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sabato 14 novembre 2015

Proporsi come personaggio pubblico

Uno scapolo che offre consigli su come gestire i rapporti coniugali è poco credibile.
Allo stesso modo, un post di Ariano Geta incentrato sul proporsi come personaggio pubblico sembra quasi una barzelletta. Io sono l'uomo senza volto e senza nome, lo pseudonimo che blogga, non ho e non potrò mai avere le credenziali per fornire utili indicazioni su come proporsi agli altri in modo da diventare un "personaggio pubblico".
E infatti non ho nessuna intenzione di dare suggerimenti. La materia mi sfugge per congenita incompatibilità e la sto ancora studiando senza tuttavia apprendere granché.
Tuttavia, a coloro che condividono sogni scribacchini come il qui presente ma non sono affetti dalle mie ritrosie, consiglio fortemente di curare molto questo aspetto.
Siamo in un'epoca in cui la fanbase deve esistere a prescindere. Avere migliaia di amici su facebook, un canale su youtube in cui ogni video riceve centinaia di like (e aggiungiamoci pure una marea di contatti su twitter e whatsapp) è più importante che avere qualcosa da proporre. Il "qualcosa" in questione può arrivare anche dopo (che si tratti di un libro, di una canzone, di un fumetto o di un cortometraggio poco importa, potete decidere con calma) però bisogna prima essere conosciuti, sapere con certezza che ogni propria iniziativa verrà notificata dai meccanismi automatici di condivisione del web a un numero enorme di followers.
Può essere utile anche per proporvi all'editore al quale sottoporrete il vostro manoscritto: credo che non rimarrà insensibile al fascino dei numeri potenziali che potrete vantare in dote sui social networks.
Quindi, in due parole: siate personaggi. Non è necessario finire in televisione, potete esserlo anche in rete tessendo con pazienza una vasta tela di contatti.
Se ciò sia realmente attinente al desiderio di scrivere non sta a me dirlo. Io mi limito a evidenziare un elemento concreto che può favorire le chances di pubblicazione.

giovedì 25 giugno 2015

Post vacanziero e urban art

Il qui presente blogger è ancora in soggiorno vacanziero, ma la graziosa cittadina di Abano gli ha offerto un irrinunciabile spunto di tipo artistico per un post.
Nel contesto urbano della nota località termale ho potuto infatti scoprire Rabarama, pseudonimo di Paola Epifani, artista lievemente kitsch ed elegantemente easy, due caratteristiche ideali per piacermi ;-)
Le sue sculture sono presenti in vari punti della città caratterizzati da un livello di modernità architettonica tale da renderle perfettamente adeguate al contesto.
Chiedo scusa per la qualità dilettantesca delle foto che non valorizza le opere.


mercoledì 27 maggio 2015

Tra gioco, disegno e poesia

La disposizione di un testo sulla carta (o sulla pergamena secoli fa, o su un display digitale ai giorni nostri) segue l'ordine prefissato della scrittura utilizzata: per l'italiano da sinistra a destra, ma vi sono alfabeti di altri idiomi che avanzano da destra a sinistra, o persino dall'alto verso il basso.
Ma quando si tratta di trascrivere una poesia, il testo può anche permettersi una licenza (poetica ovviamente) e non rispettare la disposizione canonica.
Ciò può dare origine a giochi grafici graziosi.
Un esempio l'avevo già fornito su un vecchio post con una poesia del 1633 di George Herbert intitolata "Ali di Pasqua" in cui i versi assumono appunto la forma di ali. La ripropongo in formato immagine:
Un vero appassionato di questo tipo di poesia disegnata fu il francese Guillame Apollinaire (1880-1914) creatore del genere definito calligramma, in cui il testo della poesia tratteggia dei veri e propri disegni. Questo è uno dei più noti, sicuramente vi sarà capitato di vederlo:

I futuristi italiani hanno spesso utilizzato le presse da stampa in modo alquanto contorto realizzando composizioni tipografiche degne della loro foga innovativa. Il libro "Zang Tumb Tumb" del gran capo F.T. Marinetti, poema grafico sulla guerra bulgaro-turca, è esemplare. Ne riporto una pagina come esempio:

Nel Giappone dell'Era Tokugawa era diffuso il moji-e, ovvero un tipo di stampa tradizionale in cui i soggetti del disegno vengono tracciati anche (ma non esclusivamente) con gli ideogrammi che li descrivono. Se osservate la stampa che segue noterete che i caratteri riportati in alto sono poi riutilizzati per tracciare la sagoma del vestito del mercante che regge le due ceste:

Nel mio piccolo ho dovuto inventarmene uno anch'io per aiutare mia figlia che aveva ricevuto come compito per casa proprio la creazione di un calligramma (e, diciamoci la verità: è stato questo episodio che mi ha ispirato il post che state leggendo ;-)
Poiché la mia calligrafia è penosa, preferisco mostrare la rielaborazione fatta con il buon vecchio Word di Office:

E voi avete mai composto giochi grafici di qualche genere?

martedì 17 marzo 2015

L'idea non basta

Una delle convinzioni tipiche di chi non scrive è che l'idea di base tramite la quale sviluppare una storia sia molto importante. L'ammirazione di molti lettori verso certi autori nasce soprattutto per l'originalità dello spunto di partenza.
In realtà l'idea in sé serve a ben poco se non viene sorretta da uno sviluppo valido e, soprattutto, da una narrazione capace di coinvolgere emotivamente il lettore. Tanto è vero che può capitare persino che uno spunto realmente peculiare fallisca.
Adesso vi accenno un'idea che nonostante la sua straordinaria originalità è stata insufficiente per dare il successo all'autore che l'ha concepita: un bambino nasce già vecchio e man mano che passano gli anni ringiovanisce...
Sento le voci in sottofondo, mi gridano: "Ehi, ma che stai dicendo? Questa è lo spunto di partenza de Il curioso caso di Benjamin Button che non è stato affatto un insuccesso, ci hanno tratto anche un film in tempi recenti!"
Vero. É una novella di Francis Scott Fitzgerald scritta nel 1922, ma a renderla unica è stato lo stile narrativo del grande scrittore americano, non l'idea in sé. Tanto è vero che questo spunto non è affatto originale: qualcuno lo aveva avuto prima di lui.
Il poeta torinese Giulio Gianelli (1879-1914), amico di Guido Gozzano e appartenente come lui all'area dei cosiddetti 'crepuscolari', nel 1911 (quindi undici anni prima di Fitzgerald) aveva pubblicato un libro per bambini il cui titolo non necessita di spiegazioni: Storia di Pipino nato vecchio e morto bambino. Si potrebbe obiettare che un libro per bambini è ben altra cosa rispetto a una racconto di narrativa mainstream, però ci sono numerosi esempi, proprio in quegli anni, di libri per bambini diventati successi mondiali: Pinocchio di Carlo Collodi (prima edizione 1883), Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll (prima edizione 1865) o Peter Pan di J.M. Barrie (prima messa in scena teatrale nel 1904). Anche volendosi limitare a un libro noto soltanto in Italia, Il giornalino di Gian Burrasca di Luigi Bertelli (prima edizione 1907) pur non avendolo forse mai letto quanto meno lo avrete sentito nominare. Mentre di Giulio Gianelli e del suo Storia di Pipino nato vecchio e morto bambino ne sapevate qualcosa? Eravate a conoscenza dell'esistenza di un libro simile?
Eppure l'idea era originalissima! Ma se il libro ha uno stile un po' noioso, poco coinvolgente, l'idea di partenza non può salvarlo dal farlo rimanere nel limbo delle mere curiosità letterarie note solo agli studiosi (se volete leggerlo per verificare di persona potete dare un'occhiata al testo integrale su questo link)
Conoscete altri casi simili?


lunedì 16 febbraio 2015

Scritture sperimentali del XX secolo (SECONDA PARTE)

Un autore che ha seguito un personalissimo percorso negli sperimentalismi letterari del XX secolo è sicuramente Tommaso Landolfi.
L'autore italiano ha prodotto opere molto diverse tra loro come stile e contenuti, inseguendo ogni volta nuove strade espressive.
Una delle sue scritture sperimentali più particolari è il racconto La passeggiata, nel quale sostituisce le parole più normalmente utilizzate dalla lingua italiana con sinonimi desueti od arcaici, non modificando quindi in alcun modo il senso della frase ma rendendola di difficilissima comprensione per il lettore medio.
Questo che segue è l'incipit del racconto:

La mia moglie era agli scappini, il garzone scaprugginava, la fante preparava la bozzima … Sono un murcido, veh, son perfino un po’ gordo, ma una tal calma, mal rotta da quello zombare o dai radi cuiussi del giardiniere col terzomo, mi faceva quel giorno l’effetto di un malagma o di un dropace! Meglio uscire, pensai invertudiandomi, farò magari due passi fino alla fodina.
In verità siamo ormai disavvezzi agli spettacoli naturali, ed è perciò da ultimo che siam tutti così magoghi e ci va via il mitidio. Val proprio la pena d’esser uomini di mobole, se poi, non che andarsi a guardare i suoi magolati, non si va neppure a spasso!…
Basta. Uscii dunque, e m’imbattei in uno dei miei contadini, che volle accompagnarmi per un tratto. Ma un vero pigo! In oggi di quegli arfasatti e di quelle ciammengole o manimorce, ve lo so dir io, non se ne trova più a giro; né servon drusce per farli parlare, ma purtroppo hanno perso anche la loro bella e pura lingua di una volta. Recava due lagene.
— Dove le porti?
— Agli aratori laggiù: vede, dov’è quell’essedo. C’è il crovello per loro.
— E il mivolo, o il gobbello?
— Bah, noialtri si fa senza.
E meno male che non avete al tutto dimenticato la vostra semplicità, pensai. Ma volevo scatricchiarmi; finalmente lui andò pei fatti suoi e potetti rimaner solo, e presi per una solicandola.


Un altro esempio abbastanza noto è costituito dalla scrittrice americana Gertrude Stein, altra sperimentatrice modernista della prosa letteraria. Il suo lavoro più indicativo da questo punto di vista è The making of Americans (noto in Italia come C'era una volta gli americani) nel quale utilizza un linguaggio caratterizzato dalla ripetizione e dall'esagerazione verbale del medesimo concetto. Ne propongo un estratto per rendere meglio l'idea.

La signorina Charles era del tipo di quel tipo di uomini e donne che io conosco bene nella vita. Conosco bene tutte le varietà di quel tipo.
In ognuno di quei tipi ci sono quelli graziosi e quelli che non sono poi così graziosi, sono piacevoli e sono spiacevoli, sono quelli che hanno quel tipo d'essere ma così leggero che difficilmente poi li rende di quel tipo, ci sono alcuni di loro che hanno quel modo d'essere di quel tipo d'essere dentro di loro così concentrato che è meraviglioso vederli, vedere quel tipo d'essere così completo in un uomo o una donna.
La signorina Charles era del tipo d'essere che io conosco bene nella vita, decisamente bene nella vita, io conosco bene tutte le varietà del tipo d'essere che la signorina Charles era nella vita in tutte le molte numerose milioni di varietà mai vissute che avessero avuto o avessero quel tipo d'essere in loro.


Potrei reperire altri esempi, ma quelli portati sono sufficienti per tirare una conslusione e proporla a tutti coloro che bazzicano questo blog: queste forme di scrittura sperimentale sono suggestive ma anche un po' fini a se stesse, giochi eruditi difficili da apprezzare per la massa dei lettori. La loro utilità resta però quella di aver proposto nuove vie, nuovi modi che - resi meno ermetici - hanno modificato in modo creativo la maniera di scrivere anche di autori più convenzionali.
Siete d'accordo?

sabato 14 febbraio 2015

Scritture sperimentali del XX secolo (PRIMA PARTE)

Questo post sarà particolarmente lungo a causa della citazioni che vi sono incluse. D'altronde, se lo scopo è mostrare alcuni esempi di scritture sperimentali, dei campioni delle medesime sono fondamentali. Con una precisazione importante: un testo narrativo può essere giudicato solo nella sua integrità, le citazioni fuori contesto possono addirittura essere ingannevoli. Io però non voglio essere ingannevole, intendo solo fornire alcuni esempi di sperimentalismi letterari.
Come saprete nel XX secolo hanno avuto un ruolo importante. Molti letterati, con l'intento di rinnovare la scrittura, hanno tentato la loro personale via.
Un caso celebre è quello di James Joyce e il "flusso di coscienza" (stream of consciousness). Si può descrivere in breve come il il tentativo di rendere la spontaneità del procedere del pensiero, quindi senza un'organizzazione logica del discorso. Questo estratto che segue dal romanzo più famoso di Joyce, Ulisse, può rendere l'idea: si parte da un dialogo fra due personaggi e la scrittura inizia in forma convenzionale, ma poi man mano la narrazione si mescola col libero scorrere dei pensieri di Leopold Bloom e si disperde in divagazioni raccontate con la stessa spontanità disordinata con la quale fluirebbero nella sua mente.

- Il volantino, disse Mr Bloom.
Bantam Lyons alzò gli occhi all’improvviso sbirciando debolmente.
- Come hai detto? disse la sua voce acuta.
- Che puoi tenerlo, rispose Mr Bloom. Col volantino.
Bantan Lyons rimase in dubbio per un istante, sbirciando di traverso: poi respinse di nuovo le pagine aperte sulle braccia di Mr Bloom.
- Ci azzardo una puntata, disse. Ecco, grazie.
Si affrettò verso l’angolo del Conway’s. Coda di coniglio in gran fuga.
Mr Bloom ripiegò le pagine fino a formare un quadrato perfetto e vi adagiò dentro la saponetta, sorridente. Labbra stupide quel tizio. Scommettere. Un normale focolaio di vizi ultimamente. Fattorini che rubano per scommettersi sei pence. Riffa per un gran tacchino tenero. La cena di Natale per tre pence. Jack Fleming colpevole di appropriazione indebita per scommettere e poi se la fila in America. Ora gestisce un hotel. Non ritornano mai. Pignatte d’Egitto.
Camminò allegramente verso la moschea dei bagni. Ti ricordano una moschea quei mattoncini rossi, minareti. Oggi attività sportive al college, vedo. Adocchiò il poster a ferro di cavallo sopra il cancello del parco del college: un ciclista piegato in due come un pesce sgusciante in pentola. Pubblicità davvero brutta. Ora, se l’avessero fatto rotondo come una ruota. E poi i raggi: sport, sport, sport: e il mozzo della ruota grande: college. Qualcosa che catturi l’attenzione.
C’è Hornblower in piedi in portineria. Scambiaci due chiacchiere: potresti farti un giretto informale all’interno. Come sta, Mr Hornblower? Come sta, signore?
Proprio un tempo fantastico. Se la vita fosse sempre così. Tempo da cricket. Seduto lì all’ombra. Un over dopo l’altro. Non sanno giocare qui. Zero punti per sei wicket. Ma Captain Buller ha rotto una finestra al club di Kildare street con uno slog diretto a sinistra. Più facile che arrivava alla fiera di Donnybrook. E i crani che spaccavamo quando scendeva in campo M’Carthy. Onda di calore. Non durerà. Passa sempre, il flusso della vita, quanto nel flusso della vita rintracciamo ci è più caro di tutto il resto.
Ora goditi il bagno: tinozza pulita piena d’acqua, smalto fresco, il flusso tiepido, delicato. Ecco il mio corpo.


I romanzi di Joyce sono diventati casi letterari e hanno fruttato il Nobel all'autore. Ancora oggi vengono pubblicati e letti. 

Altri sperimentalismi hanno avuto meno fortuna e vengono ricordati più come folklore letterario. La prosa futurista di Filippo Tommaso Marinetti è il tipico esempio: in tutte le antologie si parla di questo movimento avanguardista per l'impatto che ebbe, peraltro duraturo e giudicato positivamente ancora oggi soprattutto nell'ambito della pittura e dell'architettura, ma è difficile trovare critici che considerino la narrativa di Marinetti poco più che una curiosità per studiosi e critici. Nelle sue intenzioni Marinetti puntava addirittura a stravolgere le regole grammaticali, almeno secondo il Manifesto tecnico della letteratura futurista nel quale sosteneva di voler "distruggere la sintassi", "abolire l'aggettivo" o che ogni sostantivo doveva "avere il suo doppio". All'atto pratico si limitò all'uso di metafore incoerenti, aggettivi inusitati rispetto al sostantivo al quale si riferiscono e abbinamenti impossibili come suoni con caratteristiche visuali o - per contro - immagini con caratteristiche sonore. Questo che segue è un estratto di Mafarka il futurista.

Allora Gazurmah s'innalzò di nuovo, per contemplare una catena di monti neonati, tutti azzurri sotto le loro mille cime color rosa, dromedari di una immensa carovana che brandì improvvisamente le sue scimitarre insanguinate e poi crollò giù, in mezzo a un ampio sventolio di vapori rossigni. Furono dapprima bandiere che si sfilacciarono a poco a poco, lontanissimo, sulla sussultante agonia di una montagna dalle ferite trionfali.
Enorme, questa girava su sé stessa, lanciava avanti il ventre, indietro la groppa, secondo il ritmo di una danza sotterranea, tanto più spaventevole che pareva svolgersi in un silenzio assoluto.
Finalmente la montagna si immobilizzò, morta, reclinata la fronte, facendo dondolare all'estremità d'un muscolo di verzura, il suo cuore di granito nero, strappato.
Allora Gazurmah s'involò rapidissimo sul mare bianco, oleoso e calmo. E, mentre scavalcava il promontorio del Sud, vide scavarsi in alto mare un abisso, incommensurabile buco nella sugna lucente delle acque.
L'atmosfera era attenta, e tranne quel vasto abisso centrale, la superficie del mare rimaneva immota. Gazurmah si volgeva, a quando a quando, per ammirare l'impeto astioso dei monti lanciati a galoppo e le flessioni tremanti delle valli, sotto il ventaglio convulsivo delle foreste sradicate, mentre, molto in alto, le cime si accoppiavano elasticamente, emettendo lunghi sibili di luce gialla.


Fornirò altri esempi nella seconda parte di questo post, fra pochi giorni.

martedì 22 maggio 2012

Poche parole

Il talento di uno scrittore è, semplicemente, la sua capacità di utilizzare le parole.
Come avevo detto in un post di pochi giorni fa conta molto l’atmosfera che riesce a creare, ma anche la suggestione.
Franz Kafka, pur utilizzando un linguaggio apparentemente scorrevole e talvolta quasi banale, riusciva a fondere questi tre elementi in uno stile ormai divenuto inconfondibile, e creava storie inquietanti.
Non aveva bisogno di tante parole. Nel suo primo libro, “Contemplazione”, vi sono racconti di poche righe, in cui però già si ravvisano i futuri esiti della sua scrittura…

I passanti (di Franz Kafka)
Se passeggiando di notte per una strada scorgiamo un uomo da lontano (perché la strada è in salita e c’è la luna piena) e lui ci viene incontro, correndo, noi non ci permetteremmo di fermarlo anche se lui appare stanco e lacero, neppure se c’è un altro uomo che lo insegue gridando; lo lasceremmo proseguire nella sua corsa.
In fondo è notte, e non è colpa nostra se la strada è in salita e c’è la luna piena. Può darsi che quei due si stavano rincorrendo per scherzo, o forse entrambi inseguivano una terza persona; oppure il primo viene inseguito pur essendo innocente, e il secondo ha intenzioni omicide e noi diventeremmo complici in un assassinio; magari i due si ignorano a vicenda, e corrono ciascuno per conto proprio verso casa; potrebbero essere semplici nottambuli; il primo dei due potrebbe essere armato…
Ma poi, in fin dei conti, avremo pure il diritto di essere stanchi, no? Non abbiamo forse bevuto del vino?... Che sollievo nel momento in cui anche il secondo passante scompare in lontananza.

venerdì 11 novembre 2011

Immagini già create

Vivere nel 21° secolo offre una straordinaria serie di vantaggi materiali.
L'unico svantaggio è quello creativo: avendo sei millenni di antenati alle spalle che si sono sbizzarriti nell'arte, è stata prodotta una quantità di immagini vastissima, peraltro ormai compenetrata ovunque nel mondo grazie alla globalizzazione, e diventa difficile liberarsi dalla loro persistenza nella nostra memoria.
Per fare un esempio, qualcuno ha evidenziato che la Duchessa creata da John Tenniel per "Alice nel paese delle meraviglie" di Lewis Carroll (1866) rammenta la dama grottesca dipinta dal pittore fiammingo Quentin Massys, vissuto ben tre secoli prima.


Allo stesso modo, io ho notato alcune similitudini, diciamo così.


Andrew Gonzales (contemporaneo), Unio Mystica

Jean Delville, (1890) Parsifal

 
James McCarthy (contemporaneo), Solstizio d'estate

Max Ernst (1944), L'occhio del silenzio


 
Steven Sommers (contemporaneo), Fissazione orale



















Barry Godber (1969), copertina del long playing
In the Court of King Crimson, dei King Crimson

Tutto è già stato immaginato. É un piccolo prezzo da pagare al benessere materiale di cui godiamo.

giovedì 14 aprile 2011

Nuove vecchie idee

Essere originali è sempre arduo. A volte impossibile.
Il pittore contemporaneo Andre Martins de Barros si è specializzato nella composizione di volti artificiosi creati dall'unione di oggetti, ad esempio libri (immagine accanto).
 Peccato che il nostro Arcimboldi facesse queste cose già nel XVI secolo... (immagine a destra).





Allora Andre Martins de Barros deve aver pensato: posso essere originale almeno come provocatore. Arcimboldi, ai suoi tempi, non avrebbe mai potuto creare un "ritratto" fatto con dei sederi (sì, avete letto bene).
Ma nel XXI secolo la cosa è fattibile senza rischiare alcuna censura. E allora, ecco una bella faccia di culo/i (qui sotto).

Forse di cattivo gusto, ma originale no?
Per niente.

L'incisore giapponese Utagawa Kuniyoshi (1797-1861) probabilmente non aveva mai visto opere di Arcimboldi visto che a quei tempi il Giappone era isolato dal resto del mondo. Eppure si inventò qualcosa di simile, però precorrendo l'idea di Martins de Barros.
Un ritratto fatto con uomini nudi, inclusi glutei a delineare naso e mani (immagine a destra).

Insomma, uno può metterci tutto l'impegno che vuole, ma essere originali è quasi impossibile.

lunedì 22 novembre 2010

Eclettismo

In questi ultimi giorni ho rispolverato le mie letture su Mikhail Bulgakov, passando dai “Racconti di un giovane medico”, letteratura tradizionale estremamente realista a “Diavoleide”, surreale e grottesca parodia della burocrazia, senza dimenticare “Cuore di cane”, romanzo fantastico con intenti satirici.
Quello che mi colpisce in autori come Bulgakov è la capacità di passare da uno stile all’altro, non solo come genere ma anche e soprattutto come linguaggio. “Diavoleide” in particolare é decisamente sperimentale e pieno di suggestioni e immagini che disorientano il lettore, in netto contrasto con la prosa lineare dei “Racconti”.
Parlando di me, in una scala infinitamente più bassa rispetto al grande scrittore russo, anch’io tendo a cimentarmi in più generi e stili, secondo l’ispirazione del momento. E forse sbaglio.
Mi chiedo spesso se questo eclettismo sia una scelta giusta, ma in fondo rientra nel mio carattere, e non solo per le mie inclinazioni scribacchine. Da sempre mi riesce più spontaneo andare di palo in frasca...

lunedì 25 ottobre 2010

Maschile e femminile

Sono sempre stato dell’idea che la differenza tra uomo e donna sia fisiologica, ma non psicologica. Per capirci, carattere e personalità non sarebbero legati al sesso, tanto meno la scrittura.
Eppure, quando leggo opere letterarie al femminile le trovo talvolta molto più attente a certi dettagli relativi al gusto, alla percezione, alle sfaccettature dei sentimenti e degli stati d’animo… Mi sembrano anche caratterizzate da una maggiore lentezza narrativa, dall’indugiare sui particolari piuttosto che sul meccanismo complessivo della trama. Vedo meno nettezza, maggiore sfumatura. E la adoro. La prosa di Virginia Woof, di Edith Wharton, di Jane Austen hanno uno stile che apprezzo tantissimo.
Probabilmente è solo una mia impressione, però. Mi basta leggere qualcosa di Pessoa per trovare qualcosa di “femminile” anche nella sua maschilissima scrittura.
Voi che ne dite? Esiste davvero una differenza (sia pure impercettibile) fra maschile e femminile in letteratura?

martedì 12 ottobre 2010

A proposito dell’elenco delle etichette

Le etichette di questo blog sono costituite in maggioranza da artisti e letterati più o meno celebri, ognuno nel suo settore: scrittori, pittori, architetti, illustratori, poeti…
Messi in fila così, l’uno accanto all’altro, si evidenziano degli accostamenti che sembrano abbastanza irriverenti. Pirandello e Borges sono due geni della letteratura, Leblanc e “Saki” solo dei simpatici intrattenitori; Holman Hunt ha fatto parte di un movimento pittorico passato alla storia, Monica Cook per ora è una provocatoria artista contemporanea che forse tra un secolo nessuno ricorderà più.
Ho paura che questa sfilza di nomi apparentemente acritica e banalizzante possa sembrare superficiale, perciò ritengo opportuno fare una precisazione.
Sono io il primo a rendermi conto che questa lista include stelle luminose e semplici pianetini, ma la rispettiva grandezza che ognuno merita di occupare nell’universo dell’arte è esclusa dagli obiettivi di questo blog. Esistono persone molto più competenti di me per giudicare tali aspetti. Io stesso, come dicevo, sarei il primo a fare dei distinguo tra l’uno e l’altro.
La loro presenza qui, così apparentemente egualitaria, rispecchia soltanto la mia gratitudine verso quegli impeti di creatività che sono riusciti a colpire la mia sensibilità.
L’uomo è capace di compiere le peggiori bassezze, ma – per fortuna – riesce anche a raccontare le proprie emozioni in modo straordinario, sfruttando tutte le forme espressive che ha saputo inventare nel corso dei secoli. Ci sarebbero da inserire anche la musica, il cinema, i fumetti e tante altre che per motivi di attinenza non troveranno spazio qui (ma questo non vuole certo dire che non io non le apprezzi, ci mancherebbe!)
Ognuno degli artisti citati fra le etichette è stato capace – chi più chi meno, chi in un modo chi in un altro – di sorprendermi, di farmi restare ammirato, di costringermi a riflettere, di propormi una diversa visione della realtà. In poche parole, di dare più sapore alla mia vita. E io gliene sono estremamente riconoscente, e voglio dimostrarlo in qualche modo. Magari parlandone qui.

venerdì 30 aprile 2010

Odon Lechner


Già in altri post ho parlato della mia ammirazione per lo stile Liberty, l’Art Nouveau e tutto quel complesso movimento artistico che fra la fine del 1800 e gli inizi del 1900 cercò di applicare l’estetica della bellezza (e non solo della mera funzionalità) agli oggetti di uso comune ma anche e soprattutto all’ambiente circostante: case, arredi, elementi urbanistici…
In quegli anni molti architetti seguirono con entusiasmo questi principii, e il favorevole contesto culturale gli permise di realizzare opere innovative e affascinanti, dando una nuova immagine a diverse città. Il caso più noto è ovviamente Barcellona.
La maggiore importanza assunta dal capoluogo catalano in seguito al crollo dell’impero spagnolo e alla perdita di prestigio di Madrid, e il sostegno economico della borghesia di Barcellona permisero la costruzione di tantissimi edifici pubblici e privati in linea con le tendenze dell’Art Nouveau. In questo contesto poterono operare al meglio delle loro capacità architetti come Josep Vilaseca i Casanovas, Josep Puig i Cadafalch, Lluís Domènech i Montaner e soprattutto Antoni Gaudì.
Ma sarebbe troppo scontato come post. Se possibile cerco sempre di spaziare oltre le cose già note alla maggioranza per fornire spunti nuovi.

Ebbene, qualcosa di simile accadde anche in un’altra capitale non molto lontana dall’Italia.
Nel 1867 gli Asburgo, consci dell’impossibilità di fermare le spinte indipendentiste delle varie etnie all’interno del loro dominio, concessero una larghissima autonomia almeno alla più numerosa fra esse, quella ungherese. L’impero Austriaco divenne ufficialmente impero Austro-Ungarico, e Budapest ebbe la possibilità di eleggere un proprio parlamento. Ovviamente questa quasi-indipendenza originò grande entusiasmo popolare, orgoglio nazionalistico e un prepotente fermento culturale, incluso il desiderio di creare un’arte veramente autonoma e libera dall’influenza tedesca.
In questo contesto, stimolati anche dal rinnovamento internazionale del Liberty, molti architetti ebbero la possibilità di cercare nuove forme espressive.
Odon Lechner (1845-1914), al pari di Gaudì, lasciò la propria impronta sulla capitale del suo paese. Per celebrare l’origine orientale del suo popolo (gli Ungari giunsero in Europa dall’Asia centrale, sostenendo di essere della stessa stirpe degli Unni) inserì elementi asiatici nelle strutture delle progettazioni, ovviamente perseguendo anche la bellezza estetica delle forme.
Il Museo delle Arti Applicate (in alto un interno) e la Cassa di Risparmio (in basso una guglia) sono solo alcuni esempi del suo stile così curato e attento ai dettagli. La sua mano ha plasmato molti altri edifici pubblici e privati della capitale magiara.

giovedì 4 marzo 2010

Aubrey Vincent Beardsley

Aubrey Beardsley, vissuto alla fine del XIX secolo, é stato un illustratore che nei suoi pochi anni di vita é riuscito a creare uno stile unico e suggestivo, che riesce a sembrare "moderno" ancora oggi, a distanza di cento anni.
Accanto alle illustrazioni "ufficiali" (le più famose quelle su una riedizione moderna della saga di re Artù nella versione di Malory), ne ha prodotte altre decisamente trasgressive per i suoi tempi, peraltro pentendosene durante gli ultimi giorni della sua breve vita.

Il contrasto netto fra nero e bianco, le espressioni ambigue delle sue figure androgine, l'atmosfera magica degli ambienti sono tratti distintivi che hanno ispirato moltissimi imitatori.
Come d'abitudine parlo da dilettante, senza improvvisarmi accademico dell'arte (non lo sono e non lo sarò mai). Evito inoltre di fornire link o riferimenti. Chi ha interesse ad approfondire la conoscenza di questo artista deve solo trascrivere il suo nome su google, troverà migliaia di pagine a lui dedicate.

lunedì 4 gennaio 2010

Néstor de la Torre

Néstor de la Torre é un pittore spagnolo meno noto rispetto ad altri artisti iberici della sua epoca (a cavallo tra XIX e XX secolo).
Il mio gusto dilettante - e sicuramente superficiale - me lo rende gradito per la sua capacità di creare immagini visionarie con suggestioni mitologiche cariche di emotività, caratterizzate da colori e contrasti accesi.
Una serie importante di tele é invece improntata ad un erotismo prepotente, quasi animalesco, ma mai volgare né tanto meno violento. L'unica "violenza" che traspare é quella della passione stessa, un estasi che si fonde con il paesaggio "naturale" che tuttavia mantiene la connotazione visionaria e onirica caratteristica dell'opera di Néstor.
Come il già citato Vrubel, é uno dei pittori di inizio '900 che ha cercato di superare il classicismo aderendo al simbolismo, con una personalissima ricerca artistica molto originale negli esiti.

mercoledì 25 novembre 2009

Libri vissuti - 4

E' un classico della letteratura moderna, uno di quei libri che hanno letto in tanti e che si trova abbastanza facilmente nelle antologie scolastiche, ed é diventato il simbolo dello stile narrativo del suo autore, Franz Kafka.
Borges lo ha definito un autore talmente originale che é riuscito a generare non solo imitatori postumi, ma addirittura precursori. Ovvero: scrittori antecedenti a Kafka che erano passati inosservati, hanno ottenuto visibilità grazie a lui poiché alcuni critici li hanno riscoperti notando nelle loro opere stili e tematiche che poi prenderanno forma concreta nel "Processo", nel "Castello" e, ovviamente, nella "Metamorfosi".
La vicenda non necessita neppure di essere raccontata poiché tutti la conoscono, anche quelli che non l'hanno letta. Io la inserisco a pieno titoli fra i miei "libri vissuti" che mi hanno lasciato una traccia addosso, perché posso garantire che (almeno per me) é stata una lettura inquietante e carica di angoscia, al termine della quale ho provato il forte desiderio di mettere da parte i libri per qualche tempo.
Perché questo effetto così devastante? Posso parlare solo a titolo personale, ma credo che il meccanismo narrativo inconfondibile del grande scrittore ceco sia saper condurre i lettori nell'inspiegabile e nell'iniquo e abbandonarli lì. Il racconto inizia riferendo che Gregor Samsa si é trasformato in un insetto, senza spiegare perché sia successo. Un approccio che non cambierà sino alla fine. La vita del protagonista sprofonda nell'incubo di questa assurda metamorfosi con tutte le sue conseguenze orribili, ma non si capirà mai perché sia avvenuta e perché lui ha dovuto subire questa esperienza atroce. Se nel finale fosse stata inserita una spiegazione, un'ipotesi che avesse dato un senso a questa trasformazione, la carica d'angoscia svanirebbe e il lettore si sentirebbe sollevato. Invece l'assurdità e l'ingiustizia di questa situazione rimangono prive di significato.
L'angoscia kafkiana é proprio questa secondo me: trasmettere sottilmente l'idea che sia vero il nostro terrore più profondo, ossia che gli eventi che ci accadono sono privi di un qualunque disegno o scopo, e che tutto il male che siamo costretti a subire non verrà in nessun modo ricompensato da una forma di giustizia superiore.

martedì 17 novembre 2009

Ancora sul liberty

Salsomaggiore Terme é una località che tutti gli italiani conoscono poiché... é il fantasmagorico palcoscenico di "Miss Italia".
Personalmente, quel che ho avuto modo di ammirare della piccola città emiliana sono le Terme Berzieri, un capolavoro dello stile liberty decorato dal grande artista Galileo Chini, peraltro creatore anche delle Terme Tamerici di Montecatini di cui avevo già parlato in un altro post corredato da apparato fotografico.
La ricerca ossessiva della perfezione estetica, la cura maniacale per i dettagli decorativi e i motivi classicheggianti reinterpretati in chiave fin de siècle sono gli elementi che rendono straordinari questi luoghi.
Con tutto il rispetto per la Colombari e le altre vincitrici, la vera bellezza di Salsomaggiore l'ha creata Galileo Chini circa cento anni fa.

lunedì 21 settembre 2009

Gustave Moreau


Uno dei miei pittori preferiti é Gustave Moreau (1826-1898), l'artista che meglio incarna il Simbolismo.
Nelle sue opere ricorrono temi tipici del contesto culturale in cui viveva: rivisitazione di temi mitologici e biblici secondo una nuova forma di estetica, immagine conturbante della donna che appare sempre seduttrice, talvolta inconsapevole e talvolta ben conscia e decisamente spietata. E poi la bellezza androgina dell'uomo, soprattutto se giovane, l'esoticismo esasperato, la profusione di dettagli decorativi...
Ma lasciando da parte queste "etichette" accademiche e parlando dal mio punto di vista di semplice fruitore dilettante, la bellezza dell'arte di Moreau é nell'originalità del suo stile e nel mantenersi sempre all'interno di questo stile.
Avere un proprio "stile" inconfondibile é il miglior risultato che un artista possa raggiungere, almeno secondo me. Distinguersi significa avere qualcosa di speciale.
Non mi riferisco solo alla pittura, ma ad ogni genere di espressione artistica, comprese la musica e la letteratura. Moreau non si é mai discostato dai propri temi prediletti per tutta la vita, senza preoccuparsi di essere ripetitivo. Chi é originale nel proprio stile non corre mai questo rischio.