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mercoledì 6 marzo 2019

Musica, pensieri tristi e coincidenze

Ieri mattina sono dovuto uscire di casa prima del solito perché a causa di lavori in corso vicino al mio ufficio sarebbe stato molto più difficile trovare un parcheggio. Sono riuscito a posteggiare l'auto a una distanza accettabile e mi sono ritrovato con trenta minuti di anticipo da riempire.
Quando sono in attesa (del mio turno dal medico, o del mio numero alla posta, o di qualche risposta esistenziale più complessa) mi affido sempre alla musica. Ero nervoso ieri mattina, sentivo un peso sul cuore, pulsazioni dolorose, così ho scelto di ascoltare un artista che riesce sempre a rilassarmi: Lucio Battisti.
Mentre nelle cuffiette risuonava "Io vorrei... non vorrei... ma se vuoi" pensavo alle notizie relative al mondo della musica degli ultimi giorni, notizie che purtroppo si incentravano su due lutti. Prima la scomparsa di Mark Hollis, leader dei Talk Talk, band di cui avevo adorato l'album "The colour of spring", piccola perla dimenticata degli anni '80. E poi, praticamente cronaca recente, quella di Keith Flint, l'istrionico vocalist dei Prodigy. Due artisti agli antipodi: la melodia contro il techno, la calma malinconica di Hollis contro l'adrenalinica esuberanza di Flint.
Intanto la musica di Lucio continuava a fluire, era passata a "Sì, viaggiare", eppure il cuore palpitava ancora male, con difficoltà. Purtroppo i problemi cardiaci non sono una cosa sconosciuta nella mia famiglia. Finora non sono stati fatali solo per la straordinaria possanza fisica di chi li ha vissuti, ma se capitasse a me una botta di quelle forti, a me che sono esile come un topo di biblioteca, ci resterei secco subito.
Mark Hollis è morto a 64 anni pensavo. Non un ragazzino, ma comunque un'età in cui al giorno d'oggi ci si aspetta di vivere ancora per un decennio o persino di più. Keith Flint addirittura 49 anni, praticamente un mio coetaneo. Un suicidio a quanto pare, comunque una morte prematura.
E il cuore che continuava a farmi male, a torcersi...
Un pensiero negativo inevitabilmente mi ha attraversato la testa. Subito controbilanciato da uno quasi scherzoso, la naturale reazione dell'istinto di vivere: "Beh, morire mentre ascolto Lucio Battisti tutto sommato sarebbe un bel modo di andarsene".
E passando a "Gli uomini celesti" e poi a "Anima latina", i trenta minuti intanto erano trascorsi. Sono sceso dall'auto e mi sono avviato verso l'ufficio. Mentre andavo ho controllato gli aggiornamenti sul blog e su twitter. Ho notato che c'era in tendenza un hashtag inatteso... #LucioBattisti
É vero, chi ci pensava? Il 5 marzo è la data di nascita del musicista di Poggio Bustone. Nella giornata in cui molti stavano sicuramente ascoltandolo come omaggio per il suo anniversario, io avevo scelto le sue canzoni in modo casuale per lenire un peso sul cuore che... Ecco, mentre facevo questa considerazione mi sono accorto di non accusare più quel fastidio. Camminavo e percepivo i battiti cardiaci pulsare in modo regolare, non sentivo più nessun dolore, come recita il titolo di un'altra canzone celebre di Battisti.
Tutto ciò può avere un qualche significato?
Direi proprio di no. É solo un casuale rimescolamento di musica, pensieri tristi e coincidenze.

giovedì 20 dicembre 2018

Ultimo post del 2018

Natale è alle porte e l'anno sta per finire (per continuare coi luoghi comuni potrei pure aggiungere "le stagioni non sono più quelle di una volta" ma ve lo risparmio, anche se in effetti ve l'ho appena rifilato).
Insomma, come concludere degnamente l'anno blogghistico 2018?
Il bilancio numerico è negativo: calo vertiginoso dei post pubblicati, calo delle visite, calo degli ebook venduti... Sono in linea con le tendenze dell'economia nazionale, purtroppo.
Sul piano umano è stato invece un anno positivo, contrassegnato dal consolidamento dei buoni rapporti con tanti colleghi bloggers.
Inoltre il 2018 resterà negli annali del blog in quanto segna l'anno di "nascita" di Inagheshi ;-)
I programmi per il 2019 li ho già palesati, cosa altro posso aggiungere?
... Soltanto che, per quanto mi riguarda, sarebbe già un bel traguardo ritrovarmi qui fra dodici mesi senza alcuna variazione nella mia vita. Potervi dire che, al di fuori del blog, ho ancora un lavoro, una famiglia, tutte le persone care in salute, nessun problema finanziario.
É banale, lo so, ma giunti alla mia età l'unico sogno per il futuro è che non sia troppo diverso dal presente (purché nel presente di riferimento le cose vadano sostanzialmente bene, ovvio ;-)
Ringrazio tutti coloro che hanno contribuito a rendere vivo questo blog coi loro commenti, contributi, messaggi e suggerimenti.
Ci vediamo l'anno prossimo... tosti e determinati come sempre :-D

mercoledì 14 novembre 2018

Purché i sogni non svaniscano

Per costruirsi una vita è fondamentale saper venire a patti con le esigenze materiali. Avere dei sogni è lecito, trasformarsi in un parassita della propria famiglia in attesa che si avverino un po' meno. Purtroppo ho visto persone a me vicine che persistono nella loro ambizione artistica a spese dei propri genitori, pur avendo superato i vent'anni di età da un periodo di uguale durata.
Rendersi economicamente indipendente è già difficile di suo in quest'epoca di precarietà, non provarci neppure perché "io voglio inseguire il mio sogno" e impiegare il proprio tempo in attività non retribuite (quando non addirittura a pagamento) nel settore in cui si spera di emergere, beh, non è una scelta che condivido.
La premessa fa capire che sono il genere di persona che ha i piedi ben piantati in terra. Come mi hanno insegnato i miei genitori: le passioni si possono inseguire anche nel tempo libero, purché sia tempo libero successivo all'orario di lavoro in cui ci si è onestamente guadagnato qualcosa per vivere.
Concretezza e materialità sempre in primo piano insomma.
Purché i sogni non svaniscano.
Perché avere dei sogni, degli obiettivi, delle passioni, è fondamentale per continuare a sentirsi vivi.
Io, almeno, mi accorgo di star male - psicologicamente e di conseguenza anche fisicamente - quando mi rendo conto che sto eseguendo ogni azione con fatalismo meccanicistico, come un pupazzo a molla. Credere in un'impossibilità in cui si spera, inseguire un obiettivo chiaramente fuori portata, è un ottimo modo per mettere nel mirino un fallimento; ma è anche un percorso da seguire per un lungo periodo, un periodo in cui si vivrà vivendo e non semplicemente esistendo.
I sogni in cui più speravo sono quelli che non si sono avverati nonostante l'impegno che ci avevo messo. Eppure quando provo a smettere di dedicarci una parte del mio tempo, mi sento come un anziano decrepito fermo su una sedia a rotelle in una camerata d'ospedale...

mercoledì 30 maggio 2018

Titoli visionari, meravigliosi titoli

Prendo spunto da un'idea interessante di Cristina che è partita da una constatazione cui spesso non diamo la dovuta importanza: la suggestione del titolo. Vi sono libri (come pure film o canzoni) che colpiscono l'attenzione per il loro titolo fortemente evocativo, quasi fosse il verso di una poesia o un pensiero espresso ad alta voce. Va da se che poi è il contenuto dell'opera a fare la differenza, però la fascinazione che emana un titolo può sopravvivere persino se il romanzo associato non mantiene le promesse.
Tuttavia, per partecipare al "gioco" proposto da Cristina ho scelto solo titoli di libri che poi mi sono piaciuti. Titoli che - per quanto mi riguarda - sono meravigliosamente suggestivi. Le regole proposte da Cristina sono semplici: scrivere una sorta di breve componimento ispirato dalle parole che compongono il titolo e abbinarlo a un'opera d'arte.
Pat ha già aderito, ora provo anch'io a dare il mio contributo.

Confessioni di una maschera (Yukio Mishima)
La verità, un segreto troppo inconfessabile.
Perché poi renderla nota?
Un uomo senza niente da nascondere è come il cristallo
(basta un nulla e va in pezzi).
Nel torbido si celano tesori che acque limpide
non potrebbero mai proteggere dalla volgarità degli sguardi.
Sono una maschera, forse.
Ma una maschera che ha il potere di un'armatura.

(come immagine associata scelgo L'uomo col cappello di René Magritte)


L'insostenibile leggerezza dell'essere (Milan Kundera)
Precario come una piuma nel vento.
Ogni scelta, ogni gesto, ogni capriccio altrui
è il gioco della mia vita in cui
vincere o perdere è solo un colpo di dadi.

(l'immagine associata è un famoso dettaglio relativo ai dannati del Giudizio Universale di Michelangelo Buonarroti)


La seconda crocifissione di Cristo (Nikos Kazantzakis)
Ogni giorno si ripete.
L'essere umano che non impara mai,
che si bea della promessa che mai più vi sarà un nuovo diluvio,
che non ha paura di chi porge l'altra guancia
(uno sciocco da trattare come merita, no?)
Ogni giorno, ogni istante,
fermo al principio dei tempi.

(l'opera associata è L'ombra della morte di William Holman Hunt)

lunedì 23 aprile 2018

La letteratura è solo un'illusione?

Raccontare una storia per trasportare il lettore nel vortice dell'avventura significa offrirgli la possibilità di fantasticare qualcosa di completamente diverso rispetto alla sua vita quotidiana. Il lettore può camminare nella nebbiosa Londra vittoriana e assistere alle indagini di Sherlock Holmes, oppure ascoltare il clangore metallico di corazze sulle quali si schianta la spada dell'invincibile cimmero Conan. Non a caso è stato coniata l'espressione letteratura di evasione per indicare quelle letture concepite appositamente per fuggire dalla realtà.
Anche la lettura dei cosiddetti romanzi rosa serve a far sognare storie d'amore complesse e passioni intense che magari nella vita reale si sono verificate una sola volta e in modalità più semplici.
Però, anche lasciando da parte i libri prettamente di genere e alzando l'asticella a un livello più elevato - la grande letteratura dei classici - in genere quel che viene narrato è attinente alla vita quotidiana, alle situazioni e alle esperienze che tutti noi viviamo. La lettura di un classico è coinvolgente in quanto descrive le emozioni che tutti provano normalmente nella vita rendendole più sublimi di quanto esse non sembrino quando sono vissute materialmente.
Da questo punto di vista c'è stato persino - e c'è tuttora - chi stigmatizza la letteratura (ma anche il teatro, il cinema, le fiction televisive) in quanto illuderebbe il lettore e lo trasporterebbe in uno stato di esaltazione mentale che poi gli fa sembrare terribilmente grigia e monotona la realtà della sua vita non appena chiude le pagine del libro.
É solo l'esagerazione di qualche vecchio barbogio o c'è del vero in questo timore?

giovedì 15 febbraio 2018

La creazione di un libro nel senso materiale del termine

Già in passato, in alcuni post risalenti all'era paleolitica di questo blog, avevo accennato al fatto che alcuni libri li ho creati anche nel senso materiale della parola. 
Prima ho seguito l'ispirazione, trascritto su pc, riletto, editato, limato, corretto.
Poi ho stampato i fogli e li ho rilegati con una copertina di cartoncino.
Non è difficile. Bisogna solo armarsi di taglierina e avere la pazienza di smezzare un po’ di fogli A4 in modo preciso e senza strappi per trasformarli in A5 (volendo si possono anche comprare già pronti, eh!) 
Si imposta l'impaginazione del file digitale in quel formato e poi si stampa fronte/retro, controllando costantemente l'operatività della stampante poiché detta funzione applicata ai fogli A5 crea spesso degli inceppamenti della carta. 
Dopo essersi assicurati che le pagine così ottenute siano state disposte nell’ordine giusto, bisogna compattarle in modo che il blocco dei fogli sia un parallelepipedo perfettamente liscio (soprattutto sul lato sinistro che costituirà il dorso del libro). Basta tenere fermo il blocco con l’aiuto di una pressa, spalmare colla abbondante sul lato sinistro e, dopo che si è asciugata, farvi una serie di incisioni con la taglierina sulle quali si inseriranno dei monconi di filo. 
Si va con una seconda passata di colla, ci si applica un cartoncino bristol poco più grande di un foglio A4 su cui è stata disegnata la copertina (e anche la quarta, perché no?), si ripiega il cartoncino in modo da adattarlo al blocco dei fogli ormai rilegati, et voilà: il libro fatto in casa è pronto.
Può sembrare stupido, ma compiere questa semplice operazione (che comunque richiede qualche ora di lavoro) mi ha sempre dato un senso di soddisfazione.
La manualità è sempre un'abitudine utile, da non perdere. I risultati che ottengo come "tipografo dilettante" ovviamente non sono minimamente paragonabili a quelli di un print-on-demand o di un tipografo professionale, però neppure da disprezzare.
Ho sempre amato i libri anche come oggetti fisici, e lo dico senza essere un feticista della carta (leggo e pubblico digitalmente senza problemi, lo sapete già).
C'è qualche altro collega scribacchino che si è improvvisato rilegatore e stampatore?

EDIT: su richiesta di Pat aggiungo alcune foto dei miei lavori da "tipografo" :-D





giovedì 4 gennaio 2018

Una citazione per iniziare l'anno

Avevo già accennato che prima o poi vorrei scrivere un post dedicato al grande Lucio Battisti.
Per iniziare il 2018 ho pensato di sfruttare alcune sue considerazioni tratte da una delle poche interviste rilasciate dal cantautore (per la precisione è la sua ultima intervista ufficiale) che possono trasformarsi in uno spunto di discussione interessante ma anche in un ideale programmatico per noi scribacchini e creativi in genere. Perché sebbene qui Battisti si riferisca - ovviamente - alla musica, i concetti che espone sono estendibili a qualunque forma di espressività artistica. Ho trascritto il passaggio dell'intervista in modo testuale, senza alterare in nessun modo il linguaggio semplice di Battisti e il suo tipico modo di parlare da 'ragazzo di paese'. Ho solo omesso alcune esitazioni e intercalari onomatopeici.

Coesistono nella mia musica il desiderio di fare musica molto bella e di fare della musica molto popolare. Il desiderio di fare musica molto creativa e musica molto rozza perché possa arrivare a un pubblico che magari non ha voglia per niente di spremersi la testa e che magari ha ragione. E quindi questo crea di volta in volta delle strane cose che sono molto diverse anche da come ero partito, da come erano le mie intenzioni, ma questo è il bello della musica: non si sa mai che cosa esce fuori. É logico che delle volte può venir fuori una canzonetta scema, però delle volte da questo contrasto, da questa cosa caotica possono nascere delle cose molto belle.

Cosa ne pensate? É corretto restare sospesi fra il desiderio di creare qualcosa che sia davvero bello (che però non potrà essere compreso dalla massa) e qualcosa che invece tutti possano capire (ma forse divergerà dall'obiettivo iniziale)? Questo contrasto può comunque dare vita a "cose molto belle" adatte a tutti i palati o finisce col generare soltanto una 'canzonetta' (racconto, poesia, quadro, etc.) "scema"?

venerdì 29 settembre 2017

Cadendo nei luoghi comuni cercando di non caderci

Settembre è quasi finito. Durante il giorno ha fatto caldo come ad agosto, anche se le piogge hanno fatto abbassare le temperature cosicché verso sera dovevo mettermi le pantofole invece delle infradito e di notte tiravo su il lenzuolo sino al collo anziché scalciarlo via per dormire in stile naturista. Ma si sa che ormai l'estate non è più quella di una volta ed è caldissima in modo esagerato sino all'ultimo giorno.
A ottobre ci sarà qualche nuvola grigia in cielo e gli amici della Tuscia mi regaleranno un po' di castagne, percorrerò l'Aurelia Bis circondato da alberi con le foglie morte e mi sentirò immerso in un paesaggio autunnale, ma sarà solo una mia sensazione poiché si sa che ormai non ci sono più le mezze stagioni e si passa direttamente dall'estate all'inverno.
A novembre il cielo sarà grigio e verso metà mese dovrò iniziare a indossare il giubbotto pesante al mattino e alla sera, le giornate saranno più corte, ma in realtà sarà solo un'impressione dovuta alla fine dell'ora legale.
A dicembre non riuscirò più a uscire di casa senza sciarpa e cappello di lana, indosserò calzettoni spessi come un cappotto, ma sarà solo un'illusione perché anche se non mi pareva in realtà a ottobre era già freddo allo stesso modo.
A gennaio quando andrò a Viterbo tutti gli alberi saranno spogli e avrò voglia di entrare in un bar e ordinare una cioccolata calda, ma in realtà con l'effetto serra il mondo si sta surriscaldando e quindi non fa così freddo come sembra.
A febbraio mi sentirò stremato dalle settimane accumulate sopportando il gelo e l'unica consolazione sarà pattinare sul ghiaccio e vedere i mandorli che iniziano a fiorire, ma sicuramente starò esagerando perché si sa che l'inverno non è più quello di una volta quando faceva veramente freddo.
A marzo comincerò a togliermi il cappello tra mezzogiorno e le quattro di sera, mi incanterò davanti ai rami degli alberi che si ricoprono di petali colorati, anche se in realtà la primavera non esiste più e si passa direttamente dall'inverno all'estate.
Ad aprile ritroverò il piacere di non andare in giro con tre strati di vestiario addosso, nelle aiuole spunteranno dei fiori e avrò una costante sensazione di sonnolenza, ma la verità è che se uno ha sempre voglia di dormire è tutta colpa dello stress della vita moderna e della tiroide.
A maggio andrò in bicicletta con maggior soddisfazione, anche se dovrò continuare a mettermi un foulard alla gola per sicurezza e la sera indosserò un paio di calzettoni anche dentro casa, ma probabilmente sarà solo perché sto invecchiando, poiché si sa che a causa dell'effetto serra a maggio ormai è già estate e fa caldo come se fosse agosto.
A giugno indosserò finalmente i calzoni corti e le infradito, mi accorgerò con piacere che il cielo è sempre terso e le nuvole sono pressoché assenti, ma si sa che questo è solo colpa dell'inquinamento che ha provocato il surriscaldamento globale.
A luglio soffocherò di caldo durante la notte e avrò problemi a dormire causa estrema sudorazione, esattamente come mi accadeva quando ero bambino durante queste mese, ma sicuramente la memoria mi starà tradendo perché tutti sanno che adesso fa molto più caldo di una volta.
A agosto cercherò di trascorrere qualche giornata a mare e tuffarmi nell'acqua gelata, passerò l'interno mese senza mai indossare altro che non siano scarpe leggere senza calzettoni e magliettine di cotone a maniche corte. D'altronde sappiamo già che si tratterà sicuramente dell'estate più calda degli ultimi cento anni, proprio come quella dell'anno scorso e come quella di due anni fa.
A settembre sembrerà ancora agosto per le prime settimane, poi ci saranno acquazzoni improvvisi e violenti cosicché di giorno sarà sempre caldo ma la notte riuscirò a dormire e dovrò persino indossare il pigiama, ma si sa che ormai d'estate fa sempre lo stesso caldo afoso da giugno a settembre senza alcuna differenza.
Insomma, le stagioni non sono più quelle di una volta.

lunedì 19 giugno 2017

Quando si scrive in segreto

Ho già spiegato più volte che ho deciso di mettermi in gioco tramite ebook gratuiti o autopubblicati (malgrado il mancato placet degli editori) poiché sono convinto che quando si scrive narrativa ci si rivolge implicitamente a un ipotetico lettore, quindi tenere tutto chiuso in un cassetto non ha senso. É un tipo di scrittura che nasce con lo scopo di essere letta, non occultata.
Però esiste un altro genere di scrittura che, al contrario, viene rigorosamente tenuta nascosta.
I cosiddetti diari segreti, ma anche certi sfoghi e confessioni che anziché restare confinati nella mente vengono scritti al volo su un fogliaccio o su un file del pc (talvolta solo per sparire subito dopo con un clic sul tasto canc oppure come combustibile per il fuoco del caminetto) prendono vita con lo scopo opposto, che è abbastanza contraddittorio: dare forma visibile a ciò che non deve essere mostrato agli altri.
Si tratta di pagine da elaborare e, talvolta, rileggere per una sorta di necessità personale che può assumere varie forme: autoanalisi, "vendetta", ricordo privato.
Qual è il senso di una scrittura di questo genere? Se si tratta di cose che nessuno oltre l'autore deve leggere, perché dargli una forma fisica che le espone al rischio delle sbirciate altrui?
Ovviamente una prima facile risposta è che: beh, col tempo i ricordi si cancellano, le sensazioni si affievoliscono. Raccontare (o meglio: raccontarsi) a caldo quel che si è provato per eventi appena vissuti che hanno lasciato un'emozione intensa e trascriverlo a futura memoria personale è un metodo per impedire che il grigiore del tempo ne sbiadisca l'intensità.
Io penso che sia anche una necessità quasi fisiologica: credo che mettere per iscritto certe esperienze sia un modo per esorcizzarle, per espellerle dalla mente come se fossero una tossina che, una volta messa nero su bianco, fa meno male (o più bene) all'anima.
Voi che ne pensate? Avete mai scritto cose "segrete" a esclusivo uso personale?

sabato 13 maggio 2017

Cose da fare prima di morire

Tranquilli, non voglio proporvi l'ennesima guida - come se ne trovano ormai a decine - sui cento luoghi da visitare, o le cinquanta esperienza da provare, o le quaranta pettinature da sfoggiare prima di morire.
Volevo esporre molto più banalmente una riflessione che mi è passata per la testa l'altro giorno, mentre valutavo l'ipotesi, in vecchiaia, di girare a piedi l'Italia per visitare luoghi suggestivi con un approccio da pellegrino viandante più che da turista.
Questa idea, tutt'altro che facile da realizzare e per ora soggetta a ogni possibile capriccio del destino da qui all'effettivo raggiungimento della vecchiaia (che peraltro andrebbe definita in termini cronologici, considerato che per mia figlia vecchio lo sono già ora :-) in effetti non è spontanea. Mi è stata suggerita un po' di tempo fa dalla lettura de L'angusto sentiero del nord di Matsuo Basho, uno dei poeti più celebri della storia letteraria giapponese, che compì un pellegrinaggio del genere nel suo paese raccontandolo nel libro citato.
E qui la riflessione diventa automatica, poiché la lettura - lo sappiamo bene noi bibliofili - è qualcosa che ti allarga la mente, ti fa vedere possibilità e situazioni che prima non avevi neppure immaginato. E mi sono chiesto chissà quante altre volte ho compiuto delle scelte basandomi inconsciamente sulle decisioni analoghe dei personaggi letterari che più mi avevano appassionato.
Ecco, qui la riflessione diventa una sfida della memoria: cercare nella vita trascorsa azioni compiute su ispirazione letteraria. Ma anche - e questa forse è più semplice - cercare nelle letture spunti suggestivi per cose da fare nella vita materiale (cose mai fatte prima, s'intende).
Il pellegrinaggio da viandante è la prima cosa che metterei in lista. Ma sono certo che ne potrei trovare altre.
E voi, avete mai compiuto delle scelte in passato, o ipotizzato di tentare determinate esperienze in futuro, dopo averle scoperte come lettore?

giovedì 6 aprile 2017

Un haiku e un quadro in dialogo inconsapevole

Il poeta giapponese Santoka Taneda (1882-1940) e il pittore norvegese Edvard Munch (1863-1944) quasi certamente ignoravano l'uno l'esistenza dell'altro.
Hanno dato forma alla loro inquietudine tramite haiku che non rispettavano la metrica tradizionale e quadri che non si uniformavano alle regole accademiche.
Taneda, dopo una giovinezza costellata di momenti difficili - due fallimenti di diverse attività commerciali della sua famiglia, il suicidio del fratello, il divorzio dalla moglie, la perdita del lavoro e la miseria - all'età di quarantadue anni si fece monaco e iniziò a peregrinare per il Giappone in solitudine. Pregava, chiedeva l'elemosina e componeva haiku.
Munch, in perenne conflitto con il padre e quasi congenitamente portato a cacciarsi in avventure sentimentali tumultuose - una culminata in un apparente tentato omicidio da parte della donna alla quale si era legato - nonostante il discreto successo della sua opera pittorica all'età di quarantacinque anni ebbe un grave esaurimento nervoso che lo costrinse a lunghe cure e, successivamente, a vivere in una sorta di romitaggio in un'isolata fattoria vicino Oslo.
E ora, dopo questa brevissima e lacunosa premessa, posto il quadro Malinconia di Edvard Munch e un haiku di Santoka Taneda:


















Un'intera giornata
e io non ho pronunciato una parola.
Suono di onde.


sabato 1 aprile 2017

Una cosa che mi è successa

A volte possono capitare sorprese inattese in relazione ai nostri sogni di una vita.
Diventare uno scrittore professionista, con tanto di contratto e anticipo monetario "sulla fiducia" di quanto saprò scrivere, è sempre stato chiaramente un mio sogno.
Ora l'opportunità mi si è finalmente presentata, ma in termini diversi da come la immaginavo.
Giorni fa sono stato contattato da un'associazione che gestisce alcuni siti aggregatori di notizie, sia in Italia che all'estero. Mi hanno proposto un "lavoro" retribuito per scrivere un articolo al giorno che verrebbe pubblicato sui loro siti, anche quelli esteri previa traduzione in inglese che sarebbe comunque a loro cura.
Non è come pubblicare narrativa, ma si tratta comunque di guadagnare scrivendo e sarebbe alquanto utile come esperienza.
La cosa che mi lascia perplesso però è la tipologia di articoli che mi vengono richiesti. 
Il referente dell'associazione in questione, che si autodefinisce peraltro "la voce sul web" di una ONG di cui per ovvi motivi non dirò il nome, mi ha spiegato solo verbalmente che gli articoli dovrebbero basarsi sulla enfatizzazione degli squilibri sociali e della crisi dei valori nei quali sta cadendo l'Italia, dovrebbero avere un tono perennemente polemico e riportare dati e link presi da altri siti web che mi indicherebbero loro. Inoltre ha aggiunto che dovrei redigere gli articoli avendo come obiettivi la progressiva destabilizzazione del paese e l'insorgenza nel lettore di una sensazione da stato di emergenza e da clima di assedio a causa di un complotto internazionale. I toni dovranno diventare particolarmente tesi e quasi apocalittici durante la prossima campagna elettorale, con metodologie simili a quelle (parole testuali del referente) "già utilizzate con successo negli Stati Uniti"...
Che dite, accetto o è meglio che declino?

sabato 18 marzo 2017

La cultura e i suoi effetti sul carattere

Leggendo alcuni racconti di Ada Negri - che come avrete capito ultimamente mi sta fornendo una gradita compagnia libresca - ho avuto modo di incontrare un personaggio col quale ho istintivamente empatizzato: una giovane di famiglia non ricca, priva di cultura poiché, come è noto, a molte donne essa era preclusa nell'Italia di quell'epoca. Riporto alcune delle frasi usate dall'autrice per descriverla:
"Parole, veramente, ne proferiva poche: quelle poche, a stento [...] Bimba, fra il padre indifferente e la matrigna perversa, era cresciuta chiusa in sé, senza compagne, sempre in atto di passiva ma costante difesa, adorando i libracci vecchi, raccogliendo furtiva tutti i pezzi di giornali che poteva trovare, per leggerseli in un angolo: e su di essi fabbricava, nel suo cervello, castelli in aria senza fine [...] Non si confidava con nessuno, non usciva mai, non rispondeva mai agli scherzi volgari o alle sfuriate del suo uomo, lo serviva in silenzio".
Questo ritratto del personaggio mi ha subito fatto tornare alla mente una descrizione letta tempo prima altrove. Riporto anche questa:
"Egli era stato solito di patir molto di umore malinconico, o, come dicevano alcuni dei suoi medesimi, d'ipocondria, a cagione della quale infermità, congiunta alla continua speculazione nelle cose dell'arte sua, in processo di tempo egli si trovò sì profondato e fisso in un continuo pensare, che fuggiva al possibile la conversazione degli uomini standosene solo in casa, in nulla d'altro occupato, che nel continuo giro dei torbidi pensieri".
La similitudine salta all'occhio, non è vero? La seconda citazione però non appartiene alla narrativa e non si riferisce a un personaggio letterario ma un uomo realmente esistito: è tratta infatti dalla raccolta di biografie di artisti italiani illustri redatta da Filippo Baldinucci nel XVII secolo, e la descrizione si riferisce a Francesco Borromini, uno dei più grandi architetti della sua epoca, tra i creatori del mito di Roma barocca.
In effetti sembra che Borromini avesse un temperamento misantropico, chiuso, sempre immerso nei propri pensieri che mai condivideva col suo prossimo. Proprio come la giovane donna protagonista del racconto intitolato (significativamente) L'altra vita. Sì, la vita immaginata dalla fantasia ombrosa e schiva, una vita immaginata che prende il posto dell'esistenza materiale sino alla nevrosi alimentata dal rifiuto per la quotidianità e dalla ribellione contro un matrimonio indesiderato, sconfinando nella follia.
Anche Borromini negli ultimi anni di vita cedette alle proprie nevrosi diventando sempre più scontroso, diffidente, in preda a un'isteria che lo spinse a un grottesco tentativo di suicidio trasformatosi in una lenta agonia. Nel frattempo però aveva creato opere d'arte straordinarie che ancora oggi suscitano ammirazione nelle strade di Roma. Per decenni il suo "continuo giro dei torbidi pensieri" era stato sicuramente occupato anche da idee creative, dalla ricerca di soluzioni ingegneristiche per la costruzione di palazzi, dalle ipotesi estetiche per le chiese che doveva ristrutturare.
Ecco, l'aver studiato l'architettura e l'arte aveva dato uno scopo al suo stare "profondato e fisso in un continuo pensare", uno scopo che sarebbe stato assente se avesse trascorso la sua giovinezza senza apprendere nulla o senza poter mettere a frutto la propria esperienza nei cantieri in cui aveva lavorato sin da bambino.
La progressiva follia della donna raccontata da Ada Negri è molto più rapida, il crollo nervoso che la conduce in manicomio avviene quando ancora è giovane e la sua ossessiva vita interiore può generare solo "castelli in aria" non avendo lei né una cultura, né - se pure ne fosse stata provvista - la possibilità materiale di metterla all'opera.
Insomma, penso che la cultura e l'arte possano essere una 'terapia' in grado di dare uno scopo nobile anche alle attitudini caratteriali autodistruttive. Quanto meno riescono a diluirle più a lungo, sino alla vecchiaia, lasciandosene vincere solo dopo il compimento di opere che costituiscono un regalo meraviglioso per il resto dell'umanità.

venerdì 3 marzo 2017

Quotes of despair

Già alcuni anni fa avevo creato una cosa del genere, lo avevo chiamato collage de désespoirs.
Ho voluto insistere...



sabato 12 novembre 2016

Troppo singolare per puntare alla pluralità?

Ai tempi dell'università lessi una definizione interessante per indicare gli scrittori i cui romanzi si rivelano dei best seller pur non avendo i canoni tipici dei libri in voga in quel determinato momento storico. Non ricordo le parole precise, ma il concetto era più o meno che lo scrittore che riesce a cogliere lo spirito del tempo in cui vive innesca una sorta di identificazione collettiva fra coloro che lo avevano percepito ma non erano riusciti a definirlo. Lo scrittore offre ai lettori (almeno a quelli dotati della sensibilità necessaria per avvertire le inquietudini e le prospettive del momento presente) la definizione dettagliata di tale spirito fondamentalmente divergente rispetto all'immaginario sociale creato dalle opere letterarie (e anche cinematografiche e televisive) degli ultimi anni e genera un punto di rottura. Propone pertanto un nuovo modello che poi probabilmente verrà imitato e copiato da altri fino a essere a sua volta scardinato dal successivo romanzo in grado di cogliere il sempiterno spirito del tempo presente perennemente in evoluzione.
Partendo da questa considerazione così ampia nelle sue implicazioni e riflessioni che potrebbero derivarne, assai grettamente io la applico alla mia miserabile persona ponendomi una domanda: se uno che - come il qui presente - ha la tendenza a risultare sempre singolare rispetto all'opinione media della massa, possa essere mai in grado di concepire il sopracitato libro capace di innescare l'identificazione collettiva.
Sarà un caso, ma da sempre - e negli ultimi anni in modo particolare - mi sento sempre spiazzato rispetto alle collettività di cui faccio parte. Che si tratti dei colleghi di lavoro o dei condomini, o delle classiche discussioni che sorgono quando parenti e amici sono riuniti attorno a un tavolo, o quando i genitori dei bambini di una certa classe in cui c'è anche la tua si incontrano ai colloqui coi professori, beh, è una costante: sono sempre in minoranza.
Questa situazione si ripete con tale frequenza che mi sono persino chiesto se non si tratti di una mia tendenza inconscia a volermi a ogni costo distinguere dalla pluralità.
E quindi sorge la domanda: se non riesco a essere in sintonia con la pluralità, potrò mai cogliere l'immaginario collettivo e lo spirito del tempo presente necessari per creare il libro in grado di generare empatia con la massa dei lettori?

domenica 22 maggio 2016

Finta spacconata dichiarata

Nel mondo dello showbiz capita talvolta che qualcuno si lasci andare a rivelazioni clamorose a proposito di colleghi ormai deceduti e quindi impossibilitati a smentire o confermare. Per fare un esempio, pochi anni fa Carlo Croccolo sostenne di aver avuto in gioventù una relazione con Marilyn Monroe... Vero? Falso? Chi lo sa, la diva americana non potrà mai dircelo.
Ecco, io vorrei lanciarmi in una rivelazione del genere. Con la non trascurabile precisazione che chiaramente mi sto inventando tutto, però, insomma, già lo sapete che spesso scrivo cazzate solo per divertirmi un po'.
Ebbene, io oggi voglio parlarvi di quella volta che suggerii al professor Umberto Eco la trama de "Il nome della rosa".
Era il mese di agosto del 1978, avevo otto anni e come tutti i bambini di quell'età durante le vacanze estive leggevo per passare il tempo. Le mie letture preferite erano "Topolino", "Provolino" e i saggi del professor Eco. Avevo particolarmente apprezzato "Apocalittici e integrati", ma anche "Forma e indeterminazione nelle poetiche contemporanee" era discreto, sebbene macchiato da qualche inesattezza.
Quella mattina ero andato con mia madre al mercato per aiutarla a portare le buste della spesa, quando ebbi un soprassalto: Umberto Eco era lì, a due passi da me. Indossava un camicione hawaiano, sandali Birkenstock, occhiali da sole e un cappellone di paglia; inoltre parlava simulando un forte accento napoletano, ma si vedeva che era lui. Stava chiedendo due etti di sardine a un pescivendolo.
Domandai il permesso alla mamma e mi avvicinai al professore, salutandolo e congratulandomi con lui per i suoi saggi, oltre che per fargli notare quelle inesattezze nelle valutazioni semiotiche ed estetiche che avevo notato e di cui ho già detto sopra.
Il professore sbiancò. Mi trascinò in un angolo del mercato e mi disse di non pronunciare il suo nome. Dovevo rivolgermi a lui chiamandolo Gennarino o' barbone, perché non voleva assolutamente essere riconosciuto.
Mi meravigliai. Perché cotanta segretezza? C'era forse qualche terribile segreto che lo minacciava?
Il professore mi spiegò che, beh, in effetti lui non voleva che si sapesse in giro che amava tanto mangiare pesce. Il pesce è notoriamente ricco di fosforo utile a sviluppare l'intelligenza, perciò lui era terrorizzato all'idea che i colleghi docenti universitari pensassero che il suo smodato consumo di pesce fosse dovuto alla necessità di rinforzare il cervello. Una piccola vanità, d'altronde tutti ne abbiamo.
Aggiunse che evitava appositamente di comprare pesce a Ravenna o Rimini perché troppo vicine all'università: temeva di incontrare conoscenti o ex studenti dei suoi corsi. Partiva da Bologna con la sua macchina, si fermava a Firenze dove metteva sull'auto una targa falsa che iniziava con la sigla NA, si travestiva e guidava sino a Civitavecchia per sembrare davvero un partenopeo fissato coi prodotti ittici della città laziale.
Lo tranquillizzai rassicurandolo che avrei mantenuto il segreto. Però, seppur con molta discrezione, non potei evitare di evidenziargli le inesattezze da me riscontrate sul saggio citato. Lui mi ringraziò e, giacché il discorso aveva preso quella piega, mi chiese un suggerimento: stava meditando di scrivere un'opera di narrativa, sarebbe stata la prima per lui e ci teneva a fare bella figura. Non avevo per caso qualche idea originale da proporgli?
Per sua fortuna proprio pochi giorni prima avevo letto un trattato sulle eresie diffusesi in Europa nel Medio Evo (tutti i bambini di otto anni leggono libri del genere) e, quasi contemporaneamente, una storia su "Topolino" dove comparivano due personaggi che parodiavano Sherlock Holmes e il dottor Watson. Mi venne istintivo ipotizzare un romanzo ambientato in un convento benedettino nel 1327 in cui alcuni monaci tentano di modificare antichi manoscritti, venendo però scoperti da un frate-investigatore.
Il professore mi parve spaventato dalla complessità dell'idea, tuttavia si congedò confidandomi che avrebbe azzardato un tentativo. Il resto della storia lo sapete già. Mi dispiace solo che non sia mai più tornato a Civitavecchia e non mi abbia mai pubblicamente ringraziato per avergli suggerito la trama del suo best-seller.
Spero che un noto scrittore tutt'ora vivente, al quale ho reso un favore analogo, si dimostri più riconoscente. Volete sapere chi è?...
No, mi spiace, per ora non posso rivelarlo. Forse fra qualche anno, chissà...

martedì 17 maggio 2016

La cinquina dei candidati al premio

Tutto è pronto a Piazza San Marco per la grande serata. Il prestigioso premio letterario sta per essere assegnato, il selezionato pubblico degli invitati ha già occupato i posti a sedere e c'è grande curiosità su quale fra i candidati sarà insignito dell'onore di iscrivere il proprio nome nell'albo dei vincitori.
Tutti e cinque sono presenti all'evento, accomodati ai posti d'onore in prima fila. Ognuno affronta la tensione dell'attesa a modo suo. Ci permettiamo di osservarli sin troppo indiscretamente per cogliere i dettagli più intimi delle loro emozioni.
Il giovane Ugo Foscolo, fedele all'immagine dark che si è creato nel corso degli anni fra sedicenti tentati suicidi e voci mai smentite di abusi di sostanze stupefacenti, se ne sta ombroso e solitario all'estrema sinistra. Ha lo sguardo funereo, si direbbe che si atteggia proprio come il protagonista del suo romanzo Ultime lettere di Jacopo Ortis. Qualche maligno sostiene che sia una tattica per colpire l'attenzione della giuria e dare un'aria di vissuto alla propria opera, prima candidata al premio. Ci permettiamo di commentare che la sua sdegnosità appare effettivamente un po' troppo smaccata per essere del tutto autentica.
Molto composto è invece Alessandro Manzoni, austero, invecchiato, accompagnato dalla moglie che appare seria quanto lui. L'inserimento de I promessi sposi tra la cinquina dei candidati viene intepretata da tanti osservatori come un riconoscimento finale alla sua già lunga e onorata carriera, ricca di successi ma ancora priva del suggello rappresentato dal trionfo in una premiazione letteraria. Il romanzo è piaciuto tantissimo alla generazione dell'autore, un po' meno ai giovani che lo reputano sin troppo demodé. Vedremo cosa ne penserà la giuria.
Sorridente, elegantissimo, Gabriele D'Annunzio domina la scena lanciando occhiate seducenti verso le tante groupies accorse a vedere da vicino il loro idolo. Il giovanotto abruzzese, benché sia ormai vicino alla trentina e denoti una calvizie incipiente, continua a sembrare una star della musica o del cinema piuttosto che della letteratura, e riscuote un successo innegabile presso il pubblico femminile. Il romanzo Il piacere è stato accolto con diffidenza da una parte della critica per l'evidente tentativo di creare clamore con un'opera intesa a dare scandalo, ma la giuria lo ha ritenuto degno dell'onore di contendersi il premio.
Un po' impacciato, nervoso, il professore di liceo Luigi Pirandello muove a scatti la testa mentre il suo sguardo schizza ovunque lungo la piazza e verso il pubblico alle sue spallle, quasi fosse incredulo di trovarsi lì. Nessun famigliare lo ha accompagnato (si vocifera in effetti che la moglie non gradisca affatto le velleità letterarie del coniuge, al punto di rifiutare l'occasione della ribalta mediatica per la quale tante altre donne avrebbero già tirato fuori dall'armadio il loro abito da sera più elegante). Scarsa anche la presenza di sostenitori in platea, ma d'altronde il prof aveva pubblicato quasi esclusivamente su riviste e giornali underground. Il successo editoriale de Il fu Mattia Pascal è stato una vera sorpresa anche per gli esperti del mercato libresco: un fitto passaparola ha favorito evidentemente la vendita del romanzo anche presso lettori che neppure conoscevano il quarantenne scrittore siciliano e ne ha determinato il successo nelle classifiche dei libri più popolari, facendolo scoprire anche ai giurati del premio.
Ma il vero outsider della serata non è il professore bensì l'attempato imprenditore triestino Hector Schmitz, che siede compiaciuto e raggiante al centro della prima fila, giocondo come uno studente in procinto di ricevere la sua laurea e, pertanto, quasi ringiovanito nonostante i capelli imbiancati. Pubblicato con lo pseudonimo di "Italo Svevo", il suo romanzo La coscienza di Zeno ha ottenuto importanti riconoscimenti da parte di critici qualificati che hanno quasi costretto, per così dire, i giurati del premio a inserirlo nella cinquina. Nel giro di poche settimane il sessantenne scrittore è passato dall'anonimato di un passato in ombra fatto di autopubblicazioni e delusioni al clamore di un presente in cui si ritrova protagonista delle cronache culturali. Il sogno di tutti gli autori poco conosciuti ha preso forma reale nella vita del signor Schmitz ed è ben dipinto sul suo sorriso e sui suoi occhi brillanti di commozione.
Ed ecco che la giuria sale sul palco, a breve sapremo chi sarà il vincitore. Chi se la sente di tentare un pronostico?

martedì 15 marzo 2016

Collaborazioni incrociate... again?

Circa cinque anni fa (come passa il tempo, eh?) il qui presente blogger pubblicò questo post per rendere partecipe il mondo intero dell'esperienza che stava sperimentando insieme all'amico Temistocle, ovvero: una collaborazione incrociata.
Lui aveva due racconti inconclusi nel cassetto, io avevo una bozza di romanzo incompiuto sotto il letto (sono molto più disordinato di Temistocle, lo ammetto ;-) e ce li siamo pertanto scambiati per vedere se riuscivamo a terminare l'uno il lavoro dell'altro.
É stata un'esperienza simpatica che ha contribuito a cementare il rapporto che ci legava sul web e che continua ancora oggi.
Mi piacerebbe ripetere un'esperienza del genere perciò mi chiedevo: c'è nessuno fra i frequentatori di questo blog che cela nel proprio armadio un povero racconto rimasto orfano della conclusione? É disposto a correre il rischio di affidarlo a un estraneo per verificare se saprebbe portare a compimento il suo sviluppo elaborando il finale che ancora gli manca? E al tempo stesso, accoglierebbe nel proprio cassetto una trama inconclusa di uno scribacchino senza arte né parte?
Fatemi sapere ;-)

lunedì 29 febbraio 2016

Siamo uomini o... quote?

Avrete forse dimenticato l'eco mediatico delle dichiarazioni polemiche del regista Spike Lee di circa un mese fa, quando aveva espresso il proprio disappunto dopo aver letto la rosa dei candidati per l'appena trascorsa cerimonia degli Oscar. Criticava la pressoché totale assenza di artisti neri fra i papabili al premio e, anche se ha poi parzialmente corretto il tiro, aveva comunque scatenato un dibattito con relativi attestati di solidarietà di cineasti che "per rispetto verso gli artisti afroamericani" avrebbero evitato di presenziare alla serata (come è andata poi alla fine? Io non lo so perché questo post è stato programmato prima del giorno 28 ;-)
Comunque la polemica di Spike Lee è iniziata a gennaio. Più o meno nello stesso periodo è sorta una querelle analoga al festival della bande dessinée di Angoulême. Nel caso della kermesse fumettistica francese la contestazione ha riguardato l'assenza di donne nella rosa dei candidati, con proteste talmente efficaci da spingere gli organizzatori a rifare daccapo le nominations per aggiungere artiste di sesso femminile.
Ora, io sono fermamente contrario a ogni forma di discriminazione, chiunque mi conosce lo sa.
Mi chiedo però se questo tipo di atteggiamento - di pretendere cioé a prescindere che tra i premiabili siano presenti delle "quote" di ogni categoria (razziale, sessuale o quant'altro) - sia realmente applicabile. Non vorrei che il diritto a non essere discriminato si confonda con l'obbligo di inserire un artista per ogni "quota".
Personalmente non sarei per niente contento di vincere un premio in quanto italiano, o eterosessuale, o cristiano. Vorrei vincerlo per quel che ho scritto.
Il problema è che l'argomento è talmente ricco di implicazioni e sfumature da risultare di difficilissima gestibilità. Poiché già adesso esistono premi specifici per determinate categorie (miglior attore di una certa etnia o miglior scrittore di una certa regione italiana, anche se di sicuro sono eventi meno importanti di un Oscar o di un Campiello) non si andrà per caso a finire, in futuro, con la scomparsa dei premi "generalisti" e la frammentazione in decine di premi minori basati sulla "quota" di appartenenza?

lunedì 1 febbraio 2016

Il personaggio della mia vita

In questi ultimi giorni mi sono capitate un po' di cose. Se non suonasse inusitato, mi verrebbe da dire cosacce, perché il peggiorativo se lo meritano. Forse sarò costretto a parlarne, ma spero di non doverlo fare perché nel momento in cui ci fosse il motivo per renderle note significherebbe che è accaduto qualcosa di irreparabile.
Eppure, in questi stessi giorni non sono mancate neanche le ore piacevoli, i momenti spensierati e il conseguente buonumore che li accompagna.
Quando viene delineato un personaggio all'interno di una narrazione l'autore tenta sempre di imporgli una coerenza negli stati d'animo, di costruire la sua personalità rendendola credibile tramite l'assenza di atteggiamenti contraddittori. I lettori noterebbero subito ogni minima dissonanza e scuoterebbero la testa.
Conseguentemente devo riconoscere che il personaggio della mia vita non convincerebbe nessun lettore. Sembrerebbe troppo ondivago, privo di un senso logico.
Una vera fortuna, per me, esistere come uomo in carne e ossa. Se per avere una mia vita avessi dovuto attendere che uno scrittore mi creasse, nessuno sarebbe stato interessato a concepirmi.