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mercoledì 28 aprile 2021

L'illusione dello scribacchino

Non so se avete mai letto Fernando Pessoa, sicuramente lo avrete sentito nominare. In quella sorta di diario lirico postumo ricostruito dagli studiosi della sua opera, il "Libro dell'inquietudine", c'è un frammento particolarmente significativo:

Quando sono sdraiato sulla mia poltrona e solo un tenue filo mi lega alla vita, con quale chiarezza descrivo nella mia riflessione, dettandoli all'inerzia, i paesaggi che non potrò mai narrare e le frasi che non scriverò mai! Scandisco periodi interi, perfetti in ogni loro parola; ascolto trame di drammi che esistono nella mia immaginazione; seguo verso per verso la scansione ritmica di interi poemi [...] Ma se mi muovo dalla poltrona dove alimento queste sensazioni quasi perfette e mi siedo al tavolo per scriverle, le parole svaniscono, e i drammi si interrompono [...]
Ho avuto tutti i progetti possibili. L'Iliade che ho composto possedeva la logica di un'ispirazione e una successione ferrea di epodi sconosciuta a Omero. Al confronto con la studiata perfezione dei miei versi inesistenti l'esattezza di Virgilio è povera e la forza di Milton è fiacca. Le mie allegorie satiriche sono superiori a Swift per precisione simbolica e per la perfezione dei dettagli [...]
Sono stato un genio in qualcosa di più che nel sogno e in qualcosa di meno che nella vita.

É una sensazione che conosco e che probabilmente anche altri posseduti dall'ossessione per la scrittura conoscono. Nel dormiveglia delle albe dei giorni festivi, quante idee, ispirazioni, spunti, "periodi interi" che parevano impeccabili. Che però, trascrivendoli più tardi, non sembrano più così impeccabili. In effetti nel momento in cui scorrevano nella mente resa serena e intorpidita dal riposo erano lievemente diversi. Qualcosa è rimasto nella memoria, ma qualcosa no. E ciò che è rimasto non basta mai a ricostruire nel dettaglio quel che è andato perduto...
(Scusate l'interruzione della programmazione ordinaria, smetto subito di delirare. Lunedì si riparte con le strisce fumettistiche).

lunedì 12 marzo 2018

Moderne furberie antiche

Quando di parla di opere autopubblicate su amazon c'è sempre chi avanza il sospetto che talune recensioni particolarmente entusiastiche siano in realtà tutt'altro che imparziali.
Per esperienza diretta posso garantire gli autori indipendenti in genere agiscono con correttezza e non ricorrono a trucchetti del genere, tuttavia le mele marce esistono in tutte le categorie e gli scribacchini non fanno eccezione.
A volte succede, è vero: giudizi a cinque stelle, lodi sperticate all'autore Tizio firmate dall'acquirente Caio che magari è... Tizio stesso che si è auto-recensito, chissà con quanta obiettività.
Qualcuno si illude che queste bassezze dipendano dal maledetto self-publishing su amazon e che "Quando si pubblicava solo tramite gli editori cartacei certe cose non succedevano".
Eppure basta leggere La stanza rossa del letterato svedese Johan August Strindberg, anno di pubblicazione 1879, per trovare episodi come quello che cito integralmente:

Costui [il critico letterario di una rivista di secondaria importanza dal nome 'Toga Grigia'] aveva pure, per sedici anni, scritto poemi mai letti da nessuno, per i quali s'era valso di uno pseudonimo senza che mai nessuno si fosse dato la pena di indagare sul vero nome dell'autore. I suoi poemi, tuttavia, venivano riesumati, rispolverati nonché lodati in ogni numero natalizio della 'Toga Grigia', naturalmente da parte di un critico imparziale, il quale sempre firmava il proprio articolo affinché il pubblico non credesse che l'avesse scritto l'autore medesimo dei poemi; e questo sempre nella speranza che il pubblico conoscesse l'autore.

Insomma, come vedete non è colpa di amazon se capita che qualcuno recensisca positivamente se stesso.
Per la cronaca, secondo la narrazione di Strindberg nella redazione della rivista 'Toga Grigia' lavorava anche un critico d'arte che

era un vecchio accademico che non aveva mai messo mano a un pennello, ma che faceva parte del famoso circolo artistico 'Minerva' ed era perciò in grado di presentare - appunto - le opere d'arte al pubblico già prima che fossero terminate, risparmiando in tal modo agli interessati la fatica di dover emettere un giudizio. Era sempre indulgente con quelli che conosceva, e mai che dimenticasse i loro nomi quando si trattava di presentare una mostra [...] Dei giovani invece ignorava del tutto l'esistenza, cosicché il pubblico, che per dieci anni non aveva udito altri nomi che quelli vecchi, cominciava a disperare per l'avvenire dell'arte.

Insomma, direi proprio che centocinquanta anni sono passati invano ;-)

giovedì 4 gennaio 2018

Una citazione per iniziare l'anno

Avevo già accennato che prima o poi vorrei scrivere un post dedicato al grande Lucio Battisti.
Per iniziare il 2018 ho pensato di sfruttare alcune sue considerazioni tratte da una delle poche interviste rilasciate dal cantautore (per la precisione è la sua ultima intervista ufficiale) che possono trasformarsi in uno spunto di discussione interessante ma anche in un ideale programmatico per noi scribacchini e creativi in genere. Perché sebbene qui Battisti si riferisca - ovviamente - alla musica, i concetti che espone sono estendibili a qualunque forma di espressività artistica. Ho trascritto il passaggio dell'intervista in modo testuale, senza alterare in nessun modo il linguaggio semplice di Battisti e il suo tipico modo di parlare da 'ragazzo di paese'. Ho solo omesso alcune esitazioni e intercalari onomatopeici.

Coesistono nella mia musica il desiderio di fare musica molto bella e di fare della musica molto popolare. Il desiderio di fare musica molto creativa e musica molto rozza perché possa arrivare a un pubblico che magari non ha voglia per niente di spremersi la testa e che magari ha ragione. E quindi questo crea di volta in volta delle strane cose che sono molto diverse anche da come ero partito, da come erano le mie intenzioni, ma questo è il bello della musica: non si sa mai che cosa esce fuori. É logico che delle volte può venir fuori una canzonetta scema, però delle volte da questo contrasto, da questa cosa caotica possono nascere delle cose molto belle.

Cosa ne pensate? É corretto restare sospesi fra il desiderio di creare qualcosa che sia davvero bello (che però non potrà essere compreso dalla massa) e qualcosa che invece tutti possano capire (ma forse divergerà dall'obiettivo iniziale)? Questo contrasto può comunque dare vita a "cose molto belle" adatte a tutti i palati o finisce col generare soltanto una 'canzonetta' (racconto, poesia, quadro, etc.) "scema"?

giovedì 6 aprile 2017

Un haiku e un quadro in dialogo inconsapevole

Il poeta giapponese Santoka Taneda (1882-1940) e il pittore norvegese Edvard Munch (1863-1944) quasi certamente ignoravano l'uno l'esistenza dell'altro.
Hanno dato forma alla loro inquietudine tramite haiku che non rispettavano la metrica tradizionale e quadri che non si uniformavano alle regole accademiche.
Taneda, dopo una giovinezza costellata di momenti difficili - due fallimenti di diverse attività commerciali della sua famiglia, il suicidio del fratello, il divorzio dalla moglie, la perdita del lavoro e la miseria - all'età di quarantadue anni si fece monaco e iniziò a peregrinare per il Giappone in solitudine. Pregava, chiedeva l'elemosina e componeva haiku.
Munch, in perenne conflitto con il padre e quasi congenitamente portato a cacciarsi in avventure sentimentali tumultuose - una culminata in un apparente tentato omicidio da parte della donna alla quale si era legato - nonostante il discreto successo della sua opera pittorica all'età di quarantacinque anni ebbe un grave esaurimento nervoso che lo costrinse a lunghe cure e, successivamente, a vivere in una sorta di romitaggio in un'isolata fattoria vicino Oslo.
E ora, dopo questa brevissima e lacunosa premessa, posto il quadro Malinconia di Edvard Munch e un haiku di Santoka Taneda:


















Un'intera giornata
e io non ho pronunciato una parola.
Suono di onde.


sabato 18 marzo 2017

La cultura e i suoi effetti sul carattere

Leggendo alcuni racconti di Ada Negri - che come avrete capito ultimamente mi sta fornendo una gradita compagnia libresca - ho avuto modo di incontrare un personaggio col quale ho istintivamente empatizzato: una giovane di famiglia non ricca, priva di cultura poiché, come è noto, a molte donne essa era preclusa nell'Italia di quell'epoca. Riporto alcune delle frasi usate dall'autrice per descriverla:
"Parole, veramente, ne proferiva poche: quelle poche, a stento [...] Bimba, fra il padre indifferente e la matrigna perversa, era cresciuta chiusa in sé, senza compagne, sempre in atto di passiva ma costante difesa, adorando i libracci vecchi, raccogliendo furtiva tutti i pezzi di giornali che poteva trovare, per leggerseli in un angolo: e su di essi fabbricava, nel suo cervello, castelli in aria senza fine [...] Non si confidava con nessuno, non usciva mai, non rispondeva mai agli scherzi volgari o alle sfuriate del suo uomo, lo serviva in silenzio".
Questo ritratto del personaggio mi ha subito fatto tornare alla mente una descrizione letta tempo prima altrove. Riporto anche questa:
"Egli era stato solito di patir molto di umore malinconico, o, come dicevano alcuni dei suoi medesimi, d'ipocondria, a cagione della quale infermità, congiunta alla continua speculazione nelle cose dell'arte sua, in processo di tempo egli si trovò sì profondato e fisso in un continuo pensare, che fuggiva al possibile la conversazione degli uomini standosene solo in casa, in nulla d'altro occupato, che nel continuo giro dei torbidi pensieri".
La similitudine salta all'occhio, non è vero? La seconda citazione però non appartiene alla narrativa e non si riferisce a un personaggio letterario ma un uomo realmente esistito: è tratta infatti dalla raccolta di biografie di artisti italiani illustri redatta da Filippo Baldinucci nel XVII secolo, e la descrizione si riferisce a Francesco Borromini, uno dei più grandi architetti della sua epoca, tra i creatori del mito di Roma barocca.
In effetti sembra che Borromini avesse un temperamento misantropico, chiuso, sempre immerso nei propri pensieri che mai condivideva col suo prossimo. Proprio come la giovane donna protagonista del racconto intitolato (significativamente) L'altra vita. Sì, la vita immaginata dalla fantasia ombrosa e schiva, una vita immaginata che prende il posto dell'esistenza materiale sino alla nevrosi alimentata dal rifiuto per la quotidianità e dalla ribellione contro un matrimonio indesiderato, sconfinando nella follia.
Anche Borromini negli ultimi anni di vita cedette alle proprie nevrosi diventando sempre più scontroso, diffidente, in preda a un'isteria che lo spinse a un grottesco tentativo di suicidio trasformatosi in una lenta agonia. Nel frattempo però aveva creato opere d'arte straordinarie che ancora oggi suscitano ammirazione nelle strade di Roma. Per decenni il suo "continuo giro dei torbidi pensieri" era stato sicuramente occupato anche da idee creative, dalla ricerca di soluzioni ingegneristiche per la costruzione di palazzi, dalle ipotesi estetiche per le chiese che doveva ristrutturare.
Ecco, l'aver studiato l'architettura e l'arte aveva dato uno scopo al suo stare "profondato e fisso in un continuo pensare", uno scopo che sarebbe stato assente se avesse trascorso la sua giovinezza senza apprendere nulla o senza poter mettere a frutto la propria esperienza nei cantieri in cui aveva lavorato sin da bambino.
La progressiva follia della donna raccontata da Ada Negri è molto più rapida, il crollo nervoso che la conduce in manicomio avviene quando ancora è giovane e la sua ossessiva vita interiore può generare solo "castelli in aria" non avendo lei né una cultura, né - se pure ne fosse stata provvista - la possibilità materiale di metterla all'opera.
Insomma, penso che la cultura e l'arte possano essere una 'terapia' in grado di dare uno scopo nobile anche alle attitudini caratteriali autodistruttive. Quanto meno riescono a diluirle più a lungo, sino alla vecchiaia, lasciandosene vincere solo dopo il compimento di opere che costituiscono un regalo meraviglioso per il resto dell'umanità.

venerdì 3 marzo 2017

Quotes of despair

Già alcuni anni fa avevo creato una cosa del genere, lo avevo chiamato collage de désespoirs.
Ho voluto insistere...



domenica 26 febbraio 2017

Un sentito ringraziamento a liberliber

Per chi non lo conoscesse, liberliber è un sito che mette a disposizione gratuitamente libri in formato digitale. Per la stragrande maggioranza si tratta di libri con copyright scaduto, con qualche occasionale copyleft di autori viventi.
Trattandosi di opere datate, risalenti a epoche in cui la stampa su carta era l'unica pubblicazione possibile, la digitalizzazione avviene nel modo più primitivo, ovvero con la paziente trascrizione del testo orignale su un file word da parte di moderni amanuensi forniti di tastiera.
É solo grazie al loro lavoro che ho potuto leggere libri ormai scomparsi da ogni catalogo editoriale e difficili da reperire persino nelle biblioteche; scritture ormai dimenticate eppure a modo loro gradevoli (ne avevo parlato qui, qui e qui).
In questi giorni sto apprezzando un altro di questi volumi obliati della storia letteraria nazionale: Di giorno in giorno, un testo di prose di Ada Negri, una poetessa e scrittrice meno ricordata di quanto meriterebbe.
Il genere della prosa non prettamente narrativa, sospesa tra autobiografia, diario di viaggio, esposizione dei propri pensieri e annotazioni di sensazioni che durano solo un attimo eppure lasciano il segno nell'anima, è un genere non particolarmente diffuso, quantunque abbia tuttoggi i suoi apprezzabili esponenti.
Parlando solo di autori italiani, di questo medesimo genere avevo letto l'emotivo Il mio carso di Scipio Slataper e l'assai più oscuro - onestamente troppo oscuro - collage di prosa e poesia dei Canti orfici di Dino Campana. Anche questi grazie a liberliber.
Quindi, se in questi giorni mi sto godendo una lettura inusuale ma gradevole, è doveroso che io ringrazi pubblicamente non solo l'ormai deceduta autrice ma anche coloro che rendono possibile la sopravvivenza on line delle sue opere.

Non ricordo d'aver mai veduto testa di fanciulletta che possegga tale purezza, biondezza, superba perfezione. Non  posso descriverla. Non  credo  che la vera bellezza si possa descrivere: è  un mistero. Mi colpisce in questa creatura una gravità superiore ai suoi anni:  direi (ma è possibile?) ch'è già consapevole di dover portare tutta la vita un segno diverso, un peso prezioso. Mi fissa, senza timore, vedendosi fissata: indifferente alla mia meraviglia, certo avvezza a udirsi lodare, già esperta a legger l'ammirazione nelle facce rivolte a lei. Le sue larghe pupille nuotano in una liquida luce bluastra fra le ciglia  piú scure dei capelli: il loro sguardo vien di lontano, o dal profondo, ch'è lo stesso.

domenica 22 gennaio 2017

Il dilemma dell'impegno

Il mio atteggiamento verso il cosiddetto impegno (intervento attivo nelle questioni sociali e civili del proprio paese) finora si è limitato alla partecipazione al voto. Il mio modo di raffrontarmici ha spesso coinciso con quello del contadino turco che diventa un maestro di vita per Candido, protagonista dell'omonimo romanzo filosofico di Voltaire:

[...] si sparse la nuova che erano stati strangolati a Costantinopoli due visir del soglio ed il muftì, e che erano stati impalati diversi loro amici. Questa catastrofe fece per tutto un grande strepito di poche ore. Pangloss, Candido e Martino, ritornando alla villetta s’incontrarono in un buon vecchio, che prendeva il fresco sulla sua porta sotto un pergolato d’aranci; Pangloss che era altrettanto curioso quanto ragionatore, gli domandò come si chiamava il muftì che era stato strangolato.
 - Io non so niente -, rispose il buon uomo, - e non ho mai saputo il nome di alcun muftì, nè di alcun visir, anzi ignoro il caso di cui mi parlate; sono del parere, bensì, che generalmente coloro che si mescolano negli affari pubblici qualche volta miseramente periscono, e non senza loro colpa; ma non m’informo mai ai ciò che si fa a Costantinopoli. Mi contento di mandare a vendervi le frutta del giardino che io coltivo - [...]
- Voi dovete avere - disse Candido al turco - una vasta e magnifica terra -. 
- Io non ho che venti staie - rispose il turco; - Le coltivo coi miei figli, ed il lavoro allontana da noi tre mali: la noia, il vizio e il bisogno -.

Questa filosofia di vita, poi accolta e applicata in pieno da Candido e i suoi compagni di viaggio, sembra in gran parte coincidere con l'indifferenza condannata da Antonio Gramsci in uno degli scritti che componevano il numero unico della rivista "La Città Futura":

L'indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. 
[...] Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. 
[...] Dei fatti maturano nell'ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa. 
[...] Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell'ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto [...] del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. 
E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile. [...] pochi si domandano: se avessi anch'io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? 
[...] Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto.

In questo vero e proprio atto d'accusa contro l'inerzia si riassume il dilemma di cui parlavo nel titolo: qual è il giusto modo di partecipare alla vita civile del proprio paese e, per estensione, del proprio mondo? Quando non ci si sente in sintonia con nessuno - ma veramente nessuno - dei modelli proposti, quando si è avulsi dal mondo che si muove intorno, quando si appartiene a una minoranza così minoritaria da coincidere quasi esclusivamente con la propria persona, quando ci si adegua all'idea che la maggioranza abbia il democratico diritto di imporre la propria legge nella quale però non ci si riesce a riconoscere; ebbene, la filosofia del contadino voltairiano è davvero indifferenza passiva o piuttosto una scelta attiva?

giovedì 8 dicembre 2016

I paesaggi artificiali nell'arte e nella letteratura

Il me.me. lanciato da Cristina era troppo stuzzicante, non avrei potuto rimanere indifferente neppure se lo stato di apatia nel quale si è adagiato il mio cervello da alcuni mesi fosse stato peggiore di quanto non sia attualmente.
Pat e Tom (e sicuramente qualche altro che mi sfuggito) hanno dato il loro contributo. Oggi tento anch'io di mappare alcuni luoghi artificiali - ossia costruiti dall'uomo - nelle loro rappresentazioni artistico-letterarie che più mi hanno colpito.
Un edificio tipicamente umano che fortunatamente non ho mai sperimentato in prima persona e tuttavia mi spaventa come una possibilità concreta è il carcere. L'idea di essere recluso fra quattro mura e privato della mia libertà, nonché costretto a condividere il mio spazio vitale con degli sconosciuti, mi terrorizza (la seconda caratteristica della detenzione mi appare persino più inquietante della prima). Non sono il tipo di persona che commetterebbe reati passibili di arresto, tuttavia so che nel corso della storia le prigioni sono state talvolta riempite con innocenti che avevano la sola colpa di non essere allineati con chi deteneva il potere.
La tortura psicologica della carcerazione "politica", intesa anche come perdita totale della propria privacy e di ogni individualità, viene narrata straordinariamente da Milan Kundera in alcuni capitoli de Lo scherzo, uno dei suoi primi libri. Il protagonista teoricamente non è detenuto ma "coscritto militare" presso una caserma che di fatto viene riservata a coloro che sono stati classificati "nemici dello stato". Niente libere uscite, nessuna arma a disposizione ma solo divise da indossare coattivamente, lavoro massacrante, continui sermoni degli ufficiali per rammentare ai "coscritti" la loro indegnità morale... Il protagonista viene disumanizzato a poco a poco:
Tutti i fili erano spezzati.
Interrotti gli studi, interrotta la partecipazione al movimento, il lavoro, i rapporti con gli amici, interrotto l'amore e la ricerca dell'amore: si era, insomma, interrotto l'intero corso, dotato di senso, di una vita. Non mi era rimasto che il tempo. E quello, in compenso, lo conobbi così intimamente come mai prima.
E alcune pagine dopo:
... non conoscevamo nient'altro che fatiche e stanchezza, ogni due settimane ci rasavano il cranio a zero affinchè i capelli non ci dessero una qualche sconveniente autocoscienza, eravamo dei diseredati che ormai non si aspettavano più nulla di buono dalla vita...
Un quadro che a mio avviso esprime questa soppressione del singolo, trasformato forzatamente nell'elemento anonimo di un gruppo simile a un gregge, è Il cortile della prigione di Vincent Van Gogh:


Un altro luogo artificiale che invece conosco bene - lo vivo ogni giorno - è il porto. Una stazione di partenze e arrivi marittimi, navi cariche di merci, passeggeri, equipaggi provenienti da ogni parte del globo... La mia città non è una meta turistica, eppure so con certezza che vi hanno transitato genti di tutte le nazionalità esistenti al mondo. Il porto apre infinite potenzialità di viaggio, espresse stupendamente da Hermann Melville nel suo capolavoro Moby Dick:
Camminate ai margini della città in un sognante pomeriggio domenicale. Andate da Corlears Hook a Coenties  Slip, e di là per Whitehall verso nord. Che cosa vedete? Piazzati come sentinelle silenziose tutt'intorno all'abitato,  stanno migliaia e migliaia di mortali impietrati in sogni oceanici.
Alcuni appoggiati ai pali, altri seduti sulle testate dei  moli; questi spingono lo sguardo oltre le murate di navi che vengono dalla Cina, quelli aguzzano gli occhi verso l'alto,  nelle attrezzature, come cercassero di spaziare ancora meglio sul mare. Ma sono tutti gente di terra, uomini rinserrati nei giorni feriali tra cannicci e intonachi, legati ai banchi, inchiodati agli scanni, ribaditi alle scrivanie. Che significa allora? I prati verdi sono scomparsi? Che fa qui questa gente?
Ma guardate! Arrivano altri gruppi che marciano dritti all'acqua come volessero tuffarsi. Strano! Niente li soddisfa se non il limite estremo della terra, oziare a riparo del vento, all'ombra di quei magazzini, non basta. No. Debbono andare vicino all'acqua, quant'è possibile senza cascarci dentro. Ed eccoli là piantati per miglia e miglia, per leghe. Gente dell'entroterra tutti, vengono da traverse e vicoli, strade e viali, da nord e sud, dall'est e dall'ovest. Ma qui si ritrovano tutti quanti. Ditemi, è la forza magnetica degli aghi di bussola di tutte quelle navi, forse, che li attira qui?

Un artista che ha saputo raccontare l'attività febbrile che si svolge tra moli e banchine con continui arrivi e partenze di vascelli, è il maestro del vedutismo Canaletto. I suoi panorami veneziani non trascurano mai l'importanza dell'elemento portuale nella città lagunare:


Infine, un altro luogo artificiale che amo (e che sfrutto ogni volta che posso) è l'albergo. É un porto più raccolto, un punto di incontro e transito di umanità varia proveniente da luoghi diversi, ma anche - se si è clienti abituali - una sorta di seconda casa come racconta Pirandello nella novella Nell'albergo è morto un tale:
Cento cinquanta camere, in tre piani, nel punto piú popoloso della città. Tre ordini di finestre tutte uguali, le ringhierine ai davanzali, le vetrate e le persiane grige, chiuse, aperte, semiaperte, accostate.
La facciata è brutta e poco promettente. Ma se non ci fosse, chi sa che effetto curioso farebbero queste cento cinquanta scatole, cinquanta per cinquanta le une sulle altre, e la gente che vi si muove dentro; a guardarla da fuori.
L’albergo, tuttavia, è decente e molto comodo: ascensore, numerosi camerieri, svelti e ben disciplinati, buoni letti, buon trattamento nella sala da pranzo, servizio d’automobile. Qualche avventore (piú d’uno) si lamenta di pagar troppo; tutti però alla fine riconoscono che in altri alberghi, se si spende meno, si sta peggio e non si ha il vantaggio, che si vuole, d’alloggiare nel centro della città [...] Ci sono i vecchi clienti che chiamano per nome i camerieri, con la soddisfazione di non esser per essi come tutti gli altri, il numero della stanza che occupano: gente senza casa propria, gente che viaggia tutto l’anno, con la valigia sempre in mano, gente che sta bene ovunque, pronta a tutte le evenienze e sicura di sé.
Per concludere la partecipazione al me.me. di Cristina scelgo un'opera d'arte da abbinare all'ultima citazione, un'opera che esprima l'atto di soggiornare in un albergo con la stessa naturalezza che si proverebbe a casa propria. Hotel vicino a una ferrovia di Edward Hopper mi sembra il quadro ideale:

venerdì 21 ottobre 2016

Sorprese secolari

Come forse qualcuno ricorderà, io vivo agli inizi del XX secolo in una torre d'avorio decorata in stile liberty. Talvolta propongo infatti alla pubblica attenzione citazioni da libri pubblicati dai miei... contemporanei (ad esempio QUI e QUI).
Oggi voglio rendere il medesimo servizio a quella sagoma di Filippo Tommaso - per gli amici "Effeti" - Marinetti.
Lui è sempre stato provocatorio, euforico, contraddittorio, iconoclasta, guerrafondaio, smanioso di protagonismo, furbetto se necessario, beccandosi l'etichetta di teatrante (nell'accezione negativa del termine, beninteso).
É stato financo definito maschilista e sciovinista, fardello che si era imposto lui stesso quando, nel primo manifesto futurista, aveva dichiarato fra le altre cose che lui e i suoi sodali volevano
glorificare la guerra - sola igiene del mondo - il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna
Ma il vecchio Effeti è sempre stato imprevedibile, mutevole, pronto a sorprendere tutti. E pochi anni dopo, proprio nel libro apparentemente più maschilista della sua produzione, ovvero "Come si seducono le donne", conclude il suo piccolo memoriale con un explicit nel quale promette alle esponenti del gentil sesso che, se lo aiuteranno a vincere la sua battaglia artistica e sociale, riceveranno in premio
tutte le belle libertà che noi Futuristi vogliamo offrirti:
Diritto di voto. Abolizione della autorizzazione maritale. Divorzio facile. Svalutazione e abolizione graduale del matrimonio. Svalutazione della verginità. Ridicolizzazione sistematica e accanita della gelosia. Libero amore.
Che dire? Più estremista della più accanita femminista! Pertanto, si scopre così che nel 1915 Effeti era stato realmente futurista nel senso di: efficace precursore di ciò che sarà a distanza di un secolo.
Nel mio... presente imparo sempre tante cose ;-)

giovedì 10 marzo 2016

I limiti espressivi della narrazione scritta

Qualche giorno fa ho letto un post molto grazioso sul blog di Cristina Cavaliere in cui venivano accostati i cinque sensi a cinque libri e cinque quadri che in qualche modo potrebbero simboleggiarli (quanto meno dal punto di vista del blogger).
L'approccio sensoriale ci trasmette l'apprendimento diretto, che sviluppiamo nella nostra mente per poi immagazzinarlo nella memoria come patrimonio di conoscenza. Però i cinque sensi, sebbene collaborino l'uno con l'altro, hanno una rilevanza diversa. Vi sono studi scientifici secondo i quali l'uso della vista tende a essere esageratamente preponderante, arrivando addirittura (secondo un'ipotesi) a far ridurre l'uso degli altri sensi persino relativamente a percezioni che richiederebbero maggiormente l'uso delle orecchie o del naso anziché quello degli occhi.
Da questo punto di vista la scrittura ha lo svantaggio di essere collegata all'uso della vista ma solo in termini concettuali. Una tradizionale pagina scritta non utilizza immagini o figure che, invece, stimolano maggiormente l'occhio (è una lezione ben compresa da molti blogger che integrano i loro articoli con fotografie, disegni, eleganza grafica del blog stesso).
Parlando quindi di fiction, il cinema - specialmente certi blockbuster hollywoodiani pieni di CGI spettacolari - o anche il fumetto, hanno una sorta di vantaggio espressivo rispetto al romanzo: una superiore potenzialità recettiva per il ricevente grazie alla succitata preponderanza della percezione sensoriale, tramite la vista, di figure definite anziché di concetti.
Ci scherzavo commentando un post di Andrea Cabassi sulla crisi della narrativa di fantascienza notando come invece la SF cinematografica (e fumettistica) sembra godere di ottima salute. L'orgia di colori e di azione di una pellicola 3D riesce probabilmente a colpire l'attenzione più di una descrizione scritta.
Quindi - ipotesi per assurdo - la narrativa farebbe meglio a concentrarsi su quel tipo di elementi che sono meno adatti a una percezione sensoriale diretta? Ad esempio l'approfondimento psicologico, l'esposizione di stati d'animo, etc.? In questo modo, però, si imporrebbe dei limiti. Paradosso estremo: imporsi dei limiti contenutistici per superare i propri limiti espressivi.
No, penso che la scrittura debba comunque sforzarsi di raccontare ciò che non può rappresentare esplicitamente a causa dei propri limiti espressivi intrinseci. Deve raccontarlo usando un punto di vista diverso.
Prendiamo ad esempio il suono. Un suono va ascoltato. Lo si può evocare per iscritto, ma la sua descrizione, per quanto accurata, non ci permetterà mai di udirlo materialmente. E allora, più che descrivere il suono, bisogna trasformarlo in qualcosa di diverso ai fini della narrazione. Bisogna concettualizzarlo, per così dire. Concludo quindi questo post citando un passaggio di "Casa Howard" di E.M. Forster in cui una delle protagoniste, Helen, sta ascoltando la Quinta Sinfonia di Beethoven durante un concerto. Questo è il modo in cui Forster racconta la musica: non descrivendola ma evocando il suo effetto sul personaggio, le visioni che essa le suscita, la sua contemplazione delle reazioni alla sinfonia  in coloro che le stanno vicino.

Era infatti cominciato l'Andante - bellissimo, ma con una certa aria di famiglia con tutti gli altri bellissimi Andanti che Beethoven ha scritto e, a giudizio di Helen, tale da staccare gli eroi e i naufraghi del Primo Tempo dagli eroi e i folletti del Terzo. Essa ascoltò il tema una volta; poi si divagò e si mise a osservare ora il pubblico, ora l'organo, ora l'architettura. Criticò molto i fragili Cupidi che cingono il soffitto della Queen's Hall, inclinati l'uno verso l'altro con insipidi gesti, vestiti di brache giallastre, su cui batteva il sole di ottobre. "Che orrore sposare un uomo che somigliasse a quei Cupidi!" pensò Helen. A questo punto Beethoven cominciò a variare il tema; così lei lo ascoltò un'altra volta e poi sorrise alla cugina Frieda. Ma Frieda, poiché ascoltava Musica Classica, non poteva rispondere. Anche Herr Liesecke aveva l'aspetto di chi non può essere distratto neppure da cavalli sfrenati: aveva la fronte corrugata, la bocca socchiusa, il pince-nez ad angolo retto col naso, le mani bianche, massicce, posate sulle ginocchia.
E vicino a lei c'era zia Juley, così britannica, che desiderava battere il tempo. Come era interessante quella fila di persone! Quali influssi diversi avevano contribuito a formarle! Ora Beethoven , dopo aver ronzato e bisbigliato con grande tenerezza, disse "uffa" e l'andante finì. Applausi, e una serie di "wundershon" e di "prachtvoll" da parte del contingente tedesco. Margaret si mise a parlare col suo nuovo giovanotto; Helen disse alla zia: "Ora viene il tempo meraviglioso: prima i folletti e quindi un trio di elefanti che danzano"; e Tibby implorò tutta la comitiva di non farsi sfuggire il passaggio del tamburo.
"Di che cosa caro?"
"Del tamburo, zia Juley".
"No, non fatevi sfuggire quel punto in cui sembra che i folletti se ne siano andati e invece ritornano" sospirò Helen, mentre la musica aveva inizio con un folletto che scorrazzava tranquillamente sull'universo, in lungo e in largo. Altri lo seguirono. Non erano creature aggressive; era questo che li rendeva tanto terribili per Helen. Si limitavano a osservare, passando, che nel mondo non c'era niente che assomigliasse allo splendore o all'eroismo. Dopo l'interludio degli elefanti che danzavano, tornarono i folletti e ripresero da capo a osservare... Helen non poteva contraddirli, perché una volta aveva avuto la stessa sensazione, ed aveva persino visto le solide mura della giovinezza crollare. Panico e vuoto! Panico e vuoto! I folletti avevano ragione.
Suo fratello alzò un dito: era il passaggio del tamburo.
Infatti, come se le cose stessero andando troppo oltre, Beethoven afferrò i folletti e fece far loro quello che voleva lui. Intervenne di persona. Diede loro una piccola spinta, ed essi incominciarono a camminare in tonalità maggiore anziché in minore; e poi soffiò ed essi si dispersero! Fiammate di splendore, dei e semidei che lottano con enormi spade, colori e fragranze diffusi sul campo di battaglia, magnifica vittoria, magnifica morte! Oh, tutto questo esplose davanti alla ragazza e lei tese persino le mani guantate, quasi potesse toccarlo. Ogni fatto era titanico; ogni lotta desiderabile; conquistatore e conquistato sarebbero stati egualmente applauditi dagli angeli e dalle stelle più alte.

venerdì 22 gennaio 2016

Le mie stagioni letterarie e artistiche

Questo post nasce da un invito di Ivano Landi a partecipare a una sorta di me.me. artistico-letterario in cui i blogger devono inserire una citazione e un quadro per ognuna delle quattro stagioni secondo la propria inclinazione personale.
Partiamo dalla primavera, che è una stagione che amo (e chi non la ama?)
Io la vivo come la fine dell'odioso gelo invernale, lo sbocciare dei fiori sugli alberi, i giacconi messi finalmente via, la promessa dell'estate. Sul piano letterario il romanzo che maggiormente mi ha saputo trasmettere la serenità di questa stagione è Guanciale d'erba di Natsume Soseki, cronaca poetica di una villeggiatura primaverile dell'autore in un grazioso paesino giapponese che diventa una vacanza anche per il lettore:
La primavera induce alla sonnolenza. Il gatto si dimentica di prendere i topi, l’uomo scorda i suoi debiti. A volte perde persino la consapevolezza di sé, dimentica dove sia la sua anima. Apre gli occhi solo quando contempla da lontano dei fiori di rapa. Intuisce chiaramente dove sia la sua anima quando ode il canto di un’allodola. L’allodola non canta solo con l’ugola, ma con tutto il suo essere. Tra tutte le creature che esprimono con la voce l’attività del loro spirito non ve n’è nessuna più vitale di lei. Ah, che delizia! Quando concepiamo questi pensieri e assaporiamo queste gioie siamo già nell’atmosfera della poesia.
Un quadro che racconta l'incanto della primavera e che amerei avere in casa è - guarda un po' che originalità - Primavera umbra di Gerardo Dottori, pittore al quale ho dedicato un post.


L'estate è la stagione che preferisco. Anche quando l'afa incombe non ho mai l'impressione che sia troppo opprimente, il calore rianima il mio sangue freddo di rospo reincarnato. Le carezze del sole sono una benedizione. Nel romanzo Zorba il greco di Nikos Kazantzakis si vedono scorrere tutte le stagioni sull'isola di Creta, ma è l'estate quella più appropriata per le sue spiagge:
Quel mare azzurro dall'abbagliante immensità si stendeva sino alla sponda africana. Dalle lontane sabbie ardenti giungeva spesso fino a noi l'alito del caldo "livas", il vento del Sud. La mattina il mare emanava un profumo simile a quello dei meloni; il pomeriggio, sotto la tepida nebbiolina dorata, le sue morbide onde sembravano immaturi seni di bimba; la sera sospirava sommesso, assumendo a poco a poco il colore delle rose, della porpora, del vino, sino al blu più profondo.
Nel pomeriggio mi divertivo a riempirmi le mani di chiara sabbia sottilissima, per poi lasciarla filtrare, tepida e morbida, fra le dita. La mia mano era come la clessidra, attraverso la quale la nostra vita fugge e si perde. Mi sembrava di smarrire me stesso. Guardavo il mare, udivo la voce di Zorba e le tempia mi scoppiavano per la felicità.
La mia idea apparentemente monotematica dell'estate è legata al mare e ai soggiorni balneari (ma posso garantire che a luglio e agosto sono stato ovunque, anche in collina o nelle grandi città. La spiaggia però è il luogo ideale). Un'adeguata rappresentazione artistica che adoro per la sua eleganza è Au lido, una stampa del raffinatissimo George Barbier.


L'autunno ha la bellezza dei colori cangianti, le foglie che cadono poeticamente, ma vivendolo in città (peraltro una città di mare dove gli alberi sono quasi tutti sempreverdi) il lirismo è minore. E poi per me l'autunno annuncia l'inverno... Lo associo soprattutto al vento che soffia fastidioso, infatti come citazione letteraria ho scelto un'evocazione della bora triestina di cui parla Scipio Slataper ne Il mio Carso, memoriale altamente lirico che racconta meravigliosamente tutte le stagioni, compresa quella autunnale: 
Immobile. La bora aguzza di schegge mi frusta e mi strappa le orecchie. Ho i capelli come aghi di ginepro, e gli occhi sanguinosi e la bocca arida si spalancano in una risata. Bella è la bora.
È il tuo respiro, fratello gigante. Dilati rabbioso il tuo fiato nello spazio e i tronchi si squarciano dalla terra e il mare, gonfiato dalle profondità, si rovescia mostruoso contro il cielo.
Scricchia e turbina la città quando tu disfreni la tua rauca anima. Fratello, con la tua grande anima io voglio scendere laggiú.
Per motivi analoghi come quadro ho scelto Che freddo! di Giuseppe De Nittis.


Avrete già capito che l'inverno è la peggiore stagione per me. Soffro enormemente il freddo, sono costretto a coprirmi con strati di vestiario che mi rendono goffo, più di quanto già non sia normalmente; ho attacchi di sonnolenza, fastidi alle vertebre, mani e piedi perennemente gelati nonostante l'abbondante uso di lana... Quanto odio gennaio e febbraio! Una narrazione che esprime questa mia visione altamente negativa dell'inverno è Ethan Frome di Edith Wharton: 
Adesso, nell’aria tersa del mattino, la faccia di Mattie gli era ancora davanti. Faceva parte del rosso del sole e del puro luccichio della neve. Come era cambiata, la ragazza, da quando era venuta a Starkfield! Ricordava la creatura pallida ed esile che gli era parsa la prima volta, quando era andato a prenderla alla stazione. E come aveva tremato dal freddo per tutto il primo inverno, quando le tempeste notturne scuotevano le assi sottili del rivestimento esterno e la neve batteva come grandine contro le finestre malferme!
Aveva temuto che la ragazza potesse odiare quella vita dura, fatta di freddo e di solitudine…
Un quadro che esprime l'identico connubio fra gelo e desolazione è Il mare di ghiaccio di Caspar David Friedrich.


 Le scelte avrebbero potuto essere diverse ed esprimere i medesimi concetti. Ho cercato di fare del mio meglio e spero di aver onorato questo me.me. con un post all'altezza.

domenica 17 gennaio 2016

Un racconto di attualità sulle smanie di noi scribacchini

Mi è capitato di leggere in questi giorni un racconto di attualità che sviscera assai elegantemente le smanie di noi scribacchini.
Il protagonista della narrazione ha da poco pubblicato un romanzo che ha intitolato "Inesorabilmente" e da quel momento
non ebbe più pace nè di giorno nè di notte. Di giorno appostava il procaccia, ansioso di ricevere dal suo editore una lettera che gli annunciasse l'edizione esaurita; di notte non vedeva che donne ideali curve sulle nitide pagine dove egli aveva posto tanta parte di sè stesso
L'esordiente in questione è convinto di aver elaborato un'opera di grande spessore, un romanzo in cui
c'era tanto pensiero da interessare il filosofo, tanto movimento da tener desta l'attenzione dell'uomo di mondo, tanto amore tanto entusiasmo da cattivarsi ogni cuore femminile.
Non ricevendo alcun riscontro dal libraio-editore che glielo ha pubblicato, decide infine di recarsi da lui per saperne qualcosa in più. Il giovane autore è convinto che nella grande città vi sia una attivo fermento culturale e il suo libro abbia avuto maggiori possibilità di emergere. Si sente invece rispondere dal libraio-editore che
- Il suo romanzo? Non va niente affatto.
- Ni…en…te?
- Af-fat-to. Ne vuole la prova? Pietro - (chiamò il commesso) - quante copie hai venduto di «Inesorabilmente»?-
- Neppur una, - rispose il commesso senza pietà.
E si ha compassione per quelli che si rompono una gamba! Quaranta giorni di letto fra morbidi guanciali, accarezzati dai parenti, visitati dagli amici che recano fiori, dolciumi, giornali illustrati… Ah! veramente il cuore è fuori di posto.
E quando l'esordiente si meraviglia non comprendendo come sia possibile che gli intellettuali della borghesia e le giovani donne emancipate della nobiltà non abbiano voglia di leggere il suo romanzo, si sente rispondere che le loro spese librarie sono assai limitate poiché
- Che vuole, la vita è cara. I guanti devono essere freschi tutti i giorni al pari dei fiori, i nastri si gualciscono, le trine si stracciano, i cappelli si sformano prima che finisca la stagione. Un abito appena appena decente costa due o trecento lire, le mantelline duecento, trecento, cinquecento, ottocento a seconda dei ricami. Converrà che una signora vestita a questo modo non può portare scarpe scalcagnate e che se versa una goccia di profumo sul suo fazzoletto non può essere che una essenza da quindici lire la boccetta. Allora è naturale che per fare un po' di economia si permetta solo due e cinquanta al mese di intellettualità.
L'esordiente chiede allora conto dei colleghi scribacchini che, a suo avviso, dovrebbero interessarsi al suo libro:
- E gli scrittori? Essi sono una falange. Questi uomini intelligenti non comperano mantelli da cinquecento lire nè profumi rari. Si interessano ben essi all'opera letteraria dei confratelli.
Ma il libraio-editore la vede diversamente:
- Ah! caro signore, gli scrittori non leggono che sè stessi. È il magro compenso che loro resta.
Infine, nel più nero sconforto, l'esordiente si risolleva quando vede entrare un uomo che sfoglia il suo libro. Tuttavia il potenziale lettore rinuncia all'acquisto lamentandone il costo eccessivo. E allora l'esordiente gli si fionda addosso e
Lo afferrò per la manica del nero pastrano e con voce ancora più umile, ancora più scorata, gli pose nelle mani il suo romanzo sospirando lieve:
- Lo accetti, la prego, lo accetti in omaggio…Sono l'autore.
Come dicevo sopra è un racconto d'attualità della scrittrice Neera, praticamente una mia contemporanea visto che io vivo agli inizi del XX secolo. Forse la sua attualità si estenderà anche agli inizi del XXI secolo, chissà...

domenica 21 dicembre 2014

Buone feste natalizie

Come "regalo" natalizio vi offro alcune citazioni di Hector Hugh Munro "Saki", che già in altre occasioni mi aveva aiutato a riempire le pagine di questo blog. Sono adattissime alla stagione: le ho tratte da un racconto che si intitola, appunto, "Reginald e i regali di natale".
Auguri a tutti :-) Il viziato damerino vittoriano Reginald vi darà ora utili consigli, mentre il molliccio blogger Ariano Geta vi da appuntamento al 30 dicembre per i saluti di fine anno.

Io sostengo che dovrebbero essere creati dei corsi che insegnino la scienza di fare regali natalizi, con tutte le tecniche ad essa relative. Al momento mi sembra che nessuno abbia la benché minima idea di cosa gli altri vogliano ricevere per regalo, e le opinioni più diffuse riguardo questo argomento sono indegne di un paese che voglia definirsi ‘civilizzato’.
Tanto per cominciare, c’è la solita parente campagnola che pensa che ‘una cravatta è sempre utile’, e quindi ti regala un orrendo pezzo di stoffa pieno di palle che si può indossare solo di nascosto, o a Carnevale. Questo tipo di ‘cravatta’ sarebbe veramente utile se venisse usata per legare una pianta di fragole al suo palo di sostegno. Avrebbe una duplice utilità: aiutare la crescita dei germogli più deboli, e terrorizzare gli uccellini meglio di uno spaventapasseri (è un fatto dimostrato: i passeri capiscono quando una cravatta è orrenda
[...]

In genere le zie che apprendono meglio l’arte di regalare sono quelle con qualche quarto di sangue non inglese. Certo che sarebbe bello potersi scegliere la propria zia. Alternativamente si può scegliere il proprio regalo, e poi mandare alla zia il conto da pagare [...]

... gli amici. Anche quelli più intimi, quelli che in teoria dovrebbero conoscerti meglio di chiunque altro, spesso fanno degli errori clamorosi. Vedete cari amici, io NON faccio collezione di edizioni economiche  delle Quartine di Omar Khayyam. Lo scorso anno ne ho ricevute quattro [...]

Personalmente non capisco dove sia tutta questa difficoltà nello scegliere il regalo giusto. Qualunque gentiluomo beneducato (e io sono uno di quelli) è in grado di apprezzare le splendide bottiglie così rispettosamente esposte nelle vetrine della liquoreria Morel. Ecco, per questo tipo di regalo non avrei problemi neppure se ne ricevessi quattro uguali. Volete mettere quel piacevole thrilling che si prova mentre si toglie la carta pensando: sarà limoncello o grappa Chartreuse? Roba da far venire i brividi, tipo quando cali lentamente sul tavolo una scala reale al termine di una partita a poker. La Chartreuse è davvero una delizia straordinaria, che contraddice palesemente coloro che sostengono che il Cristianesimo è in preda ad un declino irreversibile e un giorno finirà per scomparire: una religione dotata di un convento capace di creare un liquore del genere non sparirà mai.

Tanti auguri per un felice Natale con... regali azzeccati!

venerdì 27 giugno 2014

Citazione con indovinello

Martino Lutero avrebbe voluto pagare centomila fiorini perché gli fosse risparmiata la vista di Roma?
Martino Lutero era uno sciocco.
Ecco qua: temperamenti per temperature. Bisognava considerare prima di tutto la temperatura.
In Germania fa freddo.
Ora, naturalmente, il freddo, come congela l'acqua, così irrigidisce gli spiriti. Formule precise. Precetti e norme assolute. Non c'è elasticità.
In ltalia fa caldo.
Il sole, se da un canto addormenta gl'ingegni e intorpidisce le energie, dall'altro mantiene elastiche, accese, in continua fusione le anime. Tirate, le anime cedono, s'allungano come una pasta molle, si lasciano aggirare intorno a un gomitolo qualsiasi, purché si faccia con garbo, s'intende, e pian pianino. Tolleranza. Che vuol dire tolleranza? Ma appunto questo: pigrizia mentale, elasticità morale. Vivere e lasciar vivere.
Il popolo italiano non vuol darsi la pena di pensare: commette a pochi l'incarico di pensare per lui.
Ora questi pochi, siamo giusti, anche per poter pensare così in grande, per tutti, senza stancarsi, bisogna che siano ben nutriti. Mens sana in corpore sano. E il popolo italiano li lascia mangiare, purché facciano sempre con garbo, s'intende, e salvino in certo qual modo le apparenze. Poi batte le mani, senza troppo scaldarsi, ogni qual volta i suoi commessi pensatori riescano per avventura a procurargli qualche soddisfazioncella.

 Secondo voi questa citazione risale a pochi anni fa o a più di cent'anni fa?...

sabato 3 maggio 2014

Un dono non dovuto

“… Aveva notato però che i denti di Tadzio non erano perfetti: un po’ irregolari, pallidi, senza la lucentezza della salute, e anzi singolarmente fragili e trasparenti come si nota talvolta negli organismi anemici. ‘È molto delicato, è malaticcio’, pensò Aschenbach. ‘È improbabile che diventi vecchio’...”
Questa breve considerazione del protagonista de La morte a Venezia di Thomas Mann mi è tornata in mente durante la prima quindicina di aprile che ho trascorso in preda a serie difficoltà respiratorie causa una virulenta infezione a gola e naso.
Da bambino mi capitavano spesso queste situazioni: quasi ogni anno trascorrevo due settimane a letto con la febbre alta, e solo gli antibiotici mi risollevavano. Grazie al progresso medico e al benessere diffuso ero semplicemente uno dei tanti bimbi influenzati, uno che sopportava il virus con maggiore difficoltà rispetto agli altri e necessitava di farmaci più potenti, però alla fine guarivo regolarmente. Anche i fastidi di aprile li ho vissuti con la stessa consapevolezza, sapendo che si trattava solo di pazientare pochi giorni e i farmaci mi avrebbero risanato.
Se fossi stato bambino agli inizi del novecento forse anch’io, come il Tadzio di cui si innamora Aschenbach, sarei stato osservato con malinconia da qualche anziano viaggiatore straniero che avrebbe tristemente pronosticato la mia prematura scomparsa causata da malattie polmonari. In un certo senso la vita che sto vivendo potrebbe essere classificata come un dono per il quale devo ringraziare il progresso.
Il discorso può diventare più sottile e scendere in ambiti assai più personali, slegati dal contesto storico.
Gabriel Conroy, protagonista del racconto I morti di James Joyce, scopre in modo casuale che sua moglie aveva avuto un fidanzatino quando era ancora molto giovane. Probabilmente lei lo avrebbe sposato se lui non fosse morto all’improvviso, e di conseguenza non sarebbe mai diventata la moglie di Gabriel. In un attimo la sua vita coniugale gli appare come un ‘furto’ ai danni di un povero ragazzo deceduto prematuramente.
James Joyce aveva potuto rendersi conto della tangibilità di questi doni non dovuti del destino perché lui stesso ne aveva beneficiato: la sua compagna, Nora, era rimasta vittima della medesima disgrazia toccata alla signora Conroy nel racconto. Lo scrittore irlandese fu talmente colpito da questo scherzo del fato al punto da voler vedere la tomba dello sfortunato fidanzatino di Nora nel cimitero di Rahoon, al quale dedicò anche una poesia, Lei piange pensando a Rahoon.
Insomma, la vita e i suoi intrecci sono un’infinita fonte di riflessione.

venerdì 20 dicembre 2013

Obiettivi per il 2014

Il 2013 è stato un anno difficile. Lutti famigliari, la paura che si moltiplicassero a causa di vari ricoveri ospedalieri di persone care, l'acuirsi della crisi dell'azienda in cui lavoro...
Certo, ci sono stati anche bei momenti, soprattutto grazie alla mia principessina. Mi ha fatto scoprire, a 43 anni compiuti, un'imprevedibile passione per il pattinaggio sul ghiaccio.
Però purtroppo il bilancio non è positivo. Ho passato momenti neri, e durante questi dodici mesi ormai quasi terminati ho dovuto cercare motivazioni per figurarmi una realtà accettabile. Inventarmi qualcosa. Perché in fondo, citando Pirandello

abbiamo in noi, senza sapere né come né perché né da chi, la necessità di ingannare di continuo noi stessi con la spontanea creazione di una realtà (una per ciascuno e non mai la stessa per tutti) la quale di tratto in tratto si scopre vana e illusoria. Chi ha capito il gioco non riesce più a ingannarsi; ma chi non riesce più a ingannarsi non può più prendere né gusto né piacere alla vita.

Io ho cercato di inventarmi un elemento speciale per il 2014. Qualcosa che lo rendesse almeno diverso dal 2013, visto che non esiste alcuna garanzia che un anno sia migliore di quello che lo ha preceduto.
Compiendo questa ricerca mentale mi sono reso conto che quando ho iniziato a scrivere racconti e poesie correva l'anno 1989, perciò ne consegue che il 2014 costituirà il mio 25° anno di... attività scribacchina.
Quindi il prossimo anno dovrò per forza di cose tracciare dei bilanci su larga scala e analizzare quella parte di tempo della mia vita che ho impiegato mettendo nero su bianco fantasie e storie germinate nella mia mente.
Insomma, non ho ancora definito i programmi, ma penso di dare un'impostazione più personale al blog, parlare più insistentemente di me stesso.
E già so che la frequenza dei post rimarrà bassa, probabilmente persino inferiore a quella del 2013.
Però non intendo diminuire la mia partecipazione alla blogosfera almeno come frequentatore degli spazi altrui. Dovrete sopportare le mie intrusioni per un altro anno ;-)

giovedì 2 maggio 2013

lunedì 28 maggio 2012

Citazione di Fedor Dostoevskij

Io infatti, per esempio, del tutto naturalmente voglio vivere per soddisfare tutte le mie facoltà vitali, e non per soddisfare soltanto la mia facoltà raziocinante, che è probabilmente la ventesima parte di tutte le mie facoltà vitali. Che cosa sa la ragione? La ragione sa solo quel che ha fatto in tempo a conoscere (altro, forse, non saprà mai; anche se non è consolante, perché nasconderlo?), mentre la natura umana agisce tutta intera, con tutto ciò che vi è in essa, in modo cosciente e inconscio, e magari mente, ma vive.
Io sospetto, signori, che voi mi guardiate con compatimento; mi ripetete che un uomo istruito ed evoluto, quale sarà insomma l’uomo futuro, non può volere deliberatamente qualcosa di svantaggioso per sé, che questo è matematico. Perfettamente d’accordo, è davvero matematico. Ma ve lo ripeto per la centesima volta: c’è unicamente un caso, uno solo, in cui l’uomo può augurarsi di proposito, consapevolmente, anche qualcosa di dannoso, di stupido, perfino stupidissimo; ovvero: per avere il diritto di augurarsi anche ciò che è stupidissimo e non essere vincolato all’obbligo di desiderare soltanto ciò che è intelligente. Infatti […] questo capriccio, signori, in realtà può essere ciò che è più vantaggioso per noialtri sulla terra, soprattutto in certi casi. E in particolare può essere più vantaggioso di tutti i vantaggi perfino se vi causa un danno evidente e contraddice alle più sensate deduzioni della nostra ragione in materia di tornaconto, perché in ogni caso salvaguarda la cosa più importante e preziosa: la nostra personalità e la nostra individualità.

(Fedor Dostoevskij, in Memorie dal sottosuolo)

martedì 22 maggio 2012

Poche parole

Il talento di uno scrittore è, semplicemente, la sua capacità di utilizzare le parole.
Come avevo detto in un post di pochi giorni fa conta molto l’atmosfera che riesce a creare, ma anche la suggestione.
Franz Kafka, pur utilizzando un linguaggio apparentemente scorrevole e talvolta quasi banale, riusciva a fondere questi tre elementi in uno stile ormai divenuto inconfondibile, e creava storie inquietanti.
Non aveva bisogno di tante parole. Nel suo primo libro, “Contemplazione”, vi sono racconti di poche righe, in cui però già si ravvisano i futuri esiti della sua scrittura…

I passanti (di Franz Kafka)
Se passeggiando di notte per una strada scorgiamo un uomo da lontano (perché la strada è in salita e c’è la luna piena) e lui ci viene incontro, correndo, noi non ci permetteremmo di fermarlo anche se lui appare stanco e lacero, neppure se c’è un altro uomo che lo insegue gridando; lo lasceremmo proseguire nella sua corsa.
In fondo è notte, e non è colpa nostra se la strada è in salita e c’è la luna piena. Può darsi che quei due si stavano rincorrendo per scherzo, o forse entrambi inseguivano una terza persona; oppure il primo viene inseguito pur essendo innocente, e il secondo ha intenzioni omicide e noi diventeremmo complici in un assassinio; magari i due si ignorano a vicenda, e corrono ciascuno per conto proprio verso casa; potrebbero essere semplici nottambuli; il primo dei due potrebbe essere armato…
Ma poi, in fin dei conti, avremo pure il diritto di essere stanchi, no? Non abbiamo forse bevuto del vino?... Che sollievo nel momento in cui anche il secondo passante scompare in lontananza.