domenica 28 maggio 2017

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martedì 23 maggio 2017

I miei (tutt'altro che) favolosi anni '80

E alla fine non si fugge all'anagrafe: inevitabilmente ho ricevuto la nomina per partecipare al me.me. degli anni '80 da parte di Luz. D'altronde è un decennio che ho vissuto in pieno e che ha segnato il mio passaggio dall'infanzia all'adolescenza e alla primissima maturità.
Chiarisco subito che NON è stato un periodo memorabile per me, quindi eviterò la parte autobiografica.
Seguendo invece le tracce relative alla subcultura pop del decennio, posso senza dilemmi fornire la mia testimonianza storica.
MUSICA - Negli anni '60 era: Beatles o Rolling Stones? Negli anni '80 fu: Duran Duran o Spandau Ballet? Ecco, appunto, ogni commento sarebbe imbarazzante. Però in quegli anni divennero star anche gruppi come i Cure, i Depeche Mode, senza dimenticare gli inossidabili U2. Ammetto che qualche canzoncina "facile" di quel periodo mi piacque e continua a piacermi. Ad esempio Kids in America di Kim Wilde, il tormentone Wild boys, Shout dei Tears for Fears, Don't you (forget about me) dei Simple Minds.
Ma musicalmente preferisco di gran lunga gli anni '90.
CINEMA - Gli anni '80 li ricordo per il tenero E.T. e il travolgente Indiana Jones, l'inizio di Robocop e del terrificante Eddie Kruger (Nightmare!), i simpaticissimi Ghostbusters e gli episodi DUE e TRE (e che cazzo!) di Star Wars. Ma anche per il trittico drammatico sulla guerra in Vietnam (Platoon, Full Metal Jacket, Hamburger Hill) e per lo struggente Elephant Man di David Lynch, oltre all'inquietante La mosca di David Cronenberg. E poi, lo ammetto, vedevo anche le commediole adolescenziali americane dove la protagonista era sempre la sfigata Molly Ringwald. Nel complesso un decennio interessante.
CARTONI ANIMATI - Di cartoni, soprattutto anime giapponesi, ne ho sempre guardati tanti (li guardo tutt'ora). L'elenco potrebbe essere davvero interminabile. Si passa dal dolce pasticcione Spank alla saga demenziale di Lamù (Uruseyatsura), l'altrettanto demenziale Calendar Men, la romantica storia di Godai e Kyoko (Maison Ikkoku), il mondo fantastico di He-Man, naturalmente Holly e Benji (Captain Tsubasa)...
Per la cronaca: sono fra i pochi che non ha seguito né Ken il guerrieroI cavalieri dello Zodiaco.
CIBO - All'epoca anche il mio apparato digerente era più giovane e reggeva meglio certe zozzerie. Uno dei miei snack preferiti era il biscotto pluristrato di sfoglia croccante, vaniglia e cioccolata, ovvero Urrà Saiwa, una bomba calorica straordinaria. Se la memoria non mi inganna, gli anni '80 sono anche quelli in cui iniziò la commercializzazione del Bounty, la barretta di cioccolato ripiena di cocco; comunque, anche se ricordassi male, negli anni '80 io ho notevolmente contribuito al fatturato della ditta che lo produceva. E poi arrivò anche la Sprite a far compagnia alle già esistenti Coca Cola e Fanta.
ABITI E ACCONCIATURE - Negli anni '80 c'è stato un momento in cui bisognava per forza avere il piumino Moncler. Infatti io avevo quello Ciesse... Qualche anno dopo è tornato in auge il chiodo, il giubbotto di pelle nera dei rockers. Anche quello ha fatto parte del mio repertorio.
I capelli in genere si portavano lunghi, con qualche elaborazione, le ragazze spesso li avevano molto vaporosi. Comunque nel 1987 feci il mio primo viaggio in Inghilterra e mi resi conto che in fatto di capigliature colorate, "scolpite" e vistose, in Italia eravamo dei principianti.
GIOCHI - Non ero un fissato di videogiochi, però negli anni '80 ebbi il mio primo home computer, era della Olivetti. Era una cosa strana per un adolescente di quel decennio, ancora non era immaginabile un futuro in cui tutti avrebbero avuto in casa un pc (e non parliamo dei cellulari: i telefoni erano solo quelli fissi a casa e le indimenticabili cabine a gettone).
LIBRI E LETTURE VARIE - All'epoca leggevo quasi esclusivamente fumetti. Oltre all'inossidabile Topolino, negli anni '80 presero piede due personaggi della Bonelli abbastanza innovativi per quel periodo: Martin Mystère e Dylan Dog. Quasi inutile specificare che io li leggevo avidamente.
Sul finire del decennio però iniziai a leggere narrativa... e non ho ancora smesso ;-)

giovedì 18 maggio 2017

Pescara

Una città dove ultimamente capito spesso per varie ragioni è Pescara, la più grande dell'Abruzzo. É praticamente fusa con Montesilvano e altri comuni limitrofi, formando un agglomerato che supera i duecentomila abitanti.
Il suo sviluppo demografico è iniziato solo alla fine del XIX secolo, prima era un paesino con poche migliaia di abitanti, perciò l'urbanistica è fondamentalmente moderna.
É nota per la riviera piena di stabilimenti balneari e per la vita notturna, quindi una città estiva che nel periodo invernale appare più anonima. Anche nei mesi freddi resta comunque una città vitale, e sebbene non abbia monumenti celebri mi piace passeggiare nella zona centrale, tra corso Umberto, il "Salotto" e il lungomare Matteotti.
Uno dei simboli della città è la Nave, scultura dell'artista Pietro Cascella (pescarese doc). Un blocco dalle forme astratte che tuttavia riesce a suggerire davvero l'immagine di un'antica nave a remi.


Ha un'architettura ricca di contrasti: si possono trovare palazzi eleganti con decori in stile liberty...


... ma anche condomini moderni alquanto kitsch...


C'è chi in passato ha abbellito l'angolo dello spiovente del tetto con un raffinato drago di metallo...


... e chi, ai giorni nostri, ha cercato di trasformare il proprio mozzicone di prato chiuso fra le baracche in un giardino colorato (forse troppo colorato) coi classici nani...


Non manca il coraggio di tentare cose nuove, diverse. Ad esempio il Ponte del Mare, riservato a pedoni e ciclisti, che attraversa il canale non tramite la classica linea retta dei ponti ma tracciando una curva a U obliqua sopra le acque, col pennone centrale che la sorregge...


E poi a Pescara ci sono tanti murali. Urban graffiti creati per dare colore a palazzi in stato di abbandono...


... o per nascondere strutture necessarie ma brutte come le cabine elettriche.


Non poteva mancare l'omaggio a uno dei pescaresi più celebri, Gabriele D'Annunzio.


Fate attenzione al gatto da guardia dell'Archeo Club, non ama gli estranei ;-)


Insomma, quando cerco spunti fotografici a Pescara li trovo sempre.

sabato 13 maggio 2017

Cose da fare prima di morire

Tranquilli, non voglio proporvi l'ennesima guida - come se ne trovano ormai a decine - sui cento luoghi da visitare, o le cinquanta esperienza da provare, o le quaranta pettinature da sfoggiare prima di morire.
Volevo esporre molto più banalmente una riflessione che mi è passata per la testa l'altro giorno, mentre valutavo l'ipotesi, in vecchiaia, di girare a piedi l'Italia per visitare luoghi suggestivi con un approccio da pellegrino viandante più che da turista.
Questa idea, tutt'altro che facile da realizzare e per ora soggetta a ogni possibile capriccio del destino da qui all'effettivo raggiungimento della vecchiaia (che peraltro andrebbe definita in termini cronologici, considerato che per mia figlia vecchio lo sono già ora :-) in effetti non è spontanea. Mi è stata suggerita un po' di tempo fa dalla lettura de L'angusto sentiero del nord di Matsuo Basho, uno dei poeti più celebri della storia letteraria giapponese, che compì un pellegrinaggio del genere nel suo paese raccontandolo nel libro citato.
E qui la riflessione diventa automatica, poiché la lettura - lo sappiamo bene noi bibliofili - è qualcosa che ti allarga la mente, ti fa vedere possibilità e situazioni che prima non avevi neppure immaginato. E mi sono chiesto chissà quante altre volte ho compiuto delle scelte basandomi inconsciamente sulle decisioni analoghe dei personaggi letterari che più mi avevano appassionato.
Ecco, qui la riflessione diventa una sfida della memoria: cercare nella vita trascorsa azioni compiute su ispirazione letteraria. Ma anche - e questa forse è più semplice - cercare nelle letture spunti suggestivi per cose da fare nella vita materiale (cose mai fatte prima, s'intende).
Il pellegrinaggio da viandante è la prima cosa che metterei in lista. Ma sono certo che ne potrei trovare altre.
E voi, avete mai compiuto delle scelte in passato, o ipotizzato di tentare determinate esperienze in futuro, dopo averle scoperte come lettore?

lunedì 8 maggio 2017

Né carne né pesce

Qualche giorno fa Marina Guarneri ha pubblicato questo post che vi invito a leggere.
Il mio primo commento è stato il seguente:
Con me sfondi una porta aperta perché anch'io sono terribilmente "esigente" e, per dire, nella mia libreria di anobii difficilmente concedo cinque stelle a un libro. Anch'io tendo a stufarmi di trame troppo cliché, a meno che non siano riscattate da un personaggio particolarmente congeniale ai miei gusti o da un narratore dotato di stile sopraffino (sempre a mio insindacabile giudizio, si intende ;-)
E anch'io non mi cimenterei mai in un genere che non apprezzo solo per inseguire i gusti del pubblico o la moda del momento.
Infatti sono perennemente fuori dalle tendenze, cerco di essere "atemporale", cerco di essere originale essendo me stesso e non lo scopiazzatore di narrativa altrui (se poi la mia originalità sia pessima sul piano narrativo e stilistico è un altro paio di maniche, sta al lettore giudicare).

Marina ha replicato così:
Le tue "nazioni immaginarie", in effetti, sono la prova di quello che dici: una trama fuori da ogni schema. Mi dispiace che tu ti ostini ad accontentarti dei tuoi lettori più affezionati. :)
Certe volte penso che più abbiamo difficoltà a essere conquistati da qualcosa, meno possibilità concediamo a noi stessi di conquistare gli altri e questo atteggiamento non sempre paga.
(In questo momento parlo più a me stessa, ragionando con te).

e io ho contro-replicato così:
Penso sia inevitabile. Un genere a larga diffusione ha anche tanti fruitori e appassionati, mentre una trama fuori da ogni schema è inevitabilmente "di nicchia", e nella nicchia c'è sempre poca gente, sia come autori che come lettori.

E qui sorge il dilemma che mi sono posto successivamente: essere "fuori dalle tendenze" e "atemporale", scrivere una trama "fuori da ogni schema" e "di nicchia" significa essere originali o, assai più banalmente, significa non essere né carne né pesce?...

martedì 2 maggio 2017

Pubblicità ingannevoli

Una cosa che mi infastidisce notevolmente nei trailer dei film, nelle relative locandine, ma anche nelle sinossi dei libri (senza contare le famigerate fascette) sono l'attribuzione di caratteristiche completamente diverse dal contenuto effettivo. Quando si tratta di romanzi o film non italiani si spingono addirittura a modificare il titolo dandogli una connotazione più "acchiappante", lasciando intendere torbide vicende erotiche (che si riveleranno assai meno torbide di quanto suggeriscano copertina e pubblicità); oppure appellando come thriller una vicenda che di thrilling ha ben poco.
Partendo da questo spunto ho provato a immaginare come potrebbero essere confezionate locandine ingannevoli di libri celebri, e per rendere il gioco più intrigante ho pensato che si potevano abbinare a film di successo...
Oppure, detto in modo più semplice: per l'ennesima volta ho cazzeggiato.
E queste sono le ingannevoli locandine che ho realizzato. Che ne pensate?




mercoledì 26 aprile 2017

Alcuni scatti random

Nell'era di instagram e dei cellulari che sono ormai quasi più macchine fotografiche professionali che telefoni portatili, come già sapete anch'io ho deciso di sfoggiare i miei scatti. Perché mostrare i miei limiti solo come blogger e scribacchino quando posso vantarmi delle mie incompetenze anche come fotografo dilettante e photoshoppatore improvvisato?
Il primo riguarda il mare, che mi piace ammirare anche nelle giornate nuvolose, quando l'assenza di luce lo rende simile a una massa di cobalto...


Un'altra l'ho scattata perché ispirato da una pista ciclabile dipinta di un blu intenso, con un po' di fantasia ho intravisto una stairway to heaven...


Le architetture moderne e kitsch mi attraggono, ahimé. Prima o poi dovrò dedicare un intero post a questo mio insano interesse per il cattivo gusto...


E infine una foto di Lucca, una città dove i palazzi storici vengono gelosamente conservati ma non mancano mai esibizioni all'aria aperta di opere contemporanee...


Buoni scatti fotografici a tutti :-)

venerdì 21 aprile 2017

Presentazione ufficiale del mio nuovo ebook

Anche stavolta, come d'abitudine, ho rifiutato tutte le proposte di pubblicazione inviatemi da grandi editori italiani che erano disposti a fare follie pur di garantirsi l'esclusiva sulla mia nuova opera. Nessuna speranza per loro: preferisco l'autopubblicazione perché mi garantisce un contatto più diretto coi miei quattro lettori.
Ecco, insomma, una presentazione umoristico-megalomane è quella che meglio esprime lo spirito del protagonista del libro, il già rammentato Andrea Arcani che è involontariamente comico e confusamente detective.


Nel post di presentazione non inserisco mai una sinossi del libro, preferisco che il potenziale acquirente lo sfogli personalmente dando una sbirciata alle prime pagine per farsi un'idea.
Ebbene: caro potenziale acquirente e lettore, posso offrirti un caffé? Posso supplicarti in ginocchio di comprare il mio ebook? Posso chiederti di - appunto - sbirciare le prime pagine nello scaffale di amazon che espone il libro?

domenica 16 aprile 2017

Buona Pasqua a tutti

L'uovo è da secoli uno dei simboli delle festività pasquali e d'altronde l'uovo è l'immagine perfetta di una nuova vita pronta a (ri)nascere.
La Resurrezione è un mistero teologico al quale si può anche non credere, resta però appurato che tutti abbiamo talvolta bisogno di risorgere anche da viventi.
Io, almeno, ne avrei davvero una gran necessità. Parafrasando una nota frase di Salvador Dalì (lui la riferiva però alla follia) posso affermare che in certi momenti ho l'impressione che l'unica differenza fra me e un morto è che io non sono morto.
Spero che per voi amici di questo blog le sensazioni siano diametralmente opposte e vi sentiate già pienamente risorti.
Buona cioccolata, buona colomba, buona scampagnata per domani :-)

martedì 11 aprile 2017

Chi è Andrea Arcani

I tre o quattro lettori dei miei libri forse si ricordano di lui.
Andrea Arcani è un viziato figlio unico quasi trentenne, rampollo di genitori assai benestanti con disponibilità economiche gigantesche.
Per non fare più la figura del mantenuto è stato praticamente costretto dalla madre e dal patrigno a crearsi una professione, anche solo fittizia. E lui ha preteso di diventare un investigatore privato.
Ha tutte le caratteristiche fondamentali per risultare inadatto a tale attività: è impulsivo, improvvisatore, incompetente, pigro e pressapochista. In effetti è inadatto a qualunque genere di lavoro a prescindere.
Ma per sua fortuna vive in una piccola città di provincia dove non accadono fatti gravi e la richiesta tipica dei suoi clienti è: verificare l'eventuale infedeltà del coniuge.
Considerato che ha scelto di essere un detective perché così gli sembra di assomigliare ai personaggi dei film americani, secondo voi quante possibilità ci sono che riesca a mettersi nei guai e rendersi ridicolo?...
... Ecco, appunto: che ve lo dico a fare?
Politicamente qualunquista, calcisticamente irriducibile tifoso della Lazio, infastidito da ogni sorta di autorità e di regolamento ma ancor più dai romanisti, Andrea Arcani fa del suo meglio (o piuttosto del suo peggio) per dissacrare la nobile professione dell'investigatore con esiti di involontaria comicità e, talvolta, anche con qualche spunto di riflessione sulla società italiana odierna.
A chiunque volesse leggere la sua genesi rammento il libro d'esordio che trovate su amazon a QUESTO LINK e ripropongo la copertina creata da Luca Morandi:


Ma se vi sto parlando di un mio vecchio libro non è solo per motivi di revival. Lo faccio soprattutto perché è strettamente legato alla mia prossima uscita.
Forse ricorderete che in alcuni post avevo accennato alla stesura di un manoscritto che mi ha impegnato negli ultimi mesi. Ebbene: si tratta di un sequel, un romanzo in cui il più scalcinato dei detective sarà ancora una volta protagonista di indagini assai... umoristiche. Si allontanerà per qualche tempo dalla sua città natale per dimostrare le sue (in)capacità in uno sperduto paesino dell'appennino centrale. 
L'uscita ufficiale è prevista dopo le festività pasquali.
E come dice in questi casi uno scribacchino che si è montato la testa: restate tutti in fremente attesa :-D

giovedì 6 aprile 2017

Un haiku e un quadro in dialogo inconsapevole

Il poeta giapponese Santoka Taneda (1882-1940) e il pittore norvegese Edvard Munch (1863-1944) quasi certamente ignoravano l'uno l'esistenza dell'altro.
Hanno dato forma alla loro inquietudine tramite haiku che non rispettavano la metrica tradizionale e quadri che non si uniformavano alle regole accademiche.
Taneda, dopo una giovinezza costellata di momenti difficili - due fallimenti di diverse attività commerciali della sua famiglia, il suicidio del fratello, il divorzio dalla moglie, la perdita del lavoro e la miseria - all'età di quarantadue anni si fece monaco e iniziò a peregrinare per il Giappone in solitudine. Pregava, chiedeva l'elemosina e componeva haiku.
Munch, in perenne conflitto con il padre e quasi congenitamente portato a cacciarsi in avventure sentimentali tumultuose - una culminata in un apparente tentato omicidio da parte della donna alla quale si era legato - nonostante il discreto successo della sua opera pittorica all'età di quarantacinque anni ebbe un grave esaurimento nervoso che lo costrinse a lunghe cure e, successivamente, a vivere in una sorta di romitaggio in un'isolata fattoria vicino Oslo.
E ora, dopo questa brevissima e lacunosa premessa, posto il quadro Malinconia di Edvard Munch e un haiku di Santoka Taneda:


















Un'intera giornata
e io non ho pronunciato una parola.
Suono di onde.


sabato 1 aprile 2017

Una cosa che mi è successa

A volte possono capitare sorprese inattese in relazione ai nostri sogni di una vita.
Diventare uno scrittore professionista, con tanto di contratto e anticipo monetario "sulla fiducia" di quanto saprò scrivere, è sempre stato chiaramente un mio sogno.
Ora l'opportunità mi si è finalmente presentata, ma in termini diversi da come la immaginavo.
Giorni fa sono stato contattato da un'associazione che gestisce alcuni siti aggregatori di notizie, sia in Italia che all'estero. Mi hanno proposto un "lavoro" retribuito per scrivere un articolo al giorno che verrebbe pubblicato sui loro siti, anche quelli esteri previa traduzione in inglese che sarebbe comunque a loro cura.
Non è come pubblicare narrativa, ma si tratta comunque di guadagnare scrivendo e sarebbe alquanto utile come esperienza.
La cosa che mi lascia perplesso però è la tipologia di articoli che mi vengono richiesti. 
Il referente dell'associazione in questione, che si autodefinisce peraltro "la voce sul web" di una ONG di cui per ovvi motivi non dirò il nome, mi ha spiegato solo verbalmente che gli articoli dovrebbero basarsi sulla enfatizzazione degli squilibri sociali e della crisi dei valori nei quali sta cadendo l'Italia, dovrebbero avere un tono perennemente polemico e riportare dati e link presi da altri siti web che mi indicherebbero loro. Inoltre ha aggiunto che dovrei redigere gli articoli avendo come obiettivi la progressiva destabilizzazione del paese e l'insorgenza nel lettore di una sensazione da stato di emergenza e da clima di assedio a causa di un complotto internazionale. I toni dovranno diventare particolarmente tesi e quasi apocalittici durante la prossima campagna elettorale, con metodologie simili a quelle (parole testuali del referente) "già utilizzate con successo negli Stati Uniti"...
Che dite, accetto o è meglio che declino?

martedì 28 marzo 2017

Ancora i sette vizi (ma in chiave letteraria)

Il tema dei sette vizi capitali si presta a ricerche assai più lunghe di quelle necessarie a produrre un semplice post. L'ultimo che ho pubblicato era relativo alla loro interpretazione artistica, ma ci sarebbe molto da dire anche sulla loro presenza in letteratura.
Non potrei mai essere esaustivo (così come non lo sono stato nel post precedente) su un tema così vasto, perciò preciso subito che mi limiterò a elencare alcuni libri che ho letto nei quali ho ravvisato i vizi capitali come elemento narrativo.
Se parliamo di avarizia penso subito al papà di Eugenie Grandet, romanzo di Balzac basato proprio sul folle attaccamento al denaro. Un po' meno allo Scrooge di Canto di natale perché alla fine si redime, mentre il signor Grandet muore avaro e, tutto sommato, compiaciuto di questo suo vizio (che probabilmente lui reputa un pregio).
La lussuria è centrale ne Il piacere di D'Annunzio, ma ha un suo ruolo "sociologico", per così dire, nel provocatorio romanzo di Michel Houellebecq Piattaforma. In effetti la lussuria è forse il più ambiguo tra i peccati capitali perché sono tanti ad avere l'impressione che il cristianesimo sia alquanto sessuofobico.
L'invidia mi fa venire in mente la tragedia Otello. In genere viene associata al dramma della gelosia, però è opportuno rammentare che tutto nasce dalla mortale invidia che Iago prova nei confronti del Moro di Venezia. Penso anche a Shunsuke, lo scrittore brutto di Colori proibiti (uno dei libri più complessi di Yukio Mishima) che nei confronti di chi è bello prova ammirazione, frustrazione e, beh, sì, anche tanta invidia.
Se parliamo di gola la vincitrice può essere solo la simpaticissima protagonista de Il diario di Bridget Jones :-D
Passando all'ira, nei libri che ho letto il personaggio più ferocemente posseduto da tale peccato è Silvio Astier, la voce narrante de Il giocattolo rabbioso di Roberto Arlt. É un giovane che non accetta la propria povertà e dunque soffre ovviamente anche di invidia verso i ricchi (d'altronde le emozioni, come pure le attitudini umane, non sono mai univoche ma sempre composte e mescolate con altre) però ciò che maggiormente emerge dai suoi soliloqui e dai suoi gesti materiali è la rabbia, una rabbia che lo divora.
Come esempio di superbia mi viene in mente Raskolnikov, che si arroga addirittura il diritto di uccidere in Delitto e castigo. D'altronde Dostoevskj ha saputo tratteggiare benissimo anche l'invidia e l'ira nel personaggio principale di Memorie dal sottosuolo. Un'altro personaggio malato di superbia che ho incontrato nelle mie letture è l'indimenticabile capitano Achab del Moby Dick di Herman Melville.
Sempre a proposito di Melville, il suo Bartleby lo scrivano è uno dei più riusciti casi di accidia letteraria che io abbia mai letto. Penso inoltre a Slimak, personaggio principale de L'avamposto di Boleslaw Prus. E me ne potrebbero venire in mente altri poiché - devo ammetterlo - i personaggi accidiosi sono quelli che maggiormente mi intrigano, forse perché anch'io sono afflitto da tale vizio...
Chiunque abbia altre proposte è il benvenuto :-)

giovedì 23 marzo 2017

Un tema pittorico ricorrente - 9

Un soggetto che ha spesso stimolato la fantasia degli artisti è quello degli arcinoti sette peccati capitali.
Gola, avarizia, lussuria, invidia, ira, superbia e accidia hanno fama di essere i principali mali degli uomini, una certificazione che deriva dalla religione cristiana e che comunque ha condivisioni anche in contesti diversi (si veda ad esempio il buddhismo, che considera ugualmente ira, invidia, lussuria e superbia come le radici della sofferenza).
In effetti le rappresentazioni artistiche più antiche dei peccati capitali fungono da monito morale per chi le osserva.
Uno dei più grandi pittori fiamminghi della storia, Hyeronimus Bosch (1453 - 1516), ne realizzò una sorta di tavola in cui vengono rappresentati schematicamente in un cerchio diviso in settori, con ai lati i quattro momenti finali dell'apocalisse. Ne propongo una veduta d'insieme e il dettaglio della superbia:



Anche l'altro visionario fiammingo, Pieter Bruegel "il vecchio" (1530 - 1569) creò una serie di stampe col suo tipico stile di allegoria allucinata in cui i sette peccati si manifestano in contesti sinistri che sembrano inquietanti gironi infernali. Si veda ad esempio la sua interpretazione dell'avarizia:


L'artista tedesco Hans Baldung (1485 - 1545) li disegnò invece come delle creature mostruose e, ovviamente, disgustose:


Ma, come già visto anche per altri temi pittorici, la rivoluzione del pensiero occidentale nel corso dei secoli, in particolare fra XVIII e XX secolo, fa mutare la concezione dell'argomento. Vengono messi in dubbio l'esistenza di Dio e il concetto di "peccato" lasciando emergere il lato umano (non necessariamente degno di lode ma giustificabile sul piano psicologico) dei sette vizi.
L'artista svizzero André Lambert (1884 - 1967), autore di illustrazioni patinate a sfondo erotico, ha capovolto la visione dei peccati capitali dandone un'immagine assai raffinata. La sua "gola" ha le forme di una carnosa donna decisamente compiaciuta:


Ma, anche quando sono privati delle implicazioni teologiche, i sette peccati simboleggiano comunque ossessioni e nevrosi spinte all'eccesso, quindi qualcosa che tormenta ugualmente gli esseri umani prescindendo da eventuali castighi ultraterreni. Così, ad esempio, il pittore tedesco Otto Dix (1891 - 1969) crea una tela intitolata proprio Die sieben Todsünden dove la visione profana dei vizi capitali appare non meno inquietante di quella espressa nei secoli precedenti, una sorta di halloween a tema apocalittico:


Il pittore contemporaneo spagnolo Manuel Rey Piulestàn invece personifica i peccati capitali come gente comune che può essere vicino a noi in qualunque momento, magari confusi tra i visitatori di una mostra d'arte:


Ma se cercate "peccati capitali" in siti come deviantart o pinterest troverete decine di creazioni di ogni foggia: fotomontaggi, illustrazioni, fumetti, digital art...
Perché si tratta di un argomento che tenderà sempre ad affascinarci per la sua ineluttabile presenza nella nostra vita: tutti noi, in misura maggiore o minore, siamo stati in qualche modo vittima dei sette famigerati vizi.

sabato 18 marzo 2017

La cultura e i suoi effetti sul carattere

Leggendo alcuni racconti di Ada Negri - che come avrete capito ultimamente mi sta fornendo una gradita compagnia libresca - ho avuto modo di incontrare un personaggio col quale ho istintivamente empatizzato: una giovane di famiglia non ricca, priva di cultura poiché, come è noto, a molte donne essa era preclusa nell'Italia di quell'epoca. Riporto alcune delle frasi usate dall'autrice per descriverla:
"Parole, veramente, ne proferiva poche: quelle poche, a stento [...] Bimba, fra il padre indifferente e la matrigna perversa, era cresciuta chiusa in sé, senza compagne, sempre in atto di passiva ma costante difesa, adorando i libracci vecchi, raccogliendo furtiva tutti i pezzi di giornali che poteva trovare, per leggerseli in un angolo: e su di essi fabbricava, nel suo cervello, castelli in aria senza fine [...] Non si confidava con nessuno, non usciva mai, non rispondeva mai agli scherzi volgari o alle sfuriate del suo uomo, lo serviva in silenzio".
Questo ritratto del personaggio mi ha subito fatto tornare alla mente una descrizione letta tempo prima altrove. Riporto anche questa:
"Egli era stato solito di patir molto di umore malinconico, o, come dicevano alcuni dei suoi medesimi, d'ipocondria, a cagione della quale infermità, congiunta alla continua speculazione nelle cose dell'arte sua, in processo di tempo egli si trovò sì profondato e fisso in un continuo pensare, che fuggiva al possibile la conversazione degli uomini standosene solo in casa, in nulla d'altro occupato, che nel continuo giro dei torbidi pensieri".
La similitudine salta all'occhio, non è vero? La seconda citazione però non appartiene alla narrativa e non si riferisce a un personaggio letterario ma un uomo realmente esistito: è tratta infatti dalla raccolta di biografie di artisti italiani illustri redatta da Filippo Baldinucci nel XVII secolo, e la descrizione si riferisce a Francesco Borromini, uno dei più grandi architetti della sua epoca, tra i creatori del mito di Roma barocca.
In effetti sembra che Borromini avesse un temperamento misantropico, chiuso, sempre immerso nei propri pensieri che mai condivideva col suo prossimo. Proprio come la giovane donna protagonista del racconto intitolato (significativamente) L'altra vita. Sì, la vita immaginata dalla fantasia ombrosa e schiva, una vita immaginata che prende il posto dell'esistenza materiale sino alla nevrosi alimentata dal rifiuto per la quotidianità e dalla ribellione contro un matrimonio indesiderato, sconfinando nella follia.
Anche Borromini negli ultimi anni di vita cedette alle proprie nevrosi diventando sempre più scontroso, diffidente, in preda a un'isteria che lo spinse a un grottesco tentativo di suicidio trasformatosi in una lenta agonia. Nel frattempo però aveva creato opere d'arte straordinarie che ancora oggi suscitano ammirazione nelle strade di Roma. Per decenni il suo "continuo giro dei torbidi pensieri" era stato sicuramente occupato anche da idee creative, dalla ricerca di soluzioni ingegneristiche per la costruzione di palazzi, dalle ipotesi estetiche per le chiese che doveva ristrutturare.
Ecco, l'aver studiato l'architettura e l'arte aveva dato uno scopo al suo stare "profondato e fisso in un continuo pensare", uno scopo che sarebbe stato assente se avesse trascorso la sua giovinezza senza apprendere nulla o senza poter mettere a frutto la propria esperienza nei cantieri in cui aveva lavorato sin da bambino.
La progressiva follia della donna raccontata da Ada Negri è molto più rapida, il crollo nervoso che la conduce in manicomio avviene quando ancora è giovane e la sua ossessiva vita interiore può generare solo "castelli in aria" non avendo lei né una cultura, né - se pure ne fosse stata provvista - la possibilità materiale di metterla all'opera.
Insomma, penso che la cultura e l'arte possano essere una 'terapia' in grado di dare uno scopo nobile anche alle attitudini caratteriali autodistruttive. Quanto meno riescono a diluirle più a lungo, sino alla vecchiaia, lasciandosene vincere solo dopo il compimento di opere che costituiscono un regalo meraviglioso per il resto dell'umanità.

lunedì 13 marzo 2017

I cazzari del web

Vado un po' in controtendenza rispetto al recente dibattito incentrato sul timore che il controllo sulle cosiddette fake news possa trasformarsi in limitazione della libertà di espressione su internet.
Premesso che dubito fortemente che si vada al di là delle solite italiche chiacchiere, personalmente sarei disposto persino ad accettare dei controlli più stretti sui miei contenuti se questo servisse a togliere di mezzo i cazzari del web, una delle categorie che più detesto.
I social networks sono una realtà comunicativa parallela e speculare al mondo reale, e così come c'è sempre il tuttologo da bar che diffonde notizie totalmente false o travisate, c'è pure il cazzaro del web. Con la ragguardevole differenza che in rete si assiste a falsificazioni di notizie e diffusione di concetti erronei con una metodologia mirata: si citano su facebook improbabili fatti fornendo il link a siti informativi che spesso sono gestiti da una sola persona coincidente col propagatore di falsità; tali siti hanno nomi e layout che li fanno assomigliare ingannevolmente a siti più autorevoli; si aggiungono prime pagine ritoccate di siti informativi ufficiali, si photoshoppano fotografie relative a eventi del passato e le si usano per corredare la bufala, si aggiungono anche link a video su youtube girati da sedicenti freelance...
Ci sono spesso gruppuscoli politicizzati dietro questo fenomeno, ma anche, assai più banalmente, cacciatori di clic, gente che per un "mi piace" su facebook o un follower su twitter è disposta a tutto, anche a inventarsi notizione inesistenti con il relativo titolo sensazionale appositamente studiato per suscitare l'attenzione altrui.
Ecco, se dipendesse da me questi propagandisti di fuffa dovrebbero essere espulsi dal web. É una punizione ovviamente impossibile da attuare, ma se almeno fossero obbligati e rispondere legalmente delle falsità che divulgano per vanagloria o incoscienza sarebbe un bel risultato. Da vecchia zia quale sono, l'ottocentesco castigo che riterrei opportuno sarebbe assestargli una decina di bacchettate sulle unghie, ideale per rendere dolorosa la digitazione sulla tastiera almeno per qualche giorno e farli riflettere sull'opportunità di riprovarci.
Naturalmente non sarà mai così, la diffusione di bufale continuerà imperterrita anche grazie al contributo di organi ufficiali tecnicamente autorevoli (se ogni tanto date un'occhiata alle nius di certi quotidiani, canali televisivi e agenzie di stampa capirete cosa intendo...) e i cazzari del web continueranno indisturbati la loro attività.
D'altronde siamo un paese dove le chiacchiere dal barbiere e i pettegolezzi sul pianerottolo del condominio sono ancora considerate la principale fonte di informazione...

mercoledì 8 marzo 2017

Scrivere non-fiction

Saper scrivere bene non è un talento necessariamente correlato alla narrativa.
Esistono milioni di libri che non hanno nulla a che fare la fiction: saggi, manuali, enciclopedie, reportage informativi, diari di viaggio, post di un blog ;-)
Ecco, personalmente credo che un bravo saggista non sia necessariamente un bravo narratore poiché esporre concetti e nozioni implica un tipo di linguaggio diverso: una scrittura in cui conta maggiormente la scorrevolezza del testo e l'immediatezza del messaggio che non l'emozione, la suggestione e la fantasia necessarie per produrre letteratura.
Esistono però numerosi esempi di romanzieri e poeti dimostratisi anche eccellenti saggisti proprio grazie al loro talento narrativo: i loro lavori di non-fiction riescono sovente a mantenere un elemento di letterarietà che li rende speciali, diversi da una "mera" divulgazione.
Personalmente non ho mai prodotto saggistica, se si esclude la tesi di laurea (che non oso rileggere per il terrore di incorrere in un attacco di riso irrefrenabile). Però mi piacerebbe scrivere qualcosa di non-narrativo. In effetti una mezza idea ce l'avrei anche, un argomento che mi preme molto e che potrei sviluppare prima o poi...
E i colleghi che mi dicono? Avete mai scritto, o anche solo provato il desiderio di scrivere, che so, un saggio sulla cucina della vostra regione, o un trattato di critica letteraria, o un testo di argomento politico, o quant'altro non romanzesco?

venerdì 3 marzo 2017

Quotes of despair

Già alcuni anni fa avevo creato una cosa del genere, lo avevo chiamato collage de désespoirs.
Ho voluto insistere...



domenica 26 febbraio 2017

Un sentito ringraziamento a liberliber

Per chi non lo conoscesse, liberliber è un sito che mette a disposizione gratuitamente libri in formato digitale. Per la stragrande maggioranza si tratta di libri con copyright scaduto, con qualche occasionale copyleft di autori viventi.
Trattandosi di opere datate, risalenti a epoche in cui la stampa su carta era l'unica pubblicazione possibile, la digitalizzazione avviene nel modo più primitivo, ovvero con la paziente trascrizione del testo orignale su un file word da parte di moderni amanuensi forniti di tastiera.
É solo grazie al loro lavoro che ho potuto leggere libri ormai scomparsi da ogni catalogo editoriale e difficili da reperire persino nelle biblioteche; scritture ormai dimenticate eppure a modo loro gradevoli (ne avevo parlato qui, qui e qui).
In questi giorni sto apprezzando un altro di questi volumi obliati della storia letteraria nazionale: Di giorno in giorno, un testo di prose di Ada Negri, una poetessa e scrittrice meno ricordata di quanto meriterebbe.
Il genere della prosa non prettamente narrativa, sospesa tra autobiografia, diario di viaggio, esposizione dei propri pensieri e annotazioni di sensazioni che durano solo un attimo eppure lasciano il segno nell'anima, è un genere non particolarmente diffuso, quantunque abbia tuttoggi i suoi apprezzabili esponenti.
Parlando solo di autori italiani, di questo medesimo genere avevo letto l'emotivo Il mio carso di Scipio Slataper e l'assai più oscuro - onestamente troppo oscuro - collage di prosa e poesia dei Canti orfici di Dino Campana. Anche questi grazie a liberliber.
Quindi, se in questi giorni mi sto godendo una lettura inusuale ma gradevole, è doveroso che io ringrazi pubblicamente non solo l'ormai deceduta autrice ma anche coloro che rendono possibile la sopravvivenza on line delle sue opere.

Non ricordo d'aver mai veduto testa di fanciulletta che possegga tale purezza, biondezza, superba perfezione. Non  posso descriverla. Non  credo  che la vera bellezza si possa descrivere: è  un mistero. Mi colpisce in questa creatura una gravità superiore ai suoi anni:  direi (ma è possibile?) ch'è già consapevole di dover portare tutta la vita un segno diverso, un peso prezioso. Mi fissa, senza timore, vedendosi fissata: indifferente alla mia meraviglia, certo avvezza a udirsi lodare, già esperta a legger l'ammirazione nelle facce rivolte a lei. Le sue larghe pupille nuotano in una liquida luce bluastra fra le ciglia  piú scure dei capelli: il loro sguardo vien di lontano, o dal profondo, ch'è lo stesso.

martedì 21 febbraio 2017

Ancora nuvole

Eh sì, sono proprio fissato con nuvole. Un nuvole-dipendente, o forse un nuvolofilo, non ho la minima idea di come mi possa autodefinire per esprimere questo interesse / ossessione.
Però si tratta di una passione solo estetica. Sul piano scientifico le mie cognizioni sulle nubi sono assai elementari, quasi nulle.
Infatti non conosco con esattezza neppure le definizioni meteorologiche delle formazioni nuvolose. Quindi, se vi dico che in questo post illustrerò fotograficamente alcune formazioni particolari che ho visto negli ultimi mesi, non pensiate che parlerò di strati alti, cirri o cumuli: sarà una cosa molto più... fantasiosa ;-)
Cominciamo con la
formazione a scie chimiche

 

quando capita che le nuvole si sfilacciano e si sfarinano sul blu del cielo e rammentano un po' le famigerate scie tanto amate dai complottisti... E poi si prosegue con la
formazione a tsunami  
 
 

che, insomma, dalla foto magari non si capisce, ma la location dello scatto è una banchina del porto, dietro i rimorchi c'è il mare, e vedere quella specie di ondata che premeva sul molo un po' di ansia me la trasmetteva, potete credermi. Andiamo avanti con la 
formazione a fiocco d'ovatta



non credo che ci sia molto da spiegare, no? Ed ecco invece la
formazione a latte cagliato



sicuramente questo era un cielo intero, non era parzialmente scremato, siete d'accordo? Passiamo adesso alla 
formazione a montagna 




quando guardi in lontananza e pensi: eppure non mi ricordavo che ci fossero montagne innevate a così breve distanza dalla costa... Ora invece è il turno della 
formazione a spuma per capelli
 



avete presente quando si preme il pulsante e dal beccuccio esce fuori quella spuma che si espande in mezzo secondo? La successiva è la 
formazione a schiuma da bagno 




l'acqua esce dal rubinetto, la vasca si riempie e si forma quello strato di schiuma densa che rende il bagno così rilassante... Infine concludo con la 
 formazione a fumo d'incendio



quando alle spalle delle palazzine portuali il sole sta tramontando e rosseggia come fuoco, così quelle nuvole basse e verticali che ci si piazzano sopra fanno per un attimo dubitare che davvero sia in corso un incendio (ma per fortuna il mare non può bruciare ;-)
W le nuvole!

giovedì 16 febbraio 2017

Città letterarie di noi bloggers scribacchini - 4

... e per concludere questa serie di post sulle città letterarie, mi sembra giusto concedere almeno un minimo di (sacrosanto) spazio a quelle nostre, ai centri urbani in cui si svolgono le vicende di romanzi e racconti per ora autopubblicati, o pubblicati da piccoli editori, o magari ancora in gestazione.
Il qui presente vive in una città sul litorale nord del Lazio chiamata Civitavecchia, sicuramente l'avrete sentita nominare come porto di imbarco per navi passeggeri con varie destinazioni in tutto il mar Mediterraneo.
E poi?
In effetti non c'è molto altro da dire, è il prototipo di tante città di provincia senza arte né parte, benché abbia una storia plurisecolare.
Io non la nomino mai esplicitamente nei miei libri, però è lo scenario in cui sono ambientati il romanzo Cronaca di natale e la raccolta di racconti 3A Investigazioni. Un compaesano che li leggesse riconoscerebbe subito i riferimenti a vie ed edifici citati.
Un'altra città che per ovvi motivi conosco abbastanza bene è Roma. L'ho immaginata decadente e mortificata nel futuro della Bilogia del Bicentenario d'Italia, ma più come simbolo dell'intera Italia che non come possibile evoluzione di se stessa.
Un'altra città, Venezia, tra le italiane quella che più amo, mi ha ispirato la Trilogia veneta sognata, in cui la Serenissima diventa quasi uno dei personaggi nel primo racconto, "Iperbole", mentre negli altri due l'ambientazione è altrove ma la città lagunare è sempre presente almeno come ispirazione.
Negli altri miei libri le ambientazioni sono più variegate. Spesso si tratta di luoghi in cui non ho mai messo piede materialmente ma sui quali mi sono documentato tramite tutti i canali possibili (guide turistiche, immagini, film, siti internet dedicati).
Ne sono un ottimo esempio i quattro libri dei racconti sensazionali di Hiroshi Miura tutti ambientati - inevitabilmente - in città giapponesi che ancora devono ricevere l'onore (o meglio: il disonore) di una mia visita.
In Storie di scrittori mi sono divertito, letteralmente, a universalizzare la figura dello scrittore ambientando diversi racconti in note metropoli internazionali, talvolta visitate di persona (Londra, Parigi), in altri casi ancora in wishlist fra le città in cui soggiornare - si spera - in futuro. Analogo procedimento ho seguito in Shakespeare noir, ambientando quattro tragedie del bardo inglese, dopo averle riscritte in chiave moderna, in metropoli quali New York, Rio, San Francisco e Tokyo.
Nei miei tentativi da scribacchino compaiono anche luoghi totalmente inesistenti: l'ebook Nazioni immaginarie ha un titolo sin troppo chiaro. Preciso che non ci sono "camuffamenti": sia Santa Libertà che la città-stato di Lampara le ho immaginate senza avere in mente alcun luogo reale, sono esclusivamente frutto della mia fantasia. Il borgo in cui sto ambientando il manoscritto in corso di lavorazione è ugualmente immaginario, però ammetto di essermi ispirato ad alcuni paesini dell'appennino al confine fra Lazio e Abruzzo.
E ora, cari colleghi, è il vostro turno: scatenatevi, parlatemi delle vostre città narrative, ditemi tutto, se volete create pure un post apposito sull'argomento ;-)

sabato 11 febbraio 2017

Città letterarie fittizie - 3

Dopo le città reali e quelle camuffate, un'altra tipologia di centri urbani letterari è quella degli interamente fittizi: luoghi per i quali non è neppure possibile tracciare un parallelo con possibili modelli di ispirazione concreti.
Identificare questa tipologia di città letterarie è semplice quando si fa riferimento a narrativa fantasy o fantascientifica: è evidente che Minas Tirith o Robot City sono completamente immaginarie. É possibile che Tolkien si sia ispirato alla ricostruzione storica di un'antiche urbe o che Asimov abbia preso spunto da elaborazioni architettoniche con ipotetici sviluppi futuri delle grandi metropoli, però non ci può essere alcun tipo di identificazione con luoghi esistenti.
Il discorso è più problematico quando la città fittizia ha connotati realistici. La Castle Rock che fa da sfondo a numerose opere di Stephen King si trova nel Maine, proprio come la sua nativa Portland. Però la piccola città letteraria ha i connotati generici di tante towns americane disseminate nei giganteschi sobborghi delle metropoli. Città camuffata o interamente immaginaria?
Anche Clanton in Mississippi - set di alcuni romanzi di John Grisham - pur ispirandosi chiaramente a certe contee del grande sud americano ha dei connotati indefiniti, probabilmente perché le tensioni razziali narrate dall'autore sono particolarmente gravi cosicché ha preferito evitare un'identificazione troppo esplicita con un luogo reale perché avrebbe potuto incorrere in polemiche che è sempre preferibile evitare.
La Warlock di Oakley Hall è invece generica solo perché l'autore, dovendo immaginare una città di frontiera del selvaggio ovest americano, ha preso spunto dalle numerose opere di letteratura western di fine ottocento, e le città presenti in tali opere si erano ormai evolute in centri urbani moderni senza alcun retaggio dei vecchi saloon, case in legno e ufficio dello sceriffo.
Connotati generici ha anche Dunwich, una delle numerose fictional towns create da H. P. Lovecraft. Mentre altre località immaginarie che compaiono nelle sue opere possono essere ricondotte, nei loro aspetti generali, a città realmente esistenti (ad esempio l'onnipresente Arkham sembrerebbe proprio Providence, residenza dell'autore) la sperduta Dunwich presenta gli aspetti tipici delle comunità dei cosiddetti hillbillies, diffuse soprattutto nella zona dei monti Appalachi, ma senza un legame evidente con località reali. D'altronde gli stereotipi associati agli hillbillies sono decisamente offensivi (l'americano medio li considera montanari aggressivi, rozzi, semi-analfabeti e ostili al progresso) ed essendo in parte riscontrabili nei personaggi di Dunwich inventati da Lovecraft , è stato assai opportuno che l'autore evitasse riferimenti troppo espliciti a comunità realmente esistenti.
Per identiche ragioni il letterato spagnolo Ramòn del Valle-Inclan ha creato la città immaginaria di Santa Fe de Tierra Firme, capitale della nazione omonima. Il suo romanzo Tirano Banderas parla infatti di un ipotetico dittatore sudamericano e ricorre a stereotipi tipici sui latinoamericani, quindi ha preferito tratteggiare in modo confuso e indefinito lo stato in cui si svolge la vicenda.
Rinnovo la stessa domanda dei post precedenti: avete qualche altro nome da menzionare per arricchire questa lista?

lunedì 6 febbraio 2017

Città letterarie in incognito - 2

Come avevo detto nel precedente post l'argomento delle città letterarie si presta a numerosi spunti.
Uno di questi riguarda i luoghi camuffati. Perché oltre alle città reali nelle opere letterarie compaiono spesso nomi di paesi e metropoli fittizi dietro i quali però si nascondono luoghi esistenti.
Dissipatio HG di Guido Morselli è un romanzo a metà strada fra fanta-apocalittico e introspettivo, un lungo monologo dell'autore in cui ogni luogo sembra virtuale e avente uno scopo esclusivamente funzionale per l'esposizione dei ragionamenti/deliri della voce narrante. Però è stato notato che la spettrale città senza più esseri umani chiamata Crisopoli ha i riconoscibili connotati di Zurigo.
Stando in contesti narrativi più realistici, le mappe dello stato americano dell'Ohio riportano l'esistenza di una sperduta località chiamata Winesburg, che tuttavia non è quella che ha dato vita all'omonima raccolta di racconti dello scrittore Sherwood Anderson. Il vero palcoscenico dei suoi personaggi è la cittadina di Clyde, che però l'autore ha preferito nascondere dietro un altro nome forse per evitare che qualche abitante si riconoscesse in uno dei protagonisti.
Parlando invece di un caso nostrano, le umoristiche vicende che contrappongono il prete democristiano Don Camillo e il sindaco comunista Giuseppe "Peppone" Bottazzi sono ambientate nell'inesistente paesino di Ponteratto, nel cuore della bassa padana. Ma le descrizioni di Giovannino Guareschi e ancor più la serie di film ispirati alla collana di romanzi lasciano intendere che si tratti invece di Brescello, comune emiliano tutt'altro che immaginario. L'identificazione è stata talmente forte che a Brescello hanno addirittura creato il Museo di Don Camillo e Peppone.
Una serie di gialli di successo, quella arcinota del commissario Montalbano nato dalla penna di Andrea Camilleri, è a sua volta ambientata in un luogo camuffato. La città di Vigàta che fa da sfondo alla sue indagini è fittizia, ma ha dei connotati che la identificano con Porto Empedocle, sebbene lo scrittore siciliano ci tenga a sottolineare che si tratta comunque di un luogo ideale e non reale.
Anche la stazione di villeggiatura di Balbec, uno dei luoghi più frequentati dai personaggi de Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust, in effetti non esiste. Però sono state riscontrate sin troppe similitudini con la città costiera di Cabourg, località marittima della Normandia che l'autore conosceva bene.
Persino un luogo letterario apparentemente mitico quale la Macondo che compare in diversi romanzi di Gabriel Garcìa Màrquez nasconderebbe in effetti una città esistente, ovvero Aracataca (che d'altronde ha dato i natali allo scrittore colombiano). Nel 2004 un comitato locale avanzò la proposta di cambiare nome al comune dandogli quello inventato da Màrquez, ma non se ne fece nulla.
Un'operazione del genere è andata invece a buon fine in Francia, sempre con riferimento all'opera di Marcel Proust. I ricordi del protagonista de Alla ricerca del tempo perduto lo portano spesso a Combray, paesino immaginario ma ispirato a Illiers, un piccolo borgo nella regione della Loira in cui lo scrittore trascorreva l'estate durante l'infanzia. Nel 1971, in occasione del centenario della nascita di Proust, il paese venne ribattezzato Illiers-Combray, unendo il nome storico con quello della trasposizione letteraria.
In questo post non ho fatto riferimento alle città letterarie totalmente immaginarie, ovvero quelle non ispirate a nessun luogo in particolare ma create in modo esclusivo dalla fantasia dell'autore. Forse ne parlerò fra qualche giorno ;-)
Restando invece nell'ambito delle città camuffate, vi vengono in mente altre metropoli, paesi, villaggi o borghi letterari inesistenti che però si ispirano chiaramente a luoghi reali?

mercoledì 1 febbraio 2017

Città letterarie - 1

Le città sono spesso lo scenario in cui si muovono i personaggi delle opere di narrativa. Il fenomeno della grande urbanizzazione, col conseguente spopolamento delle campagne, è una dinamica sociale ormai in corso da due secoli. La letteratura è ispirata dalla vita e indaga sull'umanità, quindi laddove quest'ultima è più densa si sviluppa maggiormente il desiderio di raccontarla. Inoltre i luoghi di cultura - università, teatri, biblioteche, musei - tendono a concentrarsi nell'urbe, che pertanto attira nel proprio grembo anche i campagnoli e i provinciali con vocazione letteraria.
Certe gigantesche metropoli che sono idealmente la testa e il cuore della loro nazione di appartenenza - Londra, Parigi, Dublino, Tokyo, Buenos Aires - diventano un palcoscenico quasi inevitabile per gli scrittori di quei paesi. Le loro strade, piazze, monumenti e luoghi di ritrovo fanno da sfondo alle opere di centinaia di romanzieri.
In alcuni casi è nata una vera e propria simbiosi fra certe città e degli autori specifici che vi hanno ambientato i propri libri. Quasi tutti gli autori irlandesi raccontano vicende che accadono a Dublino, ma si tende a considerare James Joyce come il vero creatore della Dublino letteraria. Il 16 giugno di ogni anno lo scrittore viene commemorato con il Bloomsday (nome ispirato a Leopold Bloom, il protagonista del romanzo Ulisse) e nella città si tengono discorsi, seminari, letture e rievocazioni a lui dedicate.
Allo stesso modo, Londra è probabilmente la città più (concedetemi il neologismo) letterarizzata del mondo, tuttavia nell'immaginario collettivo il mito romanzesco della capitale inglese viene spesso associato a Charles Dickens (ma gli appassionati di libri gialli mettono al primo posto la Londra di Arthur Conan Doyle).
Nella nostra era caratterizzata dalla globalizzazione può capitare che il successo di un libro determini un improvviso interesse per la città o per il quartiere protagonista del best seller. Istanbul non è certo una città poco nota ed è da decenni un'importante meta turistica, però è indubbio che l'omonimo libro a lei dedicato dal suo celebre cittadino Orhan Pamuk abbia contribuito a far crescere la voglia di visitarla.
La trasformazione di una città in luogo mitico letterario è in genere motivo di orgoglio per i suoi residenti, ma può anche capitare il contrario.
Edimburgo, e più specificamente il quartiere di Leith, sono il palcoscenico in cui Irvine Welsh narra le gesta dei numerosi personaggi ricorrenti che compaiono in Trainspotting, Il lercioPorno e Skagboys. Molti abitanti della capitale scozzese hanno poco gradito (eufemismo) l'immagine che ne viene data, chissà perché ;-)
E l'Italia?
Nel nostro paese non c'è una metropoli che prevalga in modo assoluto su tutte, infatti credo che sarebbe difficile stabilire se vi sono più romanzi ambientati a Roma, Milano, Napoli o anche in altre città meno grandi ma notissime quali Firenze e Venezia.
Per motivi di vicinanza geografica io sono particolarmente interessato a Roma, e ammetto che mi fa un certo effetto leggere narrativa di fine ottocento con discorsi fra raffinati personaggi dannunziani che si danno appuntamento a Trinità dei Monti, o dove la voce narrante di Pirandello colloca una certa vicenda in Via del Corso. Ho persino trovato citata Tordinona (però ancora nella forma estesa Torre di Nona) nei licenziosi Ragionamenti di Pietro Aretino scritti nel XVI secolo.
Ma l'argomento è vasto e si presta a altri spunti di discussione che preferisco suddividere in più post che seguiranno nei prossimi giorni.
E per voi qual è la versione letteraria di una grande città che vi ha maggiormente sedotto come lettori?

venerdì 27 gennaio 2017

Letterati citati nel titolo di opere altrui

I letterati più celebri compaiono talvolta nei titoli di opere scritte da altri letterati vissuti in epoche successive.
Capita soprattutto quando l'opera è incentrata proprio sull'autore citato che ne è addirittura protagonista.
Attenzione: non mi riferisco alle biografie, ma a opere di narrativa pura nelle quali un certo letterato famoso diventa un personaggio lui stesso, protagonista di eventi che ha realmente vissuto o che sono frutto dell'immaginazione di colui che ha scelto tale espediente narrativo. Fornisco due esempi per chiarire.
L'opera teatrale Shakespeare in love di Lee Hall (ispirata dal film omonimo sceneggiato da Tom Stoppard) racconta una storia d'amore del bardo inglese totalmente inventata e priva di qualunque riscontro storico (che peraltro sono in generale assai pochi per il misterioso William). Invece il grazioso libro per ragazzi Kafka e la bambola viaggiatrice di Jordi Sierra-i-Fabra si ispira a un fatto documentato della vita dello scrittore praghese.
Carlo Goldoni, commediografo italiano amatissimo dai suoi contemporanei, divenne talmente famoso che nei decenni successivi alla sua scomparsa divenne il personaggio principale di numerose pièces teatrali di autori che ammiravano la sua opera. Così, per dire, nel 1851 Paolo Ferrari ne fece il protagonista di (appunto) Goldoni e le sue sedici commedie nuove, mentre il veneto Libero Pilotto nel 1880 mise in scena una rappresentazione in dialetto intitolata Un amoreto de Goldoni a Feltre (ma l'elenco delle commedie in cui l'autore Goldoni diventa il personaggio Goldoni è davvero lungo).
Può però capitare che l'autore citato nel titolo sia solo una presenza aleatoria.
Il dramma di Edward Albee intitolato Chi ha paura di Virginia Woolf? ha come protagonisti due coppie di mezza età i cui rapporti coniugali vanno in crisi. La scrittrice inglese viene evocata nel titolo solo come figura inquietante, per così dire, perché rammenta tragicamente l'immagine di una donna intellettuale con propositi suicidi nonostante una vita brillante e un matrimonio apparentemente privo di problemi.
Non ho idea del perché lo scrittore italiano Giordano Tedoldi abbia dato alla sua raccolta di racconti il titolo Odio John Updike, ma sicuramente il romanziere americano non compare fra i personaggi del libro e la citazione del suo nome è funzionale alla narrazione sotto altri punti di vista.
Conoscete altri esempi di titoli di romanzi (non biografie) che citano autori famosi?

domenica 22 gennaio 2017

Il dilemma dell'impegno

Il mio atteggiamento verso il cosiddetto impegno (intervento attivo nelle questioni sociali e civili del proprio paese) finora si è limitato alla partecipazione al voto. Il mio modo di raffrontarmici ha spesso coinciso con quello del contadino turco che diventa un maestro di vita per Candido, protagonista dell'omonimo romanzo filosofico di Voltaire:

[...] si sparse la nuova che erano stati strangolati a Costantinopoli due visir del soglio ed il muftì, e che erano stati impalati diversi loro amici. Questa catastrofe fece per tutto un grande strepito di poche ore. Pangloss, Candido e Martino, ritornando alla villetta s’incontrarono in un buon vecchio, che prendeva il fresco sulla sua porta sotto un pergolato d’aranci; Pangloss che era altrettanto curioso quanto ragionatore, gli domandò come si chiamava il muftì che era stato strangolato.
 - Io non so niente -, rispose il buon uomo, - e non ho mai saputo il nome di alcun muftì, nè di alcun visir, anzi ignoro il caso di cui mi parlate; sono del parere, bensì, che generalmente coloro che si mescolano negli affari pubblici qualche volta miseramente periscono, e non senza loro colpa; ma non m’informo mai ai ciò che si fa a Costantinopoli. Mi contento di mandare a vendervi le frutta del giardino che io coltivo - [...]
- Voi dovete avere - disse Candido al turco - una vasta e magnifica terra -. 
- Io non ho che venti staie - rispose il turco; - Le coltivo coi miei figli, ed il lavoro allontana da noi tre mali: la noia, il vizio e il bisogno -.

Questa filosofia di vita, poi accolta e applicata in pieno da Candido e i suoi compagni di viaggio, sembra in gran parte coincidere con l'indifferenza condannata da Antonio Gramsci in uno degli scritti che componevano il numero unico della rivista "La Città Futura":

L'indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. 
[...] Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. 
[...] Dei fatti maturano nell'ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa. 
[...] Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell'ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto [...] del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. 
E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile. [...] pochi si domandano: se avessi anch'io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? 
[...] Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto.

In questo vero e proprio atto d'accusa contro l'inerzia si riassume il dilemma di cui parlavo nel titolo: qual è il giusto modo di partecipare alla vita civile del proprio paese e, per estensione, del proprio mondo? Quando non ci si sente in sintonia con nessuno - ma veramente nessuno - dei modelli proposti, quando si è avulsi dal mondo che si muove intorno, quando si appartiene a una minoranza così minoritaria da coincidere quasi esclusivamente con la propria persona, quando ci si adegua all'idea che la maggioranza abbia il democratico diritto di imporre la propria legge nella quale però non ci si riesce a riconoscere; ebbene, la filosofia del contadino voltairiano è davvero indifferenza passiva o piuttosto una scelta attiva?