Qualche giorno fa ho letto
un post molto grazioso sul blog di Cristina Cavaliere in cui venivano accostati i cinque sensi a cinque libri e cinque quadri che in qualche modo potrebbero simboleggiarli (quanto meno dal punto di vista del blogger).
L'approccio sensoriale ci trasmette l'apprendimento diretto, che sviluppiamo nella nostra mente per poi immagazzinarlo nella memoria come patrimonio di conoscenza. Però i cinque sensi, sebbene collaborino l'uno con l'altro, hanno una rilevanza diversa. Vi sono studi scientifici secondo i quali l'uso della vista tende a essere esageratamente preponderante, arrivando addirittura (secondo un'ipotesi) a far ridurre l'uso degli altri sensi persino relativamente a percezioni che richiederebbero maggiormente l'uso delle orecchie o del naso anziché quello degli occhi.
Da questo punto di vista la scrittura ha lo svantaggio di essere collegata all'uso della vista ma solo in termini concettuali. Una tradizionale pagina scritta non utilizza immagini o figure che, invece, stimolano maggiormente l'occhio (è una lezione ben compresa da molti blogger che integrano i loro articoli con fotografie, disegni, eleganza grafica del blog stesso).
Parlando quindi di fiction, il cinema - specialmente certi blockbuster hollywoodiani pieni di CGI spettacolari - o anche il fumetto, hanno una sorta di vantaggio espressivo rispetto al romanzo: una superiore potenzialità recettiva per il ricevente grazie alla succitata preponderanza della percezione sensoriale, tramite la vista, di figure definite anziché di concetti.
Ci scherzavo commentando
un post di Andrea Cabassi sulla crisi della narrativa di fantascienza notando come invece la SF cinematografica (e fumettistica) sembra godere di ottima salute. L'orgia di colori e di azione di una pellicola 3D riesce probabilmente a colpire l'attenzione più di una descrizione scritta.
Quindi - ipotesi per assurdo - la narrativa farebbe meglio a concentrarsi su quel tipo di elementi che sono meno adatti a una percezione sensoriale diretta? Ad esempio l'approfondimento psicologico, l'esposizione di stati d'animo, etc.? In questo modo, però, si imporrebbe dei limiti. Paradosso estremo: imporsi dei limiti contenutistici per superare i propri limiti espressivi.
No, penso che la scrittura debba comunque sforzarsi di raccontare ciò che non può rappresentare esplicitamente a causa dei propri limiti espressivi intrinseci. Deve raccontarlo usando un punto di vista diverso.
Prendiamo ad esempio il suono. Un suono va ascoltato. Lo si può evocare per iscritto, ma la sua descrizione, per quanto accurata, non ci permetterà mai di udirlo materialmente. E allora, più che descrivere il suono, bisogna trasformarlo in qualcosa di diverso ai fini della narrazione. Bisogna concettualizzarlo, per così dire. Concludo quindi questo post citando un passaggio di "Casa Howard" di E.M. Forster in cui una delle protagoniste, Helen, sta ascoltando la Quinta Sinfonia di Beethoven durante un concerto. Questo è il modo in cui Forster racconta la musica: non descrivendola ma evocando il suo effetto sul personaggio, le visioni che essa le suscita, la sua contemplazione delle reazioni alla sinfonia in coloro che le stanno vicino.
Era infatti cominciato l'Andante - bellissimo, ma con una certa aria di famiglia con tutti gli altri bellissimi Andanti che Beethoven ha scritto e, a giudizio di Helen, tale da staccare gli eroi e i naufraghi del Primo Tempo dagli eroi e i folletti del Terzo. Essa ascoltò il tema una volta; poi si divagò e si mise a osservare ora il pubblico, ora l'organo, ora l'architettura. Criticò molto i fragili Cupidi che cingono il soffitto della Queen's Hall, inclinati l'uno verso l'altro con insipidi gesti, vestiti di brache giallastre, su cui batteva il sole di ottobre. "Che orrore sposare un uomo che somigliasse a quei Cupidi!" pensò Helen. A questo punto Beethoven cominciò a variare il tema; così lei lo ascoltò un'altra volta e poi sorrise alla cugina Frieda. Ma Frieda, poiché ascoltava Musica Classica, non poteva rispondere. Anche Herr Liesecke aveva l'aspetto di chi non può essere distratto neppure da cavalli sfrenati: aveva la fronte corrugata, la bocca socchiusa, il pince-nez ad angolo retto col naso, le mani bianche, massicce, posate sulle ginocchia.
E vicino a lei c'era zia Juley, così britannica, che desiderava battere il tempo. Come era interessante quella fila di persone! Quali influssi diversi avevano contribuito a formarle! Ora Beethoven , dopo aver ronzato e bisbigliato con grande tenerezza, disse "uffa" e l'andante finì. Applausi, e una serie di "wundershon" e di "prachtvoll" da parte del contingente tedesco. Margaret si mise a parlare col suo nuovo giovanotto; Helen disse alla zia: "Ora viene il tempo meraviglioso: prima i folletti e quindi un trio di elefanti che danzano"; e Tibby implorò tutta la comitiva di non farsi sfuggire il passaggio del tamburo.
"Di che cosa caro?"
"Del tamburo, zia Juley".
"No, non fatevi sfuggire quel punto in cui sembra che i folletti se ne siano andati e invece ritornano" sospirò Helen, mentre la musica aveva inizio con un folletto che scorrazzava tranquillamente sull'universo, in lungo e in largo. Altri lo seguirono. Non erano creature aggressive; era questo che li rendeva tanto terribili per Helen. Si limitavano a osservare, passando, che nel mondo non c'era niente che assomigliasse allo splendore o all'eroismo. Dopo l'interludio degli elefanti che danzavano, tornarono i folletti e ripresero da capo a osservare... Helen non poteva contraddirli, perché una volta aveva avuto la stessa sensazione, ed aveva persino visto le solide mura della giovinezza crollare. Panico e vuoto! Panico e vuoto! I folletti avevano ragione.
Suo fratello alzò un dito: era il passaggio del tamburo.
Infatti, come se le cose stessero andando troppo oltre, Beethoven afferrò i folletti e fece far loro quello che voleva lui. Intervenne di persona. Diede loro una piccola spinta, ed essi incominciarono a camminare in tonalità maggiore anziché in minore; e poi soffiò ed essi si dispersero! Fiammate di splendore, dei e semidei che lottano con enormi spade, colori e fragranze diffusi sul campo di battaglia, magnifica vittoria, magnifica morte! Oh, tutto questo esplose davanti alla ragazza e lei tese persino le mani guantate, quasi potesse toccarlo. Ogni fatto era titanico; ogni lotta desiderabile; conquistatore e conquistato sarebbero stati egualmente applauditi dagli angeli e dalle stelle più alte.