“E allora puoi restare qui con me ancora qualche giorno”, tagliò corto Rosanna. Stava per aggiungere altro, ma venne interrotta dalla voce roca della De Filippi.
“Scusa Rosanna, non volevo disturbarti, ma tra poco c’è la prova di canto”.
“Uh, è vero oggi ho la sfida!”
“Si, e…” (la De Filippi si avvicinò alla ragazza con aria complice) “Se posso darti un suggerimento”, le sussurrò nelle orecchie, “i giudici oggi sono un po’ nervosi. Se ti fanno qualche critica accettala senza fiatare, vedrai che alla fine ti ripagheranno con un giudizio più che sufficiente”.
“Ma domani potrò cantare a Sanremo?”
“Questo è ovvio”, la rassicurò la De Filippi. “Ho già parlato coi dirigenti della Rai, è tutto sistemato. Parteciperai nella categoria ‘big’, hanno fatto un’eccezione esclusivamente per te”.
“Perfetto”.
“Vincerai tu, tesoro mio!”, proclamò entusiasticamente Ridge.
“Adesso però devo andare in confessionale”, notò Rosanna guardando l’orologio. Voglio dire un paio di parole su quella zoccola della Rodriguez. Oggi la nomino e la faccio eliminare. Giovedì deve uscire lei!”
“Ma non è successo niente nella sauna!”, piagnucolò Ridge implorandole di riconoscere la propria innocenza.
“Dicono tutti così”, scherzò la De Filippi.
Ma all’improvviso la casa e i suoi abitanti iniziarono a dissolversi…
…
Rosanna aprì gli occhi. Stefano era davanti a lei, sguardo severo e l’yo-wrd che gli penzolava dalla mano destra. Sembrava proprio una banale cuffia con auricolari.
“Perché mi hai interrotto all’improvviso?”
Stefano inspirò profondamente prima di iniziare a elencare le ragioni. “In primo luogo, è scaduto il tuo turno. Avevamo detto ‘fino alle cinque’ e sono quasi le sei…”
“Di già?”
“… Secondo, hanno suonato venti volte e sono dovuto uscire io dalla doccia per aprire…”
“Non ho sentito il campanello”, mentì spudoratamente Rosanna.
“… Terzo, lo stavi usando in modo indegno!”
“Che vorresti dire?”, replicò la ragazza facendosi di colpo seria.
“Non ho potuto fare a meno di…”
“Hai usato la funzione ‘visualizza’?”, urlò Rosanna inferocita.
“L’hai fatta partire te. Forse non te ne eri accorta…”
Orecchie e guance in fiamme. “Le impostazioni sono complicate, troppe cose da ricordare!”
“Comunque, adesso sarebbe il mio turno e…”
“Si, tienitelo!”, gli gridò la ragazza piena di rancore. “Tanto io lo uso solo per cose indegne!”
Stefano deglutì la consapevolezza di aver usato una parola sconveniente. Contò sino a dieci prima di tentare un’autodifesa con le parole giuste e i concetti adatti.
“Mi spiego meglio. L’yo-wrd è un’invenzione straordinaria, direi la più grande nella storia dell’umanità. Permette di creare virtualmente il proprio mondo perfetto. Sai bene che mi è costata un bel po’ di soldi, ma li ho spesi volentieri. Però…”
“… Se la usa un’imbecille come la tua fidanzata sono soldi sprecati, volevi dire questo, vero?”
“Ma no! Vedi Rosanna…”
Stefano contò nuovamente fino a dieci: uno due tre quattro…
… Ma basta, cazzo! Perché giustificarla? Diciamo le cose come stanno!
“Si, hai ragione! Se la usi te sono soldi sprecati! Ma ti pare logico sfruttare un virtualizzatore di realtà per fingere di partecipare a due reality show per dementi insieme al protagonista della soap opera più idiota nella storia delle televisione? E’ un uso normale? Il tuo cervello riesce ad andare al di là delle stronzate o ti è proprio impossibile?”
Rosanna gli si parò davanti digrignando i denti. Aveva gli occhi carichi d’odio. Ma lentamente si fecero lucidi, e di colpo la bocca si contorse in un’espressione di dolore.
“Hai ragione”, singhiozzò la ragazza mentre lacrime nere di rimmel le colavano lungo gli zigomi. “Mi dispiace! Scusami! Tu lo sai che io non sono intelligente come te, sono solo una povera scema!”
Ormai piangeva a dirotto. Le parole erano intramezzate da violente convulsioni al petto. “Mi arrabbio sempre quando mi dici che guardo cose idiote perché dentro di me so che hai ragione, ma non vorrei ammetterlo! Non puoi immaginare quanto sia orribile avere la consapevolezza di essere stupida! Mi vergogno di me stessa, eppure non ci posso fare niente! Tu non te ne accorgi, ma certe volte vorrei morire! Mi sento una nullità, e so che resterò una nullità per tutta la vita!”
Si era accasciata a terra, in ginocchio. Stefano la guardava dall’alto verso il basso.
Improvvisamente suonò un allarme…
…
Stefano riaprì gli occhi. Si tolse la cuffia e controllò il minidisplay a cristalli liquidi. Come volevasi dimostrare:
HAI RAGGIUNTO IL LIMITE DI 30 MINUTI. OBBLIGO INTERRUZIONE PER 180 MINUTI.
Che palle questo avviso! Grande invenzione l’yo-wrd, però era insopportabile la limitazione a mezz’ora di utilizzo a causa di
sindromi quali emicrania, irritabilità, allucinazioni, tremori, spossatezza e delirio schizoide causati da un uso prolungato dell’apparato virtualizzatore
“Sicuramente nella versione A2.2 riusciranno a prolungare i tempi di esposizione”, si augurò Stefano. Intanto però lo attendevano tre ore di astinenza. Bisognava trascorrerle in qualche modo…
Mangiò del tonno in scatola. Controllò la posta elettronica. Aggiornò l’antivirus. E navigò sul suo forum preferito, quello dove aveva più amici.
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L’ultimo messaggio era di MrSpock, uno dei pochissimi utenti che Stefano/yamato conosceva non solo via internet ma anche personalmente, in seguito ad un incontro abbastanza casuale durante una mostra itinerante del museo mobile di Star Trek.
MrSpock utente n. 57 messaggi 21456
Ho appena realizzato il mio sogno più grande. Il presidente Obama in persona mi ha premiato di fronte all’assemblea delle Nazioni Unite per aver reso possibile l’accordo fra Apple e Microsoft. Steve Jobs e Bill Gates si sono stretti la mano in mia presenza, e hanno riconosciuto che la mia mediazione è stata fondamentale per raggiungere un punto d’incontro. La fusione fra le due aziende è in atto. Il mondo sta per diventare perfetto :-)
yamato utente n. 81 messaggi 43789
Ciao Francesco. Non male come esperienza. Però avresti potuto invitarmi, eh ;-)
Io invece ho appena umiliato la mia ex fidanzata. E’ stato grandioso! Resto connesso solo un paio d’ore perché appena finisco l’interruzione obbligata torno subito a virtualizzare. Devo continuare a farla a pezzi. Poi verrà il turno di quel bestione con cui l’ho vista sbaciucchiarsi l’ultima volta che sono uscito di casa, tre mesi fa.
lunedì 8 febbraio 2010
Nerdotaku
Come avevo anticipato nel post in cui facevo il punto della situazione, nelle ultime settimane ho scritto due short stories brevissime basate su un'idea di Mirco. Lui stava lavorando a dei "racconti nerd" che ho avuto il piacere di leggere, mi hanno ispirato, e mi hanno fatto diventare più realista del re. Non esagero: Mirco stesso ha confermato che i miei due raccontini sono molto più nerd dei suoi ;-) In effetti a suo tempo sono stato anche un po' otaku, quindi li ho battezzati "nerdotaku".
Ne sto scrivendo un terzo. Quando sarà concluso penso di riunirli in un ebook gratuito su lulu.com
Nel frattempo li pubblicherò separatamente sul blog, anche perché le idee latitano e ritrovarsi tre post già pianificati é un bel vantaggio...
La lettura sul blog può essere più faticosa, ma sono veramente brevissimi, circa 10.000 battute ciascuno.
Per quanto riguarda il loro valore letterario... beh, spero di ricevere qualche opinione in merito.
RADUNO ALIENO
L’alieno era avvolto dal freddo crepuscolo di una sera invernale. Piccole fumate biancastre gli fuoriuscivano dalla bocca mentre respirava a fatica la densa aria del pianeta Terra. Fatti pochi passi entrò nella metropolitana. Si guardò attorno per esaminare le forme di vita operanti al suo interno, e alla fine ne individuò una coronata da un cappello basso con visiera corta, elemento che lo identificava come “funzionario”. Si avvicinò alla lastra di vetro che isolava il “funzionario” dal mondo circostante e con un perfetto accento terrestre disse:
“Un biglietto per favore”.
L’alieno ritirò il titolo cartaceo che gli permetteva di accedere ai binari del treno sotterraneo. Vi incontrò altre sei forme di vita che attendevano l’arrivo del convoglio.
Una di queste forme era particolarmente ben messa, con capelli biondi, rossetto fucsia, cerchi dorati alle orecchie e gambe coraggiosamente esposte al gelo, riparate solo da leggerissime calze nere che si intonavano alla perfezione con la minigonna. Si voltò per un attimo verso l’alieno guardandolo in faccia. Poi l’attenzione si spostò sui piedi. Rimase concentrata su due strani stivali marroni che avevano la forma di piedi anfibi, e un attimo dopo ricominciò a fissarlo nella parte alta del busto. Lo stesso marrone faceva capolino dalle maniche e dal collo del cappotto nero che indossava per ripararsi dal freddo. Evidentemente sotto aveva una tuta, o qualcosa di molto simile. Dietro al collo pendeva un cappuccio con una forma particolare, una sorta di maschera da mostro…
“E’ un raduno”, spiegò l’alieno notando la faccia perplessa di quella ragazza. “Mi ha invitato il mio amico Alberto, che è un esperto di fantascienza. Personalmente ho sempre preferito il genere fantasy, infatti questo è il mio primo raduno extraterrestre. In genere andavo a quelli dei barbari e degli elfi. Beh, gli elfi solo una volta. Volevo sperimentare una cosa nuova, tanto per cambiare”.
La forma di vita terrestre biascicò un “Mmmm”, che poteva significare ‘Capisco’, oppure ‘Non me ne può fregare di meno’ oppure ‘Questo è scemo’.
Il convoglio arrivò in quell’istante, e mentre l’alieno saliva su un vagone in coda ripensò alle istruzioni ricevute. Alberto era stato chiaro: raduno nell’intersezione galattica fra la nebulosa di Magellano e la costellazione di Orione, che era stato abbastanza semplice identificare come l’incrocio fra Corso Ferdinando Magellano e Via Don Luigi Orione.
Per quanto riguardava l’orario, aveva parlato della settima frazione della rotazione universale applicandovi però il tempo di Tattoine. L’alieno (che si chiamava Ilario) si era messo a fare conti con la sua fidata calcolatrice e aveva stabilito con un margine di errore minimo che tale dato equivaleva alle ore 18.15 terrestri, fuso orario del conglomerato socio-politico ‘Italia’.
Alle 18 spaccate il treno giunse alla fermata “Marte” (per essere precisi all’angolo fra Via Campo di Marte e il Vicolo del Tempio di Diana). Pochi passi e l’alieno era già al centro dell’intersezione galattica. Ma dove si teneva il raduno?
Si guardò attorno sperando di scorgere altre forme di vita extraterrestre, ed ebbe fortuna: un tizio con una lunga coda grigia che fuoriusciva dal piumino stava sparendo nel sottosuolo. Evidentemente avevano scelto di riunirsi in un locale seminterrato.
Andò di corsa verso gli scalini e si calò nella stanza sotterranea sperando di scorgere Alberto. Era il suo unico riferimento in quel gruppo di maniaci della fantascienza.
Nella penombra della sala vide una ventina di persona decisamente eterogenee: un tizio sembrava alto due metri e mezzo, chissà che razza di trampoli si era messo ai piedi; un altro invece si era appena tolto il casco da motociclista mostrando una faccia piena di squame blu; e ce ne erano degli altri ancora con travestimenti così curati da fare impressione.
All’improvviso risuonò uno strano verso che sembrava il sibilo di un serpente misto a tosse piena di catarro.
“Per favore, niente lingue native”, urlò un grassone con la faccia tinta di rosso che aveva l’aria di essere il moderatore della riunione. “E’ stato stabilito di usare il terrestre come lingua franca, e invito tutti i presenti a non dimenticarsene”.
“Scusami Fulvur!”, replicò il parlatore sibilante.
“Va bene, scuse accettate”, tagliò corto Fulvur il rosso. Poi, dando una rapida occhiata aggiunse: “Mi sembra che manchi ancora qualcuno. Chi sono i ritardatari?”
“Mi sa che Alberto deve ancora arrivare”, intervenne Ilario ad alta voce.
Tutti gli alieni si voltarono contemporaneamente verso di lui.
“Chi sei?”, gli domandò un piccoletto alto circa un metro e mezzo con occhi da insetto, una specie di proboscide al posto del naso e il viso coperto di pelo grigio.
“Io sono un gungan del pianeta Naboo”, spiegò Ilario. “E tu?”
Il piccoletto non rispose. Lo guardò invece con aria sorpresa, o forse spaventata, oppure ostile (è difficile capire le espressioni facciali di una mosca).
“Fulvur, abbiamo un problema”, esclamò rivolgendosi al moderatore.
Seguì un lungo silenzio.
“Ah, capisco”, rispose infine il panzone rosso con un evidente imbarazzo nella voce. “Credo che ci sia stato un errore”, aggiunse rivolgendosi direttamente a Ilario. “Noi non siamo quelli che tu pensavi”.
“Non c’è Alberto?”
“No, nessun Alberto qui da noi”.
“Accidenti, scusatemi tanto. Ero convinto che fosse il Raduno di Guerre Stellari. Ho sbagliato parrocchia. Me ne vado”, concluse cercando di apparire il più disinvolto possibile. “Comunque complimenti per i costumi, davvero ottimi”.
Risalì lungo gli scalini e tornò nel bel mezzo dell’intersezione galattica fra Corso Magellano e Via Don Luigi Orione. Diede un’occhiata a 360 gradi e avvistò un iktotchi che attendeva un gungan ritardatario.
“Alberto! Sono qui!”, gli urlò mentre attraversava la nebulosa che li separava.
“Ma dove eri finito?”
“Alla riunione aliena lì di fronte. Non mi avevi mica detto dell’altro gruppo che si incontrava praticamente nello stesso posto!”
“Un altro gruppo? Qui?”
“Si, in quel sottoscala”.
“Onestamente non lo sapevo”, spiegò Alberto. “Conosco tutte le associazioni, e mi risulta che qui ci siamo solo noi”.
“Avresti dovuto vedere come erano mascherati bene! Sembravano veri!”
“Voglio chiedere al nostro presidente se li conosce. Non vorrei che ci facessero concorrenza”.
Tra una parola e l’altra erano giunti in un negozio di modellismo che esponeva in vetrina dischi volanti, astronavi e le indimenticabili miniature Gig di Han Solo, Luke Skywalker e Yoda. Un manifesto artigianale fatto con stampante a getto d’inchiostro pubblicizzava il 3° RADUNO ASTRALE DEI REDUCI DELLE GUERRE STELLARI. Una decina di ragazzi si erano già accomodati sulle sedie, pronti a gustarsi il programma della serata che includeva la consultazione dei rarissimi fumetti di Star Wars pubblicati dalla Marvel nei primi anni ‘80, una bibita imperiale a base di fragola, e l’ascolto di un cd di John Williams con alcune arie della colonna sonora della trilogia.
“Beh, come atmosfera è molto meglio qui” notò Ilario. “Quell’altro raduno era troppo formale, si prendevano sul serio in modo esagerato”.
“Ognuno ha le sue abitudini”, commentò Alberto mentre si infilava le lunghe orecchie (o corna? boh) da iktotchi. “Comunque sbrigati a metterti la faccia”.
“Va bene, agli ordini. Anzi...” Attimo di dubbio. “Come si dice ‘agli ordini’ nella lingua dei gungan?”
“Non lo so”, ammise Alberto, “Devi chiederlo a Gianni”, spiegò indicando una faccia glabra e marrone su cui spiccavano gli occhioni neri di un aqualish.
“Cominciamo” annunciò solennemente Obi Wan Kenobi.
Intanto nel sottoscala all’altro lato della strada regnava il silenzio. Fulvur si era allontanato, e gli alieni erano nervosi. Finalmente il moderatore riapparve in mezzo a loro suscitando un bisbigliare confuso.
“Allora”, esordì a voce alta per far cessare il parlottare sommesso dei presenti, “il Comando Interstellare deplora l’episodio avvenuto stasera, e ci invita a una maggiore prudenza. Inoltre”, continuò con molta rassegnazione nella voce, “ha ritenuto opportuno sospendere il progetto di invasione della Terra a data da destinarsi, visto che di fatto un terrestre si è infiltrato tra noi e per quanto ne sappiamo ora potrebbe essere già dalle autorità competenti per informarle del pericolo che il loro pianeta sta correndo”.
“Che stronzata! Quello lì non si era accorto di niente”, sottolineò un bestione azzurro con quattro occhi.
“E se pure andasse in giro a raccontare del nostro progetto di invasione, chi gli crederebbe? Lo prenderebbero per matto”, fece notare il tizio alto due metri e mezzo.
“Ragazzi, io la penso come voi, ma tanto si era già capito che al Comando Interstellare non gliene frega un cazzo della Terra”, concluse senza troppi giri di parole Fulvur. “Per loro è più importante quell’inutile blocco di basalto vicino alla Galassia di Andromeda, lo sapete bene. Cominciate a preparare i bagagli, fra qualche giorno si parte per una nuova destinazione”.
“Peccato, in fondo qui mi ci trovavo bene”, disse quasi sospirando un omuncolo verde. “Avevo persino fatto amicizia coi redattori di una rivista a fumetti che mi aveva assunto come sceneggiatore e grafico per le copertine”.
“Qui?”, gli chiese con una certa curiosità Fulvur.
“No, nella conglomerazione socio-politica chiamata ‘Giappone’”.
“Mi spiace per te Keroro”, concluse Fulvur, “la tua carriera artistica terrestre è già finita”.
Ne sto scrivendo un terzo. Quando sarà concluso penso di riunirli in un ebook gratuito su lulu.com
Nel frattempo li pubblicherò separatamente sul blog, anche perché le idee latitano e ritrovarsi tre post già pianificati é un bel vantaggio...
La lettura sul blog può essere più faticosa, ma sono veramente brevissimi, circa 10.000 battute ciascuno.
Per quanto riguarda il loro valore letterario... beh, spero di ricevere qualche opinione in merito.
RADUNO ALIENO
L’alieno era avvolto dal freddo crepuscolo di una sera invernale. Piccole fumate biancastre gli fuoriuscivano dalla bocca mentre respirava a fatica la densa aria del pianeta Terra. Fatti pochi passi entrò nella metropolitana. Si guardò attorno per esaminare le forme di vita operanti al suo interno, e alla fine ne individuò una coronata da un cappello basso con visiera corta, elemento che lo identificava come “funzionario”. Si avvicinò alla lastra di vetro che isolava il “funzionario” dal mondo circostante e con un perfetto accento terrestre disse:
“Un biglietto per favore”.
L’alieno ritirò il titolo cartaceo che gli permetteva di accedere ai binari del treno sotterraneo. Vi incontrò altre sei forme di vita che attendevano l’arrivo del convoglio.
Una di queste forme era particolarmente ben messa, con capelli biondi, rossetto fucsia, cerchi dorati alle orecchie e gambe coraggiosamente esposte al gelo, riparate solo da leggerissime calze nere che si intonavano alla perfezione con la minigonna. Si voltò per un attimo verso l’alieno guardandolo in faccia. Poi l’attenzione si spostò sui piedi. Rimase concentrata su due strani stivali marroni che avevano la forma di piedi anfibi, e un attimo dopo ricominciò a fissarlo nella parte alta del busto. Lo stesso marrone faceva capolino dalle maniche e dal collo del cappotto nero che indossava per ripararsi dal freddo. Evidentemente sotto aveva una tuta, o qualcosa di molto simile. Dietro al collo pendeva un cappuccio con una forma particolare, una sorta di maschera da mostro…
“E’ un raduno”, spiegò l’alieno notando la faccia perplessa di quella ragazza. “Mi ha invitato il mio amico Alberto, che è un esperto di fantascienza. Personalmente ho sempre preferito il genere fantasy, infatti questo è il mio primo raduno extraterrestre. In genere andavo a quelli dei barbari e degli elfi. Beh, gli elfi solo una volta. Volevo sperimentare una cosa nuova, tanto per cambiare”.
La forma di vita terrestre biascicò un “Mmmm”, che poteva significare ‘Capisco’, oppure ‘Non me ne può fregare di meno’ oppure ‘Questo è scemo’.
Il convoglio arrivò in quell’istante, e mentre l’alieno saliva su un vagone in coda ripensò alle istruzioni ricevute. Alberto era stato chiaro: raduno nell’intersezione galattica fra la nebulosa di Magellano e la costellazione di Orione, che era stato abbastanza semplice identificare come l’incrocio fra Corso Ferdinando Magellano e Via Don Luigi Orione.
Per quanto riguardava l’orario, aveva parlato della settima frazione della rotazione universale applicandovi però il tempo di Tattoine. L’alieno (che si chiamava Ilario) si era messo a fare conti con la sua fidata calcolatrice e aveva stabilito con un margine di errore minimo che tale dato equivaleva alle ore 18.15 terrestri, fuso orario del conglomerato socio-politico ‘Italia’.
Alle 18 spaccate il treno giunse alla fermata “Marte” (per essere precisi all’angolo fra Via Campo di Marte e il Vicolo del Tempio di Diana). Pochi passi e l’alieno era già al centro dell’intersezione galattica. Ma dove si teneva il raduno?
Si guardò attorno sperando di scorgere altre forme di vita extraterrestre, ed ebbe fortuna: un tizio con una lunga coda grigia che fuoriusciva dal piumino stava sparendo nel sottosuolo. Evidentemente avevano scelto di riunirsi in un locale seminterrato.
Andò di corsa verso gli scalini e si calò nella stanza sotterranea sperando di scorgere Alberto. Era il suo unico riferimento in quel gruppo di maniaci della fantascienza.
Nella penombra della sala vide una ventina di persona decisamente eterogenee: un tizio sembrava alto due metri e mezzo, chissà che razza di trampoli si era messo ai piedi; un altro invece si era appena tolto il casco da motociclista mostrando una faccia piena di squame blu; e ce ne erano degli altri ancora con travestimenti così curati da fare impressione.
All’improvviso risuonò uno strano verso che sembrava il sibilo di un serpente misto a tosse piena di catarro.
“Per favore, niente lingue native”, urlò un grassone con la faccia tinta di rosso che aveva l’aria di essere il moderatore della riunione. “E’ stato stabilito di usare il terrestre come lingua franca, e invito tutti i presenti a non dimenticarsene”.
“Scusami Fulvur!”, replicò il parlatore sibilante.
“Va bene, scuse accettate”, tagliò corto Fulvur il rosso. Poi, dando una rapida occhiata aggiunse: “Mi sembra che manchi ancora qualcuno. Chi sono i ritardatari?”
“Mi sa che Alberto deve ancora arrivare”, intervenne Ilario ad alta voce.
Tutti gli alieni si voltarono contemporaneamente verso di lui.
“Chi sei?”, gli domandò un piccoletto alto circa un metro e mezzo con occhi da insetto, una specie di proboscide al posto del naso e il viso coperto di pelo grigio.
“Io sono un gungan del pianeta Naboo”, spiegò Ilario. “E tu?”
Il piccoletto non rispose. Lo guardò invece con aria sorpresa, o forse spaventata, oppure ostile (è difficile capire le espressioni facciali di una mosca).
“Fulvur, abbiamo un problema”, esclamò rivolgendosi al moderatore.
Seguì un lungo silenzio.
“Ah, capisco”, rispose infine il panzone rosso con un evidente imbarazzo nella voce. “Credo che ci sia stato un errore”, aggiunse rivolgendosi direttamente a Ilario. “Noi non siamo quelli che tu pensavi”.
“Non c’è Alberto?”
“No, nessun Alberto qui da noi”.
“Accidenti, scusatemi tanto. Ero convinto che fosse il Raduno di Guerre Stellari. Ho sbagliato parrocchia. Me ne vado”, concluse cercando di apparire il più disinvolto possibile. “Comunque complimenti per i costumi, davvero ottimi”.
Risalì lungo gli scalini e tornò nel bel mezzo dell’intersezione galattica fra Corso Magellano e Via Don Luigi Orione. Diede un’occhiata a 360 gradi e avvistò un iktotchi che attendeva un gungan ritardatario.
“Alberto! Sono qui!”, gli urlò mentre attraversava la nebulosa che li separava.
“Ma dove eri finito?”
“Alla riunione aliena lì di fronte. Non mi avevi mica detto dell’altro gruppo che si incontrava praticamente nello stesso posto!”
“Un altro gruppo? Qui?”
“Si, in quel sottoscala”.
“Onestamente non lo sapevo”, spiegò Alberto. “Conosco tutte le associazioni, e mi risulta che qui ci siamo solo noi”.
“Avresti dovuto vedere come erano mascherati bene! Sembravano veri!”
“Voglio chiedere al nostro presidente se li conosce. Non vorrei che ci facessero concorrenza”.
Tra una parola e l’altra erano giunti in un negozio di modellismo che esponeva in vetrina dischi volanti, astronavi e le indimenticabili miniature Gig di Han Solo, Luke Skywalker e Yoda. Un manifesto artigianale fatto con stampante a getto d’inchiostro pubblicizzava il 3° RADUNO ASTRALE DEI REDUCI DELLE GUERRE STELLARI. Una decina di ragazzi si erano già accomodati sulle sedie, pronti a gustarsi il programma della serata che includeva la consultazione dei rarissimi fumetti di Star Wars pubblicati dalla Marvel nei primi anni ‘80, una bibita imperiale a base di fragola, e l’ascolto di un cd di John Williams con alcune arie della colonna sonora della trilogia.
“Beh, come atmosfera è molto meglio qui” notò Ilario. “Quell’altro raduno era troppo formale, si prendevano sul serio in modo esagerato”.
“Ognuno ha le sue abitudini”, commentò Alberto mentre si infilava le lunghe orecchie (o corna? boh) da iktotchi. “Comunque sbrigati a metterti la faccia”.
“Va bene, agli ordini. Anzi...” Attimo di dubbio. “Come si dice ‘agli ordini’ nella lingua dei gungan?”
“Non lo so”, ammise Alberto, “Devi chiederlo a Gianni”, spiegò indicando una faccia glabra e marrone su cui spiccavano gli occhioni neri di un aqualish.
“Cominciamo” annunciò solennemente Obi Wan Kenobi.
Intanto nel sottoscala all’altro lato della strada regnava il silenzio. Fulvur si era allontanato, e gli alieni erano nervosi. Finalmente il moderatore riapparve in mezzo a loro suscitando un bisbigliare confuso.
“Allora”, esordì a voce alta per far cessare il parlottare sommesso dei presenti, “il Comando Interstellare deplora l’episodio avvenuto stasera, e ci invita a una maggiore prudenza. Inoltre”, continuò con molta rassegnazione nella voce, “ha ritenuto opportuno sospendere il progetto di invasione della Terra a data da destinarsi, visto che di fatto un terrestre si è infiltrato tra noi e per quanto ne sappiamo ora potrebbe essere già dalle autorità competenti per informarle del pericolo che il loro pianeta sta correndo”.
“Che stronzata! Quello lì non si era accorto di niente”, sottolineò un bestione azzurro con quattro occhi.
“E se pure andasse in giro a raccontare del nostro progetto di invasione, chi gli crederebbe? Lo prenderebbero per matto”, fece notare il tizio alto due metri e mezzo.
“Ragazzi, io la penso come voi, ma tanto si era già capito che al Comando Interstellare non gliene frega un cazzo della Terra”, concluse senza troppi giri di parole Fulvur. “Per loro è più importante quell’inutile blocco di basalto vicino alla Galassia di Andromeda, lo sapete bene. Cominciate a preparare i bagagli, fra qualche giorno si parte per una nuova destinazione”.
“Peccato, in fondo qui mi ci trovavo bene”, disse quasi sospirando un omuncolo verde. “Avevo persino fatto amicizia coi redattori di una rivista a fumetti che mi aveva assunto come sceneggiatore e grafico per le copertine”.
“Qui?”, gli chiese con una certa curiosità Fulvur.
“No, nella conglomerazione socio-politica chiamata ‘Giappone’”.
“Mi spiace per te Keroro”, concluse Fulvur, “la tua carriera artistica terrestre è già finita”.
mercoledì 9 dicembre 2009
Scripta
Ho diviso i miei scritti in tre sezioni.
La prima é quella dedicata alle narrazioni di carattere fantastico. Potete accedere tramite questo link.
La seconda é relativa alla narrativa tradizionale, e la trovate qui.
La terza raccoglie divertissments, traduzioni e tutto quanto non riconducibile ai primi due. Basta cliccare qua.
Un paio di libri li ho resi disponibili anche in formato cartaceo tramite il servizio print-on-demand ilmiolibro.kataweb cercando di mantenere il prezzo il più basso possibile (io non ci guadagno nulla, giuro!)
Se volete, potete prendere qualche informazione in più direttamente qui.
La prima é quella dedicata alle narrazioni di carattere fantastico. Potete accedere tramite questo link.
La seconda é relativa alla narrativa tradizionale, e la trovate qui.
La terza raccoglie divertissments, traduzioni e tutto quanto non riconducibile ai primi due. Basta cliccare qua.
Un paio di libri li ho resi disponibili anche in formato cartaceo tramite il servizio print-on-demand ilmiolibro.kataweb cercando di mantenere il prezzo il più basso possibile (io non ci guadagno nulla, giuro!)
Se volete, potete prendere qualche informazione in più direttamente qui.
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