Come "regalo" natalizio vi offro alcune citazioni di Hector Hugh Munro "Saki", che già in altre occasioni mi aveva aiutato a riempire le pagine di questo blog. Sono adattissime alla stagione: le ho tratte da un racconto che si intitola, appunto, "Reginald e i regali di natale".
Auguri a tutti :-) Il viziato damerino vittoriano Reginald vi darà ora utili consigli, mentre il molliccio blogger Ariano Geta vi da appuntamento al 30 dicembre per i saluti di fine anno.
Io sostengo che dovrebbero essere creati dei corsi che insegnino la scienza di fare regali natalizi, con tutte le tecniche ad essa relative. Al momento mi sembra che nessuno abbia la benché minima idea di cosa gli altri vogliano ricevere per regalo, e le opinioni più diffuse riguardo questo argomento sono indegne di un paese che voglia definirsi ‘civilizzato’.
Tanto per cominciare, c’è la solita parente campagnola che pensa che ‘una cravatta è sempre utile’, e quindi ti regala un orrendo pezzo di stoffa pieno di palle che si può indossare solo di nascosto, o a Carnevale. Questo tipo di ‘cravatta’ sarebbe veramente utile se venisse usata per legare una pianta di fragole al suo palo di sostegno. Avrebbe una duplice utilità: aiutare la crescita dei germogli più deboli, e terrorizzare gli uccellini meglio di uno spaventapasseri (è un fatto dimostrato: i passeri capiscono quando una cravatta è orrenda [...]
In genere le zie che apprendono meglio l’arte di regalare sono quelle con qualche quarto di sangue non inglese. Certo che sarebbe bello potersi scegliere la propria zia. Alternativamente si può scegliere il proprio regalo, e poi mandare alla zia il conto da pagare [...]
... gli amici. Anche quelli più intimi, quelli che in teoria dovrebbero conoscerti meglio di chiunque altro, spesso fanno degli errori clamorosi. Vedete cari amici, io NON faccio collezione di edizioni economiche delle Quartine di Omar Khayyam. Lo scorso anno ne ho ricevute quattro [...]
Personalmente non capisco dove sia tutta questa difficoltà nello scegliere il regalo giusto. Qualunque gentiluomo beneducato (e io sono uno di quelli) è in grado di apprezzare le splendide bottiglie così rispettosamente esposte nelle vetrine della liquoreria Morel. Ecco, per questo tipo di regalo non avrei problemi neppure se ne ricevessi quattro uguali. Volete mettere quel piacevole thrilling che si prova mentre si toglie la carta pensando: sarà limoncello o grappa Chartreuse? Roba da far venire i brividi, tipo quando cali lentamente sul tavolo una scala reale al termine di una partita a poker. La Chartreuse è davvero una delizia straordinaria, che contraddice palesemente coloro che sostengono che il Cristianesimo è in preda ad un declino irreversibile e un giorno finirà per scomparire: una religione dotata di un convento capace di creare un liquore del genere non sparirà mai.
Tanti auguri per un felice Natale con... regali azzeccati!
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domenica 21 dicembre 2014
lunedì 6 febbraio 2012
Rarità - 4
Evaristo Carriego è conosciuto come... personaggio letterario, essendo il protagonista del libro omonimo di Jorge Luis Borges, un libro in cui lo scrittore argentino rievoca la vita di fine secolo a Buenos Aires.
Ma non è una fiction, è una sorta di biografia, perché Evaristo Carriego è esistito davvero (1883-1912), ed era un poeta.
Anzi, era il tipico poeta: pallido, emaciato, malaticcio, straordinariamente romantico e sempre alla ricerca della parola giusta.
Per quanto ne so le sue poesie non sono mai state tradotte in italiano, probabilmente perché non particolarmente rilevanti né per influenza letteraria né per qualità. Tuttavia, nel mio blog gli concedo diritto di cittadinanza, e propongo un suo sonetto.
EL CLAVEL
Fue al surgir de una duda insinuativa
cuando hirió tu severa aristocracia,
como un símbolo rojo de mi audacia,
un clavel que tu mano no cultiva.
Quizás hubo una frase sugestiva,
o viera una intención tu perspicacia,
pues tu serenidad llena de gracia
fingió una rebelión despreciativa...
Y, así, en tu vanidad, por la impaciente
condena de un orgullo intransigente,
mi rojo heraldo de amatorios credos
mereció, por su símbolo atrevido,
como un apóstol o como un bandido
la guillotina de tus nobles dedos.
IL GAROFANO
Accadde al sorgere di un dubbio insinuativo
che la tua severa aristocrazia venne ferita,
come un simbolo rosso della mia audacia,
da un garofano che la tua mano non coltiva.
Forse ci fu una frase suggestiva,
o la tua perspicacia subdorò un’intenzione
e allora la tua serenità piena di grazia
finse una ribellione dispregiativa…
E così, nella tua vanità, per l’impaziente
condanna di un orgoglio intransigente,
il mio rosso araldo di preghiera amorosa
meritò, per la sua simbolica insolenza,
- come fosse un apostolo o un bandito -
la ghigliottina delle tue nobili dita.
Ma non è una fiction, è una sorta di biografia, perché Evaristo Carriego è esistito davvero (1883-1912), ed era un poeta.
Anzi, era il tipico poeta: pallido, emaciato, malaticcio, straordinariamente romantico e sempre alla ricerca della parola giusta.
Per quanto ne so le sue poesie non sono mai state tradotte in italiano, probabilmente perché non particolarmente rilevanti né per influenza letteraria né per qualità. Tuttavia, nel mio blog gli concedo diritto di cittadinanza, e propongo un suo sonetto.
EL CLAVEL
Fue al surgir de una duda insinuativa
cuando hirió tu severa aristocracia,
como un símbolo rojo de mi audacia,
un clavel que tu mano no cultiva.
Quizás hubo una frase sugestiva,
o viera una intención tu perspicacia,
pues tu serenidad llena de gracia
fingió una rebelión despreciativa...
Y, así, en tu vanidad, por la impaciente
condena de un orgullo intransigente,
mi rojo heraldo de amatorios credos
mereció, por su símbolo atrevido,
como un apóstol o como un bandido
la guillotina de tus nobles dedos.
IL GAROFANO
Accadde al sorgere di un dubbio insinuativo
che la tua severa aristocrazia venne ferita,
come un simbolo rosso della mia audacia,
da un garofano che la tua mano non coltiva.
Forse ci fu una frase suggestiva,
o la tua perspicacia subdorò un’intenzione
e allora la tua serenità piena di grazia
finse una ribellione dispregiativa…
E così, nella tua vanità, per l’impaziente
condanna di un orgoglio intransigente,
il mio rosso araldo di preghiera amorosa
meritò, per la sua simbolica insolenza,
- come fosse un apostolo o un bandito -
la ghigliottina delle tue nobili dita.
martedì 24 gennaio 2012
Rarità - 3
Lo scrittore Roberto Arlt (1900-1942) è stato uno degli autori più influenti nell'Argentina moderna. Il suo romanzo più famoso, El juguete rabioso, è stato tradotto in diverse lingue compreso l’italiano. Ma Arlt ha scritto altre opere, ed era inoltre giornalista, e molti suoi articoli di fondo sono ancora oggi ripubblicati in raccolte antologiche. In effetti la loro vividezza nel saper descrivere la vita quotidiana a Buenos Aires negli anni ‘30 é letteraria più che giornalistica.
Questo articolo che propongo di seguito, pubblicato sul quotidiano El Mundo il 21 marzo del 1929, esprime benissimo l’ “argentinità”, il modo di essere tipico degli abitanti del grande paese sudamericano, ovvero l’attitudine alla passionalità estrema temperata da una sorta di malinconia latente. L’articolo in questione – apparentemente – non era mai stato tradotto in italiano.
ADDII
Sere fa, accompagnando un amico alla stazione ferroviaria Pacìfico, mi è capitato di assistere a una scena singolare che mi ha fatto pensare che, unendola a un’altra che ricordo, ci si può scrivere un articolo.
Questo è il fatto:
Un uomo e una donna. La donna sui trent’anni; lui aveva l’aria di un commesso viaggiatore, o di chi deve cambiare città, o forse qualcosa di peggio. Vai a sapere cosa! Comunque stavano discutendo. Lui, come si dice abitualmente, faceva il conto alla rovescia controllando quanti minuti mancavano perché il treno partisse. La donna aveva qualcosa da recriminare. Capivo che ce l’aveva con lui perché noi uomini sfoderiamo sempre un certo sorrisetto cinico quando una donna ci dice, con le lacrime agli occhi, che siamo canaglie o mascalzoni.
Perché un uomo sorride così? Non so spiegarmelo. Però basta che la donna incominci un discorso in tono tragico perché nasca questa gran voglia di ridere; ridere non della donna, ma della figura ridicola che si sta facendo davanti agli altri: passano, spalancano la bocca e guardano con occhi sdegnati, come se fosse un crimine far piangere una donna.
Dunque…
Ebbene, quella sconosciuta piagnucolava, e l’uomo si limitava a dire le frasi banali che sono quasi obbligatorie quando ci si vuol togliere un dente cariato... Sì: io scorgevo nello sconosciuto questo atteggiamento di soddisfazione occulta, e la donna se ne rendeva conto a sua volta; se ne rendeva conto così bene che all’improvviso ha cominciato ad agitare le mani, a dire cose che – mi ci giocherei la testa – saranno state tipo:
“Tu sei uno spudorato. Mi avevi fatto delle promesse, e adesso te ne vai. Te ne vai, e io mi ucciderò. Sì: mi ucciderò. Non amerò mai più nessun altro…”
“Beh, tesoro: in effetti se ti ammazzi come potresti amare un altro?”
“Sta zitto! Sei cinico… L’uomo più spregevole che io abbia mai conosciuto…”
“Ah, quindi ne hai avuti altri…”
Come si può capire, un dialogo di questo genere non può prolungarsi più di tanto senza che la donna non arrivi a minacciare di svenire o di provocare uno scandalo. È a quel punto che lo sconosciuto sorrideva. Sorrideva con un sorriso doloroso, gioviale, cinico, mentre i suoi occhi dicevano, più o meno:
“Lo vedete? Io non ho colpa. Però che devo fare? Lo sapete che le donne sono fatte così…”
Quando, infine, gli ultimi fischi del capostazione annunciarono che il treno stava partendo, l’uomo respirò. La donna cominciò a piangere a dirotto mentre lui, approfittando del lento movimento dei vagoni, si congedava con le ultime bugie consolatorie. Ma lei girò la testa senza rispondere, e io invece riuscivo a vedere il volto dell’uomo che sorrideva pregustando il sollievo della lontananza.
Un bacio
Una scena che non dimenticherò mai – e sono già passati diversi anni – è stata questa:
Mi trovavo in un vagone del convoglio che va da Córdoba a Río Cuarto. Mancavano tre minuti alla partenza del treno quando arrivò una soubrette che si era esibita nel teatro di quella città. La accompagnava l’impresario teatrale, e all’improvviso, davanti a tutti i passeggeri, l’uomo afferrò la testa della donna e le diede un bacio. Ma era un bacio lungo, disperato; un bacio in cui si intravede l’elevazione dell’anima verso un sollievo che però è destinato a concludersi. Noi tutti passeggeri eravamo perplessi, accusavamo una sensazione quasi dolorosa.
Poi il treno partì.
Quarantotto ore dopo, a Río Cuarto, mentre sto in un caffè, afferro un quotidiano del giorno prima. Lo leggo e di colpo resto paralizzato. Il giornale riportava la notizia del suicidio dell’impresario del teatro dove si era esibita la soubrette. Ho lasciato stare il quotidiano e mi sono messo a riflettere. Adesso si capiva il senso di quel bacio. L’uomo, mentre si recava alla stazione, sapeva che era l’ultima, l’ultima e definitiva volta in cui avrebbe guardato e baciato quel volto che in chissà quante altre città avrebbe ancora sparso la sua vita libera fatta di musica.
E all’improvviso questo spettacolo prese talmente vita nella mia immaginazione che per tantissimo tempo non riuscì a separarlo dai miei ragionamenti. Avevo assistito agli ultimi momenti di vita di un suicida, di un uomo che non aveva lasciato nessun messaggio scritto e apparentemente non aveva motivi per suicidarsi.
Tristezza degli addii
Il fatto è che non c’è niente di più triste degli addii. Soprattutto in certe stagioni e periodi dell’anno.
Qualcuno rimane e qualcuno parte.
Il piccolo corteo che cerca di rendere piacevoli gli ultimi momenti di un malato alla stazione. La ragazza che parte per la cordigliera. Le amiche che la guardano, a metà fra il costernato e il curioso, gli sconosciuti che passano e si soffermano a osservare un volto bagnato dalle lacrime. Fischi di treni che arrivano e partono; tumulto di folla; sibili di vapore che sono come un forte inno di vita, mentre il povero essere umano accovacciato sul sedile comprende che la vita sfugge alle sue speranze.
Tristezza degli addii fra grandi tratti d’ombra e luci verdi e rosse; fazzoletti che battono con rassegnazione su braccia oblique; teste che si affacciano al finestrino sino a quando il convoglio scompare nelle luccicanti curve delle rotaie, la sola cosa visibile nell’oscurità della notte; il fanale che oscilla per un attimo e scintilla. E poi ombra, non più rumori, non più luce, non più stridore. E la vita che continua col suo ritmo di sempre…
Questo articolo che propongo di seguito, pubblicato sul quotidiano El Mundo il 21 marzo del 1929, esprime benissimo l’ “argentinità”, il modo di essere tipico degli abitanti del grande paese sudamericano, ovvero l’attitudine alla passionalità estrema temperata da una sorta di malinconia latente. L’articolo in questione – apparentemente – non era mai stato tradotto in italiano.
ADDII
Sere fa, accompagnando un amico alla stazione ferroviaria Pacìfico, mi è capitato di assistere a una scena singolare che mi ha fatto pensare che, unendola a un’altra che ricordo, ci si può scrivere un articolo.
Questo è il fatto:
Un uomo e una donna. La donna sui trent’anni; lui aveva l’aria di un commesso viaggiatore, o di chi deve cambiare città, o forse qualcosa di peggio. Vai a sapere cosa! Comunque stavano discutendo. Lui, come si dice abitualmente, faceva il conto alla rovescia controllando quanti minuti mancavano perché il treno partisse. La donna aveva qualcosa da recriminare. Capivo che ce l’aveva con lui perché noi uomini sfoderiamo sempre un certo sorrisetto cinico quando una donna ci dice, con le lacrime agli occhi, che siamo canaglie o mascalzoni.
Perché un uomo sorride così? Non so spiegarmelo. Però basta che la donna incominci un discorso in tono tragico perché nasca questa gran voglia di ridere; ridere non della donna, ma della figura ridicola che si sta facendo davanti agli altri: passano, spalancano la bocca e guardano con occhi sdegnati, come se fosse un crimine far piangere una donna.
Dunque…
Ebbene, quella sconosciuta piagnucolava, e l’uomo si limitava a dire le frasi banali che sono quasi obbligatorie quando ci si vuol togliere un dente cariato... Sì: io scorgevo nello sconosciuto questo atteggiamento di soddisfazione occulta, e la donna se ne rendeva conto a sua volta; se ne rendeva conto così bene che all’improvviso ha cominciato ad agitare le mani, a dire cose che – mi ci giocherei la testa – saranno state tipo:
“Tu sei uno spudorato. Mi avevi fatto delle promesse, e adesso te ne vai. Te ne vai, e io mi ucciderò. Sì: mi ucciderò. Non amerò mai più nessun altro…”
“Beh, tesoro: in effetti se ti ammazzi come potresti amare un altro?”
“Sta zitto! Sei cinico… L’uomo più spregevole che io abbia mai conosciuto…”
“Ah, quindi ne hai avuti altri…”
Come si può capire, un dialogo di questo genere non può prolungarsi più di tanto senza che la donna non arrivi a minacciare di svenire o di provocare uno scandalo. È a quel punto che lo sconosciuto sorrideva. Sorrideva con un sorriso doloroso, gioviale, cinico, mentre i suoi occhi dicevano, più o meno:
“Lo vedete? Io non ho colpa. Però che devo fare? Lo sapete che le donne sono fatte così…”
Quando, infine, gli ultimi fischi del capostazione annunciarono che il treno stava partendo, l’uomo respirò. La donna cominciò a piangere a dirotto mentre lui, approfittando del lento movimento dei vagoni, si congedava con le ultime bugie consolatorie. Ma lei girò la testa senza rispondere, e io invece riuscivo a vedere il volto dell’uomo che sorrideva pregustando il sollievo della lontananza.
Un bacio
Una scena che non dimenticherò mai – e sono già passati diversi anni – è stata questa:
Mi trovavo in un vagone del convoglio che va da Córdoba a Río Cuarto. Mancavano tre minuti alla partenza del treno quando arrivò una soubrette che si era esibita nel teatro di quella città. La accompagnava l’impresario teatrale, e all’improvviso, davanti a tutti i passeggeri, l’uomo afferrò la testa della donna e le diede un bacio. Ma era un bacio lungo, disperato; un bacio in cui si intravede l’elevazione dell’anima verso un sollievo che però è destinato a concludersi. Noi tutti passeggeri eravamo perplessi, accusavamo una sensazione quasi dolorosa.
Poi il treno partì.
Quarantotto ore dopo, a Río Cuarto, mentre sto in un caffè, afferro un quotidiano del giorno prima. Lo leggo e di colpo resto paralizzato. Il giornale riportava la notizia del suicidio dell’impresario del teatro dove si era esibita la soubrette. Ho lasciato stare il quotidiano e mi sono messo a riflettere. Adesso si capiva il senso di quel bacio. L’uomo, mentre si recava alla stazione, sapeva che era l’ultima, l’ultima e definitiva volta in cui avrebbe guardato e baciato quel volto che in chissà quante altre città avrebbe ancora sparso la sua vita libera fatta di musica.
E all’improvviso questo spettacolo prese talmente vita nella mia immaginazione che per tantissimo tempo non riuscì a separarlo dai miei ragionamenti. Avevo assistito agli ultimi momenti di vita di un suicida, di un uomo che non aveva lasciato nessun messaggio scritto e apparentemente non aveva motivi per suicidarsi.
Tristezza degli addii
Il fatto è che non c’è niente di più triste degli addii. Soprattutto in certe stagioni e periodi dell’anno.
Qualcuno rimane e qualcuno parte.
Il piccolo corteo che cerca di rendere piacevoli gli ultimi momenti di un malato alla stazione. La ragazza che parte per la cordigliera. Le amiche che la guardano, a metà fra il costernato e il curioso, gli sconosciuti che passano e si soffermano a osservare un volto bagnato dalle lacrime. Fischi di treni che arrivano e partono; tumulto di folla; sibili di vapore che sono come un forte inno di vita, mentre il povero essere umano accovacciato sul sedile comprende che la vita sfugge alle sue speranze.
Tristezza degli addii fra grandi tratti d’ombra e luci verdi e rosse; fazzoletti che battono con rassegnazione su braccia oblique; teste che si affacciano al finestrino sino a quando il convoglio scompare nelle luccicanti curve delle rotaie, la sola cosa visibile nell’oscurità della notte; il fanale che oscilla per un attimo e scintilla. E poi ombra, non più rumori, non più luce, non più stridore. E la vita che continua col suo ritmo di sempre…
lunedì 16 gennaio 2012
Rarità bis
Proseguiamo con le rarità.
Di Hector Hugh Munro detto “Saki” (1870-1916) avevo già tradotto qualcosa (vedi qui e qui). Il racconto che segue (che a quanto mi risulta non ha traduzioni italiane esistenti) venne pubblicato nel 1910, non è politicamente corretto, e fa pensare che l’autore sia stato il classico inglese imperialista e razzista di inizio ‘900. Avendo letto altri racconti di Munro, posso garantire che è ugualmente irrispettoso, razzista e qualunquista anche quando parla dei suoi connazionali…
In questo caso il suo bersaglio è la Turchia (anzi, l’Impero Ottomano) ancora arretrato ma in fase di modernizzazione… forse.
UNA GIOVANE CATASTROFE TURCA (*) – IN DUE SCENE
Il Ministro delle Belle Arti (al cui Dipartimento è stata ultimamente aggregata la nuova sottosezione dell’Ingegneria Elettorale) ebbe un incontro di lavoro col Gran Visir. Rispettando il galateo levantino, prima di parlare di cose serie discussero un po’ di argomenti più frivoli. Il Ministro però si astenne dal fare riferimenti alla gara di maratona in corso, poiché ricordava che il Gran Visir aveva una nonna persiana e pertanto ogni allusione a una Maratona (**) poteva suonare inappropriata. Alla fine il Ministro spiegò il motivo della sua visita.
“Con la nuova costituzione, le donne possono votare?” domandò improvvisamente.
“Le donne che votano?” esclamò il Visir sbalordito. “Mio caro Pascià, il nuovo corso politico ha già sentore d’assurdo così come è; non rendiamolo ulteriormente ridicolo. Le donne non hanno né anima né intelligenza, perché dovrebbero avere il diritto di voto?”
“Lo so che suona assurdo”, rispose il Ministro “Eppure in Occidente stanno seriamente valutando questa possibilità”.
“Allora dispongono di una dose di imperturbabilità superiore a quella che gli attribuivo. Ho trascorso un’intera vita sforzandomi di mantenere sempre un rigoroso contegno, eppure ho difficoltà a trattenermi dal ridere al solo valutare questa proposta. Inoltre la maggior parte delle donne del popolo non sanno né leggere né scrivere. Come potrebbero partecipare alle operazioni di voto?”
“Gli si potrebbe mostrare la scheda coi nomi dei candidati, indicandogli il punto in cui devono apporre una croce”.
“Chiedo scusa?” lo interruppe il Visir.
“Volevo dire: in cui devono apporre una mezzaluna”, si corresse appena in tempo il Ministro. “Questo farebbe piacere al partito dei Giovani Turchi”, aggiunse.
“Oh beh” commentò il Visir, “Tanto vale andare sino in fondo e rassegnarci a questa porcat…” (si interruppe prima di pronunciare il nome di un animale impuro) “ehm, questa cavolata. Darò istruzioni affinché alle donne sia permesso votare”.
***
Le operazioni di voto stavano per concludersi nel seggio di Lakoumistan. Il candidato dei Giovani Turchi era in vantaggio di tre/quattrocento voti, e stava già scrivendo la bozza del discorso di ringraziamento agli elettori. La sua vittoria era quasi annunciata, perché lui aveva messo in moto i classici meccanismi delle campagne elettorali occidentali. Aveva persino noleggiato dei tassì. Pochissimi fra i suoi sostenitori si erano recati al seggio utilizzando questi mezzi di trasporto, però grazie alla guida mirata degli autisti era riuscito a fare in modo che parecchi sostenitori del suo avversario politico finissero al cimitero, o in ospedale, o comunque non fossero più nelle condizioni di poter votare. Ma all’improvviso accade qualcosa di imprevedibile.
Il candidato rivale, Alì il Benedetto, arrivò al seggio con tutte le sue mogli e rispettive suocere, che erano all’incirca seicento. Alì non si era preoccupato di organizzare comizi, però aveva sparso la voce che chiunque avesse votato il suo oppositore sarebbe volato nelle acque del Bosforo chiuso dentro un sacco.
Il candidato dei Giovani Turchi, che si era uniformato all’uso occidentale di avere una sola moglie e praticamente nessuna amante, assistette impotente al rovesciamento dei risultati dello spoglio, con la maggioranza dei voti che passava ad Alì.
“Crist… oforo Colombo!” esclamò, invocando in modo confuso un noto viaggiatore, “Chi mai l’avrebbe potuto immaginare?”
“Curioso eh?”, scherzò Alì. “Colui che ha così eloquentemente sostenuto l’importanza del Voto Segreto, è stato sconfitto dalle Votanti Segregate… dietro un burkha”.
(*) Riferimento ai Giovani Turchi, movimento politico che si proponeva di modernizzare e occidentalizzare l’Impero Ottomano agli inizi del XX secolo. Col tempo riuscì nei suoi scopi, ma all’epoca in cui venne scritto il racconto (1910) le sue probabilità di successo apparivano ardue, e H.H. Munro ci scherza sopra.
(**) La celebre battaglia in cui l’esercito ateniese sconfisse le armate persiane.
domenica 8 gennaio 2012
Rarità in italiano
In attesa di idee migliori, provo a creare un nuovo tag senza scadenze fisse dedicato alle rarità letterarie, ovvero agli scritti apparentemente mai tradotti in italiano. Ovviamente posso sbagliare, e spacciare per "mai tradotto" qualcosa di già pubblicato nella nostra lingua, ma garantisco che non si tratterà mai di millanteria, bensì di banale incompetenza del sottoscritto, una qualità che non ho mai negato di possedere.
Vorrei cominciare con Senryu Karai (1718-1790) poeta giapponese creatore degli haiku satirici. Gli haiku tradizionali sono componimenti lirici e hanno come riferimento le stagioni e la natura. Senryu Karai invece utilizzò la struttura metrica di queste tipiche poesie giapponesi per dare forma ai suoi guizzi ironici, in una maniera che per certi aspetti rammenta gli epigrammi della tradizione classica occidentale. Questo tipo di composizione viene ancora oggi chiamato senryu in suo onore, e si distingue dagli haiku. Per quanto ne so, non esistono traduzioni italiane dei suoi componimenti. Ne propongo alcuni, tratti però da una versione inglese (direttamente dal giapponese purtroppo mi è impossibile…)
“Presto ci sarà
un’affascinante vedova” – è il pettegolezzo
che gira fra i medici.
Mentre va al lavoro
il ladro fa alla moglie:
“Chiudi a chiave prima di andare a dormire!”
Il lavandaio:
un uomo che mangia
grazie al sudiciume dei vicini.
Qualunque cosa lui riferisca
chi lo ascolta
deve applicarci uno sconto del 50%.
A giudicare dalle immagini
l’inferno sembra
più eccitante che qui.
mercoledì 11 maggio 2011
Una poesia di Salvador Espriu
CANÇÓ DE CAPVESPRE
S'enduien veus d'infants
el sol que jo mirava.
Tota la llum d'estiu
se'm feia enyor de somni.
El rellotge, al blanc mur,
diu com se'n va la tarda.
S'encalma un vent suau
pels camins del capvespre.
Potser demà vindran
encara lentes hores
de claror per als ulls
d'aquest esguard tan àvid.
Però ara és la nit.
I he quedat solitari
a la casa dels morts
que només jo recordo
CANZONE DEL CREPUSCOLO
Voci di bambini trasportavano
il sole che io guardavo.
Tutta la luce dell'estate
si faceva in me desiderio di sogno.
L'orologio, sul muro bianco,
racconta come se ne va il pomeriggio.
Un vento calmo e soave
soffia nei sentieri del crepuscolo.
Forse domani verranno
ancora lente ore di
chiarore per gli occhi
di questo sguardo così avido.
Ma ora è notte.
E sono rimasto solo
nella casa dei morti
che soltanto io ricordo.
Nota: ho riportato la versione originale in catalano dell'autore, ma per onestà devo ammettere che la mia traduzione si basa su una versione in castigliano (spagnolo) tratta da un'antologia bilingue dell'opera poetica di Espriu.
S'enduien veus d'infants
el sol que jo mirava.
Tota la llum d'estiu
se'm feia enyor de somni.
El rellotge, al blanc mur,
diu com se'n va la tarda.
S'encalma un vent suau
pels camins del capvespre.
Potser demà vindran
encara lentes hores
de claror per als ulls
d'aquest esguard tan àvid.
Però ara és la nit.
I he quedat solitari
a la casa dels morts
que només jo recordo
CANZONE DEL CREPUSCOLO
Voci di bambini trasportavano
il sole che io guardavo.
Tutta la luce dell'estate
si faceva in me desiderio di sogno.
L'orologio, sul muro bianco,
racconta come se ne va il pomeriggio.
Un vento calmo e soave
soffia nei sentieri del crepuscolo.
Forse domani verranno
ancora lente ore di
chiarore per gli occhi
di questo sguardo così avido.
Ma ora è notte.
E sono rimasto solo
nella casa dei morti
che soltanto io ricordo.
Nota: ho riportato la versione originale in catalano dell'autore, ma per onestà devo ammettere che la mia traduzione si basa su una versione in castigliano (spagnolo) tratta da un'antologia bilingue dell'opera poetica di Espriu.
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domenica 24 aprile 2011
Buona Pasqua a tutti :-)
Come post pasquale voglio inserire una poesia del poeta inglese George Herbert (1593-1633) che anticipa di due secoli i giochi grafici dei futuristi e delle altre avanguardie letterarie che creavano i loro testi scritti dandogli forme e strutture tipografiche particolari. In questo caso la poesia è disposta in modo da formare le due ali alle quali si riferisce il titolo.
Il contenuto invece è tradizionale, e in fondo la Pasqua è sempre la stessa: per chi crede in Cristo, è l’occasione in cui si riflette sulla propria fede.
Easter Wings
Lord, who createdst man in wealth and store,
Though foolishly he lost the same,
Decaying more and more,
Till he became
Most poore:
With thee
O let me rise
As larks, harmoniously,
And sing this day thy victories:
Then shall the fall further the flight in me.
My tender age in sorrow did beginne
And still with sicknesses and shame.
Thou didst so punish sinne,
That I became
Most Thinne.
With Thee
Let me combine,
And feel Thy victorie
For, if I imp my wing on Thine,
Affliction shall advance the flight in me.
Le ali della Pasqua
Signore, che creasti l’uomo in ricchezza e abbondanza,
sebbene scioccamente egli le perse
decadendo sempre più,
finché egli divenne
così povero:
con Te
fammi risorgere
come un’allodola, armoniosamente,
e cantare in questo giorno le Tue vittorie:
così la caduta favorirà ulteriormente il mio volo.
La mia tenera età con dolore ebbe inizio
e anche con malattia e vergogna.
Tu hai punito il peccato,
e io divenni
più Tuo.
Con Te
fammi unire,
e sentire la Tua vittoria:
perché se rinforzo la mia ala con la Tua,
l’afflizione sosterrà in me la capacità di volare.
domenica 7 novembre 2010
Una poesia di Walt Whitman
A CLEAR MIDNIGHT
This is thy hour O Soul, thy free flight into the wordless,
Away from books, away from art, the day erased, the lesson done,
Thee fully forth emerging, silent, gazing, pondering the themes thou lovest best,
Night, sleep, death and the stars.
LIMPIDA MEZZANOTTE
Questa é la tua ora, Anima, il tuo volo libero nell'assenza di parole,
Lontano dai libri, lontano dall'arte, il giorno cancellato, i compiti fatti,
Tu che emergi pienamente, silenziosa, sguardo fisso, riflettendo sulle materie che più ami,
Notte, sonno, morte e le stelle.
This is thy hour O Soul, thy free flight into the wordless,
Away from books, away from art, the day erased, the lesson done,
Thee fully forth emerging, silent, gazing, pondering the themes thou lovest best,
Night, sleep, death and the stars.
LIMPIDA MEZZANOTTE
Questa é la tua ora, Anima, il tuo volo libero nell'assenza di parole,
Lontano dai libri, lontano dall'arte, il giorno cancellato, i compiti fatti,
Tu che emergi pienamente, silenziosa, sguardo fisso, riflettendo sulle materie che più ami,
Notte, sonno, morte e le stelle.
mercoledì 6 ottobre 2010
Una poesia di Federico Garcìa Lorca
GACELA DEL NIÑO MUERTO
Todas las tardes en Granada,
todas las tardes se muere un niño.
Todas las tardes el agua se sienta
a conversar con sus amigos.
Los muertos llevan alas de musgo.
El viento nublado y el viento limpio
son dos faisanes que vuelan por las torres
y el día es un muchacho herido.
No quedaba en el aire ni una brizna de alondra
cuando yo te encontré por las grutas del vino.
No quedaba en la tierra ni una miga de nube
cuando te ahogabas por el río.
Un gigante de agua cayó sobre los montes
y el valle fue rodando con perros y con lirios.
Tu cuerpo, con la sombra violeta de mis manos,
era, muerto en la orilla, un arcángel de frío.
GACELA (*) DEL BAMBINO MORTO
Tutte le sere a Granata,
tutte le sere muore un bambino.
Tutte le sere l'acqua si siede
a conversare coi suoi amici.
I morti hanno ali di muschio.
Il vento torbido e quello chiaro
sono due fagiani che volano tra le torri
e il giorno è un ragazzo ferito.
Non restava nell'aria neppure una traccia d'allodola
quando t'incontrai nella grotta del vino.
Non restava sulla terra neppure una briciola di nube
quando ti affogavi nel fiume.
Un gigante d'acqua cadde sui monti
e la valle rotolò con cani e con gigli.
Il tuo corpo, con l'ombra viola delle mie mani,
era, morto sulla riva, un arcangelo di freddo.
(*) forma poetica di origine araba
Todas las tardes en Granada,
todas las tardes se muere un niño.
Todas las tardes el agua se sienta
a conversar con sus amigos.
Los muertos llevan alas de musgo.
El viento nublado y el viento limpio
son dos faisanes que vuelan por las torres
y el día es un muchacho herido.
No quedaba en el aire ni una brizna de alondra
cuando yo te encontré por las grutas del vino.
No quedaba en la tierra ni una miga de nube
cuando te ahogabas por el río.
Un gigante de agua cayó sobre los montes
y el valle fue rodando con perros y con lirios.
Tu cuerpo, con la sombra violeta de mis manos,
era, muerto en la orilla, un arcángel de frío.
GACELA (*) DEL BAMBINO MORTO
Tutte le sere a Granata,
tutte le sere muore un bambino.
Tutte le sere l'acqua si siede
a conversare coi suoi amici.
I morti hanno ali di muschio.
Il vento torbido e quello chiaro
sono due fagiani che volano tra le torri
e il giorno è un ragazzo ferito.
Non restava nell'aria neppure una traccia d'allodola
quando t'incontrai nella grotta del vino.
Non restava sulla terra neppure una briciola di nube
quando ti affogavi nel fiume.
Un gigante d'acqua cadde sui monti
e la valle rotolò con cani e con gigli.
Il tuo corpo, con l'ombra viola delle mie mani,
era, morto sulla riva, un arcangelo di freddo.
(*) forma poetica di origine araba
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venerdì 6 agosto 2010
Una poesia di William Blake
THE GARDEN OF LOVE
I went to the Garden of Love
And saw what I never had seen:
A Chapel was built in the midst,
Where I used to play on the green.
And the gates of this Chapel were shut,
And “Thou shalt not” writ over the door;
So I turn’d to the Garden of Love
That so many sweet flowers bore;
And I saw it was filled with graves,
And tomb-stones where flowers should be;
And Priests in black gowns were walking their rounds,
And binding with briars my joys & desires.
IL GIARDINO DELL’AMORE
Andai nel Giardino dell’Amore
E vidi ciò che non avevo mai visto:
Al suo interno era sorta una Cappella,
laddove ero avvezzo a giocare sul prato.
E gli accessi alla Cappella erano chiusi,
E “Proibito” era scritto sopra l’entrata;
Così ritornai al Giardino dell’Amore
Che era colmo di dolci fiori;
E vidi che si era riempito di tombe,
E c’erano lapidi al posto dei fiori;
E sacerdoti con tonache nere vagavano agli angoli
Recintando con rovi le mie gioie e i miei desideri.
I went to the Garden of Love
And saw what I never had seen:
A Chapel was built in the midst,
Where I used to play on the green.
And the gates of this Chapel were shut,
And “Thou shalt not” writ over the door;
So I turn’d to the Garden of Love
That so many sweet flowers bore;
And I saw it was filled with graves,
And tomb-stones where flowers should be;
And Priests in black gowns were walking their rounds,
And binding with briars my joys & desires.
IL GIARDINO DELL’AMORE
Andai nel Giardino dell’Amore
E vidi ciò che non avevo mai visto:
Al suo interno era sorta una Cappella,
laddove ero avvezzo a giocare sul prato.
E gli accessi alla Cappella erano chiusi,
E “Proibito” era scritto sopra l’entrata;
Così ritornai al Giardino dell’Amore
Che era colmo di dolci fiori;
E vidi che si era riempito di tombe,
E c’erano lapidi al posto dei fiori;
E sacerdoti con tonache nere vagavano agli angoli
Recintando con rovi le mie gioie e i miei desideri.
venerdì 14 maggio 2010
Atrocità e poesia
Il 14 maggio nella mia città è l’anniversario del bombardamento americano durante la seconda guerra mondiale, il primo di una lunga serie. Una tragedia che io ho vissuto solo nei racconti dei miei parenti anziani, alcuni dei quali hanno perso i loro genitori proprio a causa di questo evento.
I bombardamenti sui civili sono un’atrocità orribile. Anni fa ho letto questa poesia di Dylan Thomas, poeta maledetto del secolo scorso dal linguaggio visionario, é mi è sembrato di risentire le parole dei miei parenti sopravvissuti.
AMONG THOSE KILLED IN THE DAWN RAID WAS A MAN AGED A HUNDRED
When the morning was waking over the war
He put on his clothes and stepped out and he died,
The locks yawned loose and a blast blew them wide,
He dropped where he loved on the burst pavement stone
And the funeral grains of the slaughtered floor.
Tell his street on its back he stopped a sun
And the craters of his eyes grew springshots and fire
When all the keys shot from the locks, and rang.
Dig no more for the chains of his grey-haired heart.
The heavenly ambulance drawn by a wound
Assembling waits for the spade's ring on the cage.
O keep his bones away from the common cart,
The morning is flying on the wings of his age
And a hundred storks perch on the sun's right hand.
FRA GLI UCCISI NELL’INCURSIONE ALL’ALBA C’ERA UN UOMO DI CENT’ANNI
Mentre il mattino si svegliava sopra la guerra
Si mise i suoi vestiti, uscì fuori e morì.
Le serrature cigolarono lente e uno scoppio le disperse,
Lui cadde dove amò, sul marciapiede esploso
E nella funebre polvere del suolo massacrato.
Diglielo alla strada sulla sua schiena che egli fermò un sole,
E nei crateri dei suoi occhi crebbero virgulti e fuoco
Quando tutte le chiavi caddero dalle serrature e trillarono.
Non scavate più per le catene del suo cuore canuto.
L’ambulanza celeste disegnata da una ferita raduna,
Aspettando, i rumori delle pale sulla gabbia.
Tenete le sue ossa lontane dal carro comune,
Il mattino sta volando sulle ali della sua età
E cento cicogne si posano sulla mano destra del sole.
I bombardamenti sui civili sono un’atrocità orribile. Anni fa ho letto questa poesia di Dylan Thomas, poeta maledetto del secolo scorso dal linguaggio visionario, é mi è sembrato di risentire le parole dei miei parenti sopravvissuti.
AMONG THOSE KILLED IN THE DAWN RAID WAS A MAN AGED A HUNDRED
When the morning was waking over the war
He put on his clothes and stepped out and he died,
The locks yawned loose and a blast blew them wide,
He dropped where he loved on the burst pavement stone
And the funeral grains of the slaughtered floor.
Tell his street on its back he stopped a sun
And the craters of his eyes grew springshots and fire
When all the keys shot from the locks, and rang.
Dig no more for the chains of his grey-haired heart.
The heavenly ambulance drawn by a wound
Assembling waits for the spade's ring on the cage.
O keep his bones away from the common cart,
The morning is flying on the wings of his age
And a hundred storks perch on the sun's right hand.
FRA GLI UCCISI NELL’INCURSIONE ALL’ALBA C’ERA UN UOMO DI CENT’ANNI
Mentre il mattino si svegliava sopra la guerra
Si mise i suoi vestiti, uscì fuori e morì.
Le serrature cigolarono lente e uno scoppio le disperse,
Lui cadde dove amò, sul marciapiede esploso
E nella funebre polvere del suolo massacrato.
Diglielo alla strada sulla sua schiena che egli fermò un sole,
E nei crateri dei suoi occhi crebbero virgulti e fuoco
Quando tutte le chiavi caddero dalle serrature e trillarono.
Non scavate più per le catene del suo cuore canuto.
L’ambulanza celeste disegnata da una ferita raduna,
Aspettando, i rumori delle pale sulla gabbia.
Tenete le sue ossa lontane dal carro comune,
Il mattino sta volando sulle ali della sua età
E cento cicogne si posano sulla mano destra del sole.
martedì 20 aprile 2010
Ricerca di testi traducibili in corso
Come avevo anticipato, nei prossimi mesi diminuirò il tempo dedicato a lettura e scrittura per concentrarmi su un'attività che in un certo senso ingloba le prime due: tradurre.
Già Mirco mi ha fatto un'ottima segnalazione, ma mi sono messo a cercare anche da solo, scoprendo sulle pagine inglesi e francesi di wikipedia gli autori morti fra il 1930 e il 1940 (ricerca macabra, lo so, purtroppo necessaria per motivi di copyright).
Ho inquadrato uno scrittore americano che attualmente è fuori catalogo in Italia, quindi farebbe al caso mio.
Però ho notato anche un autore giapponese, e la mia nippomania ha cominciato a solleticarmi... Sarebbe la traduzione di una traduzione, visto che io non conosco il giapponese, ma solo il francese delle uniche versioni in una lingua europea delle sue opere. E poi rischierei guai con la casa editrice - ammesso che un editore francese possa mai interessarsi al blog di uno scribacchino italiano - dal momento che i diritti sulle opere originali sono scaduti, ma sulle traduzioni sicuramente no...
Ci penserò su. Tradurre (non solo scrivere) è per me solo un'attività amatoriale, quindi non ho alcuna scadenza da rispettare, purtroppo...
Già Mirco mi ha fatto un'ottima segnalazione, ma mi sono messo a cercare anche da solo, scoprendo sulle pagine inglesi e francesi di wikipedia gli autori morti fra il 1930 e il 1940 (ricerca macabra, lo so, purtroppo necessaria per motivi di copyright).
Ho inquadrato uno scrittore americano che attualmente è fuori catalogo in Italia, quindi farebbe al caso mio.
Però ho notato anche un autore giapponese, e la mia nippomania ha cominciato a solleticarmi... Sarebbe la traduzione di una traduzione, visto che io non conosco il giapponese, ma solo il francese delle uniche versioni in una lingua europea delle sue opere. E poi rischierei guai con la casa editrice - ammesso che un editore francese possa mai interessarsi al blog di uno scribacchino italiano - dal momento che i diritti sulle opere originali sono scaduti, ma sulle traduzioni sicuramente no...
Ci penserò su. Tradurre (non solo scrivere) è per me solo un'attività amatoriale, quindi non ho alcuna scadenza da rispettare, purtroppo...
martedì 13 aprile 2010
Traduttore dilettante
Mi sono già cimentato in traduzioni amatoriali (alcune storie di H.H. Munro "Saki" e il primo racconto lupiniano di Leblanc, senza contare qualche poesia), ma sto pensando di dedicarmici con maggiore intensità.
Non credo che smetterò di scrivere, ma in questo momento non mi sento particolarmente motivato. L'unica certezza é che ho due racconti già iniziati e lasciati in sospeso, ma presumo di terminarli quanto meno per forza d'inerzia. Spero di metterli online prima della fine di aprile.
Tradurre testi letterari dovrebbe aiutarmi a sfogare la mia mania scrittoria, visto che una traduzione permette di riscrivere ciò che altri hanno già scritto (detto così suona bizzarro e un po' paradossale, lo so, ma chiunque abbia tradotto letteratura sa bene che é molto diverso rispetto alla traduzione di un manuale di istruzioni o di una lettera commerciale).
Stavolta vorrei affrontare un testo lungo, magari un romanzo, però vorrei anche pubblicarlo sul blog e quindi mi serve un autore il cui copyright sia scaduto e che non sia mai stato precedentemente tradotto in italiano...
Ecco, ho stabilito il proposito. Ora mi mancano solo l'autore mai tradotto e il libro da tradurre, ovviamente in inglese, francese o spagnolo, visto che altre lingue non ne conosco.
Qualcuno può darmi un suggerimento?
Non credo che smetterò di scrivere, ma in questo momento non mi sento particolarmente motivato. L'unica certezza é che ho due racconti già iniziati e lasciati in sospeso, ma presumo di terminarli quanto meno per forza d'inerzia. Spero di metterli online prima della fine di aprile.
Tradurre testi letterari dovrebbe aiutarmi a sfogare la mia mania scrittoria, visto che una traduzione permette di riscrivere ciò che altri hanno già scritto (detto così suona bizzarro e un po' paradossale, lo so, ma chiunque abbia tradotto letteratura sa bene che é molto diverso rispetto alla traduzione di un manuale di istruzioni o di una lettera commerciale).
Stavolta vorrei affrontare un testo lungo, magari un romanzo, però vorrei anche pubblicarlo sul blog e quindi mi serve un autore il cui copyright sia scaduto e che non sia mai stato precedentemente tradotto in italiano...
Ecco, ho stabilito il proposito. Ora mi mancano solo l'autore mai tradotto e il libro da tradurre, ovviamente in inglese, francese o spagnolo, visto che altre lingue non ne conosco.
Qualcuno può darmi un suggerimento?
martedì 2 marzo 2010
Tante cose non si potranno mai avere...
BAJO AL JARDIN (Juan Ramòn Jimenez)
Bajo al jardín. ¡Son mujeres!
¡Espera, espera...! Mi amor
coje un brazo. ¡Ven! ¿Quién eres?
¡Y miro que es una flor!
¡Por la fuente; sí, son ellas!
¡Espera, espera, mujer!
… Cojo el agua. ¡Son estrellas,
que no se pueden cojer!
GIU' NEL GIARDINO
Giù nel giardino! Sono donne!
Aspetta, aspetta! Il mio amore
afferra un braccio. Vieni! Chi sei?
E vedo che é un fiore!
Nella fonte, si, sono loro!
Aspetta, aspetta donna!
... Raccolgo acqua. Sono stelle,
e non si possono raccogliere!
Bajo al jardín. ¡Son mujeres!
¡Espera, espera...! Mi amor
coje un brazo. ¡Ven! ¿Quién eres?
¡Y miro que es una flor!
¡Por la fuente; sí, son ellas!
¡Espera, espera, mujer!
… Cojo el agua. ¡Son estrellas,
que no se pueden cojer!
GIU' NEL GIARDINO
Giù nel giardino! Sono donne!
Aspetta, aspetta! Il mio amore
afferra un braccio. Vieni! Chi sei?
E vedo che é un fiore!
Nella fonte, si, sono loro!
Aspetta, aspetta donna!
... Raccolgo acqua. Sono stelle,
e non si possono raccogliere!
martedì 16 febbraio 2010
L'arresto di Arsène Lupin - 1
L’arresto di Arsène Lupin
Lo strano viaggio! Era cominciato così bene! Da parte mia non avevo preoccupazioni, perché tutto si annunciava sotto i più favorevoli auspici. Il “Provence” è un transatlantico rapido, confortevole, comandato dai più affabili tra gli uomini. La crema della società era lì riunita. Nascevano nuove relazioni, ci si divertiva. Avevamo la splendida sensazione di essere separati dal resto del mondo, noi rappresentavamo l’umanità come se ci trovassimo su un’isola deserta, essendo perciò obbligati a stare vicino gli uni agli altri.
Avete mai pensato a quanto ci sia di originale ed imprevedibile in quei gruppi di persone che fino al giorno prima neanche si conoscevano, e che per un po’ di tempo – tra il cielo infinito e il mare immenso – saranno in stretta intimità e insieme sfideranno la collera dell’oceano, gli assalti terrificanti delle onde e l’infida calma del mare addormentato?
E’ come vivere in forma ridotta e tragica l’intera vita, con le sue tempeste e le sue grandezze, la sua monotonia e la sua varietà. Ed è per questo, forse, che una breve crociera viene gustata con ansia febbrile e voluttà intensa; perché si riesce a scorgere la sua fine già nel momento stesso in cui inizia.
Ma in mezzo a tanti viaggi ce ne fu uno in cui accadde qualcosa di speciale che andò a sommarsi in modo singolare alle emozioni della traversata.
La piccola isola galleggiante dipende sempre dalla terraferma da cui si crede affrancata. Un legame sussiste, e si snoda a poco a poco in mezzo al mare, per poi riannodarsi all’improvviso. Il telegrafo senza fili! Messaggero di un altro universo da cui si ricevono notizie nel modo più misterioso! L’immaginazione non ha più neppure la possibilità di evocare dei fili di ferro nelle cui pieghe scorrerebbe il messaggio invisibile. Il mistero è ancora più insondabile, anche più poetico, e per spiegare questo nuovo miracolo si può ricorrere solo alle ali del vento.
All’inizio ci sentivamo seguiti, scortati, perfino preceduti da questa voce lontana che, di tanto in tanto, sussurrava qualche parola a ognuno di noi. Due amici mi parlarono. Altri dieci, venti ci inviarono a tutti, attraverso lo spazio, i loro saluti tristi o piacevoli.
Il secondo giorno, mentre stavamo a cinquecento miglia dalla costa francese, nel bel mezzo di un pomeriggio piovoso il telegrafo senza fili trasmise un dispaccio di questo tenore:
“Arsène Lupin a bordo della vostra nave, prima classe, capelli biondi, cicatrice all’avambraccio destro, viaggia da solo sotto il falso nome di R…”
Il quel preciso momento un tuonò risuonò violentemente nel cielo cupo. Le onde elettriche si interruppero. Il resto del dispaccio non ci pervenne. Del nome sotto il quale si nascondeva Arsène Lupin sapevamo solo l’iniziale.
Se si fosse trattato di un’altra notizia sono certo che sarebbe stato scrupolosamente mantenuto il segreto, sia da parte degli impiegati del telegrafo che del commissario di bordo e del comandante. Ma era uno di quegli eventi capaci di scardinare anche la più rigorosa delle discrezioni. Il giorno stesso, senza che si sapesse in che modo questa informazione si fosse diffusa, tutti sapevamo che il famoso Arsène Lupin si nascondeva tra noi.
Arsène Lupin in mezzo a noi! Il ladro imprendibile di cui tutti i giornali raccontavano le prodezze da mesi! Il personaggio enigmatico con cui il vecchio Ganimard, il nostro miglior poliziotto, aveva ingaggiato una guerra senza quartiere piena di pittoresche peripezie! Arsène Lupin, il fantasista gentiluomo che agisce solo nei castelli e nei salotti, colui che la notte in cui era penetrato in casa del barone Schormann se ne era andato via a mani vuote lasciando un biglietto da visita con la seguente dicitura: “Arsène Lupin, il ladro gentiluomo, ritornerà quando gli oggetti di valore saranno autentici”. Arsène Lupin, l’uomo dai mille travestimenti: di volta in volta autista, tenore, bookmaker, giovane rampollo, adolescente, vecchio, commesso viaggiatore marsigliese, medico russo, torero spagnolo!
Pensate a quando ci si rese conto di ciò: Arsène Lupin si muoveva all’interno del cerchio relativamente ristretto di un transatlantico. Ma cosa dico! Lui era nel ristrettissimo ambito della prima classe dove ci incontravamo tutti in ogni momento, in questa sala da pranzo, in questo salone, in questo fumoir! Arsène Lupin poteva essere quel signore lì, oppure quello laggiù… magari il mio vicino di tavola o la persona con cui dividevo la cabina…
“E questa cosa durerà cinque volte ventiquattrore!”, si lamentava il giorno dopo miss Nelly Underdown, “E’ intollerabile! Spero proprio che l’arrestino”.
E rivolgendosi a me: “Monsieur d’Andréasy, lei che ha confidenza col comandante, ha saputo niente?”
Quanto mi sarebbe piaciuto sapere qualcosa per compiacere miss Nelly! Era una di quelle magnifiche creature che, dovunque si trovino, vanno subito a finire nel luogo più ben in vista. Quelle la cui bellezza e la cui fortuna riescono ad abbagliare chiunque. Hanno sempre attorno a loro una piccola corte di ammiratori ferventi ed entusiasti.
Educata a Parigi dalla madre francese, stava viaggiando per raggiungere il padre, il ricchissimo Underdown di Chicago. L’accompagnava una sua amica, lady Jerland.
Sin dal primo momento mi ero candidato per flirtare con lei. Ma nella rapida intimità del viaggio il suo fascino mi aveva turbato, e ogni volta che i suoi grandi occhi neri incrociavano i miei mi sentivo troppo agitato per un flirt. Tuttavia lei mi mostrava un certo favore. Si degnava di ridere delle mie battute e s’interessava ai miei aneddoti. Una vaga simpatia sembrava corrispondere all’attenzione che le dimostravo.
Solo un rivale mi impensieriva un po’, un gran bel ragazzo elegante e riservato. Qualche volta lei sembrava preferire il suo umore taciturno piuttosto che la mia estroversione parigina.
Lui stava in mezzo al gruppo di ammiratori che attorniava miss Nelly nel momento in cui lei mi aveva posto quella domanda. Eravamo sul ponte, piacevolmente accoccolati sulle sedie a dondolo. L’acquazzone del giorno prima aveva rischiarato il cielo. L’atmosfera era deliziosa.
“Non so niente di preciso, mademoiselle”, le spiegai “ma non potremmo condurre noi stessi un’indagine, nello stesso modo in cui farebbe il vecchio Ganimard, il nemico personale di Arsène Lupin?”
“Oh, lei si sta allargando!”
“Perché mai? E’ forse un caso complicato?”
“Molto complicato”.
“Ma lei dimentica gli elementi che abbiamo a disposizione per risolverlo”.
“Quali elementi?”
“Uno: Lupin si fa chiamare R…”
“Un indizio un po’ vago”.
“Due: viaggia da solo”.
“Se questo dettaglio le basta…”
“Tre: è biondo”.
“E allora?”
“E allora non dobbiamo fare altro che consultare la lista dei passeggeri e procedere ad eliminazione”.
La lista ce l’avevo in tasca. La presi in mano e iniziai a scorrerla.
“Come prima cosa noto che ci sono appena tredici persone la cui iniziale merita la nostra attenzione”.
“Solo tredici?”
“In prima classe si. Di questi tredici messieurs R…, come potete verificare, nove sono accompagnati da moglie o figli o domestici. Restano soltanto quattro persone che viaggiano sole: il marchese di Raverdan…”
“E’ segretario d’ambasciata”, m’interruppe miss Nelly, “lo conosco”.
“Il maggiore Rawson…”
“E’ mio zio”, disse qualcuno.
“Monsieur Rivolta…”
“Presente”, gridò uno di noi, un italiano il cui volto era nascosto sotto una barba nerissima.
Miss Nelly scoppiò a ridere. “Il signore non è sicuramente biondo”.
“Dunque”, ripresi la parola, “siamo costretti a concludere che il colpevole è l’ultimo della lista”.
“Vale a dire?”
“Vale a dire monsieur Rozaine. Qualcuno conosce monsieur Rozaine?”
Tutti tacquero. Ma miss Nelly, interpellando il giovane taciturno la cui assidua presenza vicino a lei m’infastidiva, chiese:
“E allora, monsieur Rozaine, non rispondete?”
Tutti ci girammo verso di lui. Era biondo.
Lo ammetto, ho sentito un piccolo choc dentro di me. E il silenzio imbarazzato che incombeva su di noi dimostrava che anche gli altri presenti provavano questa sorta di soffocamento. D’altra parte era assurdo, poiché nessuno dei comportamenti di quest’uomo ci permetteva di poterlo sospettare.
“Perché non rispondo?”, spiegò lui, “ma perché visto il mio nome, la mia condizione di viaggiatore solitario e il colore dei miei capelli, avevo già proceduto ad un’indagine analoga alla sua e sono arrivato alle stesse conclusioni. Infatti sono dell’avviso che dovrei essere arrestato”.
Aveva un’aria bizzarra mentre pronunciava queste parole. Le sue labbra sottili come due linee rette si strinsero ancora di più e impallidirono. Dei filamenti di sangue striarono i suoi occhi.
Stava scherzando, era ovvio. Tuttavia la sua fisionomia e il suo atteggiamento ci impressionarono.
Ingenuamente miss Nelly gli domandò: “Ha delle cicatrici?”
“E’ vero, mi manca la cicatrice”.
Con un gesto nervoso tirò su la manica e mostrò il suo braccio. Però mi passò un’idea per la testa. I miei occhi incrociarono quelli di miss Nelly: aveva mostrato il braccio sinistro.
Vi giuro che volevo farglielo notare, ma un evento imprevisto attirò la nostra attenzione. Lady Jerland, l’amica di miss Nelly, arrivò di corsa. Era agitata. Ci radunammo attorno a lei, e solo dopo qualche sforzo riuscì a balbettare: “I miei gioielli, le mie perle! Hanno rubato tutto!”
No, non avevano rubato tutto, come avremmo poi saputo in seguito. Assai più curiosamente avevano fatto una cernita!
Dalla stella di diamanti, dal ciondolo di rubini, dai colliers e dai braccialetti non erano state tolte le pietre più grandi, ma le più piccole, le più preziose, quelle di cui si poteva dire che avevano il maggior valore pur occupando la posizione più infima. Le montature giacevano sul tavolo. Io le vidi, tutti le vedemmo, spogliate delle loro gemme come dei fiori cui abbiano strappato i loro bei petali lucenti e colorati.
Per eseguire un colpo del genere bisognava attendere l’ora in cui lady Jerland prendeva il suo tè e – in pieno giorno e lungo un corridoio assai frequentato! – scassinare la porta della cabina, trovare un piccolo sacco perfettamente nascosto in fondo a uno scatolone di cartone, aprirlo e mettersi a fare una selezione!
Appena si seppe del furto tutti dissero la stessa cosa, tutti espressero la medesima opinione: ‘è stato Arsène Lupin’. E in effetti questo era proprio il suo stile complicato, misterioso, inconcepibile… e logico tuttavia. Perché sarebbe stato difficile nascondere la massa voluminosa che avrebbe formato l’insieme dei gioielli, mentre con tante piccole cose separate le une dalle altre il problema si riduceva al minimo: perline, smeraldi, zaffiri…
Durante la cena i due posti a destra e a sinistra di Rozaine rimasero vuoti. E la sera si seppe che era stato convocato dal comandante.
Il suo arresto, che nessuno mise in dubbio, provocò un autentico sollievo. Ci sentivamo sollevati. Ci intrattenemmo coi giochi da tavola, si ballò. Soprattutto miss Nelly mostrava la sua gioia in modo vistoso, e mi fece capire che i complimenti di monsieur Rozaine, sebbene lei li avesse apprezzati, erano già stati dimenticati. La sua grazia finì col conquistarmi. Verso la mezzanotte, sotto un sereno chiarore lunare, le espressi la mia devozione con un’emotività che apparentemente non le dispiacque.
Ma l’indomani, tra lo stupore generale, apprendemmo che Rozaine era stato liberato poiché le prove contro di lui non erano sufficienti.
Figlio d’un noto commerciante di Bordeaux, aveva mostrato i suoi documenti ed erano perfettamente in regola. Inoltre sulle sue braccia non c’era la minima traccia di cicatrici.
“Documenti, atti di nascita! Arsène Lupin ve ne può fornire quanti ne volete!”, urlavano i colpevolisti. “E per quanto riguarda la cicatrice, può darsi che non l’avesse davvero, oppure l’ha resa irriconoscibile”.
Gli venne obiettato dagli innocentisti che durante l’ora del furto Rozaine passeggiava sul ponte (era stato dimostrato). E loro rispondevano: “A un uomo della tempra di Arsène Lupin basta un attimo per commettere un furto”
E poi, al di là di tutte le considerazioni, c’era soprattutto un punto rispetto al quale gli innocentisti non potevano replicare: tolto Rozaine, chi altri c’era che viaggiava solo, era biondo e aveva il nome che iniziava per R? A chi si riferiva il messaggio telegrafico se non a Rozaine?
E quando Rozaine, qualche minuto prima di cena, si diresse audacemente verso il nostro gruppo, miss Nelly e lady Jerland si alzarono e si allontanarono.
Erano spaventate.
Un’ora dopo, una circolare manoscritta passò di mano in mano fra gli impiegati di bordo, i marinai e i passeggeri di ogni classe: monsieur Louis Rozaine prometteva una ricompensa di diecimila franchi a chi avesse smascherato Arsène Lupin o avesse scoperto il possessore delle pietre rubate.
“E se nessuno mi viene aiuto contro questo bandito”, dichiarò Rozaine al comandante, “farò da solo”.
Rozaine contro Arsène Lupin, o piuttosto – secondo un’espressione divenuta popolare – Arsène Lupin in persona contro Arsène Lupin. Una sfida che si prospettava interessante!
Durò per due giorni.
Vedevamo Rozaine dappertutto, si appartava col personale di bordo, interrogava, investigava. Si percepiva la sua ombra che, di notte, si muoveva furtivamente.
Da parte sua, anche il comandante si impegnava attivamente. Il “Provence” venne ispezionato dappertutto, in ogni angolo. Furono perquisite tutte le cabine, senza alcuna eccezione, col pretesto abbastanza verosimile che la refurtiva poteva essere nascosta dappertutto tranne che nella cabina del colpevole.
“Alla fine scopriranno qualcosa, non è vero?”, mi domandò miss Nelly. “Benché sia una specie di stregone, non può far diventare invisibili i diamanti e le perle”.
“Invece si”, gli risposi, “Oppure bisognerebbe ispezionare anche l’imbottitura dei nostri cappelli, la fodera dei nostri vestiti e tutto quello che portiamo indosso”.
Gli mostrai la mia Kodak, una 9 x 12 con la quale le facevo fotografie in tutte le pose.
“Non pensa che potrebbe aver piazzato tutte le pietre preziose di lady Jerland in un apparecchio come questo? Lui finge di immortalare panorami e intanto l’ha fatta franca”.
“Ma si dice che non esista un solo ladro al mondo che non lasci dietro di se almeno una traccia”.
“Uno c’è: Arsène Lupin”.
“Perché?”
“Perché non pianifica solo il furto che sta per commettere, ma anche tutte le circostanze che potrebbero tradirlo”.
“All’inizio eravate più fiducioso”.
“Però poi l’ho visto in azione…”
“E dunque cosa pensate adesso?”
“Secondo me stanno perdendo tempo”.
In effetti le indagini non portarono ad alcun risultato, o piuttosto ne generarono un altro che non corrispondeva certo alle aspettative: il capitano si accorse che il suo orologio era stato rubato.
Furioso, raddoppiò i suoi sforzi e sorveglio ancor più da vicino Rozaine, con il quale aveva peraltro avuto diversi incontri faccia a faccia. L’indomani, con elegante ironia, l’orologio si fece ritrovare in mezzo ai cinturini di poco valore del vice comandante.
Tutto ciò aveva l’aria di un prodigio, e denotava lo stile burlesco di Arsène Lupin, sicuramente ladro professionista ma in un certo qual modo anche dilettante. Rubava seguendo il suo gusto e l’ispirazione, ma talvolta anche per passatempo. Dava l’impressione del gran signore che si diverte a guardare la commedia che lui stesso sta mettendo in scena e che, dietro le quinte, ride a crepapelle delle proprie arguzie e delle situazioni che è riuscito a creare.
Era decisamente un artista nel proprio campo, e osservando Rozaine, cupo e ostinato, e immaginando il doppio ruolo che quasi certamente stava recitando, era difficile fare a meno di provare un po’ di ammirazione.
Prima dell’ultima notte di viaggio, l’ufficiale di coperta udì dei gemiti nell’angolo più buio del ponte. Si avvicinò. Un uomo era steso a terra, la testa avvolta in una sciarpa grigia molto spessa, i polsi legati con una cordicella fine.
Venne liberato. Lo aiutarono ad alzarsi e gli prestarono delle cure.
Era Rozaine.
Era stato assalito nel corso di una delle sue spedizioni, messo k.o. e derubato. Un biglietto da visita fissato con una spalletta sul suo vestito diceva:
“Arsène Lupin accetta con riconoscenza i 10.000 franchi di monsieur Rozaine”
In realtà il portafogli trafugato conteneva venti biglietti da mille.
Naturalmente venne accusato di aver simulato un’aggressione a se stesso. Ma per lui sarebbe stato impossibile legarsi in quel modo, ed inoltre venne stabilito che la calligrafia sul biglietto da visita differiva totalmente da quella di Rozaine a somigliava semmai a quella di Lupin così come la riproduceva un vecchio giornale che avevamo a bordo.
Dunque Rozaine non era più Lupin. Rozaine era Rozaine, figlio di un commerciante di Bordeaux. E la presenza di Arsène Lupin veniva ulteriormente confermata da questa aggressione spavalda.
Fu il terrore. Nessuno aveva più il coraggio di restare da solo nella propria cabina, o avventurarsi nei settori più isolati della nave. Si stava prudentemente in gruppo assieme a gente di cui ci si fidava. E tuttavia un’istintiva diffidenza separava anche coloro che erano stati intimi, perché la minaccia non proveniva da una singola persona. Arsène Lupin era diventato… chiunque. La nostra immaginazione sovraeccitata gli attribuiva dei poteri miracolosi ed illimitati. Lo immaginavamo capace di camuffarsi nel modo più imprevedibile, di essere di volta in volta il rispettabile maggiore Rawson o il nobile marchese di Raverdan, perché non ci si limitava più agli elementi iniziali di colpevolezza, si coinvolgevano anche persone che tutti conoscevano e anche coloro che erano accompagnati da mogli, figli e domestici.
I primi messaggi telegrafici non portarono nessuna novità, o almeno il comandante non ce ne rese partecipi, e un silenzio del genere non ci rassicurava.
Così, l’ultimo giorno sembrava interminabile. Vivevamo nella paura che si verificasse un incidente. Questa volta non sarebbe stato un furto, non si sarebbe tratto di una semplice aggressione, sarebbe stato crimine allo stato puro, omicidio. Sembrava impossibile che Arsène Lupin si fosse limitato a questi due insignificanti furti. Padrone assoluto della nave, gli ufficiali di bordo ridotti all’impotenza, a lui bastava voler fare qualcosa e gli era permesso, i nostri beni e le nostre vite erano nelle sue mani.
Ore piacevoli per me, lo ammetto, perché mi valsero la fiducia di miss Nelly. Impressionata da tutti questi eventi, essendo già inquieta per temperamento, lei cercava spontaneamente in me una protezione, una sicurezza che ero felice di offrirle.
In fondo Arsène Lupin era stato una benedizione per me. Non era stato lui a farci avvicinare? Non era forse grazie a lui se ora potevo abbandonarmi a dei bellissimi sogni? Sogni d’amore ma anche sogni meno chimerici, perché negarlo? Gli Andréasy sono una valente stirpe della regione di Poitou, ma il nostro blasone si è un po’ sbiadito, e mi sembrava che non fosse cosa indegna per un gentiluomo cercare di restituire lustro al proprio cognome.
E questi sogni – me lo sentivo – non infastidivano Nelly. I suoi occhi sorridenti mi autorizzavano a crederci. La dolcezza della sua voce mi diceva di sperare.
E fino all’ultimo momento, appoggiati ai parapetti, restammo l’uno vicino all’altra, mentre la linea della costa americana si profilava davanti a noi.
Le perquisizioni erano state interrotte. Aspettavamo. Dalla prima classe sino al ponte inferiore dove si accalcavano gli emigranti si attendeva il momento supremo in cui sarebbe stato svelato l’insolubile enigma. Chi era Arsène Lupin? Con quale nome, sotto quale maschera si nascondeva il famoso ladro?
E questo momento arrivò. Dovessi vivere cent’anni, non ne dimenticherò mai neppure il più infimo dei dettagli.
“Come é pallida, miss Nelly”, dissi alla mia compagna di viaggio che mi si appoggiava al braccio con aria fiacca.
“E lei”, mi rispose, “lei è così cambiato!”
“Consideri che stiamo vivendo un momento appassionante, e io sono felice di viverlo accanto a lei miss Nelly! Il suo ricordo si prolungherà…”
Lei non mi ascoltava, era ansimante e febbrile. Venne calata la passerella. Ma prima che avessimo la libertà di attraversarla, delle persone montarono a bordo, doganieri, uomini in uniforme, postini.
Miss Nelly balbettò: “Si direbbe che Lupin sia scappato durante la traversata, cosa che non mi stupirebbe”.
“Forse ha preferito la morte al disonore, e si è buttato nell’Atlantico pur di non essere arrestato”.
“Non rida”, replicò irritata.
All’improvviso trasalii, e quando lei mi chiese il perché le dissi: “Vede quell’ometto anziano, in piedi all’estremità della passerella?”
“Con l’ombrello e un redingote verde oliva?”
“Si. E’ Ganimard”.
“Ganimard?”
“Proprio lui, il famoso poliziotto che ha giurato di arrestare Lupin. Capisco perché non siano arrivati messaggi di alcun genere dall’America: Ganimard stava già lì, e non voleva che qualcun altro si occupasse delle sue inchieste”.
“Allora è certo che Arsène Lupin verrà preso?”
“Chissà? Sembra che persino Ganimard lo abbia visto solo camuffato e truccato. A meno che non conosca con certezza il nome falso con cui è registrato a bordo…”
“Ah!, se potessi assistere all’arresto!”, disse lei con quella curiosità un po’ crudele tipica delle donne.
“Pazientiamo. Sicuramente Lupin ha già notato la presenza del suo nemico. Preferirà sbarcare in mezzo agli ultimi, quando l’occhio del vecchio gendarme comincerà ad essere stanco”.
Lo sbarco ebbe inizio. Appoggiato sul suo ombrello, aria indifferente, Ganimard sembrava non prestare attenzione alla gente che si affollava lungo le due balaustrate. Mi accorsi che un ufficiale di bordo alle sue spalle gli dava delle indicazioni, ogni tanto.
Il marchese di Raverdan, il maggiore Rawson, l’italiano Rivolta sfilarono assieme ad altri, tanti altri. E notai Rozaine che si avvicinava.
Povero Rozaine! Sembrava non essersi ancora rimesso dalla sua disavventura!
“Potrebbe essere lui, nonostante tutto”, mi disse miss Nelly. “Lei che ne pensa?”
“Penso che sarebbe interessante avere una fotografia dove compaiano assieme Rozaine e Ganimard. Prenda la mia macchina fotografica, io ho parecchio bagaglio addosso”.
Gliela diedi, ma troppo tardi. Rozaine era già andato. L’ufficiale di bordo aveva sussurrato qualcosa nelle orecchie a Ganimard, ma questi aveva alzato le spalle e Rozaine era passato.
Ma allora chi era Arsène Lupin?
“Già”, fece lei a voce alta, “Chi è?”
Erano rimaste una ventina di persone. Lei le fissava una ad una con il timore confuso che lui non facesse parte di questi venti.
Le dissi: “Non possiamo più aspettare”.
Lei avanzò. Io la seguivo. Ma non avevamo fatto neppure dieci passi che Ganimard ci fermò.
“E allora?”, gridai.
“Un istante monsieur, perché questa fretta?”
“Sto accompagnando la signorina”.
“Un istante”, ripeté Ganimard con voce autoritaria.
Mi squadrò bene e poi, guardandomi dritto negli occhi, chiese: “Arsène Lupin, giusto?”
Mi misi a ridere. “No, semplicemente Bernard d’Andréasy”.
“Bernard d’Andréasy è morto tre anni fa in Macedonia”.
“Se Bernard d’Andréasy fosse morto non sarei più di questo mondo. E non è così. Le mostro i miei documenti”.
“Sono i suoi. Mi piacerebbe sapere in che modo ne è venuto in possesso”.
“Lei è pazzo! Lupin si è imbarcato con un nome iniziante per R”.
“Si, un altro trucco, una falsa pista su cui lei ha spinto tutti quanti. Che furbone, lei è in gamba. Ma stavolta la fortuna le ha voltato le spalle. Forza Lupin, ammetta la verità”.
Esitai un attimo. Con una botta secca mi colpì sull’avambraccio destro. Lanciai un grido di dolore. Aveva centrato la cicatrice ancora dolorante di cui parlava il dispaccio.
Insomma, bisognava arrendersi. Mi voltai verso miss Nelly, che ascoltava nervosa, impallidita.
Il suo sguardo incontrò il mio, poi si abbassò verso la Kodak che le avevo dato. Lei fece un gesto brusco, ed ebbi l’impressione, anzi la certezza che aveva capito tutto. Si, dentro quella scatolina foderata di zigrino nero, nella cavità di quell’oggetto che avevo precauzionalmente messo nelle sue mani prima che Ganimard mi arrestasse, si trovavano i ventimila franchi di monsieur Rozaine, le perle e i diamanti di lady Jerland.
Lo giuro: in quel momento solenne, mentre Ganimard e due dei suoi uomini mi circondavano, tutto mi era indifferente, anche l’arresto e l’ostilità della gente intorno a me. Una sola cosa mi premeva: la decisione che stava per prendere miss Nelly riguardo quell’oggetto che le avevo affidato. Rappresentava una prova concreta e decisiva contro di me. Ma Nelly avrebbe fornito ai gendarmi quella prova? Mi avrebbe tradito? Sarei stato perduto per causa sua? Si sarebbe comportata come un nemico spietato, o come una donna che ricorda ogni cosa e che addolcisce il disprezzo con qualche indulgenza e un po’ d’involontaria simpatia?
Mi passò davanti. La salutai senza pronunciare una parola. Confusa in mezzo agli altri viaggiatori si avvicinò alla passerella con la mia Kodak tra le mani.
Non osa farlo in pubblico, non c’è dubbio, pensai. Fra un’ora o anche meno consegnerà l’oggetto.
Ma arrivata al centro della passerella, simulando un movimento maldestro lo fece cadere nell’acqua tra il muro della banchina e la fiancata della nave.
Poi la vidi allontanarsi.
La sua graziosa silhouette sparì in mezzo alla folla, apparve di nuovo e scomparve definitivamente.
Per un istante restai immobile, provando tristezza e un dolce languore. Poi, con grande sorpresa di Ganimard sospirai: “Proprio un peccato che io non sia un uomo onesto…”
Fu così che, durante una serata invernale, Arsène Lupin mi raccontò la storia del suo arresto. Una combinazione di eventi - che prima o poi narrerò per iscritto - aveva fatto sì che nascesse tra di noi un legame di… posso azzardare la parola ‘amicizia’? Si, io credo che Lupin mi onori con un qualche sentimento di amicizia, ed è a causa di questa amicizia che talvolta viene a farmi visita all’improvviso, riempiendo il silenzio del mio studio con la sua allegria giovanile, la luce della sua vita ardente, il suo piacevole umore al quale il destino riserva solo favori e sorrisi.
Una sua descrizione? E come potrei farla? Venti volte ho visto Arsène Lupin, e venti volte mi è apparsa una persona diversa… o piuttosto era sempre la stessa persona, di cui venti specchi diversi mi hanno ogni volta inviato delle immagini deformate, ciascuna coi suoi occhi, con il suo corpo, la sua gestualità, il suo profilo e il suo carattere specifico.
“Io stesso” mi ha detto una volta “non so più bene chi sono. Allo specchio non mi riconosco più”.
Una battuta ovviamente, un paradosso, ma è la verità agli occhi di coloro che lo incontrano ignorando le sue infinite risorse, la sua pazienza, la sua arte nel travestirsi, la sua prodigiosa facoltà di trasformare persino le proporzioni del suo volto e di alterare addirittura il rapporto fra i lineamenti.
“Perché”, mi ha detto anche “dovrei avere un aspetto esteriore definito? Perché non dovrei evitare il pericolo di una personalità sempre identica? Bastano le mie azioni a definirmi”.
E ha precisato con una punta di orgoglio: “Tanto meglio se non si potrà mai dire con certezza: quello è Arsène Lupin. L’essenziale è che si possa dire senza timore di sbagliarsi: questo lo ha fatto Arsène Lupin”.
Ciò che proverò a ricostruire sono alcuni di questi fatti, di queste avventure, grazie alle confidenze che lui mi ha gentilmente concesso nel corso di alcune serate invernali trascorse nel mio studio…
Lo strano viaggio! Era cominciato così bene! Da parte mia non avevo preoccupazioni, perché tutto si annunciava sotto i più favorevoli auspici. Il “Provence” è un transatlantico rapido, confortevole, comandato dai più affabili tra gli uomini. La crema della società era lì riunita. Nascevano nuove relazioni, ci si divertiva. Avevamo la splendida sensazione di essere separati dal resto del mondo, noi rappresentavamo l’umanità come se ci trovassimo su un’isola deserta, essendo perciò obbligati a stare vicino gli uni agli altri.
Avete mai pensato a quanto ci sia di originale ed imprevedibile in quei gruppi di persone che fino al giorno prima neanche si conoscevano, e che per un po’ di tempo – tra il cielo infinito e il mare immenso – saranno in stretta intimità e insieme sfideranno la collera dell’oceano, gli assalti terrificanti delle onde e l’infida calma del mare addormentato?
E’ come vivere in forma ridotta e tragica l’intera vita, con le sue tempeste e le sue grandezze, la sua monotonia e la sua varietà. Ed è per questo, forse, che una breve crociera viene gustata con ansia febbrile e voluttà intensa; perché si riesce a scorgere la sua fine già nel momento stesso in cui inizia.
Ma in mezzo a tanti viaggi ce ne fu uno in cui accadde qualcosa di speciale che andò a sommarsi in modo singolare alle emozioni della traversata.
La piccola isola galleggiante dipende sempre dalla terraferma da cui si crede affrancata. Un legame sussiste, e si snoda a poco a poco in mezzo al mare, per poi riannodarsi all’improvviso. Il telegrafo senza fili! Messaggero di un altro universo da cui si ricevono notizie nel modo più misterioso! L’immaginazione non ha più neppure la possibilità di evocare dei fili di ferro nelle cui pieghe scorrerebbe il messaggio invisibile. Il mistero è ancora più insondabile, anche più poetico, e per spiegare questo nuovo miracolo si può ricorrere solo alle ali del vento.
All’inizio ci sentivamo seguiti, scortati, perfino preceduti da questa voce lontana che, di tanto in tanto, sussurrava qualche parola a ognuno di noi. Due amici mi parlarono. Altri dieci, venti ci inviarono a tutti, attraverso lo spazio, i loro saluti tristi o piacevoli.
Il secondo giorno, mentre stavamo a cinquecento miglia dalla costa francese, nel bel mezzo di un pomeriggio piovoso il telegrafo senza fili trasmise un dispaccio di questo tenore:
“Arsène Lupin a bordo della vostra nave, prima classe, capelli biondi, cicatrice all’avambraccio destro, viaggia da solo sotto il falso nome di R…”
Il quel preciso momento un tuonò risuonò violentemente nel cielo cupo. Le onde elettriche si interruppero. Il resto del dispaccio non ci pervenne. Del nome sotto il quale si nascondeva Arsène Lupin sapevamo solo l’iniziale.
Se si fosse trattato di un’altra notizia sono certo che sarebbe stato scrupolosamente mantenuto il segreto, sia da parte degli impiegati del telegrafo che del commissario di bordo e del comandante. Ma era uno di quegli eventi capaci di scardinare anche la più rigorosa delle discrezioni. Il giorno stesso, senza che si sapesse in che modo questa informazione si fosse diffusa, tutti sapevamo che il famoso Arsène Lupin si nascondeva tra noi.
Arsène Lupin in mezzo a noi! Il ladro imprendibile di cui tutti i giornali raccontavano le prodezze da mesi! Il personaggio enigmatico con cui il vecchio Ganimard, il nostro miglior poliziotto, aveva ingaggiato una guerra senza quartiere piena di pittoresche peripezie! Arsène Lupin, il fantasista gentiluomo che agisce solo nei castelli e nei salotti, colui che la notte in cui era penetrato in casa del barone Schormann se ne era andato via a mani vuote lasciando un biglietto da visita con la seguente dicitura: “Arsène Lupin, il ladro gentiluomo, ritornerà quando gli oggetti di valore saranno autentici”. Arsène Lupin, l’uomo dai mille travestimenti: di volta in volta autista, tenore, bookmaker, giovane rampollo, adolescente, vecchio, commesso viaggiatore marsigliese, medico russo, torero spagnolo!
Pensate a quando ci si rese conto di ciò: Arsène Lupin si muoveva all’interno del cerchio relativamente ristretto di un transatlantico. Ma cosa dico! Lui era nel ristrettissimo ambito della prima classe dove ci incontravamo tutti in ogni momento, in questa sala da pranzo, in questo salone, in questo fumoir! Arsène Lupin poteva essere quel signore lì, oppure quello laggiù… magari il mio vicino di tavola o la persona con cui dividevo la cabina…
“E questa cosa durerà cinque volte ventiquattrore!”, si lamentava il giorno dopo miss Nelly Underdown, “E’ intollerabile! Spero proprio che l’arrestino”.
E rivolgendosi a me: “Monsieur d’Andréasy, lei che ha confidenza col comandante, ha saputo niente?”
Quanto mi sarebbe piaciuto sapere qualcosa per compiacere miss Nelly! Era una di quelle magnifiche creature che, dovunque si trovino, vanno subito a finire nel luogo più ben in vista. Quelle la cui bellezza e la cui fortuna riescono ad abbagliare chiunque. Hanno sempre attorno a loro una piccola corte di ammiratori ferventi ed entusiasti.
Educata a Parigi dalla madre francese, stava viaggiando per raggiungere il padre, il ricchissimo Underdown di Chicago. L’accompagnava una sua amica, lady Jerland.
Sin dal primo momento mi ero candidato per flirtare con lei. Ma nella rapida intimità del viaggio il suo fascino mi aveva turbato, e ogni volta che i suoi grandi occhi neri incrociavano i miei mi sentivo troppo agitato per un flirt. Tuttavia lei mi mostrava un certo favore. Si degnava di ridere delle mie battute e s’interessava ai miei aneddoti. Una vaga simpatia sembrava corrispondere all’attenzione che le dimostravo.
Solo un rivale mi impensieriva un po’, un gran bel ragazzo elegante e riservato. Qualche volta lei sembrava preferire il suo umore taciturno piuttosto che la mia estroversione parigina.
Lui stava in mezzo al gruppo di ammiratori che attorniava miss Nelly nel momento in cui lei mi aveva posto quella domanda. Eravamo sul ponte, piacevolmente accoccolati sulle sedie a dondolo. L’acquazzone del giorno prima aveva rischiarato il cielo. L’atmosfera era deliziosa.
“Non so niente di preciso, mademoiselle”, le spiegai “ma non potremmo condurre noi stessi un’indagine, nello stesso modo in cui farebbe il vecchio Ganimard, il nemico personale di Arsène Lupin?”
“Oh, lei si sta allargando!”
“Perché mai? E’ forse un caso complicato?”
“Molto complicato”.
“Ma lei dimentica gli elementi che abbiamo a disposizione per risolverlo”.
“Quali elementi?”
“Uno: Lupin si fa chiamare R…”
“Un indizio un po’ vago”.
“Due: viaggia da solo”.
“Se questo dettaglio le basta…”
“Tre: è biondo”.
“E allora?”
“E allora non dobbiamo fare altro che consultare la lista dei passeggeri e procedere ad eliminazione”.
La lista ce l’avevo in tasca. La presi in mano e iniziai a scorrerla.
“Come prima cosa noto che ci sono appena tredici persone la cui iniziale merita la nostra attenzione”.
“Solo tredici?”
“In prima classe si. Di questi tredici messieurs R…, come potete verificare, nove sono accompagnati da moglie o figli o domestici. Restano soltanto quattro persone che viaggiano sole: il marchese di Raverdan…”
“E’ segretario d’ambasciata”, m’interruppe miss Nelly, “lo conosco”.
“Il maggiore Rawson…”
“E’ mio zio”, disse qualcuno.
“Monsieur Rivolta…”
“Presente”, gridò uno di noi, un italiano il cui volto era nascosto sotto una barba nerissima.
Miss Nelly scoppiò a ridere. “Il signore non è sicuramente biondo”.
“Dunque”, ripresi la parola, “siamo costretti a concludere che il colpevole è l’ultimo della lista”.
“Vale a dire?”
“Vale a dire monsieur Rozaine. Qualcuno conosce monsieur Rozaine?”
Tutti tacquero. Ma miss Nelly, interpellando il giovane taciturno la cui assidua presenza vicino a lei m’infastidiva, chiese:
“E allora, monsieur Rozaine, non rispondete?”
Tutti ci girammo verso di lui. Era biondo.
Lo ammetto, ho sentito un piccolo choc dentro di me. E il silenzio imbarazzato che incombeva su di noi dimostrava che anche gli altri presenti provavano questa sorta di soffocamento. D’altra parte era assurdo, poiché nessuno dei comportamenti di quest’uomo ci permetteva di poterlo sospettare.
“Perché non rispondo?”, spiegò lui, “ma perché visto il mio nome, la mia condizione di viaggiatore solitario e il colore dei miei capelli, avevo già proceduto ad un’indagine analoga alla sua e sono arrivato alle stesse conclusioni. Infatti sono dell’avviso che dovrei essere arrestato”.
Aveva un’aria bizzarra mentre pronunciava queste parole. Le sue labbra sottili come due linee rette si strinsero ancora di più e impallidirono. Dei filamenti di sangue striarono i suoi occhi.
Stava scherzando, era ovvio. Tuttavia la sua fisionomia e il suo atteggiamento ci impressionarono.
Ingenuamente miss Nelly gli domandò: “Ha delle cicatrici?”
“E’ vero, mi manca la cicatrice”.
Con un gesto nervoso tirò su la manica e mostrò il suo braccio. Però mi passò un’idea per la testa. I miei occhi incrociarono quelli di miss Nelly: aveva mostrato il braccio sinistro.
Vi giuro che volevo farglielo notare, ma un evento imprevisto attirò la nostra attenzione. Lady Jerland, l’amica di miss Nelly, arrivò di corsa. Era agitata. Ci radunammo attorno a lei, e solo dopo qualche sforzo riuscì a balbettare: “I miei gioielli, le mie perle! Hanno rubato tutto!”
No, non avevano rubato tutto, come avremmo poi saputo in seguito. Assai più curiosamente avevano fatto una cernita!
Dalla stella di diamanti, dal ciondolo di rubini, dai colliers e dai braccialetti non erano state tolte le pietre più grandi, ma le più piccole, le più preziose, quelle di cui si poteva dire che avevano il maggior valore pur occupando la posizione più infima. Le montature giacevano sul tavolo. Io le vidi, tutti le vedemmo, spogliate delle loro gemme come dei fiori cui abbiano strappato i loro bei petali lucenti e colorati.
Per eseguire un colpo del genere bisognava attendere l’ora in cui lady Jerland prendeva il suo tè e – in pieno giorno e lungo un corridoio assai frequentato! – scassinare la porta della cabina, trovare un piccolo sacco perfettamente nascosto in fondo a uno scatolone di cartone, aprirlo e mettersi a fare una selezione!
Appena si seppe del furto tutti dissero la stessa cosa, tutti espressero la medesima opinione: ‘è stato Arsène Lupin’. E in effetti questo era proprio il suo stile complicato, misterioso, inconcepibile… e logico tuttavia. Perché sarebbe stato difficile nascondere la massa voluminosa che avrebbe formato l’insieme dei gioielli, mentre con tante piccole cose separate le une dalle altre il problema si riduceva al minimo: perline, smeraldi, zaffiri…
Durante la cena i due posti a destra e a sinistra di Rozaine rimasero vuoti. E la sera si seppe che era stato convocato dal comandante.
Il suo arresto, che nessuno mise in dubbio, provocò un autentico sollievo. Ci sentivamo sollevati. Ci intrattenemmo coi giochi da tavola, si ballò. Soprattutto miss Nelly mostrava la sua gioia in modo vistoso, e mi fece capire che i complimenti di monsieur Rozaine, sebbene lei li avesse apprezzati, erano già stati dimenticati. La sua grazia finì col conquistarmi. Verso la mezzanotte, sotto un sereno chiarore lunare, le espressi la mia devozione con un’emotività che apparentemente non le dispiacque.
Ma l’indomani, tra lo stupore generale, apprendemmo che Rozaine era stato liberato poiché le prove contro di lui non erano sufficienti.
Figlio d’un noto commerciante di Bordeaux, aveva mostrato i suoi documenti ed erano perfettamente in regola. Inoltre sulle sue braccia non c’era la minima traccia di cicatrici.
“Documenti, atti di nascita! Arsène Lupin ve ne può fornire quanti ne volete!”, urlavano i colpevolisti. “E per quanto riguarda la cicatrice, può darsi che non l’avesse davvero, oppure l’ha resa irriconoscibile”.
Gli venne obiettato dagli innocentisti che durante l’ora del furto Rozaine passeggiava sul ponte (era stato dimostrato). E loro rispondevano: “A un uomo della tempra di Arsène Lupin basta un attimo per commettere un furto”
E poi, al di là di tutte le considerazioni, c’era soprattutto un punto rispetto al quale gli innocentisti non potevano replicare: tolto Rozaine, chi altri c’era che viaggiava solo, era biondo e aveva il nome che iniziava per R? A chi si riferiva il messaggio telegrafico se non a Rozaine?
E quando Rozaine, qualche minuto prima di cena, si diresse audacemente verso il nostro gruppo, miss Nelly e lady Jerland si alzarono e si allontanarono.
Erano spaventate.
Un’ora dopo, una circolare manoscritta passò di mano in mano fra gli impiegati di bordo, i marinai e i passeggeri di ogni classe: monsieur Louis Rozaine prometteva una ricompensa di diecimila franchi a chi avesse smascherato Arsène Lupin o avesse scoperto il possessore delle pietre rubate.
“E se nessuno mi viene aiuto contro questo bandito”, dichiarò Rozaine al comandante, “farò da solo”.
Rozaine contro Arsène Lupin, o piuttosto – secondo un’espressione divenuta popolare – Arsène Lupin in persona contro Arsène Lupin. Una sfida che si prospettava interessante!
Durò per due giorni.
Vedevamo Rozaine dappertutto, si appartava col personale di bordo, interrogava, investigava. Si percepiva la sua ombra che, di notte, si muoveva furtivamente.
Da parte sua, anche il comandante si impegnava attivamente. Il “Provence” venne ispezionato dappertutto, in ogni angolo. Furono perquisite tutte le cabine, senza alcuna eccezione, col pretesto abbastanza verosimile che la refurtiva poteva essere nascosta dappertutto tranne che nella cabina del colpevole.
“Alla fine scopriranno qualcosa, non è vero?”, mi domandò miss Nelly. “Benché sia una specie di stregone, non può far diventare invisibili i diamanti e le perle”.
“Invece si”, gli risposi, “Oppure bisognerebbe ispezionare anche l’imbottitura dei nostri cappelli, la fodera dei nostri vestiti e tutto quello che portiamo indosso”.
Gli mostrai la mia Kodak, una 9 x 12 con la quale le facevo fotografie in tutte le pose.
“Non pensa che potrebbe aver piazzato tutte le pietre preziose di lady Jerland in un apparecchio come questo? Lui finge di immortalare panorami e intanto l’ha fatta franca”.
“Ma si dice che non esista un solo ladro al mondo che non lasci dietro di se almeno una traccia”.
“Uno c’è: Arsène Lupin”.
“Perché?”
“Perché non pianifica solo il furto che sta per commettere, ma anche tutte le circostanze che potrebbero tradirlo”.
“All’inizio eravate più fiducioso”.
“Però poi l’ho visto in azione…”
“E dunque cosa pensate adesso?”
“Secondo me stanno perdendo tempo”.
In effetti le indagini non portarono ad alcun risultato, o piuttosto ne generarono un altro che non corrispondeva certo alle aspettative: il capitano si accorse che il suo orologio era stato rubato.
Furioso, raddoppiò i suoi sforzi e sorveglio ancor più da vicino Rozaine, con il quale aveva peraltro avuto diversi incontri faccia a faccia. L’indomani, con elegante ironia, l’orologio si fece ritrovare in mezzo ai cinturini di poco valore del vice comandante.
Tutto ciò aveva l’aria di un prodigio, e denotava lo stile burlesco di Arsène Lupin, sicuramente ladro professionista ma in un certo qual modo anche dilettante. Rubava seguendo il suo gusto e l’ispirazione, ma talvolta anche per passatempo. Dava l’impressione del gran signore che si diverte a guardare la commedia che lui stesso sta mettendo in scena e che, dietro le quinte, ride a crepapelle delle proprie arguzie e delle situazioni che è riuscito a creare.
Era decisamente un artista nel proprio campo, e osservando Rozaine, cupo e ostinato, e immaginando il doppio ruolo che quasi certamente stava recitando, era difficile fare a meno di provare un po’ di ammirazione.
Prima dell’ultima notte di viaggio, l’ufficiale di coperta udì dei gemiti nell’angolo più buio del ponte. Si avvicinò. Un uomo era steso a terra, la testa avvolta in una sciarpa grigia molto spessa, i polsi legati con una cordicella fine.
Venne liberato. Lo aiutarono ad alzarsi e gli prestarono delle cure.
Era Rozaine.
Era stato assalito nel corso di una delle sue spedizioni, messo k.o. e derubato. Un biglietto da visita fissato con una spalletta sul suo vestito diceva:
“Arsène Lupin accetta con riconoscenza i 10.000 franchi di monsieur Rozaine”
In realtà il portafogli trafugato conteneva venti biglietti da mille.
Naturalmente venne accusato di aver simulato un’aggressione a se stesso. Ma per lui sarebbe stato impossibile legarsi in quel modo, ed inoltre venne stabilito che la calligrafia sul biglietto da visita differiva totalmente da quella di Rozaine a somigliava semmai a quella di Lupin così come la riproduceva un vecchio giornale che avevamo a bordo.
Dunque Rozaine non era più Lupin. Rozaine era Rozaine, figlio di un commerciante di Bordeaux. E la presenza di Arsène Lupin veniva ulteriormente confermata da questa aggressione spavalda.
Fu il terrore. Nessuno aveva più il coraggio di restare da solo nella propria cabina, o avventurarsi nei settori più isolati della nave. Si stava prudentemente in gruppo assieme a gente di cui ci si fidava. E tuttavia un’istintiva diffidenza separava anche coloro che erano stati intimi, perché la minaccia non proveniva da una singola persona. Arsène Lupin era diventato… chiunque. La nostra immaginazione sovraeccitata gli attribuiva dei poteri miracolosi ed illimitati. Lo immaginavamo capace di camuffarsi nel modo più imprevedibile, di essere di volta in volta il rispettabile maggiore Rawson o il nobile marchese di Raverdan, perché non ci si limitava più agli elementi iniziali di colpevolezza, si coinvolgevano anche persone che tutti conoscevano e anche coloro che erano accompagnati da mogli, figli e domestici.
I primi messaggi telegrafici non portarono nessuna novità, o almeno il comandante non ce ne rese partecipi, e un silenzio del genere non ci rassicurava.
Così, l’ultimo giorno sembrava interminabile. Vivevamo nella paura che si verificasse un incidente. Questa volta non sarebbe stato un furto, non si sarebbe tratto di una semplice aggressione, sarebbe stato crimine allo stato puro, omicidio. Sembrava impossibile che Arsène Lupin si fosse limitato a questi due insignificanti furti. Padrone assoluto della nave, gli ufficiali di bordo ridotti all’impotenza, a lui bastava voler fare qualcosa e gli era permesso, i nostri beni e le nostre vite erano nelle sue mani.
Ore piacevoli per me, lo ammetto, perché mi valsero la fiducia di miss Nelly. Impressionata da tutti questi eventi, essendo già inquieta per temperamento, lei cercava spontaneamente in me una protezione, una sicurezza che ero felice di offrirle.
In fondo Arsène Lupin era stato una benedizione per me. Non era stato lui a farci avvicinare? Non era forse grazie a lui se ora potevo abbandonarmi a dei bellissimi sogni? Sogni d’amore ma anche sogni meno chimerici, perché negarlo? Gli Andréasy sono una valente stirpe della regione di Poitou, ma il nostro blasone si è un po’ sbiadito, e mi sembrava che non fosse cosa indegna per un gentiluomo cercare di restituire lustro al proprio cognome.
E questi sogni – me lo sentivo – non infastidivano Nelly. I suoi occhi sorridenti mi autorizzavano a crederci. La dolcezza della sua voce mi diceva di sperare.
E fino all’ultimo momento, appoggiati ai parapetti, restammo l’uno vicino all’altra, mentre la linea della costa americana si profilava davanti a noi.
Le perquisizioni erano state interrotte. Aspettavamo. Dalla prima classe sino al ponte inferiore dove si accalcavano gli emigranti si attendeva il momento supremo in cui sarebbe stato svelato l’insolubile enigma. Chi era Arsène Lupin? Con quale nome, sotto quale maschera si nascondeva il famoso ladro?
E questo momento arrivò. Dovessi vivere cent’anni, non ne dimenticherò mai neppure il più infimo dei dettagli.
“Come é pallida, miss Nelly”, dissi alla mia compagna di viaggio che mi si appoggiava al braccio con aria fiacca.
“E lei”, mi rispose, “lei è così cambiato!”
“Consideri che stiamo vivendo un momento appassionante, e io sono felice di viverlo accanto a lei miss Nelly! Il suo ricordo si prolungherà…”
Lei non mi ascoltava, era ansimante e febbrile. Venne calata la passerella. Ma prima che avessimo la libertà di attraversarla, delle persone montarono a bordo, doganieri, uomini in uniforme, postini.
Miss Nelly balbettò: “Si direbbe che Lupin sia scappato durante la traversata, cosa che non mi stupirebbe”.
“Forse ha preferito la morte al disonore, e si è buttato nell’Atlantico pur di non essere arrestato”.
“Non rida”, replicò irritata.
All’improvviso trasalii, e quando lei mi chiese il perché le dissi: “Vede quell’ometto anziano, in piedi all’estremità della passerella?”
“Con l’ombrello e un redingote verde oliva?”
“Si. E’ Ganimard”.
“Ganimard?”
“Proprio lui, il famoso poliziotto che ha giurato di arrestare Lupin. Capisco perché non siano arrivati messaggi di alcun genere dall’America: Ganimard stava già lì, e non voleva che qualcun altro si occupasse delle sue inchieste”.
“Allora è certo che Arsène Lupin verrà preso?”
“Chissà? Sembra che persino Ganimard lo abbia visto solo camuffato e truccato. A meno che non conosca con certezza il nome falso con cui è registrato a bordo…”
“Ah!, se potessi assistere all’arresto!”, disse lei con quella curiosità un po’ crudele tipica delle donne.
“Pazientiamo. Sicuramente Lupin ha già notato la presenza del suo nemico. Preferirà sbarcare in mezzo agli ultimi, quando l’occhio del vecchio gendarme comincerà ad essere stanco”.
Lo sbarco ebbe inizio. Appoggiato sul suo ombrello, aria indifferente, Ganimard sembrava non prestare attenzione alla gente che si affollava lungo le due balaustrate. Mi accorsi che un ufficiale di bordo alle sue spalle gli dava delle indicazioni, ogni tanto.
Il marchese di Raverdan, il maggiore Rawson, l’italiano Rivolta sfilarono assieme ad altri, tanti altri. E notai Rozaine che si avvicinava.
Povero Rozaine! Sembrava non essersi ancora rimesso dalla sua disavventura!
“Potrebbe essere lui, nonostante tutto”, mi disse miss Nelly. “Lei che ne pensa?”
“Penso che sarebbe interessante avere una fotografia dove compaiano assieme Rozaine e Ganimard. Prenda la mia macchina fotografica, io ho parecchio bagaglio addosso”.
Gliela diedi, ma troppo tardi. Rozaine era già andato. L’ufficiale di bordo aveva sussurrato qualcosa nelle orecchie a Ganimard, ma questi aveva alzato le spalle e Rozaine era passato.
Ma allora chi era Arsène Lupin?
“Già”, fece lei a voce alta, “Chi è?”
Erano rimaste una ventina di persone. Lei le fissava una ad una con il timore confuso che lui non facesse parte di questi venti.
Le dissi: “Non possiamo più aspettare”.
Lei avanzò. Io la seguivo. Ma non avevamo fatto neppure dieci passi che Ganimard ci fermò.
“E allora?”, gridai.
“Un istante monsieur, perché questa fretta?”
“Sto accompagnando la signorina”.
“Un istante”, ripeté Ganimard con voce autoritaria.
Mi squadrò bene e poi, guardandomi dritto negli occhi, chiese: “Arsène Lupin, giusto?”
Mi misi a ridere. “No, semplicemente Bernard d’Andréasy”.
“Bernard d’Andréasy è morto tre anni fa in Macedonia”.
“Se Bernard d’Andréasy fosse morto non sarei più di questo mondo. E non è così. Le mostro i miei documenti”.
“Sono i suoi. Mi piacerebbe sapere in che modo ne è venuto in possesso”.
“Lei è pazzo! Lupin si è imbarcato con un nome iniziante per R”.
“Si, un altro trucco, una falsa pista su cui lei ha spinto tutti quanti. Che furbone, lei è in gamba. Ma stavolta la fortuna le ha voltato le spalle. Forza Lupin, ammetta la verità”.
Esitai un attimo. Con una botta secca mi colpì sull’avambraccio destro. Lanciai un grido di dolore. Aveva centrato la cicatrice ancora dolorante di cui parlava il dispaccio.
Insomma, bisognava arrendersi. Mi voltai verso miss Nelly, che ascoltava nervosa, impallidita.
Il suo sguardo incontrò il mio, poi si abbassò verso la Kodak che le avevo dato. Lei fece un gesto brusco, ed ebbi l’impressione, anzi la certezza che aveva capito tutto. Si, dentro quella scatolina foderata di zigrino nero, nella cavità di quell’oggetto che avevo precauzionalmente messo nelle sue mani prima che Ganimard mi arrestasse, si trovavano i ventimila franchi di monsieur Rozaine, le perle e i diamanti di lady Jerland.
Lo giuro: in quel momento solenne, mentre Ganimard e due dei suoi uomini mi circondavano, tutto mi era indifferente, anche l’arresto e l’ostilità della gente intorno a me. Una sola cosa mi premeva: la decisione che stava per prendere miss Nelly riguardo quell’oggetto che le avevo affidato. Rappresentava una prova concreta e decisiva contro di me. Ma Nelly avrebbe fornito ai gendarmi quella prova? Mi avrebbe tradito? Sarei stato perduto per causa sua? Si sarebbe comportata come un nemico spietato, o come una donna che ricorda ogni cosa e che addolcisce il disprezzo con qualche indulgenza e un po’ d’involontaria simpatia?
Mi passò davanti. La salutai senza pronunciare una parola. Confusa in mezzo agli altri viaggiatori si avvicinò alla passerella con la mia Kodak tra le mani.
Non osa farlo in pubblico, non c’è dubbio, pensai. Fra un’ora o anche meno consegnerà l’oggetto.
Ma arrivata al centro della passerella, simulando un movimento maldestro lo fece cadere nell’acqua tra il muro della banchina e la fiancata della nave.
Poi la vidi allontanarsi.
La sua graziosa silhouette sparì in mezzo alla folla, apparve di nuovo e scomparve definitivamente.
Per un istante restai immobile, provando tristezza e un dolce languore. Poi, con grande sorpresa di Ganimard sospirai: “Proprio un peccato che io non sia un uomo onesto…”
Fu così che, durante una serata invernale, Arsène Lupin mi raccontò la storia del suo arresto. Una combinazione di eventi - che prima o poi narrerò per iscritto - aveva fatto sì che nascesse tra di noi un legame di… posso azzardare la parola ‘amicizia’? Si, io credo che Lupin mi onori con un qualche sentimento di amicizia, ed è a causa di questa amicizia che talvolta viene a farmi visita all’improvviso, riempiendo il silenzio del mio studio con la sua allegria giovanile, la luce della sua vita ardente, il suo piacevole umore al quale il destino riserva solo favori e sorrisi.
Una sua descrizione? E come potrei farla? Venti volte ho visto Arsène Lupin, e venti volte mi è apparsa una persona diversa… o piuttosto era sempre la stessa persona, di cui venti specchi diversi mi hanno ogni volta inviato delle immagini deformate, ciascuna coi suoi occhi, con il suo corpo, la sua gestualità, il suo profilo e il suo carattere specifico.
“Io stesso” mi ha detto una volta “non so più bene chi sono. Allo specchio non mi riconosco più”.
Una battuta ovviamente, un paradosso, ma è la verità agli occhi di coloro che lo incontrano ignorando le sue infinite risorse, la sua pazienza, la sua arte nel travestirsi, la sua prodigiosa facoltà di trasformare persino le proporzioni del suo volto e di alterare addirittura il rapporto fra i lineamenti.
“Perché”, mi ha detto anche “dovrei avere un aspetto esteriore definito? Perché non dovrei evitare il pericolo di una personalità sempre identica? Bastano le mie azioni a definirmi”.
E ha precisato con una punta di orgoglio: “Tanto meglio se non si potrà mai dire con certezza: quello è Arsène Lupin. L’essenziale è che si possa dire senza timore di sbagliarsi: questo lo ha fatto Arsène Lupin”.
Ciò che proverò a ricostruire sono alcuni di questi fatti, di queste avventure, grazie alle confidenze che lui mi ha gentilmente concesso nel corso di alcune serate invernali trascorse nel mio studio…
mercoledì 11 novembre 2009
Borges
Jorge Luis Borges é uno dei miei scrittori preferiti. I suoi racconti fantastici sono un esempio straordinario di come sia possibile creare una narrazione totalmente incentrata su un'idea, realizzando storie/non-storie, qualcosa che é contemporaneamente un racconto, ma anche un saggio o una recensione o una riflessione.
Sicuramente tornerò a parlare del grande scrittore argentino anche in altri post specifici sui suoi libri.
Ma oltre che narratore é stato anche poeta, autore di versi molto intellettuali secondo il suo inconfondibile atteggiamento esistenziale. Talvolta però ha espresso una sorta di pentimento per aver vissuto così intellettualmente e assai poco emotivamente la vita. In effetti sentirsi emotivamente vuoto é una sensazione alienante, mi é capitato di viverla per alcuni mesi e non mi piaciuta per niente.
L'espressione del "pentimento" si trova in diverse poesie. Una é questa:
EL REMORDIMIENTO
He cometido el peor de los pecados
que un hombre puede cometer. No he sido
feliz. Que los glaciares del olvido
me arrastren y me pierdan, despiadados.
Mis padres me engendraron para el juego
arriesgado y hermoso de la vida,
para la tierra, el agua, el aire, el fuego.
Los defraudé. No fui feliz. Cumplida
no fue su joven voluntad. Mi mente
se aplicó a las simétricas porfías
del arte, que entreteje naderías.
Me legaron valor. No fui valiente.
No me abandona. Siempre está a mi lado
La sombra de haber sido un desdichado.
He cometido el peor de los pecados
que un hombre puede cometer. No he sido
feliz. Que los glaciares del olvido
me arrastren y me pierdan, despiadados.
Mis padres me engendraron para el juego
arriesgado y hermoso de la vida,
para la tierra, el agua, el aire, el fuego.
Los defraudé. No fui feliz. Cumplida
no fue su joven voluntad. Mi mente
se aplicó a las simétricas porfías
del arte, que entreteje naderías.
Me legaron valor. No fui valiente.
No me abandona. Siempre está a mi lado
La sombra de haber sido un desdichado.
(traduzione)
IL RIMORSO
Ho commesso il peggiore dei peccati
che possa commettere un uomo, non sono stato
felice. Che i ghiacciai della dimenticanza
possano travolgermi e disperdermi senza pietà.
I miei mi generarono per il gioco
rischioso e stupendo della vita,
per la terra, per l’acqua, l’aria, il fuoco.
Li ingannai. Non fui felice. Non fu compiuta
la loro giovane volontà. La mia mente
si applicò alle simmetriche testardaggini
dell’arte che intesse nullità.
Ereditai valore. Non fui valoroso.
Non mi abbandona. Mi sta sempre a lato
l’ombra d’essere stato un disgraziato.
Ho commesso il peggiore dei peccati
che possa commettere un uomo, non sono stato
felice. Che i ghiacciai della dimenticanza
possano travolgermi e disperdermi senza pietà.
I miei mi generarono per il gioco
rischioso e stupendo della vita,
per la terra, per l’acqua, l’aria, il fuoco.
Li ingannai. Non fui felice. Non fu compiuta
la loro giovane volontà. La mia mente
si applicò alle simmetriche testardaggini
dell’arte che intesse nullità.
Ereditai valore. Non fui valoroso.
Non mi abbandona. Mi sta sempre a lato
l’ombra d’essere stato un disgraziato.
giovedì 24 settembre 2009
Una traduzione
Avendo studiato letterature straniere mi é rimasta una certa passione per le traduzioni di libri stranieri, meglio se corredate da un valido apparato critico. Non facendolo come mestiere, ho provato a cimentarmi almeno a livello amatoriale.
Il risultato é una traduzione di tre racconti di H.H. Munro "Saki" che, secondo quanto mi risulta, non erano mai stati precedentemente tradotti in italiano, e già questo mi intrigava. Poi c'é da considerare che sono racconti comici scritti ed ambientati nell'Inghilterra degli inizi del 1900, quindi il testo é "datato" sotto ogni punto di vista, e cercare di adattarlo alla lingua italiana era una bella sfida. Senza contare la necessità di fare un'introduzione con un discreto apparato critico... Almeno da dilettante mi piace fare queste cose "inutili"...
E' possibile scaricarlo gratuitamente come ebook da questo link
Il risultato é una traduzione di tre racconti di H.H. Munro "Saki" che, secondo quanto mi risulta, non erano mai stati precedentemente tradotti in italiano, e già questo mi intrigava. Poi c'é da considerare che sono racconti comici scritti ed ambientati nell'Inghilterra degli inizi del 1900, quindi il testo é "datato" sotto ogni punto di vista, e cercare di adattarlo alla lingua italiana era una bella sfida. Senza contare la necessità di fare un'introduzione con un discreto apparato critico... Almeno da dilettante mi piace fare queste cose "inutili"...
E' possibile scaricarlo gratuitamente come ebook da questo link
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