Le nature morte sono uno dei soggetti più tipici della pittura. Hanno il vantaggio di poter essere create in studio - o addirittura a casa - con relativa facilità: è sufficiente un tavolo sul quale arrangiare gli elementi che comporranno la tela, non servono né modelli da pagare né condizioni atmosferiche favorevoli per la luce. Inoltre sono soggetti generalmente apprezzati da tutti, quindi con ampio mercato per la vendita.
L'ascesa delle nature morte come genere è iniziata nel Rinascimento, dapprima create in forma di piccole allegorie, poi semplicemente come opere decorative.
La messa in scena artistica di selvaggina e primizie è uno dei temi preferiti, che peraltro ha una storia molto più antica. Tra gli egiziani, e soprattutto fra i romani, era considerato di buon auspicio decorare la propria casa con immagini di frutta e carne, un augurio di abbondanza e un omaggio visivo per i commensali. Nelle domus di Pompei sono abbastanza frequenti affreschi che noi definiremmo "nature morte" (i romani li chiamavano xenia, parola greca che indica il concetto di ospitalità e convivialità).
L'uso di soggetti quali fiori, frutti, selvaggina (ma anche libri, strumenti e altri oggetti inanimati) si sviluppò soprattutto nell'Europa del Nord, inizialmente come decorazione di tele di argomento religioso, poi come genere a se stante. L'elemento metaforico emerge grazie a delle simbologie che risultano comprensibili a chi ammira il quadro.
In questa opera di Pieter Claesz (1598-1661) è sin troppo evidente quale sia il messaggio implicito dell'immagine...
Nella natura morta del suo connazionale Laurens Craen (1620-1670) il messaggio è opposto: un elogio della vita e dei piaceri terreni. Lo si capisce dalla prosperità della tavola, dalla lussuosa presenza di uva e agrumi (non così diffusi in Olanda) e dai calici per gli alcolici semivuoti che lasciano intendere l'ebbrezza dai commensali; ma soprattutto dall'ostrica aperta in basso. É una simbologia che passa inosservata per i non-iniziati, ma sappiate che nella semantica figurativa di quell'epoca, ebbene, un'ostrica aperta simboleggiava... una donna che si concede.
Oltre ai vantaggi compositivi già citati, la natura morta ha l'ulteriore vantaggio di poter essere utilizzata per mettere in mostra i particolari virtuosismi stilistici del pittore che la esegue. Nelle due tele già viste si nota ad esempio come nella prima vi sia un uso notevole del contrasto luce/ombra, mentre nella seconda c'è una bellissima luminosità. Il pittore - pure lui olandese - Samuel Dirksz van Hoogstraten (1627-1678) aveva un gran talento per il trompe l'oeuil, e si divertiva a creare nature morte che rappresentavano gli interni di borsoni con lacci per bloccare gli effetti personali... Praticamente ritraeva valigie dell'epoca.
Ho mostrato solo pittori olandesi sinora, ma l'orgoglio patriottico mi spinge a rammentare che anche celebri artisti italiani come il Caravaggio hanno dipinto nature morte di grande effetto. Qui però voglio cogliere l'occasione per dare spazio a una delle pochissime pittrici italiane di epoca non moderna.
Come saprete purtroppo nei secoli scorsi le donne erano escluse da tante cose, compreso lo studio dell'arte. Ma Fede Galizia (1578-1630) era figlia di un pittore ed ebbe modo di apprendere da lui i segreti dei colori a olio. I suoi quadri più celebri sono proprio le nature morte, per le quali aveva un talento eccezionale.
In tempi più recenti le nature morte sono state coinvolte nel processo di rinnovamento della pittura, nel senso che rispecchiano le evoluzioni stilistiche dell'arte moderna e le attitudini dell'autore.
Ad esempio, il nostro Giorgio Morandi (1890-1964) ha dipinto quasi esclusivamente nature morte composte con bottiglie e altri recipienti per liquidi. Tuttavia la sua opera viene spesso associata al movimento dei metafisici come De Chirico e Carrà, poiché le sue bottiglie sembrano voler trasmettere una sensazione di straniamento e alienazione.
Il pittore francese Fernand Léger (1881-1955) è stato uno sperimentatore delle nuove correnti di inizio novecento, in particolare cubismo e astrattismo, cosicché la sua "Natura morta con un boccale di birra" sembra strizzare l'occhio ai quadri di Picasso e Braque:
Il visionario surrealista spagnolo Salvador Dalì (1904-1989) ha addirittura scherzato sul nome di questo tema pittorico ricorrente dipingendo una "Natura morta viva" in cui gli oggetti inanimati sulla tavola iniziano a muoversi come se avessero preso vita:
Insomma, le nature morte pur essendo così apparentemente semplici possono però fornire degli spunti originali all'artista che decide di cimentarvisi.
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mercoledì 5 dicembre 2018
giovedì 6 aprile 2017
Un haiku e un quadro in dialogo inconsapevole
Il poeta giapponese Santoka Taneda (1882-1940) e il pittore norvegese Edvard Munch (1863-1944) quasi certamente ignoravano l'uno l'esistenza dell'altro.
Hanno dato forma alla loro inquietudine tramite haiku che non rispettavano la metrica tradizionale e quadri che non si uniformavano alle regole accademiche.
Taneda, dopo una giovinezza costellata di momenti difficili - due fallimenti di diverse attività commerciali della sua famiglia, il suicidio del fratello, il divorzio dalla moglie, la perdita del lavoro e la miseria - all'età di quarantadue anni si fece monaco e iniziò a peregrinare per il Giappone in solitudine. Pregava, chiedeva l'elemosina e componeva haiku.
Munch, in perenne conflitto con il padre e quasi congenitamente portato a cacciarsi in avventure sentimentali tumultuose - una culminata in un apparente tentato omicidio da parte della donna alla quale si era legato - nonostante il discreto successo della sua opera pittorica all'età di quarantacinque anni ebbe un grave esaurimento nervoso che lo costrinse a lunghe cure e, successivamente, a vivere in una sorta di romitaggio in un'isolata fattoria vicino Oslo.
E ora, dopo questa brevissima e lacunosa premessa, posto il quadro Malinconia di Edvard Munch e un haiku di Santoka Taneda:
Un'intera giornata
e io non ho pronunciato una parola.
Suono di onde.
Hanno dato forma alla loro inquietudine tramite haiku che non rispettavano la metrica tradizionale e quadri che non si uniformavano alle regole accademiche.
Taneda, dopo una giovinezza costellata di momenti difficili - due fallimenti di diverse attività commerciali della sua famiglia, il suicidio del fratello, il divorzio dalla moglie, la perdita del lavoro e la miseria - all'età di quarantadue anni si fece monaco e iniziò a peregrinare per il Giappone in solitudine. Pregava, chiedeva l'elemosina e componeva haiku.
Munch, in perenne conflitto con il padre e quasi congenitamente portato a cacciarsi in avventure sentimentali tumultuose - una culminata in un apparente tentato omicidio da parte della donna alla quale si era legato - nonostante il discreto successo della sua opera pittorica all'età di quarantacinque anni ebbe un grave esaurimento nervoso che lo costrinse a lunghe cure e, successivamente, a vivere in una sorta di romitaggio in un'isolata fattoria vicino Oslo.
E ora, dopo questa brevissima e lacunosa premessa, posto il quadro Malinconia di Edvard Munch e un haiku di Santoka Taneda:
Un'intera giornata
e io non ho pronunciato una parola.
Suono di onde.
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giovedì 23 marzo 2017
Un tema pittorico ricorrente - 9
Un soggetto che ha spesso stimolato la fantasia degli artisti è quello degli arcinoti sette peccati capitali.
Gola, avarizia, lussuria, invidia, ira, superbia e accidia hanno fama di essere i principali mali degli uomini, una certificazione che deriva dalla religione cristiana e che comunque ha condivisioni anche in contesti diversi (si veda ad esempio il buddhismo, che considera ugualmente ira, invidia, lussuria e superbia come le radici della sofferenza).
In effetti le rappresentazioni artistiche più antiche dei peccati capitali fungono da monito morale per chi le osserva.
Uno dei più grandi pittori fiamminghi della storia, Hyeronimus Bosch (1453 - 1516), ne realizzò una sorta di tavola in cui vengono rappresentati schematicamente in un cerchio diviso in settori, con ai lati i quattro momenti finali dell'apocalisse. Ne propongo una veduta d'insieme e il dettaglio della superbia:
Anche l'altro visionario fiammingo, Pieter Bruegel "il vecchio" (1530 - 1569) creò una serie di stampe col suo tipico stile di allegoria allucinata in cui i sette peccati si manifestano in contesti sinistri che sembrano inquietanti gironi infernali. Si veda ad esempio la sua interpretazione dell'avarizia:
L'artista tedesco Hans Baldung (1485 - 1545) li disegnò invece come delle creature mostruose e, ovviamente, disgustose:
Ma, come già visto anche per altri temi pittorici, la rivoluzione del pensiero occidentale nel corso dei secoli, in particolare fra XVIII e XX secolo, fa mutare la concezione dell'argomento. Vengono messi in dubbio l'esistenza di Dio e il concetto di "peccato" lasciando emergere il lato umano (non necessariamente degno di lode ma giustificabile sul piano psicologico) dei sette vizi.
L'artista svizzero André Lambert (1884 - 1967), autore di illustrazioni patinate a sfondo erotico, ha capovolto la visione dei peccati capitali dandone un'immagine assai raffinata. La sua "gola" ha le forme di una carnosa donna decisamente compiaciuta:
Ma, anche quando sono privati delle implicazioni teologiche, i sette peccati simboleggiano comunque ossessioni e nevrosi spinte all'eccesso, quindi qualcosa che tormenta ugualmente gli esseri umani prescindendo da eventuali castighi ultraterreni. Così, ad esempio, il pittore tedesco Otto Dix (1891 - 1969) crea una tela intitolata proprio Die sieben Todsünden dove la visione profana dei vizi capitali appare non meno inquietante di quella espressa nei secoli precedenti, una sorta di halloween a tema apocalittico:
Il pittore contemporaneo spagnolo Manuel Rey Piulestàn invece personifica i peccati capitali come gente comune che può essere vicino a noi in qualunque momento, magari confusi tra i visitatori di una mostra d'arte:
Ma se cercate "peccati capitali" in siti come deviantart o pinterest troverete decine di creazioni di ogni foggia: fotomontaggi, illustrazioni, fumetti, digital art...
Perché si tratta di un argomento che tenderà sempre ad affascinarci per la sua ineluttabile presenza nella nostra vita: tutti noi, in misura maggiore o minore, siamo stati in qualche modo vittima dei sette famigerati vizi.
Gola, avarizia, lussuria, invidia, ira, superbia e accidia hanno fama di essere i principali mali degli uomini, una certificazione che deriva dalla religione cristiana e che comunque ha condivisioni anche in contesti diversi (si veda ad esempio il buddhismo, che considera ugualmente ira, invidia, lussuria e superbia come le radici della sofferenza).
In effetti le rappresentazioni artistiche più antiche dei peccati capitali fungono da monito morale per chi le osserva.
Uno dei più grandi pittori fiamminghi della storia, Hyeronimus Bosch (1453 - 1516), ne realizzò una sorta di tavola in cui vengono rappresentati schematicamente in un cerchio diviso in settori, con ai lati i quattro momenti finali dell'apocalisse. Ne propongo una veduta d'insieme e il dettaglio della superbia:
Anche l'altro visionario fiammingo, Pieter Bruegel "il vecchio" (1530 - 1569) creò una serie di stampe col suo tipico stile di allegoria allucinata in cui i sette peccati si manifestano in contesti sinistri che sembrano inquietanti gironi infernali. Si veda ad esempio la sua interpretazione dell'avarizia:
L'artista tedesco Hans Baldung (1485 - 1545) li disegnò invece come delle creature mostruose e, ovviamente, disgustose:
Ma, come già visto anche per altri temi pittorici, la rivoluzione del pensiero occidentale nel corso dei secoli, in particolare fra XVIII e XX secolo, fa mutare la concezione dell'argomento. Vengono messi in dubbio l'esistenza di Dio e il concetto di "peccato" lasciando emergere il lato umano (non necessariamente degno di lode ma giustificabile sul piano psicologico) dei sette vizi.
L'artista svizzero André Lambert (1884 - 1967), autore di illustrazioni patinate a sfondo erotico, ha capovolto la visione dei peccati capitali dandone un'immagine assai raffinata. La sua "gola" ha le forme di una carnosa donna decisamente compiaciuta:
Ma, anche quando sono privati delle implicazioni teologiche, i sette peccati simboleggiano comunque ossessioni e nevrosi spinte all'eccesso, quindi qualcosa che tormenta ugualmente gli esseri umani prescindendo da eventuali castighi ultraterreni. Così, ad esempio, il pittore tedesco Otto Dix (1891 - 1969) crea una tela intitolata proprio Die sieben Todsünden dove la visione profana dei vizi capitali appare non meno inquietante di quella espressa nei secoli precedenti, una sorta di halloween a tema apocalittico:
Il pittore contemporaneo spagnolo Manuel Rey Piulestàn invece personifica i peccati capitali come gente comune che può essere vicino a noi in qualunque momento, magari confusi tra i visitatori di una mostra d'arte:
Ma se cercate "peccati capitali" in siti come deviantart o pinterest troverete decine di creazioni di ogni foggia: fotomontaggi, illustrazioni, fumetti, digital art...
Perché si tratta di un argomento che tenderà sempre ad affascinarci per la sua ineluttabile presenza nella nostra vita: tutti noi, in misura maggiore o minore, siamo stati in qualche modo vittima dei sette famigerati vizi.
martedì 17 gennaio 2017
Un tema pittorico ricorrente - 8
Tra i protagonisti della mitologia greca, Prometeo è sicuramente uno dei più ammirevoli. É un titano che non partecipa alla ribellione contro gli dei e al quale viene dato il compito di creare l'uomo. Utilizzando il fuoco divino genera la vita in una statua di fango alla quale dona poi intelligenza e memoria rubandole ad Atena. Grazie a uno stratagemma che farà infuriare Zeus, permette inoltre agli uomini di tenere per loro la carne più pregiata degli animali e di sacrificare agli dei solo gli scarti. Nel momento in cui Zeus toglie il fuoco all'umanità, Prometeo non esita a sottrarglielo di nascosto per restituirlo agli uomini, venendo perciò condannato a restare incatenato in cima a un monte dove ogni giorno un rapace gli mangia il fegato che poi ricresce, rendendo il supplizio infinito. Viene infine liberato da Ercole (o, secondo altre versioni, gli dei lo graziano fornendogli anche l'immortalità) ed entra a far parte dell'Olimpo.
Tutti questi eventi sono stati raccontati da centinaia di opere d'arte e la figura di Prometeo è ancora oggi oggetto di interpretazioni pittoriche.
La vicenda che più mi intriga è il furto del fuoco divino. Prometeo sfida il potere delle divinità - e già questo basta a renderlo interessante - venendo poi crudelmente punito. E qual è il motivo? Nessun vantaggio personale, solo l'altruistica volontà di ridare agli uomini da lui stesso creati il più prezioso strumento che possano ricevere: il fuoco.
Una dei primi quadri con tale soggetto è opera del fiammingo Jan Cossiers (1600-1671) che in verità non rende molto onore al titano, dipingendolo come un rozzo ladruncolo che si guarda alle spalle mentre porta via il bottino:
A distanza di due secoli anche il tedesco Christian Griepenkerl (1839-1912) ne fornisce un'interpretazione che sottolinea soprattutto la sua abilità da proto-Lupin nel derubare il lussurioso Zeus e il suo giovane Ganimede durante il sonno...
Ma il cambio di sensibilità è nell'aria. Il mondo sta evolvendo e infatti il contemporaneo (e connazionale) di Griepenkerl, Max Klinger (1857-1920), appartenente all'area dei rinnovatori poi definiti simbolisti, nella sua incisione esalta l'aspetto eroico del gesto di Prometeo e la conseguente riconoscenza degli uomini immersi nelle tenebre che infine rivedono la luce:
Un altro simbolista, il belga Jean Delville (1867-1953), propone un Prometeo ancora più vicino alla nostra concezione di arte moderna, ponendolo in una scena ricca di espressività come colui che trasporta una stella luminosa rischiarante il mondo avvolto nell'oscurità:
L'artista australiano Harold Freedman (1915-1999) su richiesta dei pompieri di Melbourne ha decorato la parete di un edificio con un'allegoria del mito sicuramente elementare ma assai suggestiva. Nella parte più alta del mosaico compaiono Zeus e Febo con la fiamma divina, mentre in basso c'è il mondo terreno per il quale il fuoco è una ricchezza ma anche una maledizione. Prometeo rappresenta il trait d'union fra i due elementi:
Un paio di dettagli ravvicinati rendono maggiore merito al lavoro dell'autore (e comunque potete ammirarli meglio su questo blog cui spetta il merito di aver condiviso in rete le immagini):
L'artista canadese contemporaneo André Durand (del quale segnalo doverosamente il sito web) ha invece preferito realizzarne un'interpretazione squisitamente estetica focalizzando la propria attenzione sulla bellezza plastica del corpo di Prometeo che discende col suo dono verso l'umanità, ovvero il pianeta Terra del quale si intravede l'inevitabile profilo della Grecia...
Insomma, come sempre si parte da uno stesso soggetto per scoprire alcune variazioni sul tema. Non sono le uniche e se avete voglia di fare una ricerca sul web scoprirete tante rappresentazioni di Prometeo e del fuoco rubato agli dei.
Tutti questi eventi sono stati raccontati da centinaia di opere d'arte e la figura di Prometeo è ancora oggi oggetto di interpretazioni pittoriche.
La vicenda che più mi intriga è il furto del fuoco divino. Prometeo sfida il potere delle divinità - e già questo basta a renderlo interessante - venendo poi crudelmente punito. E qual è il motivo? Nessun vantaggio personale, solo l'altruistica volontà di ridare agli uomini da lui stesso creati il più prezioso strumento che possano ricevere: il fuoco.
Una dei primi quadri con tale soggetto è opera del fiammingo Jan Cossiers (1600-1671) che in verità non rende molto onore al titano, dipingendolo come un rozzo ladruncolo che si guarda alle spalle mentre porta via il bottino:
A distanza di due secoli anche il tedesco Christian Griepenkerl (1839-1912) ne fornisce un'interpretazione che sottolinea soprattutto la sua abilità da proto-Lupin nel derubare il lussurioso Zeus e il suo giovane Ganimede durante il sonno...
Ma il cambio di sensibilità è nell'aria. Il mondo sta evolvendo e infatti il contemporaneo (e connazionale) di Griepenkerl, Max Klinger (1857-1920), appartenente all'area dei rinnovatori poi definiti simbolisti, nella sua incisione esalta l'aspetto eroico del gesto di Prometeo e la conseguente riconoscenza degli uomini immersi nelle tenebre che infine rivedono la luce:
Un altro simbolista, il belga Jean Delville (1867-1953), propone un Prometeo ancora più vicino alla nostra concezione di arte moderna, ponendolo in una scena ricca di espressività come colui che trasporta una stella luminosa rischiarante il mondo avvolto nell'oscurità:
L'artista australiano Harold Freedman (1915-1999) su richiesta dei pompieri di Melbourne ha decorato la parete di un edificio con un'allegoria del mito sicuramente elementare ma assai suggestiva. Nella parte più alta del mosaico compaiono Zeus e Febo con la fiamma divina, mentre in basso c'è il mondo terreno per il quale il fuoco è una ricchezza ma anche una maledizione. Prometeo rappresenta il trait d'union fra i due elementi:
Un paio di dettagli ravvicinati rendono maggiore merito al lavoro dell'autore (e comunque potete ammirarli meglio su questo blog cui spetta il merito di aver condiviso in rete le immagini):
L'artista canadese contemporaneo André Durand (del quale segnalo doverosamente il sito web) ha invece preferito realizzarne un'interpretazione squisitamente estetica focalizzando la propria attenzione sulla bellezza plastica del corpo di Prometeo che discende col suo dono verso l'umanità, ovvero il pianeta Terra del quale si intravede l'inevitabile profilo della Grecia...
Insomma, come sempre si parte da uno stesso soggetto per scoprire alcune variazioni sul tema. Non sono le uniche e se avete voglia di fare una ricerca sul web scoprirete tante rappresentazioni di Prometeo e del fuoco rubato agli dei.
giovedì 8 dicembre 2016
I paesaggi artificiali nell'arte e nella letteratura
Il me.me. lanciato da Cristina era troppo stuzzicante, non avrei potuto rimanere indifferente neppure se lo stato di apatia nel quale si è adagiato il mio cervello da alcuni mesi fosse stato peggiore di quanto non sia attualmente.
Pat e Tom (e sicuramente qualche altro che mi sfuggito) hanno dato il loro contributo. Oggi tento anch'io di mappare alcuni luoghi artificiali - ossia costruiti dall'uomo - nelle loro rappresentazioni artistico-letterarie che più mi hanno colpito.
Un edificio tipicamente umano che fortunatamente non ho mai sperimentato in prima persona e tuttavia mi spaventa come una possibilità concreta è il carcere. L'idea di essere recluso fra quattro mura e privato della mia libertà, nonché costretto a condividere il mio spazio vitale con degli sconosciuti, mi terrorizza (la seconda caratteristica della detenzione mi appare persino più inquietante della prima). Non sono il tipo di persona che commetterebbe reati passibili di arresto, tuttavia so che nel corso della storia le prigioni sono state talvolta riempite con innocenti che avevano la sola colpa di non essere allineati con chi deteneva il potere.
La tortura psicologica della carcerazione "politica", intesa anche come perdita totale della propria privacy e di ogni individualità, viene narrata straordinariamente da Milan Kundera in alcuni capitoli de Lo scherzo, uno dei suoi primi libri. Il protagonista teoricamente non è detenuto ma "coscritto militare" presso una caserma che di fatto viene riservata a coloro che sono stati classificati "nemici dello stato". Niente libere uscite, nessuna arma a disposizione ma solo divise da indossare coattivamente, lavoro massacrante, continui sermoni degli ufficiali per rammentare ai "coscritti" la loro indegnità morale... Il protagonista viene disumanizzato a poco a poco:
Tutti i fili erano spezzati.
Interrotti gli studi, interrotta la partecipazione al movimento, il lavoro, i rapporti con gli amici, interrotto l'amore e la ricerca dell'amore: si era, insomma, interrotto l'intero corso, dotato di senso, di una vita. Non mi era rimasto che il tempo. E quello, in compenso, lo conobbi così intimamente come mai prima.
E alcune pagine dopo:
... non conoscevamo nient'altro che fatiche e stanchezza, ogni due settimane ci rasavano il cranio a zero affinchè i capelli non ci dessero una qualche sconveniente autocoscienza, eravamo dei diseredati che ormai non si aspettavano più nulla di buono dalla vita...
Un quadro che a mio avviso esprime questa soppressione del singolo, trasformato forzatamente nell'elemento anonimo di un gruppo simile a un gregge, è Il cortile della prigione di Vincent Van Gogh:
Un altro luogo artificiale che invece conosco bene - lo vivo ogni giorno - è il porto. Una stazione di partenze e arrivi marittimi, navi cariche di merci, passeggeri, equipaggi provenienti da ogni parte del globo... La mia città non è una meta turistica, eppure so con certezza che vi hanno transitato genti di tutte le nazionalità esistenti al mondo. Il porto apre infinite potenzialità di viaggio, espresse stupendamente da Hermann Melville nel suo capolavoro Moby Dick:
Camminate ai margini della città in un sognante pomeriggio domenicale. Andate da Corlears Hook a Coenties Slip, e di là per Whitehall verso nord. Che cosa vedete? Piazzati come sentinelle silenziose tutt'intorno all'abitato, stanno migliaia e migliaia di mortali impietrati in sogni oceanici.
Alcuni appoggiati ai pali, altri seduti sulle testate dei moli; questi spingono lo sguardo oltre le murate di navi che vengono dalla Cina, quelli aguzzano gli occhi verso l'alto, nelle attrezzature, come cercassero di spaziare ancora meglio sul mare. Ma sono tutti gente di terra, uomini rinserrati nei giorni feriali tra cannicci e intonachi, legati ai banchi, inchiodati agli scanni, ribaditi alle scrivanie. Che significa allora? I prati verdi sono scomparsi? Che fa qui questa gente?
Ma guardate! Arrivano altri gruppi che marciano dritti all'acqua come volessero tuffarsi. Strano! Niente li soddisfa se non il limite estremo della terra, oziare a riparo del vento, all'ombra di quei magazzini, non basta. No. Debbono andare vicino all'acqua, quant'è possibile senza cascarci dentro. Ed eccoli là piantati per miglia e miglia, per leghe. Gente dell'entroterra tutti, vengono da traverse e vicoli, strade e viali, da nord e sud, dall'est e dall'ovest. Ma qui si ritrovano tutti quanti. Ditemi, è la forza magnetica degli aghi di bussola di tutte quelle navi, forse, che li attira qui?
Un artista che ha saputo raccontare l'attività febbrile che si svolge tra moli e banchine con continui arrivi e partenze di vascelli, è il maestro del vedutismo Canaletto. I suoi panorami veneziani non trascurano mai l'importanza dell'elemento portuale nella città lagunare:
Infine, un altro luogo artificiale che amo (e che sfrutto ogni volta che posso) è l'albergo. É un porto più raccolto, un punto di incontro e transito di umanità varia proveniente da luoghi diversi, ma anche - se si è clienti abituali - una sorta di seconda casa come racconta Pirandello nella novella Nell'albergo è morto un tale:
Cento cinquanta camere, in tre piani, nel punto piú popoloso della città. Tre ordini di finestre tutte uguali, le ringhierine ai davanzali, le vetrate e le persiane grige, chiuse, aperte, semiaperte, accostate.
Per concludere la partecipazione al me.me. di Cristina scelgo un'opera d'arte da abbinare all'ultima citazione, un'opera che esprima l'atto di soggiornare in un albergo con la stessa naturalezza che si proverebbe a casa propria. Hotel vicino a una ferrovia di Edward Hopper mi sembra il quadro ideale:
Pat e Tom (e sicuramente qualche altro che mi sfuggito) hanno dato il loro contributo. Oggi tento anch'io di mappare alcuni luoghi artificiali - ossia costruiti dall'uomo - nelle loro rappresentazioni artistico-letterarie che più mi hanno colpito.
Un edificio tipicamente umano che fortunatamente non ho mai sperimentato in prima persona e tuttavia mi spaventa come una possibilità concreta è il carcere. L'idea di essere recluso fra quattro mura e privato della mia libertà, nonché costretto a condividere il mio spazio vitale con degli sconosciuti, mi terrorizza (la seconda caratteristica della detenzione mi appare persino più inquietante della prima). Non sono il tipo di persona che commetterebbe reati passibili di arresto, tuttavia so che nel corso della storia le prigioni sono state talvolta riempite con innocenti che avevano la sola colpa di non essere allineati con chi deteneva il potere.
La tortura psicologica della carcerazione "politica", intesa anche come perdita totale della propria privacy e di ogni individualità, viene narrata straordinariamente da Milan Kundera in alcuni capitoli de Lo scherzo, uno dei suoi primi libri. Il protagonista teoricamente non è detenuto ma "coscritto militare" presso una caserma che di fatto viene riservata a coloro che sono stati classificati "nemici dello stato". Niente libere uscite, nessuna arma a disposizione ma solo divise da indossare coattivamente, lavoro massacrante, continui sermoni degli ufficiali per rammentare ai "coscritti" la loro indegnità morale... Il protagonista viene disumanizzato a poco a poco:
Tutti i fili erano spezzati.
Interrotti gli studi, interrotta la partecipazione al movimento, il lavoro, i rapporti con gli amici, interrotto l'amore e la ricerca dell'amore: si era, insomma, interrotto l'intero corso, dotato di senso, di una vita. Non mi era rimasto che il tempo. E quello, in compenso, lo conobbi così intimamente come mai prima.
E alcune pagine dopo:
... non conoscevamo nient'altro che fatiche e stanchezza, ogni due settimane ci rasavano il cranio a zero affinchè i capelli non ci dessero una qualche sconveniente autocoscienza, eravamo dei diseredati che ormai non si aspettavano più nulla di buono dalla vita...
Un quadro che a mio avviso esprime questa soppressione del singolo, trasformato forzatamente nell'elemento anonimo di un gruppo simile a un gregge, è Il cortile della prigione di Vincent Van Gogh:
Un altro luogo artificiale che invece conosco bene - lo vivo ogni giorno - è il porto. Una stazione di partenze e arrivi marittimi, navi cariche di merci, passeggeri, equipaggi provenienti da ogni parte del globo... La mia città non è una meta turistica, eppure so con certezza che vi hanno transitato genti di tutte le nazionalità esistenti al mondo. Il porto apre infinite potenzialità di viaggio, espresse stupendamente da Hermann Melville nel suo capolavoro Moby Dick:
Camminate ai margini della città in un sognante pomeriggio domenicale. Andate da Corlears Hook a Coenties Slip, e di là per Whitehall verso nord. Che cosa vedete? Piazzati come sentinelle silenziose tutt'intorno all'abitato, stanno migliaia e migliaia di mortali impietrati in sogni oceanici.
Alcuni appoggiati ai pali, altri seduti sulle testate dei moli; questi spingono lo sguardo oltre le murate di navi che vengono dalla Cina, quelli aguzzano gli occhi verso l'alto, nelle attrezzature, come cercassero di spaziare ancora meglio sul mare. Ma sono tutti gente di terra, uomini rinserrati nei giorni feriali tra cannicci e intonachi, legati ai banchi, inchiodati agli scanni, ribaditi alle scrivanie. Che significa allora? I prati verdi sono scomparsi? Che fa qui questa gente?
Ma guardate! Arrivano altri gruppi che marciano dritti all'acqua come volessero tuffarsi. Strano! Niente li soddisfa se non il limite estremo della terra, oziare a riparo del vento, all'ombra di quei magazzini, non basta. No. Debbono andare vicino all'acqua, quant'è possibile senza cascarci dentro. Ed eccoli là piantati per miglia e miglia, per leghe. Gente dell'entroterra tutti, vengono da traverse e vicoli, strade e viali, da nord e sud, dall'est e dall'ovest. Ma qui si ritrovano tutti quanti. Ditemi, è la forza magnetica degli aghi di bussola di tutte quelle navi, forse, che li attira qui?
Un artista che ha saputo raccontare l'attività febbrile che si svolge tra moli e banchine con continui arrivi e partenze di vascelli, è il maestro del vedutismo Canaletto. I suoi panorami veneziani non trascurano mai l'importanza dell'elemento portuale nella città lagunare:
Infine, un altro luogo artificiale che amo (e che sfrutto ogni volta che posso) è l'albergo. É un porto più raccolto, un punto di incontro e transito di umanità varia proveniente da luoghi diversi, ma anche - se si è clienti abituali - una sorta di seconda casa come racconta Pirandello nella novella Nell'albergo è morto un tale:
Cento cinquanta camere, in tre piani, nel punto piú popoloso della città. Tre ordini di finestre tutte uguali, le ringhierine ai davanzali, le vetrate e le persiane grige, chiuse, aperte, semiaperte, accostate.
La facciata è brutta e poco promettente. Ma se non ci fosse, chi sa che effetto
curioso farebbero queste cento cinquanta scatole, cinquanta per cinquanta le une sulle altre, e la
gente che vi si muove dentro; a guardarla da fuori.
L’albergo, tuttavia, è decente e molto comodo: ascensore, numerosi camerieri,
svelti e ben disciplinati, buoni letti, buon trattamento nella sala da pranzo, servizio
d’automobile. Qualche avventore (piú d’uno) si lamenta di pagar troppo; tutti però alla fine
riconoscono che in altri alberghi, se si spende meno, si sta peggio e non si ha il vantaggio, che si
vuole, d’alloggiare nel centro della città [...] Ci sono i vecchi clienti che chiamano per nome i camerieri, con la soddisfazione
di non esser per essi come tutti gli altri, il numero della stanza che occupano: gente senza casa
propria, gente che viaggia tutto l’anno, con la valigia sempre in mano, gente che sta bene ovunque,
pronta a tutte le evenienze e sicura di sé.Per concludere la partecipazione al me.me. di Cristina scelgo un'opera d'arte da abbinare all'ultima citazione, un'opera che esprima l'atto di soggiornare in un albergo con la stessa naturalezza che si proverebbe a casa propria. Hotel vicino a una ferrovia di Edward Hopper mi sembra il quadro ideale:
venerdì 22 gennaio 2016
Le mie stagioni letterarie e artistiche
Questo post nasce da un invito di Ivano Landi a partecipare a una sorta di me.me. artistico-letterario in cui i blogger devono inserire una citazione e un quadro per ognuna delle quattro stagioni secondo la propria inclinazione personale.
Partiamo dalla primavera, che è una stagione che amo (e chi non la ama?)
Io la vivo come la fine dell'odioso gelo invernale, lo sbocciare dei fiori sugli alberi, i giacconi messi finalmente via, la promessa dell'estate. Sul piano letterario il romanzo che maggiormente mi ha saputo trasmettere la serenità di questa stagione è Guanciale d'erba di Natsume Soseki, cronaca poetica di una villeggiatura primaverile dell'autore in un grazioso paesino giapponese che diventa una vacanza anche per il lettore:
L'estate è la stagione che preferisco. Anche quando l'afa incombe non ho mai l'impressione che sia troppo opprimente, il calore rianima il mio sangue freddo di rospo reincarnato. Le carezze del sole sono una benedizione. Nel romanzo Zorba il greco di Nikos Kazantzakis si vedono scorrere tutte le stagioni sull'isola di Creta, ma è l'estate quella più appropriata per le sue spiagge:
Quel mare azzurro dall'abbagliante immensità si stendeva sino alla sponda africana. Dalle lontane sabbie ardenti giungeva spesso fino a noi l'alito del caldo "livas", il vento del Sud. La mattina il mare emanava un profumo simile a quello dei meloni; il pomeriggio, sotto la tepida nebbiolina dorata, le sue morbide onde sembravano immaturi seni di bimba; la sera sospirava sommesso, assumendo a poco a poco il colore delle rose, della porpora, del vino, sino al blu più profondo.
Partiamo dalla primavera, che è una stagione che amo (e chi non la ama?)
Io la vivo come la fine dell'odioso gelo invernale, lo sbocciare dei fiori sugli alberi, i giacconi messi finalmente via, la promessa dell'estate. Sul piano letterario il romanzo che maggiormente mi ha saputo trasmettere la serenità di questa stagione è Guanciale d'erba di Natsume Soseki, cronaca poetica di una villeggiatura primaverile dell'autore in un grazioso paesino giapponese che diventa una vacanza anche per il lettore:
La primavera induce alla sonnolenza. Il
gatto si dimentica di prendere i topi, l’uomo scorda i suoi debiti.
A volte perde persino la consapevolezza di sé, dimentica dove sia la
sua anima. Apre gli occhi solo quando contempla da lontano dei fiori
di rapa. Intuisce chiaramente dove sia la sua anima quando ode il
canto di un’allodola. L’allodola non canta solo con l’ugola, ma
con tutto il suo essere. Tra tutte le creature che esprimono con la
voce l’attività del loro spirito non ve n’è nessuna più vitale
di lei. Ah, che delizia! Quando concepiamo questi pensieri e
assaporiamo queste gioie siamo già nell’atmosfera della poesia.
Un quadro che racconta l'incanto della primavera e che amerei avere in casa è - guarda un po' che originalità - Primavera umbra di Gerardo Dottori, pittore al quale ho dedicato un post.L'estate è la stagione che preferisco. Anche quando l'afa incombe non ho mai l'impressione che sia troppo opprimente, il calore rianima il mio sangue freddo di rospo reincarnato. Le carezze del sole sono una benedizione. Nel romanzo Zorba il greco di Nikos Kazantzakis si vedono scorrere tutte le stagioni sull'isola di Creta, ma è l'estate quella più appropriata per le sue spiagge:
Quel mare azzurro dall'abbagliante immensità si stendeva sino alla sponda africana. Dalle lontane sabbie ardenti giungeva spesso fino a noi l'alito del caldo "livas", il vento del Sud. La mattina il mare emanava un profumo simile a quello dei meloni; il pomeriggio, sotto la tepida nebbiolina dorata, le sue morbide onde sembravano immaturi seni di bimba; la sera sospirava sommesso, assumendo a poco a poco il colore delle rose, della porpora, del vino, sino al blu più profondo.
Nel
pomeriggio mi divertivo a riempirmi le mani di chiara sabbia sottilissima, per
poi lasciarla filtrare, tepida e morbida, fra le dita. La mia mano era come la
clessidra, attraverso la quale la nostra vita fugge e si perde. Mi sembrava di
smarrire me stesso. Guardavo il mare, udivo la voce di Zorba e le tempia mi
scoppiavano per la felicità.
La mia idea apparentemente monotematica dell'estate è legata al mare e ai soggiorni balneari (ma posso garantire che a luglio e agosto sono stato ovunque, anche in collina o nelle grandi città. La spiaggia però è il luogo ideale). Un'adeguata rappresentazione artistica che adoro per la sua eleganza è Au lido, una stampa del raffinatissimo George Barbier.
L'autunno ha la bellezza dei colori cangianti, le foglie che cadono poeticamente, ma vivendolo in città (peraltro una città di mare dove gli alberi sono quasi tutti sempreverdi) il lirismo è minore. E poi per me l'autunno annuncia l'inverno... Lo associo soprattutto al vento che soffia fastidioso, infatti come citazione letteraria ho scelto un'evocazione della bora triestina di cui parla Scipio Slataper ne Il mio Carso, memoriale altamente lirico che racconta meravigliosamente tutte le stagioni, compresa quella autunnale:
Immobile. La bora aguzza di schegge mi frusta e mi strappa le orecchie. Ho i capelli come aghi di ginepro, e gli occhi sanguinosi e la bocca arida si spalancano in una risata. Bella è la bora.
Immobile. La bora aguzza di schegge mi frusta e mi strappa le orecchie. Ho i capelli come aghi di ginepro, e gli occhi sanguinosi e la bocca arida si spalancano in una risata. Bella è la bora.
È il tuo respiro, fratello gigante. Dilati rabbioso il tuo
fiato nello spazio e i tronchi si squarciano dalla terra e il mare, gonfiato
dalle profondità, si rovescia mostruoso contro il cielo.
Scricchia e turbina la città quando tu disfreni la tua rauca anima. Fratello, con la tua grande anima io voglio scendere laggiú.
Scricchia e turbina la città quando tu disfreni la tua rauca anima. Fratello, con la tua grande anima io voglio scendere laggiú.
Per motivi analoghi come quadro ho scelto Che freddo! di Giuseppe De Nittis.
Avrete già capito che l'inverno è la peggiore stagione per me. Soffro enormemente il freddo, sono costretto a coprirmi con strati di vestiario che mi rendono goffo, più di quanto già non sia normalmente; ho attacchi di sonnolenza, fastidi alle vertebre, mani e piedi perennemente gelati nonostante l'abbondante uso di lana... Quanto odio gennaio e febbraio! Una narrazione che esprime questa mia visione altamente negativa dell'inverno è Ethan Frome di Edith Wharton:
Adesso, nell’aria tersa del mattino, la faccia di Mattie gli
era ancora davanti. Faceva parte del rosso del sole e del puro luccichio della
neve. Come era cambiata, la ragazza, da quando era venuta a Starkfield! Ricordava
la creatura pallida ed esile che gli era parsa la prima volta, quando era
andato a prenderla alla stazione. E come aveva tremato dal freddo per tutto il
primo inverno, quando le tempeste notturne scuotevano le assi sottili del
rivestimento esterno e la neve batteva come grandine contro le finestre
malferme!
Aveva temuto che la ragazza potesse odiare quella vita dura,
fatta di freddo e di solitudine…
Un quadro che esprime l'identico connubio fra gelo e desolazione è Il mare di ghiaccio di Caspar David Friedrich.
Le scelte avrebbero potuto essere diverse ed esprimere i medesimi concetti. Ho cercato di fare del mio meglio e spero di aver onorato questo me.me. con un post all'altezza.
mercoledì 9 dicembre 2015
Andrey Remnev
Il post odierno è dedicato al pittore contemporaneo russo Andrey Remnev, artista che ho scoperto recentemente e ho da subito adorato per il suo stile elegantissimo. Si ispira molto alla tradizione figurativa della sua patria, dalle classiche icone sacre delle chiese ortodosse sino al costruttivismo, ma non in modo esclusivo. Nelle sue tele vi è una raffinatezza che pare risalire sino al Rinascimento italiano e al tempo stesso una sorta di realismo magico che evoca il simbolismo.
I suoi soggetti preferiti sono figure femminili che emergono dai secoli passati con indosso abiti sontuosi, opere d'arte a loro volta, ma anche fondali profondamente russi, soprattutto interni di dimore o imprecisati edifici che potrebbero ospitare zar e boiardi.
Però al centro della tela ci sono sempre loro, le donne. Una fanciulla con abiti semplici può diventare illusoriamente una gigantessa, una "Tempesta" citando il titolo del quadro, relegando a mero sfondo una città che pure potrebbe essere la possente San Pietroburgo.
Le donne di Remnev sono aristocraticamente composte e sempre serie, talvolta addirittura austere, ma possono diventare enigmatiche come la dama settecentesca che scherza col suo "Favorito", un fantoccio.
É doveroso segnalare il sito ufficiale dell'autore:
http://www.remnev.ru/en/
che vi invito a visitare "sfogliando" una per una le numerose opere visibili nella galleria on line, un autentico piacere per gli occhi.
I suoi soggetti preferiti sono figure femminili che emergono dai secoli passati con indosso abiti sontuosi, opere d'arte a loro volta, ma anche fondali profondamente russi, soprattutto interni di dimore o imprecisati edifici che potrebbero ospitare zar e boiardi.
Però al centro della tela ci sono sempre loro, le donne. Una fanciulla con abiti semplici può diventare illusoriamente una gigantessa, una "Tempesta" citando il titolo del quadro, relegando a mero sfondo una città che pure potrebbe essere la possente San Pietroburgo.
Le donne di Remnev sono aristocraticamente composte e sempre serie, talvolta addirittura austere, ma possono diventare enigmatiche come la dama settecentesca che scherza col suo "Favorito", un fantoccio.
É doveroso segnalare il sito ufficiale dell'autore:
http://www.remnev.ru/en/
che vi invito a visitare "sfogliando" una per una le numerose opere visibili nella galleria on line, un autentico piacere per gli occhi.
venerdì 4 settembre 2015
Un tema pittorico ricorrente - 7
L'episodio della Torre di Babele è una delle più note storie bibliche. Dice il Libro della Genesi:
"Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. Emigrando dall'oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono. Si dissero l'un l'altro: 'Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco'. Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento. Poi dissero: 'Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra'. Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. Il Signore disse: 'Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l'inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l'uno la lingua dell'altro'".
Secondo la teologia cristiana l'intervento di Dio simboleggia la punizione per la superbia dell'uomo che vuole innalzare una torre "la cui cima tocchi il cielo", atto arrogante e quasi di sfida alla divinità. Secondo un'altra interpretazione lo scopo di Dio è fare in modo che gli uomini si diffondano in tutto il mondo anziché "non disperderci su tutta la terra" come essi sono intenzionati a fare.
La prima interpretazione è sempre stata quella prevalente e numerosi artisti hanno tentato di raccontare questa (presunta) sfida umana alla potenza divina.
Una delle opere più celebri è la tela di Pieter Bruegel il Vecchio (1525-1569) nella quale la torre appare contorta e costruita in modo confuso, simboleggiando perfettamente il risultato di un lavoro fra uomini che non si capiscono fra loro e non sono in grado di coordinare l'edificazione e il progetto. Questa immagine sarà imitata, quasi copiata, da numerosi artisti europei.
L'artista contemporanea argentina Marta Minujìn ha invece reintepretato la storia biblica come una metafora della globalizzazione culturale, creando una torre-scultura rivestita di libri.
La confusione linguistica, l'incapacità di comprendersi, l'inabilità conseguente a realizzare una struttura e il disastroso esito della costruzione sono temi che si prestano perfettamente all'allegoria e alla satira. I gestori di questo sito ad esempio hanno espresso la loro evidente sfiducia nell'Unione Europea creando un fotomontaggio che unisce la Torre di Babele dipinta da Bruegel al palazzo che ospita il parlamento europeo, una simbologia anti-europeista non priva di suggestione...
Insomma, la Torre di Babele si presta perfettamente a esprimere e raccontare temi universali e continuerà sicuramente ad ispirare gli artisti anche nel prossimo futuro.
"Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. Emigrando dall'oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono. Si dissero l'un l'altro: 'Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco'. Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento. Poi dissero: 'Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra'. Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. Il Signore disse: 'Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l'inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l'uno la lingua dell'altro'".
Secondo la teologia cristiana l'intervento di Dio simboleggia la punizione per la superbia dell'uomo che vuole innalzare una torre "la cui cima tocchi il cielo", atto arrogante e quasi di sfida alla divinità. Secondo un'altra interpretazione lo scopo di Dio è fare in modo che gli uomini si diffondano in tutto il mondo anziché "non disperderci su tutta la terra" come essi sono intenzionati a fare.
La prima interpretazione è sempre stata quella prevalente e numerosi artisti hanno tentato di raccontare questa (presunta) sfida umana alla potenza divina.
Una delle opere più celebri è la tela di Pieter Bruegel il Vecchio (1525-1569) nella quale la torre appare contorta e costruita in modo confuso, simboleggiando perfettamente il risultato di un lavoro fra uomini che non si capiscono fra loro e non sono in grado di coordinare l'edificazione e il progetto. Questa immagine sarà imitata, quasi copiata, da numerosi artisti europei.
L'anonimo decoratore di un codice miniato bavarese del XV secolo ispirato alla "Legenda Aurea" immagina invece una torre elegante e armoniosa, la cui unica colpa è quella di toccare il cielo e infastidire gli angeli, come si può notare osservando la parte più alta della miniatura.
L'incisore e pittore olandese Cornelis Anthonisz (1505 – 1553) in una sua stampa inscena addirittura un crollo di cui non c'è traccia nella Bibbia, nella quale si riferisce solo che "Il Signore li disperse [i costruttori della torre] su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città". Forse intendeva rendere ancora più evidente il disastro conseguente all'arroganza umana, o forse ha unito al tema della Torre di Babele quello della Caduta di Babilonia.
Il suo noto conterraneo (e omonimo di nome) vissuto tre secoli dopo Maurits Cornelis Escher (1898-1972) si diverte a creare un gioco prospettico, tipico della sua arte, prendendo a spunto proprio la torre biblica, trasformata in una sorta di trappola per i suoi stessi costruttori che non sono più in grado di scendere.
La confusione linguistica, l'incapacità di comprendersi, l'inabilità conseguente a realizzare una struttura e il disastroso esito della costruzione sono temi che si prestano perfettamente all'allegoria e alla satira. I gestori di questo sito ad esempio hanno espresso la loro evidente sfiducia nell'Unione Europea creando un fotomontaggio che unisce la Torre di Babele dipinta da Bruegel al palazzo che ospita il parlamento europeo, una simbologia anti-europeista non priva di suggestione...
Insomma, la Torre di Babele si presta perfettamente a esprimere e raccontare temi universali e continuerà sicuramente ad ispirare gli artisti anche nel prossimo futuro.
martedì 24 marzo 2015
Un tema pittorico ricorrente - 6
La Pasqua è una ricorrenza che riesce sempre a indurmi alla riflessione (ma ne parlerò più approfonditamente in un post apposito nei prossimi giorni).
La vicinanza di questa festività mi ha suggerito di frugare nella memoria alla ricerca dei quadri che maggiormente mi hanno colpito con la loro rappresentazione pittorica dell'evento più significativo celebrato alla fine della Settimana Santa: la Resurrezione di Cristo. É un tema che ha ispirato, inevitabilmente, centinaia di opere d'arte.
Limitandomi alla mia ristrettissima esperienza posso dire che una delle interpretazioni più esteticamente aggraziate che ho ammirato è quella del Mantegna (1431-1506), una tela tipicamente rinascimentale in cui la Resurrezione viene messa in scena con poco realismo e una scenografia quasi teatrale, col Cristo in una posa solenne circondato da un ricamo di luce e i soldati romani ugualmente in scena come attori su un palcoscenico.
Il quasi contemporaneo Matthias Grünewald (1480-1528) prediligeva immagini più germanicamente espressive, cariche di emotività dai toni cupi. La Resurrezione concepita per l'Altare di Isenheim, una delle serie pittoriche più celebri della pittura tedesca, mostra un Cristo trasfigurato, ormai non più umano e, per contro, straordinariamente divino come un sole che sorge sulle rovine della terra.
Dominikos Theotokopoulos, meglio noto come El Greco (1541-1614) sceglie invece le tonalità luminose che è lecito aspettarsi da un uomo nato in un'isola del Mediterraneo e vissuto a Venezia e a Toledo. Col suo stile inconfondibile rappresenta Gesù risplendente di un biancore angelico mentre risorge in mezzo a un intrico di corpi, un minuscolo campione di umanità nella quale si può distinguere il convertito che acclama il Figlio di Dio e l'empio che non riconosce il miracolo e vorrebbe addirittura colpire il Cristo con la sua spada.
Il grande pittore olandese Rembrandt (1606-1669) lascia da parte l'eleganza estetica dei secoli precedenti e ammanta la scena di drammaticità e azione, col Cristo che è appena visibile - in basso a destra sporge la testa dal sepolcro - mentre il personaggio centrale diventa l'angelo fiammeggiante che solleva il coperchio della tomba e spaventa come un fantasma i soldati avvolti nelle tenebre concrete della notte e da quelle psicologiche del terrore suscitato dall'inatteso prodigio.
Un'impostazione simile viene ripresa un secolo e mezzo dopo dal visionario artista e poeta inglese William Blake (1757-1827) che immagina invece la scena all'interno del sepolcro, più intima, più tranquilla, con due angeli che vegliano amorosamente Gesù appena risvegliato alla vita e un terzo che svelle la pietra posta davanti all'ingresso della tomba.
L'artista contemporaneo svizzero Patrick Devonas, che definisce la propria pittura come réalisme imaginaire, trasforma la Resurrezione in un quadro che prende vita, una forma di arte nell'arte in cui i simboli e le allegorie non sono prettamente definiti (né definibili) e tentano di ispirare individualmente ogni osservatore stimolandone la personale percezione del significato di ogni dettaglio.
Ma le opere degne di menzione sono molte di più. Ognuno può cercare nel vasto mondo delle arti figurative la rappresentazione della Resurrezione che maggiormente lo emozioni. Le interpretazioni sono talmente numerose da riuscire ad esprimere ogni sorta di coinvolgimento sensoriale e psicologico nei riguardi di questo tema così centrale nella cultura occidentale e mondiale.
La vicinanza di questa festività mi ha suggerito di frugare nella memoria alla ricerca dei quadri che maggiormente mi hanno colpito con la loro rappresentazione pittorica dell'evento più significativo celebrato alla fine della Settimana Santa: la Resurrezione di Cristo. É un tema che ha ispirato, inevitabilmente, centinaia di opere d'arte.
Limitandomi alla mia ristrettissima esperienza posso dire che una delle interpretazioni più esteticamente aggraziate che ho ammirato è quella del Mantegna (1431-1506), una tela tipicamente rinascimentale in cui la Resurrezione viene messa in scena con poco realismo e una scenografia quasi teatrale, col Cristo in una posa solenne circondato da un ricamo di luce e i soldati romani ugualmente in scena come attori su un palcoscenico.
Il quasi contemporaneo Matthias Grünewald (1480-1528) prediligeva immagini più germanicamente espressive, cariche di emotività dai toni cupi. La Resurrezione concepita per l'Altare di Isenheim, una delle serie pittoriche più celebri della pittura tedesca, mostra un Cristo trasfigurato, ormai non più umano e, per contro, straordinariamente divino come un sole che sorge sulle rovine della terra.
Dominikos Theotokopoulos, meglio noto come El Greco (1541-1614) sceglie invece le tonalità luminose che è lecito aspettarsi da un uomo nato in un'isola del Mediterraneo e vissuto a Venezia e a Toledo. Col suo stile inconfondibile rappresenta Gesù risplendente di un biancore angelico mentre risorge in mezzo a un intrico di corpi, un minuscolo campione di umanità nella quale si può distinguere il convertito che acclama il Figlio di Dio e l'empio che non riconosce il miracolo e vorrebbe addirittura colpire il Cristo con la sua spada.
Il grande pittore olandese Rembrandt (1606-1669) lascia da parte l'eleganza estetica dei secoli precedenti e ammanta la scena di drammaticità e azione, col Cristo che è appena visibile - in basso a destra sporge la testa dal sepolcro - mentre il personaggio centrale diventa l'angelo fiammeggiante che solleva il coperchio della tomba e spaventa come un fantasma i soldati avvolti nelle tenebre concrete della notte e da quelle psicologiche del terrore suscitato dall'inatteso prodigio.
Un'impostazione simile viene ripresa un secolo e mezzo dopo dal visionario artista e poeta inglese William Blake (1757-1827) che immagina invece la scena all'interno del sepolcro, più intima, più tranquilla, con due angeli che vegliano amorosamente Gesù appena risvegliato alla vita e un terzo che svelle la pietra posta davanti all'ingresso della tomba.
L'artista contemporaneo svizzero Patrick Devonas, che definisce la propria pittura come réalisme imaginaire, trasforma la Resurrezione in un quadro che prende vita, una forma di arte nell'arte in cui i simboli e le allegorie non sono prettamente definiti (né definibili) e tentano di ispirare individualmente ogni osservatore stimolandone la personale percezione del significato di ogni dettaglio.
Ma le opere degne di menzione sono molte di più. Ognuno può cercare nel vasto mondo delle arti figurative la rappresentazione della Resurrezione che maggiormente lo emozioni. Le interpretazioni sono talmente numerose da riuscire ad esprimere ogni sorta di coinvolgimento sensoriale e psicologico nei riguardi di questo tema così centrale nella cultura occidentale e mondiale.
venerdì 30 gennaio 2015
Autorappresentazioni pittoriche
Questo post fa il paio - da un punto di vista figurativo - con il precedente letterario.
Partendo da una differenza fondamentale: per un pittore auto-rappresentarsi è la norma. Credo che non esista un solo pittore al mondo che non abbia mai eseguito il proprio autoritratto.
Ma io intendo evidenziare la messa in scena di se nascosta, non palese, confusa fra altre figure.
Fra i pittori italiani di epoca rinascimentale era una prassi diffusa. Se, ad esempio, vi è capitato di vedere l'affresco di Benozzo Gozzoli nella chiesa di Sant'Agostino a San Gimignano raffigurante il viaggio di Agostino verso Milano, sappiate che l'uomo vestito di rosso sull'estrema destra è il pittore che si è auto-inserito nella folla dei fedeli.
Allo stesso modo, Piero della Francesca ha ritratto se stesso nei panni di un soldato romano addormentato all'interno della 'Resurrezione' conservata a Sansepolcro (è il secondo da sinistra). Gli esempi del genere potrebbero essere numerosissimi.
Nel caso di Michelangelo Buonarroti l'autorappresentazione nascosta è amaramente ironica: ha dato le proprie sembianze alla pelle scuoiata di San Bartolomeo, sorretta dal santo stesso nel complesso del 'Giudizio Universale' della Cappella Sistina.
L'artista voleva in questo modo alludere alle feroci critiche ricevute da Pietro Aretino (che alcuni identificano col San Bartolomeo sano che regge la propria pelle, o meglio: la pelle del 'nemico' Michelangelo...)
Ancora più amara è l'autorappresentazione del Caravaggio - ma non tutti i critici sono concordi su questa ipotesi - nel quadro esposto alla Galleria Borghese in cui un giovanissimo Davide sorregge la testa mozzata del guerriero Golia. Il volto morto e sanguinante del filisteo sarebbe un autoritratto nascosto del pittore maledetto.
Insomma: l'artista è sempre all'interno della propria opera, talvolta nel senso letterale dell'espressione.
Partendo da una differenza fondamentale: per un pittore auto-rappresentarsi è la norma. Credo che non esista un solo pittore al mondo che non abbia mai eseguito il proprio autoritratto.
Ma io intendo evidenziare la messa in scena di se nascosta, non palese, confusa fra altre figure.
Fra i pittori italiani di epoca rinascimentale era una prassi diffusa. Se, ad esempio, vi è capitato di vedere l'affresco di Benozzo Gozzoli nella chiesa di Sant'Agostino a San Gimignano raffigurante il viaggio di Agostino verso Milano, sappiate che l'uomo vestito di rosso sull'estrema destra è il pittore che si è auto-inserito nella folla dei fedeli.
Allo stesso modo, Piero della Francesca ha ritratto se stesso nei panni di un soldato romano addormentato all'interno della 'Resurrezione' conservata a Sansepolcro (è il secondo da sinistra). Gli esempi del genere potrebbero essere numerosissimi.
Nel caso di Michelangelo Buonarroti l'autorappresentazione nascosta è amaramente ironica: ha dato le proprie sembianze alla pelle scuoiata di San Bartolomeo, sorretta dal santo stesso nel complesso del 'Giudizio Universale' della Cappella Sistina.
L'artista voleva in questo modo alludere alle feroci critiche ricevute da Pietro Aretino (che alcuni identificano col San Bartolomeo sano che regge la propria pelle, o meglio: la pelle del 'nemico' Michelangelo...)
Ancora più amara è l'autorappresentazione del Caravaggio - ma non tutti i critici sono concordi su questa ipotesi - nel quadro esposto alla Galleria Borghese in cui un giovanissimo Davide sorregge la testa mozzata del guerriero Golia. Il volto morto e sanguinante del filisteo sarebbe un autoritratto nascosto del pittore maledetto.
Insomma: l'artista è sempre all'interno della propria opera, talvolta nel senso letterale dell'espressione.
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