Il post di oggi è dedicato all'architettura, all'art nouveau, e a colui che ha saputo fondere le due cose creando quelli che sarebbero poi divenuti "cliché" di uno stile e di un'epoca.
Victor Horta (1861-1947) ha avuto a Bruxelles lo stesso ruolo di Antoni Gaudì a Barcellona o di Odon Lechner a Budapest.
La sua impronta sulla città non è vistosa, in linea con la discrezione quasi scandinava dei belgi, ma al tempo stesso ne costituisce un elemento importante.
Sono soprattutto le sue decorazioni di interni a trasmettere immediatamente la percezione di atmosfere fin-de-siècle, a far rivivere quel periodo ormai lontano in cui grandi fermenti culturali e ideologici hanno tentato di creare una nuova estetica.
Padiglioni, vetrate, piastrelle, decorazioni in cui predominano le linee curve, disegni eleganti, forme armoniose, cura dei dettagli, metalli finemente lavorati...
Ormai per noi sono dei cliché, come dicevo all'inizio. Ma quando Horta iniziò la sua attività erano una novità. Erano art nouveau.
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lunedì 12 settembre 2011
sabato 11 giugno 2011
Raw art again
Avevo già parlato in un altro post della raw art, ovvero la creazione compulsiva di strutture artistiche o architettoniche grezze e ingenue da parte di gente comune senza alcuna predisposizione accademica.
Visto l'interesse che ha suscitato, propongo un altro esempio di questa espressività spontanea, un "monumento" che ha ottenuto una certa notorietà negli Stati Uniti.
La Mountain of Salvation è stata edificata da Leonard Knight nei pressi di Niland, in California, ed è l'espressione del suo enorme fervore religioso. Va però aggiunto che secondo le testimonianze di chi lo ha conosciuto, quest'uomo non è affatto un fanatico. Sicuramente ha una spinta mistica interiore che lo portato a vivere lontano dalla città, in una zona semidesertica dove accumulando paglia, legno, tantissima vernice e anni di duro lavoro (nonchè ostacoli burocratici) ha edificato questa collina artificiale.
Il risultato è piuttosto naif, anche un po' kitsch se vogliamo, però non si può negare che ha un suo fascino dovuto proprio alla spontaneità con cui l'altura è stata creata.
I colori accesi e i tratteggi infantili, resi mastodontici dalle proporzioni della struttura, fanno pensare a un bambino gigante che si è messo a giocare con la plastilina...
Ormai è diventato una piccola attrattiva turistica. Molti vacanzieri diretti in California passano dalle parti di Niland per dare un'occhiata a questa curiosa opera nata dalla volontà di una singola persona.
Per chi volesse approfondire, esiste anche il sito internet ufficiale: salvationmountain.us
Visto l'interesse che ha suscitato, propongo un altro esempio di questa espressività spontanea, un "monumento" che ha ottenuto una certa notorietà negli Stati Uniti.
La Mountain of Salvation è stata edificata da Leonard Knight nei pressi di Niland, in California, ed è l'espressione del suo enorme fervore religioso. Va però aggiunto che secondo le testimonianze di chi lo ha conosciuto, quest'uomo non è affatto un fanatico. Sicuramente ha una spinta mistica interiore che lo portato a vivere lontano dalla città, in una zona semidesertica dove accumulando paglia, legno, tantissima vernice e anni di duro lavoro (nonchè ostacoli burocratici) ha edificato questa collina artificiale.
Il risultato è piuttosto naif, anche un po' kitsch se vogliamo, però non si può negare che ha un suo fascino dovuto proprio alla spontaneità con cui l'altura è stata creata.
I colori accesi e i tratteggi infantili, resi mastodontici dalle proporzioni della struttura, fanno pensare a un bambino gigante che si è messo a giocare con la plastilina...
Ormai è diventato una piccola attrattiva turistica. Molti vacanzieri diretti in California passano dalle parti di Niland per dare un'occhiata a questa curiosa opera nata dalla volontà di una singola persona.
Per chi volesse approfondire, esiste anche il sito internet ufficiale: salvationmountain.us
giovedì 3 marzo 2011
Raw art
Non so quanti di voi abbiano mai sfogliato il volume Fantasy Worlds della Taschen.
Io l’ho trovato estremamente interessante, tanto è vero che lo tengo nello scaffale più basso del mio mobile libreria per averlo sempre a portata di mano.
Offre un elenco accurato e documentato di siti dove compaiono esempi di raw art, un termine con cui vengono definite quelle forme di arte dilettantesca, disordinata (ma non necessariamente) e sproporzionata creata da persone senza la benché minima formazione culturale in ambito figurativo.
Fenomeno poco frequente in Italia, è invece assai diffuso in Francia e negli Stati Uniti. Individui spesso appartenenti a classi sociali medio basse, vengono prese da una smania creativo-costruttiva che trova la sua valvola di sfogo nell’edificazione di “monumenti” realizzati in modo rozzo, raffazzonato, chiaramente privi di un progetto o di uno scopo preciso. Nella maggior parte dei casi i creatori di raw art si dedicano a questa attività solo nei ritagli di tempo, visto che devono lavorare per vivere, e quasi sempre sono costretti a utilizzare materiali di fortuna o di scarto (e comunque a bassissimo costo) poiché non hanno grosse disponibilità economiche. Sono tutti autodidatti, in un senso molto ampio del termine, e spesso c’è una certa ossessività nella loro applicazione a questo hobby.
I risultati possono essere diversi. Si va dal mucchio di oggetti diversi accumulati insieme che ricordano solo una discarica di rifiuti, a strutture più complesse e non prive di fascino. In casi rari riescono addirittura a suscitare un autentico interesse artistico.
Un esempio di raw art ossessiva sono le Watts Towers.
L’immigrato italiano Simone Rodia, operaio semi-analfabeta, le costruì a Los Angeles usando materiali raccolti della discarica dei rifiuti. Non appena smetteva di lavorare, prendeva cemento, cocci, plastica e vetri rotti per costruire “qualcosa di grosso”. Lui stesso non sapeva bene cosa. È andato avanti per anni, accumulando blocco su blocco, travatura su travatura, e raggiungendo i venti metri di altezza.
Molto più armonioso è Le Palais Ideal, che il francese Ferdinand Cheval costruì con le proprie mani, anche lui da solo, durante trent’anni di attività. Finito il suo lavoro, quasi ogni minuto del suo tempo libero era assorbito da questa opera che – per qualche motivo – voleva ad ogni costo accrescere, modellare, abbellire, sino a farla diventare grande come una reggia.
E ci sono decine di altri casi simili.
Trovo affascinante questa mania creativa, quasi malata, che si manifesta in persone dalla vita assolutamente normale. E mi chiedo cosa avrebbero potuto realizzare se fossero nati in una famiglia ricca, con la possibilità di frequentare l’Accademia di Belle Arti.
Io l’ho trovato estremamente interessante, tanto è vero che lo tengo nello scaffale più basso del mio mobile libreria per averlo sempre a portata di mano.
Offre un elenco accurato e documentato di siti dove compaiono esempi di raw art, un termine con cui vengono definite quelle forme di arte dilettantesca, disordinata (ma non necessariamente) e sproporzionata creata da persone senza la benché minima formazione culturale in ambito figurativo.
Fenomeno poco frequente in Italia, è invece assai diffuso in Francia e negli Stati Uniti. Individui spesso appartenenti a classi sociali medio basse, vengono prese da una smania creativo-costruttiva che trova la sua valvola di sfogo nell’edificazione di “monumenti” realizzati in modo rozzo, raffazzonato, chiaramente privi di un progetto o di uno scopo preciso. Nella maggior parte dei casi i creatori di raw art si dedicano a questa attività solo nei ritagli di tempo, visto che devono lavorare per vivere, e quasi sempre sono costretti a utilizzare materiali di fortuna o di scarto (e comunque a bassissimo costo) poiché non hanno grosse disponibilità economiche. Sono tutti autodidatti, in un senso molto ampio del termine, e spesso c’è una certa ossessività nella loro applicazione a questo hobby.
I risultati possono essere diversi. Si va dal mucchio di oggetti diversi accumulati insieme che ricordano solo una discarica di rifiuti, a strutture più complesse e non prive di fascino. In casi rari riescono addirittura a suscitare un autentico interesse artistico.
Un esempio di raw art ossessiva sono le Watts Towers.
L’immigrato italiano Simone Rodia, operaio semi-analfabeta, le costruì a Los Angeles usando materiali raccolti della discarica dei rifiuti. Non appena smetteva di lavorare, prendeva cemento, cocci, plastica e vetri rotti per costruire “qualcosa di grosso”. Lui stesso non sapeva bene cosa. È andato avanti per anni, accumulando blocco su blocco, travatura su travatura, e raggiungendo i venti metri di altezza.
Molto più armonioso è Le Palais Ideal, che il francese Ferdinand Cheval costruì con le proprie mani, anche lui da solo, durante trent’anni di attività. Finito il suo lavoro, quasi ogni minuto del suo tempo libero era assorbito da questa opera che – per qualche motivo – voleva ad ogni costo accrescere, modellare, abbellire, sino a farla diventare grande come una reggia.
E ci sono decine di altri casi simili.
Trovo affascinante questa mania creativa, quasi malata, che si manifesta in persone dalla vita assolutamente normale. E mi chiedo cosa avrebbero potuto realizzare se fossero nati in una famiglia ricca, con la possibilità di frequentare l’Accademia di Belle Arti.
lunedì 18 ottobre 2010
Hundertwasser
Anche l’architettura ogni tanto trova spazio su questo blog, e nel post di oggi voglio esprimere la mia ammirazione (come al solito da fruitore e non da addetto ai lavori) per l’austriaco Friedrich Stowasser (1928-2000) meglio noto come Hundertwasser.
Artista del tutto anticonvenzionale, è stato principalmente un pittore, ma è comunque difficile inquadrarlo in modo preciso. Paradossalmente le sue opere figurative non mi attirano granché in quanto tendono all’espressionismo e all’astrattismo, generi che non amo molto. Trovo però interessanti certe sue proposte architettoniche, anche e soprattutto dal punto di vista concettuale.
Egli provava una profonda repulsione per la serialità, per gli edifici monotoni e “tutti uguali”. Il comune di Vienna gli diede la possibilità di applicare i suoi principii, e lui riuscì a realizzare qualcosa di apparentemente impossibile: una casa popolare dove tutti gli appartamenti sono diversi tra loro, dalle finestre al colore delle stuccature. La Hundertwasserhaus (vedi foto in alto), è un’autentica sfida alle grigie palazzine a schiera che spesso rattristano le periferie.
D’altro canto, progetti di questo tipo sono obiettivamente difficili da attuare, e proporli su larga scala resta un’utopia. Ma Hundertwasser, da bravo artista, cercava proprio le utopie. Così, tra i suoi progetti ancora incompiuti figurano anche case e autostrade parzialmente interrate nel sottosuolo e circondate da alberi e piante, in modo da creare un’interazione (e soprattutto una compatibilità profonda) tra sviluppo ed ecologia. Difficile dire se un giorno sarà davvero possibile realizzarli, ma su piccola scala sono sicuramente verosimili. Il comune di Jonkoping, in Svezia, vorrebbe ridisegnare i propri spazi urbani in modo da diventare una città completamente ciclabile e senza bisogno di autovetture entro il 2050. Se Hundertwasser fosse ancora vivo sicuramente starebbe già lì, a progettare il possibile scenario eco-sostenibile inseguito da questa piccola comunità nordica. Egli credeva così profondamente alla possibilità di coniugare progresso, ecologia e arte al punto di creare un design esteticamente piacevole persino per gli stabilimenti industriali (vedere per credere l'inceneritore di Spittelau, opera sua).
Ma l’artista austriaco immaginava anche un coinvolgimento delle persone comuni in questa ridefinizione dell’edilizia abitativa. Una sua particolare teoria era “il diritto alla finestra”, un principio in base al quale chiunque doveva essere libero di decorare e dipingere le finestre di casa propria (includendo nel discorso gli appartamenti dei condomini). Egli diede l’esempio, personalizzando alcune case private con disegni fantasiosi, ma anche in questo caso resta purtroppo valida l’obiezione mossagli da uno dei beneficiari del suo lavoro: lei è un artista e può permettersi di aggiungere liberamente colori attorno ai telai delle finestre, ma se ci provassi io, cittadino qualsiasi, ci sarebbero problemi a non finire.
Ecco, forse rimane questo il limite più grande ai sogni di Hundertwasser, ovvero: non tutti sono Hundertwasser, e c’è anche chi preferisce le monotone case a schiera squadrate e identiche l’una all’altra. E ciò, in fin dei conti, rappresenta pur sempre un sacrosanto diritto assolutamente incontestabile. Resta comunque doveroso, almeno da parte mia, dire grazie a questo artista austriaco che ha cercato di mettere un po’ di fantasia nelle città moderne.
Artista del tutto anticonvenzionale, è stato principalmente un pittore, ma è comunque difficile inquadrarlo in modo preciso. Paradossalmente le sue opere figurative non mi attirano granché in quanto tendono all’espressionismo e all’astrattismo, generi che non amo molto. Trovo però interessanti certe sue proposte architettoniche, anche e soprattutto dal punto di vista concettuale.
Egli provava una profonda repulsione per la serialità, per gli edifici monotoni e “tutti uguali”. Il comune di Vienna gli diede la possibilità di applicare i suoi principii, e lui riuscì a realizzare qualcosa di apparentemente impossibile: una casa popolare dove tutti gli appartamenti sono diversi tra loro, dalle finestre al colore delle stuccature. La Hundertwasserhaus (vedi foto in alto), è un’autentica sfida alle grigie palazzine a schiera che spesso rattristano le periferie.
D’altro canto, progetti di questo tipo sono obiettivamente difficili da attuare, e proporli su larga scala resta un’utopia. Ma Hundertwasser, da bravo artista, cercava proprio le utopie. Così, tra i suoi progetti ancora incompiuti figurano anche case e autostrade parzialmente interrate nel sottosuolo e circondate da alberi e piante, in modo da creare un’interazione (e soprattutto una compatibilità profonda) tra sviluppo ed ecologia. Difficile dire se un giorno sarà davvero possibile realizzarli, ma su piccola scala sono sicuramente verosimili. Il comune di Jonkoping, in Svezia, vorrebbe ridisegnare i propri spazi urbani in modo da diventare una città completamente ciclabile e senza bisogno di autovetture entro il 2050. Se Hundertwasser fosse ancora vivo sicuramente starebbe già lì, a progettare il possibile scenario eco-sostenibile inseguito da questa piccola comunità nordica. Egli credeva così profondamente alla possibilità di coniugare progresso, ecologia e arte al punto di creare un design esteticamente piacevole persino per gli stabilimenti industriali (vedere per credere l'inceneritore di Spittelau, opera sua).
Ma l’artista austriaco immaginava anche un coinvolgimento delle persone comuni in questa ridefinizione dell’edilizia abitativa. Una sua particolare teoria era “il diritto alla finestra”, un principio in base al quale chiunque doveva essere libero di decorare e dipingere le finestre di casa propria (includendo nel discorso gli appartamenti dei condomini). Egli diede l’esempio, personalizzando alcune case private con disegni fantasiosi, ma anche in questo caso resta purtroppo valida l’obiezione mossagli da uno dei beneficiari del suo lavoro: lei è un artista e può permettersi di aggiungere liberamente colori attorno ai telai delle finestre, ma se ci provassi io, cittadino qualsiasi, ci sarebbero problemi a non finire.
Ecco, forse rimane questo il limite più grande ai sogni di Hundertwasser, ovvero: non tutti sono Hundertwasser, e c’è anche chi preferisce le monotone case a schiera squadrate e identiche l’una all’altra. E ciò, in fin dei conti, rappresenta pur sempre un sacrosanto diritto assolutamente incontestabile. Resta comunque doveroso, almeno da parte mia, dire grazie a questo artista austriaco che ha cercato di mettere un po’ di fantasia nelle città moderne.
lunedì 7 giugno 2010
Altri pezzi di liberty
Anche in una giornata festiva, anche a pochi chilometri da casa mia sul litorale laziale, trovo sempre il modo di essere attratto dallo stile liberty, nel caso specifico quello imitativo di certe ville private.
Magari in questo caso non c'è solo ammirazione ma anche un po' d'invidia per i proprietari...
Magari in questo caso non c'è solo ammirazione ma anche un po' d'invidia per i proprietari...
venerdì 30 aprile 2010
Odon Lechner
Già in altri post ho parlato della mia ammirazione per lo stile Liberty, l’Art Nouveau e tutto quel complesso movimento artistico che fra la fine del 1800 e gli inizi del 1900 cercò di applicare l’estetica della bellezza (e non solo della mera funzionalità) agli oggetti di uso comune ma anche e soprattutto all’ambiente circostante: case, arredi, elementi urbanistici…
In quegli anni molti architetti seguirono con entusiasmo questi principii, e il favorevole contesto culturale gli permise di realizzare opere innovative e affascinanti, dando una nuova immagine a diverse città. Il caso più noto è ovviamente Barcellona.
La maggiore importanza assunta dal capoluogo catalano in seguito al crollo dell’impero spagnolo e alla perdita di prestigio di Madrid, e il sostegno economico della borghesia di Barcellona permisero la costruzione di tantissimi edifici pubblici e privati in linea con le tendenze dell’Art Nouveau. In questo contesto poterono operare al meglio delle loro capacità architetti come Josep Vilaseca i Casanovas, Josep Puig i Cadafalch, Lluís Domènech i Montaner e soprattutto Antoni Gaudì.
Ma sarebbe troppo scontato come post. Se possibile cerco sempre di spaziare oltre le cose già note alla maggioranza per fornire spunti nuovi.
Ebbene, qualcosa di simile accadde anche in un’altra capitale non molto lontana dall’Italia.
Nel 1867 gli Asburgo, consci dell’impossibilità di fermare le spinte indipendentiste delle varie etnie all’interno del loro dominio, concessero una larghissima autonomia almeno alla più numerosa fra esse, quella ungherese. L’impero Austriaco divenne ufficialmente impero Austro-Ungarico, e Budapest ebbe la possibilità di eleggere un proprio parlamento. Ovviamente questa quasi-indipendenza originò grande entusiasmo popolare, orgoglio nazionalistico e un prepotente fermento culturale, incluso il desiderio di creare un’arte veramente autonoma e libera dall’influenza tedesca.
In questo contesto, stimolati anche dal rinnovamento internazionale del Liberty, molti architetti ebbero la possibilità di cercare nuove forme espressive.
Odon Lechner (1845-1914), al pari di Gaudì, lasciò la propria impronta sulla capitale del suo paese. Per celebrare l’origine orientale del suo popolo (gli Ungari giunsero in Europa dall’Asia centrale, sostenendo di essere della stessa stirpe degli Unni) inserì elementi asiatici nelle strutture delle progettazioni, ovviamente perseguendo anche la bellezza estetica delle forme.
Il Museo delle Arti Applicate (in alto un interno) e la Cassa di Risparmio (in basso una guglia) sono solo alcuni esempi del suo stile così curato e attento ai dettagli. La sua mano ha plasmato molti altri edifici pubblici e privati della capitale magiara.
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martedì 17 novembre 2009
Ancora sul liberty
Salsomaggiore Terme é una località che tutti gli italiani conoscono poiché... é il fantasmagorico palcoscenico di "Miss Italia".Personalmente, quel che ho avuto modo di ammirare della piccola città emiliana sono le Terme Berzieri, un capolavoro dello stile liberty decorato dal grande artista Galileo Chini, peraltro creatore anche delle Terme Tamerici di Montecatini di cui avevo già parlato in un altro post corredato da apparato fotografico.
La ricerca ossessiva della perfezione estetica, la cura maniacale per i dettagli decorativi e i motivi classicheggianti reinterpretati in chiave fin de siècle sono gli elementi che rendono straordinari questi luoghi.
Con tutto il rispetto per la Colombari e le altre vincitrici, la vera bellezza di Salsomaggiore l'ha creata Galileo Chini circa cento anni fa.
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martedì 11 agosto 2009
Tamerici - 1
Come già detto nel post di rientro dalle ferie, nel corso del mio soggiorno a Montecatini ho potuto riammirare le terme Tamerici, un piccolo gioiello in stile liberty che purtroppo é in stato di semi-abbandono. "Semi" nel senso che la struttura é comunque utilizzata per mostre, iniziative, visite, ma é da un bel pezzo che non viene restaurata. Lo meriterebbe...
Nel post più in basso di questo ho inserito altre foto della struttura.
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