mercoledì 19 maggio 2021

Una poesia per Yumi & Nana

 ... che ovviamente non è opera mia poiché io non sono un poeta (neppure scrittore e fumettista in effetti ;-)
L'autore è il rockpoeta Daniele Verzetti che ha voluto omaggiare le due gentili fanciulle con dei versi a loro dedicati.
La riporto così come lui l'ha scritta, con un'aggiunta finale delle due destinatarie.

"YUMI E NANA"
(autore: DANIELE VERZETTI ROCKPOETA® )

Yumi e Nana
Amiche per la pelle
Figlie di una mano magica e talentuosa
Si sentono e si credono brutte
E gli altri, con crudele sadismo,
Glielo confermano per ferirle
Bullizzandole vergognosamente
Portando entrambe
Ad una forte carenza di autostima.

Crescono quasi insieme
E finalmente adesso
Con un lavoro,
E con un'autostima in parte recuperata
Entrambe
Hanno il ragazzo
Anche se nonostante ciò
E nonostante siano leggermente
Più sicure di loro stesse
L'autostima di entrambe
Latita ancora fortemente.

Unite indissolubilmente
Non si separeranno mai
Non permetteranno alla vita
Ed al loro creatore di far loro del male
Di allontanarle
Non potrebbero sopportarlo
Non riuscirebbero a farcela.

Yumi abbraccia Nana
Sorridono commosse
E si sentono per un attimo, bellissime
E sono davvero bellissime.
Sono davvero due meravigliosi fiori
E non solo per la durata di un istante,
Possono esserlo sempre
E restarlo per sempre
Se solo lo capissero...

Peccato che non sappiano vedersi
Con gli occhi più obiettivi
E comunque il problema è irrilevante
Perché sono due angeli dentro
Ironici
Capricciosi a volte
Confusi
Gelosi ed impauriti
Sono due ragazze normali
Sono soltanto Yumi e Nana.


lunedì 17 maggio 2021

Yumi & Nana - Aiutante inattesa (2)

Dopo la rievocazione drammatica - ma per certi aspetti doverosa - degli anni della guerra nell'ultimo post, si ritorna alla ordinaria leggerezza delle strisce di Yumi & Nana.


venerdì 14 maggio 2021

Ricordi della guerra

Il post odierno si discosta parecchio dalla programmazione ordinaria del blog. I contenuti sono particolarmente seri, e ovviamente c'è un motivo.
L'idea è nata qualche mese fa in seguito a uno scambio di commenti con l'amico Nick. L'intento è di mantenere viva la memoria della guerra vissuta dai nostri padri nei luoghi in cui si trovavano.
Di Civitavecchia, la città in cui sono nato, ho già parlato qui 
Il 14 maggio è una data drammatica per la sua storia poiché è il giorno in cui dovette subire il primo bombardamento ai tempi della seconda guerra mondiale, nell'anno 1943. Il bollettino militare dell'epoca parla di "circa 200 bombe" sganciate sull'abitato. Ma il dato numerico che fa realmente impressione è quando vengono "segnalati 286 morti e oltre 300 feriti". 
Fu solo l'inizio. Per dodici mesi esatti, sino a maggio del 1944, la città venne costantemente colpita dai bombardieri angloamericani (87 incursioni) che distrussero quasi completamente l'abitato, senza fare distinzioni fra obiettivi militari e edifici civili. I morti complessivi furono circa quattrocento, compresi i miei bisnonni paterni.
La mia generazione mantiene una memoria viva di quell'evento pur non avendolo vissuto, poiché è la generazione di chi è cresciuto con genitori, nonni e zii che parlavano spesso di quel periodo così nero. Sin da bambino ho sentito raccontare decine di volte i ricordi, gli episodi, gli aneddoti di quei momenti durissimi, con descrizioni così dettagliate che ho finito per averne quasi una percezione vivida.
Così, anche se ovviamente quella che segue è solo la mia immaginazione, in una giornata del genere io provo a vedere quei ricordi di famiglia.
Dunque è il 14 maggio 1943. L'ipotesi che Civitavecchia (come qualunque altra città italiana) possa essere colpita dai "nemici" non è improbabile, c'è tensione già da parecchi giorni.
Vedo mia zia, una donna sposata da pochi anni e ancora giovanissima. Sta versando dell'acqua nel lavabo e lo scroscio risuona fra le pareti. É particolarmente intenso, in effetti troppo intenso... Il suono diventa cupo, c'è qualcosa di innaturale. Mia zia gira gli occhi verso la finestra e si accorge che i vetri stanno tremando.
É colta dal panico. Corre giù per le scale, urla "Arrivano! Arrivano!"
Ormai il rombo dei quadrimotori risuona nitido nell'aria. Mia zia e sua sorella corrono giù in cantina, non la scelta migliore, ma sono due giovani poco più che ventenni e hanno il terrore addosso.
Si ode il primo boato, poi un secondo, un terzo.... In pochi secondi è impossibile distinguerli l'uno dall'altro, è un'esplosione continua e il soffitto sembra vibrare. Le due sorelle si appiattiscono su una parete della cantina e pregano Cristo di proteggerle da quell'apocalisse.
All'improvviso, una deflagrazione più potente delle altre. É come se un camion a tutta velocità si fosse schiantato sul muro. Le due giovani si ritrovano scaraventate sulla parete opposta, mentre quella dove si appoggiavano un attimo prima si è riempita in un istante di crepe, l'intonacatura è venuta via ed è sparsa sul pavimento, c'è una nuvola di polvere. Le due sorelle urlano e invocano Dio. Ormai mia zia si aspetta di morire, è convinta che alla prossima esplosione lei e sua sorella lasceranno questo mondo.
Ma adesso i boati tuonano più lontani, e poi sembrano finalmente terminare. I boeing hanno sganciato i loro ordigni e se ne sono andati via, lasciandosi dietro un silenzio che ora appare irreale. Le due giovani salgono prudentemente lungo le scale: gli tremano le gambe, ma arrivano fino al portone di casa e lo aprono. L'aria sembra diventata tossica, tuttavia escono fuori per vedere. Lo sguardo si fissa sgomento sulla casa dei loro vicini. Che non esiste più. Sono rimasti solo dei tronconi di mura accartocciate al suolo. Le altre palazzine lungo la via sono ancora in piedi, ma con larghe crepe, a una è crollata la facciata. La strada è sventrata da una voragine. Si odono dei lamenti, ci sono colonne di fumo, un odore acre brucia le narici. Una sorella, la minore, quella ancora signorina, si porta le mani sugli occhi e piange sommessamente. L'altra, quella sposata, le poggia un braccio sulle spalle e la tiene stretta a se.
E ora vedo mio nonno, un uomo sui trent'anni che, in mezzo al caos, rivolgendosi a gente sconvolta quanto lui, chiede notizie dei suoi genitori. Viene a sapere che purtroppo sono rimasti feriti, forse travolti da un crollo. Alcuni parenti li hanno caricati su un carro per portarli nel vicino paese di Allumiere, visto che l'ospedale locale (a sua volta danneggiato dalle bombe) non è in grado di soccorrere tutti: ci sono centinaia di persone che necessitano di essere medicate. Malgrado il comprensibile clima di paura che lo circonda, mio nonno vuole andare da loro. La distanza è di pochi chilometri, ma in quel contesto è un viaggio non facile. Però sono i suoi genitori, coloro che gli hanno dato la vita. Dopo essersi organizzato per mettere al sicuro moglie e figli, si avvia verso Allumiere montando come passeggero sul carro di un contadino. Scoprirà che il viaggio della speranza non è servito: i suoi genitori avevano riportato delle ferite troppo gravi, non c'è stato modo di salvarli.
Mio nonno li rivede, ma soltanto per porgergli l'ultimo saluto. Lui ha una grande passione per la poesia, ha sempre una penna in tasca pronta a dare forma all'ispirazione creativa. Stavolta però gli serve solo per scrivere su una bara "papà" e sull'altra "mamma". Un gesto di affetto e anche un modo per riconoscere i feretri quando li farà riesumare, perché il giorno in cui la guerra sarà finita lui conta di riportarli a Civitavecchia e seppellirli lì, dove sono nati e dove sono tutti i loro antenati.
Ma quando sarà "tutto finito?"
Purtroppo non tanto presto. Come dicevo, quello fu solo il primo di numerosi bombardamenti.
Inevitabilmente quasi tutti i civili sono obbligati a fuggire verso i paesi vicini (i miei famigliari scelgono Monte Romano, dove hanno dei parenti). Peraltro bisogna sperare che quei paesi non siano inseriti nell'elenco degli obiettivi militari. Ma gli aerei seguono una rotta, e quando il rombo cupo dei bombardieri inizia a risuonare nell'aria nessuno può sapere se stanno solo transitando per proseguire oltre, o se invece scateneranno l'inferno.
Ed ecco che stavolta vedo mio zio. Mio padre ha solo cinque anni, non è pienamente consapevole di quello che sta accadendo. Ma suo fratello maggiore - pur essendo in fondo anche lui un bambino - ormai è abbastanza grande da capire l'orrore che incombe su di loro: il rumore sinistro dei quadrimotori americani è un potenziale messaggero di morte e distruzione, e con tremenda lucidità lui se ne rende conto. Mia zia - quella che si era rifugiata in cantina con la sorella - quando quel suono orribile echeggia fra le nuvole osserva il nipote e viene presa dalla paura assurda (ma neanche tanto a pensarci bene) che il ragazzino possa morire non per le bombe, ma per un arresto cardiaco: in quei momenti il pallore del suo volto è quello di chi sta per avere un collasso, gli si legge il terrore negli occhi. Purtroppo quel ragazzino ne dovrà passare ancora tante di giornate simili. Gli toccherà crescere in fretta e superare precocemente ogni paura, come d'altronde tutti i bimbi della sua generazione. 
Intanto la guerra, oltre alla distruzione, porta la fame. I risparmi finiscono rapidamente, e comunque nel caos degli eventi bellici gli approvvigionamenti alimentari sono talmente difficoltosi che può persino capitare che, pur avendo ancora qualche soldo in tasca (nonché l'imprescindibile tessera annonaria), tale disponibilità economica sia inutile perché lo spaccio ha terminato le provviste.
Ora vedo mio padre. É un bambino di cinque anni che sta perdendo peso per quanto poco mangia. Gli adulti si arrangiano come possono, ma non è facile. Può capitare che vedano un contadino con ceste piene di piccoli legumi verdi che sembrano fave. Gli chiedono se è così, ma l'uomo spiega che in realtà li colgono da una pianta selvatica e che quei frutti vengono chiamati "favette": sono così amare e cattive che le usano solo come mangime per il bestiame. Teoricamente sono utilizzabili anche per l'alimentazione umana, non sono velenose; però talmente disgustose che, no, nessuno le mangerebbe.
Con un po' di imbarazzo mia nonna chiede: "Ce ne regalerebbe un sacchetto?..."
Per mesi vanno avanti con queste soluzioni di fortuna: grasso di pecora bollito, pane casereccio razionato sino a diventare rifatto. Eppure capitano giorni in cui mio nonno sostiene non avere fame. Nonostante lo stupore generale insiste a dire che, no, davvero, non ha appetito, e quindi spezza la sua parte di pane in due e... la da ai figli piccoli.
La fame è un problema comune fra gli sfollati. Al marito di mia zia, calzolaio, ogni tanto qualcuno chiede "un buco in più sulla cinta". Ovviamente sempre a stringere. Lussi come il caffè e il tabacco non sono neppure da prendere in considerazione, perciò qualche concittadino prova a ingannare il palato sorseggiando infuso di cicoria, mentre i fumatori incalliti riempiono la cartina con tritume di foglie secche e fanno finta che sia una vera sigaretta.
Ma la guerra non vuole saperne di finire e li insegue persino in quel paesino strategicamente inutile: un giorno un aereo nemico lo sorvola e sgancia una bomba che cade inesorabilmente proprio verso la piazza centrale dell'abitato, è l'incubo che continua. Però fortunatamente l'ordigno non esplode. Si schianta sul selciato come un blocco di metallo inerte. Forse un cedimento strutturale, o forse l'equipaggio dell'aereo doveva sbarazzarsi di una bomba difettosa e con l'occasione ha voluto prendersi gioco dei civili nemici. Oppure era un atto voluto, impedito solo dalla casualità (non infrequente) di un innesco difettoso. Mio padre si avvicina con curiosità infantile a quella sorta di lungo silos, subito fermato da mia nonna che lo trascina via. L'oggetto resterà per qualche giorno lì in mezzo, come un monito, prima di essere neutralizzato.
La guerra è soprattutto un meccanismo infame che disumanizza chi vi si trova coinvolto. Così, una mattina in cui i miei famigliari stanno camminando verso l'orto di un parente per raccogliere qualche ortaggio, si accorgono che un incursore americano sta planando verso il basso. Loro sono due uomini in borghese, alcune donne e persino due bambini: certamente non hanno l'aria di un contingente militare. Stanno fuori dal paese, l'orto in cui si stanno recando è a un passo dal cimitero e non ci sono edifici che possano nascondere postazioni belliche. Eppure l'incursore aziona la mitragliatrice. Dal cielo arrivano proiettili, i miei parenti iniziano a correre terrorizzati. Dura solo pochi istanti per fortuna, l'aereo riprende subito quota e prosegue il suo volo. Ma perché il pilota ha compiuto un gesto simile? Per crudeltà? Per frustrazione, perché magari aveva visto morire un suo commilitone abbattuto da quei "bastardi" degli italiani? Per un errore di valutazione, di cui poi si sarà pentito dopo aver capito che quelle figure che scorgeva dall'alto erano solo un gruppo di civili? Chi lo sa, chi lo può dire? Come dicevo, il meccanismo della guerra è proprio disumanizzare un essere umano.
Intanto i miei famigliari riprendono fiato. Sembra che nessuno sia rimasto neppure ferito, meno male. Ancora spaventati proseguono il loro cammino verso l'orto e lì, purtroppo, scoprono che qualcuno è stato meno fortunato. Un contadino monteromanese è riverso al suolo. Mio padre, un bimbo di cinque anni, vede a pochi passi da lui un uomo colpito a morte da proiettili sparati a caso da un aereo...
Le privazioni e la paura continuano fino alla tanto agognata conclusione della guerra, che però non significherà tornare subito alla vita precedente. Quasi tutta Civitavecchia è stata distrutta, e anche la loro casa è una delle tante ridotte in macerie. A mio zio, sebbene, sia solo un bimbo da quinta elementare, viene chiesto di aiutare il papà a scavare tra le mura crollate, alla ricerca di qualcosa di salvabile. E quel papà - mio nonno - qualcosa recupererà. Darà particolare importanza affettiva a degli spartiti, perché lui è anche un maestro di musica e adora l'opera. Ma per il momento c'è poco da cantare. Ci vorranno ancora anni per poter tornare a vivere in una sorta di normalità. Gli anni della ricostruzione, delle ristrettezze economiche e dei grossi sacrifici del dopoguerra, grazie ai quali quelli della generazione successiva - la mia - hanno potuto vivere in un contesto decisamente più favorevole.
Ed è questo il motivo per cui noi figli e nipoti, pur non avendo vissuto di persona quegli anni orribili, ne manteniamo viva la memoria: perché siamo consapevoli che abbiamo beneficiato in prima persona di quei sacrifici e non potremo mai ringraziare abbastanza coloro che si sono impegnati tanto per permettercelo.