Questo post nasce da
un invito di Ivano Landi a partecipare a una sorta di me.me. artistico-letterario in cui i blogger devono inserire una citazione e un quadro per ognuna delle quattro stagioni secondo la propria inclinazione personale.
Partiamo dalla primavera, che è una stagione che amo (e chi non la ama?)
Io la vivo come la fine dell'odioso gelo invernale, lo sbocciare dei fiori sugli alberi, i giacconi messi finalmente via, la promessa dell'estate. Sul piano letterario il romanzo che maggiormente mi ha saputo trasmettere la serenità di questa stagione è
Guanciale d'erba di Natsume Soseki, cronaca poetica di una villeggiatura primaverile dell'autore in un grazioso paesino giapponese che diventa una vacanza anche per il lettore:
La primavera induce alla sonnolenza. Il
gatto si dimentica di prendere i topi, l’uomo scorda i suoi debiti.
A volte perde persino la consapevolezza di sé, dimentica dove sia la
sua anima. Apre gli occhi solo quando contempla da lontano dei fiori
di rapa. Intuisce chiaramente dove sia la sua anima quando ode il
canto di un’allodola. L’allodola non canta solo con l’ugola, ma
con tutto il suo essere. Tra tutte le creature che esprimono con la
voce l’attività del loro spirito non ve n’è nessuna più vitale
di lei. Ah, che delizia! Quando concepiamo questi pensieri e
assaporiamo queste gioie siamo già nell’atmosfera della poesia.
Un quadro che racconta l'incanto della primavera e che amerei avere in casa è - guarda un po' che originalità -
Primavera umbra di Gerardo Dottori, pittore al quale
ho dedicato un post.
L'estate è la stagione che preferisco. Anche quando l'afa incombe non ho mai l'impressione che sia troppo opprimente, il calore rianima il mio sangue freddo di rospo reincarnato. Le carezze del sole sono una benedizione. Nel romanzo
Zorba il greco di Nikos Kazantzakis si vedono scorrere tutte le stagioni sull'isola di Creta, ma è l'estate quella più appropriata per le sue spiagge:
Quel
mare azzurro dall'abbagliante immensità si stendeva sino alla sponda africana.
Dalle lontane sabbie ardenti giungeva spesso fino a noi l'alito del caldo
"livas", il vento del Sud. La mattina il mare emanava un profumo
simile a quello dei meloni; il pomeriggio, sotto la tepida nebbiolina dorata,
le sue morbide onde sembravano immaturi seni di bimba; la sera sospirava
sommesso, assumendo a poco a poco il colore delle rose, della porpora, del
vino, sino al blu più profondo.
Nel
pomeriggio mi divertivo a riempirmi le mani di chiara sabbia sottilissima, per
poi lasciarla filtrare, tepida e morbida, fra le dita. La mia mano era come la
clessidra, attraverso la quale la nostra vita fugge e si perde. Mi sembrava di
smarrire me stesso. Guardavo il mare, udivo la voce di Zorba e le tempia mi
scoppiavano per la felicità.
La mia idea apparentemente monotematica dell'estate è legata al mare e ai soggiorni balneari (ma posso garantire che a luglio e agosto sono stato ovunque, anche in collina o nelle grandi città. La spiaggia però è il luogo ideale). Un'adeguata rappresentazione artistica che adoro per la sua eleganza è
Au lido, una stampa del raffinatissimo
George Barbier.

L'autunno ha la bellezza dei colori cangianti, le foglie che cadono poeticamente, ma vivendolo in città (peraltro una città di mare dove gli alberi sono quasi tutti sempreverdi) il lirismo è minore. E poi per me l'autunno annuncia l'inverno... Lo associo soprattutto al vento che soffia fastidioso, infatti come citazione letteraria ho scelto un'evocazione della bora triestina di cui parla Scipio Slataper ne
Il mio Carso, memoriale altamente lirico che racconta meravigliosamente tutte le stagioni, compresa quella autunnale:
Immobile. La bora aguzza di schegge mi frusta e mi strappa
le orecchie. Ho i capelli come aghi di ginepro, e gli occhi sanguinosi e la
bocca arida si spalancano in una risata. Bella è la bora.
È il tuo respiro, fratello gigante. Dilati rabbioso il tuo
fiato nello spazio e i tronchi si squarciano dalla terra e il mare, gonfiato
dalle profondità, si rovescia mostruoso contro il cielo.
Scricchia e turbina la città quando tu disfreni la tua rauca
anima. Fratello, con la tua grande anima io voglio scendere laggiú.
Per motivi analoghi come quadro ho scelto Che freddo! di Giuseppe De Nittis.
Avrete già capito che l'inverno è la peggiore stagione per me. Soffro enormemente il freddo, sono costretto a coprirmi con strati di vestiario che mi rendono goffo, più di quanto già non sia normalmente; ho attacchi di sonnolenza, fastidi alle vertebre, mani e piedi perennemente gelati nonostante l'abbondante uso di lana... Quanto odio gennaio e febbraio! Una narrazione che esprime questa mia visione altamente negativa dell'inverno è Ethan Frome di Edith Wharton:
Adesso, nell’aria tersa del mattino, la faccia di Mattie gli
era ancora davanti. Faceva parte del rosso del sole e del puro luccichio della
neve. Come era cambiata, la ragazza, da quando era venuta a Starkfield! Ricordava
la creatura pallida ed esile che gli era parsa la prima volta, quando era
andato a prenderla alla stazione. E come aveva tremato dal freddo per tutto il
primo inverno, quando le tempeste notturne scuotevano le assi sottili del
rivestimento esterno e la neve batteva come grandine contro le finestre
malferme!
Aveva temuto che la ragazza potesse odiare quella vita dura,
fatta di freddo e di solitudine…
Un quadro che esprime l'identico connubio fra gelo e desolazione è Il mare di ghiaccio di Caspar David Friedrich.
Le scelte avrebbero potuto essere diverse ed esprimere i medesimi concetti. Ho cercato di fare del mio meglio e spero di aver onorato questo me.me. con un post all'altezza.