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giovedì 24 settembre 2015

Autobiobibliografia

Alla fine ho deciso di partecipare al meme lanciato da Ivano con questo post ispirato a un'affermazione di Henry Miller.
Ho atteso un po' perché - come avevo spiegato a Ivano stesso - la formula di proporre cento libri che mi hanno influenzato la trovo, nel mio caso, eccessiva. Ritengo che affermare di essere stato "influenzato" da un libro significa sottintendere che quella lettura ha lasciato dei segni permanenti nella propria concezione e percezione della vita. Ho letto moltissimi romanzi interessanti, commoventi, drammatici, pagine capaci di suscitare emozioni profonde, ma non di cambiare la mia psiche e neppure di aprirle nuove strade inesplorate.
Una classificazione del genere posso riconoscerla solo a un numero limitato di letture, non le cento che richiede il meme, tuttavia mi accodo con questa versione personalizzata (so per esperienza che Ivano è molto accomodante e non mi toglierà il saluto per aver snaturato il suo meme ;-)
Prima di proporre la mia lista premetto che in un certo senso io avevo già parlato dei libri che mi hanno influenzato con un tag apposito, librivissuti. Quindi per incominciare ripropongo i titoli di cui avevo già parlato nei post associati a quel tag:

-Confessioni di una maschera, di Yukio Mishima
-La vita è altrove, di Milan Kundera
-Il libro dell'inquietudine, di Fernando Pessoa
-La metamorfosi, di Franz Kafka
-Una stanza tutta per sé, di Virginia Woolf
-La condizione umana, di André Malraux
-Altre inquisizioni, di J.L. Borges
-Les enfants terribles, di Jean Cocteau
-Sanshiro, di Natsume Soseki
-Camera con vista, di E. M. Forster
-Il Decameron, di Giovanni Boccaccio
-Il Signore degli Anelli, di J.R.R. Tolkien
-Zorba il greco, di Nikos Kazantzakis
-Le particelle elementari, di Michel Houellebecq

A questi ne aggiungo altri che forse in futuro saranno anch'essi oggetto di post specifici nel tag "librivissuti", libri a proposito dei quali non posso negare che mi abbiano realmente influenzato.

-Memorie dal sottosuolo, di Fedor M. Dostoevskj
-Moby Dick, di Herman Melville
-Gita al faro, di Virginia Woolf
-La porta senza porta, di Mumon
-Candido, di Voltaire
-L'amante di Lady Chatterley, di D.H. Lawrence
-Le baruffe chiozzotte, di Carlo Goldoni
-Lezioni spirituali per giovani samurai, di Yukio Mishima
-La conquista dell'America. Il problema dell'altro, di Tzvetan Todorov
-Novelle per un anno, di Luigi Pirandello
-L'allegria, di Giuseppe Ungaretti
-gli haiku di Kobayashi Issa
-Eternidades, di Juan Ramón Jiménez
-I fiori del male, di Charles Baudelaire

e sebbene non si possa parlare di libri in senso stretto ma semmai di fumetti, mi sento nell'obbligo di aggiungere

-le strisce dei Peanuts di Charles Schulz
-le strisce di Mafalda di Quino

raggiungendo così un totale di trenta voci (le ultime due non si possono definire "libri" poiché potrebbero essere suddivise in decine di volumi se si considerano le varie pubblicazioni nel corso degli anni).
Che ne dici Ivano: anche se ho adempiuto solo al 30% del lavoro, mi accetti fra i partecipanti al meme?

giovedì 4 settembre 2014

Libri vissuti - Le particelle elementari

Raccontare l’evoluzione della società occidentale nella seconda metà del XX secolo in un libro che ha la struttura di un romanzo e mescola il linguaggio scientifico di un saggio antropologico a una prosa altamente provocatoria. Mettere insieme contesti realistici e situazioni verosimili affiancandoli alle loro evoluzioni iperrealistiche e inverosimili con tale naturalezza da far sorgere il dubbio al lettore su quale sia il reale confine fra il materialmente documentato e l’immaginato.
Questi sono gli elementi caratterizzanti de “Le particelle elementari” di Michel Houellebecq.
Terzo romanzo da me letto dello scrittore francese, dopo "Piattaforma" e "Estensione del dominio della lotta", ho ritrovato temi ricorrenti e situazioni analoghe: disagio esistenziale, sessualità distorta e ossessiva, paranoie, volgarità, onnipresenza della morte e del decadimento fisico.
I tre romanzi citati non sono sullo stesso livello, c’è una certa discontinuità, però, bisogna ammetterlo, Houellebecq sa scrivere. Sa raccontare, sa provocare nella maniera corretta, sa creare dubbi, sa organizzare i dati sociologici in modo non improvvisato, sa ideare scene e situazioni grottesche sempre ben riuscite. E “Le particelle elementari” è il più riuscito.
Prescindendo dal finale e dall’ipotesi su come potrebbe evolversi l’umanità anche in senso biologico in base agli studi di Michel, uno dei due protagonisti, il vero indimenticabile personaggio del romanzo è Bruno, l’essere umano malriuscito: un condensato di nevrosi, perversione, ipocrisia, disperazione, vigliaccheria, rabbia, rancore, egoismo e materialismo. Una caricatura dell'uomo occidentale contemporaneo, un personaggio letterario che potrebbe essere il discendente attuale della voce narrante che si confessa nelle "Memorie del sottosuolo" di Dostoevskj (paragone che a molti sembrerà blasfemo ma che io mi azzardo a proporre).
Una lettura difficile, spiazzante, una sfida per il lettore che vale la pena di affrontare.

martedì 18 febbraio 2014

Libri vissuti - Zorba il greco

Era un bel po' che non usavo questo tag.
Quando parlo di “libri vissuti” mi riferisco egoisticamente alla traccia che hanno lasciato in me. È possibile che in termini oggettivi non meritino l’appellativo di capolavoro, è persino plausibile che abbiano delle vistose imperfezioni tecniche, ma io non voglio giocare a fare il critico letterario. Intendo esclusivamente raccontare il loro impatto nella mia vita di lettore.
E nel caso di “Zorba il greco”, noto soprattutto per il film che ne è stato tratto (che ha influito anche sulle scelte dell'editore italiano, visto che il titolo originale del romanzo sarebbe "La vita e le avventure di Alexis Zorba") l’impatto è stato notevole.
Zorba è un animale pieno di vitalità feroce. Non viene idealizzato, e neppure trasformato in un vecchio saggio: è semplicemente un uomo che vuole ogni giorno riscoprire la vita e godersela sino in fondo.
Il romanzo è Zorba. In confronto a lui l’altro protagonista – lo scrittore che narra la storia del loro soggiorno a Creta nel tentativo di rendere fruttuosa una miniera di lignite – appare insignificante. È ripiegato dentro la propria mente, insegue questioni ideali senza quasi accorgersi di avere anche un corpo e degli istinti.
Detta così sembra una trama piuttosto cliché: il contrasto fra riflessione e azione, fra anima e carne, fra vita contemplativa e vita (prepotentemente) attiva… Però – che ci posso fare? – la semplicità della scrittura di Nikos Kazantzakis mi appare come un pregio anziché un limite. Le piccole ripetizioni che a volta si notano da un capitolo all’altro, la scelta di raccontare le scene più violente e grottesche quasi con pudore, lasciando sempre trasparire una comprensione e un amore profondo per la natura umana – di cui, comunque, non vengono nascosti né gli eccessi né i vizi – hanno una bellezza, una profondità che talvolta non si scorge in romanzi esteticamente impeccabili ma al tempo stesso asettici.
Un Zorba lo abbiamo conosciuto quasi tutti. É il tipo che ha viaggiato molto, si vanta di aver cambiato tante città e donne, e racconta continuamente le sue storie da spaccone che in molti casi sono talmente esagerate da lasciar pensare che le stia sparando grosse. Però, nonostante tutto, si fa finta di credere a ogni dettaglio e lo si lascia parlare perché la sua esuberanza, la sua energia, la sua vitalità sono troppo affascinanti. Gli si perdonano anche gli eccessi: raccontati da lui sembrano giustificabili anche i comportamenti che in genere non apprezzeremmo.
Ovvio che l'incontro fra due uomini così diversi sia illuminante soprattutto per lo scrittore-narratore. Lui trae il maggior guadagno, lui impara a riemergere dai meandri della propria vita fatta di sola meditazione e studio, lui inizia a comprendere meglio ogni cosa alla luce della furente, straripante energia del vecchio Zorba.
Invece Zorba non deve imparare nulla dallo scrittore: è un farabutto, è spietato, eppure capace di essere generoso; privo di ogni ideale ma disposto a lottare per una causa (e sempre pronto a mollarla in un attimo); è contraddittorio, talvolta odioso, ma compenetrato nella materialità della vita con un'intensità tale da capirla meglio di chiunque, anche nei suoi aspetti più difficili coi quali riesce sempre a trovare una conciliazione.
Una lettura in cui gli eventi, pur presenti, sono secondari rispetto alle numerose pagine dedicate all'introspezione psicologica della voce narrante, in contrapposizione agli aneddoti della vita di Zorba dove c'è spazio solo per le donne, il vino, il lavoro e il buttar tutto per aria e ricominciare daccapo, anche senza un motivo.
Una lettura fortemente incentrata sull'interiorità dell'uomo e i suoi eterni quesiti: la vita, la morte, gli ideali, le gesta, l'amore, la fede nel soprannaturale. Un libro vissuto perché ha esteso la mia visione della condizione umana.

giovedì 16 dicembre 2010

Libri vissuti - Il Signore degli Anelli

Non necessita di alcuna presentazione. E' stato uno dei fenomeni letterari della seconda metà del XX secolo, capace di riplasmare il genere fantastico e di appassionare milioni di lettori, oltre a spaccare la critica, divisa fra possibilisti e giustizialisti senza appello.
Viene considerato un libro “per ragazzi”, anche se sono in molti a dissentire. Io l'ho letto da adulto, quindi lontano dalle suggestioni adolescenziali e purtroppo parzialmente privo di quell'alone magico che genera spontaneamente la giovinezza. Ma é stato capace ugualmente di farmi vivere la narrazione. Per me é un "libro vissuto" a tutti gli effetti. Perché Tolkien ha saputo spingersi oltre il semplice aspetto avventuroso e fantastico.
La saga di Conan l'ho letta all'età giusta, mi ha coinvolto pienamente, però a distanza di anni mi rendo conto che R. E. Howard raccontava imprese e combattimenti fini a se stessi, sword & sorcery allo stato puro.
Ne “Il Signore degli Anelli” invece c'é la ricerca di una morale, il tentativo di creare dei valori. La seconda metà del '900 è dominata dal relativismo etico e dall'agnosticismo, anche e soprattutto in ambito intellettuale. Tolkien invece prova a dare una sua particolare collocazione a tolleranza, rispetto, rifiuto della violenza gratuita, abnegazione e spirito di sacrificio. Valori cristiani, é stato notato da alcuni. In effetti l'autore era dichiaratamente credente.
Per questa sua capacità di fondere morale e fantastico con risultati davvero straordinari sul piano dell'inventiva letteraria, inserisco la grande trilogia tra i miei “libri vissuti”. Forse non piacerà mai completamente alla critica e agli esperti, ma un romanzo deve piacere soprattutto ai lettori

mercoledì 22 settembre 2010

Il Decameron

Tra i miei “librivissuti” devo necessariamente inserirne uno che di certo non è un recente, anzi. Ed è un libro che tutti hanno letto, anche se solo pochi lo hanno fatto dalla prima all’ultima pagina.
Il “Decameron”, capolavoro classico della prosa italiana, è stata una lettura che ho voluto fare a bocce ferme, dopo aver finito sia le superiori che l’università, quindi potendolo affrontare senza l’incubo del professore di italiano e dell’ancora più insopportabile corollario di valutazioni critiche che nell’economia accademica spesso hanno il sopravvento sul testo stesso.
Libero da queste imposizioni studentesche, ho potuto affrontare il libro con la massima tranquillità e – nel vero senso della parola – godermelo.
Sì, è una lettura davvero godibile perché affronta ogni aspetto dell’esperienza umana, e lo fa in chiave burlesca o drammatica senza alcuna sbavatura. All’inizio c’è, ovviamente, la difficoltà del linguaggio arcaico che a tratti appare davvero incomprensibile. Però, procedendo con la lettura, i vocaboli desueti (specialmente quelli ricorrenti) diventano famigliari, ci si abitua alla diversa struttura delle frasi e si arriva addirittura a capire per intuito il significato di certe parole che a inizio lettura sarebbero sembrate oscure. Arriva il momento in cui non c’è più bisogno di consultare le note a piè di pagina.
E una volta che il libro non è più così lontano dal punto di vista della comprensione verbale, diventa vicino in tutti sensi: vicino come tematiche, come stile, come idee, come (semplicemente) lettura. Un’opera che non appare per niente pretenziosa, a differenza di certi studi analitici che lo riguardano.
A ma ha rammentato una volta di più il piacere che deriva dallo scrivere e dal leggere per il solo gusto di scrivere e di leggere. La parola scritta come esperienza reale che si trasfigura, sia nel momento in cui si ha la penna in mano per dare forma alla propria ‘letteratura’, sia quando si leggono le opere di altri (scrittori affermati o sconosciuti anonimi che siano).
So già che questo modo di presentare il “Decameron” può apparire vergognosamente limitativo e indegnamente banale, ma in fondo cosa volete da me: io sono solo un dilettante.

venerdì 18 giugno 2010

Librivissuti - Camera con vista

Camera con vista, famoso anche per il film di James Ivory (regista innamorato dei romanzi di Forster, li ha trasposti quasi tutti in film), è un libro che mi ha sempre trasmesso una particolare fiducia, e per questo lo considero un mio “librovissuto”.
La trama è semplice, e neppure troppo originale: Lucy, giovane ragazza perbene, durante le sue vacanze a Firenze conosce casualmente il connazionale George Emerson, problematico e in preda a una crisi eistenziale che gli fa vedere solo il brutto del mondo e della vita. Suo padre prova a sostenerlo, e parla apertamente dei mali di suo figlio. Più in generale, gli Emerson sono persone aperte, spontanee, mentre Lucy e sua cugina Charlotte mantengono quella fredda esteriorità tipica di una certa borghesia inglese di inizio novecento.
Ma tra Lucy e George nasce una sorta di colpo di fulmine, che però si limita a un bacio, e che soprattutto fa emergere la razionalità di Lucy, spaventata dalla propria reazione emotiva e decisa a mantenere il proprio autocontrollo. Lei e Charlotte partono anticipatamente da Firenze per non incontrare più gli Emerson.
Mesi dopo, Lucy si è fidanzata con Cecil, altro tipico borghese di stampo vittoriano, freddo e disdegnosamente intellettuale. George sembra solo un lontano ricordo, fino al giorno in cui arrivano i nuovi proprietari della casa vicina alla sua: proprio gli Emerson.
George fa subito amicizia con Freddy, il fratello minore di Lucy. L’entusiasmo giovanile di Freddy contagia George, che ritrova la gioia di vivere e sembra rinato rispetto ai giorni di Firenze. E non ha affatto dimenticato Lucy, anzi…
Per Lucy diventa la “solita” storia: razionalità contro istinto, calcolo ragionato contro trasporto sentimentale, o molto più semplicemente l’asettico Cecil contro l’emotivo George.
Quante volte nella vita ci si pongono dubbi, si fanno un sacco di ragionamenti, si dice “Mi piacerebbe, però meglio non fare follie…”
Senza clamori, in modo difficoltoso e non indolore, Lucy capirà ciò che è giusto fare. E Forster sa raccontare questa scelta con un’acutezza psicologica straordinaria, basata molto sui gesti esteriori e sul “non detto” più che su spiegazioni esplicite. Memorabili poi alcune scene che possono competere con quelle del film, pur essendo semplici parole scritte e potendo contare “solo” sull’immaginazione del lettore.
Un romanzo ormai classico che a suo tempo mi ridiede la serenità.

martedì 4 maggio 2010

Sanshiro


Fra i miei libri "vissuti" un posto a parte lo occupa Sanshiro di Natsume Soseki, scrittore giapponese vissuto tra il 1867 e il 1916.
Mi é successo di leggere il romanzo giusto al momento giusto, per così dire.
Avevo vent'anni e iniziavo a frequentare l'università in una grande città come Roma dopo aver sempre vissuto in una piccola città di provincia. Il protagonista del romanzo é un giovane della provincia giapponese che va a studiare all'università di Tokyo...
Man mano che leggevo la sua storia mi sentivo coinvolto, e la vivevo in prima persona nella vita reale.
La vicenda é abbastanza semplice, e si può riassumere nel dover fare una scelta per il proprio futuro, magari ponendosi qualche problema di troppo...
Sanshiro si rende conto sin dai primi giorni quanto sia immenso il sapere, e quanto sia conseguentemente minimo tutto ciò che lui ha appreso sino a quel momento. La sua famiglia vorrebbe che, appena finiti gli studi, lui tornasse in paese per sposare la ragazza con la cui famiglia esistono già degli accordi. Ma questa opzione non lo attrae.
Una seconda possibilità é restare a Tokyo e tentare la vita nella grande città, anche se per lui, giovane provinciale senza soldi, significherebbe rischiare di rimanere ai margini.
Oppure, sull'esempio di un giovane ricercatore conosciuto in facoltà, dedicarsi totalmente allo studio sacrificando la propria vita privata sull'altare delle ricerche e delle possibili scoperte, una nobilitazione della propria esistenza a beneficio degli altri.
All'epoca pensai di aver individuato la mia opzione, ma nel corso degli anni poi ne scelsi un'altra...
Una lettura che per me ha avuto un valore molto personale, anche in ragione del mio interesse per la cultura giapponese, ma che può essere interessante per chiunque abbia vent'anni e si trova di fronte al proprio futuro o ne ha quaranta e prova a rievocare i momenti in cui ha scelto cosa voleva "fare da grande"...
Non un capolavoro, ma sicuramente un libro per riflettere.

domenica 11 aprile 2010

Les enfants terribles, di Jean Cocteau

Il quattordicenne Paul prova un'ammirazione morbosa per il compagno di scuola Dargelos, ma é proprio Dargelos a colpirlo con una sassata in petto durante una battaglia a pallate di neve.
La ferita lo costringerà a rimanere, malato, nella camera che condivide con la sorella Elisabeth e con il loro comune mondo fantastico, fatto di "tesori", disordine e soprattutto "gioco", una fervida immaginazione con cui viaggiano verso luoghi sognati.
Rimasti orfani, verranno accolti dalla famiglia di Gérard, compagno di classe di Paul che nutre per quel ragazzo fragile un profondo affetto e un senso di protezione fraterno.
La strana comunione fra Paul e Elisabeth continua nel corso degli anni, e Gérard può solo unirsi parzialmente ad essa. A questo trio si affianca successivamente Agathe, una ragazza che ha gli stessi lineamenti di Dargelos.
L'adolescenza trascorre, e i ragazzi giungono agli albori dell'età adulta. Gérard ama segretamente Elisabeth e vorrebbe sposarla, mentre Paul rivede il suo idolo Dargelos nella dolce Agathe, sentendosi inevitabilmente attratto da lei.
Le loro vite sembrano indirizzate verso la normalità, ma il legame quasi magico fra fratello e sorella é troppo potente per essere spezzato, e gli eventi prenderanno una direzione inattesa per condurli mano nella mano verso un finale tragico...
Romanzo breve, scritto con un linguaggio carico di suggestioni poetiche, fonde in modo straordinario la bellezza e il lato oscuro dell'adolescenza, la sua passionalità estrema e irrazionale, la follia di azioni compiute con il solo scopo di essere compiute ma senza nessuna reale motivazione, la trasgressione delle regole come gioco e come sfida alle leggi della vita.
Uno dei pochi libri che ho riletto a distanza di tanti anni e per il quale ho provato le stesse emozioni della prima lettura. Un piccolo capolavoro.

mercoledì 3 febbraio 2010

Altre inquisizioni

Di Borges avevo già parlato in questo post e sicuramente ne parlerò ancora.
Come "librovissuto" avrei potuto inserire quasi tutti quelli che ho letto. Ho scelto "Altre inquisizioni" perché é un'esempio straordinario di letteratura senza narrativa. Gli scritti che compongono questo libro sono dei brevi saggi, ma in realtà anche la parola "saggi" può essere un po' forzata. C'é un insieme di intuizioni, riflessioni, analogie, analisi e confronti di cui poteva essere capace solo un uomo che ha trascorso la sua vita più a leggere che a vivere (ed é uno dei modi con cui Borges si definisce).
La linea che riesce a tracciare da Hawthorne a Kafka, la contrapposizione tra Kafka e Chesterton, il legame quasi mistico che nota fra Khayyam e il suo traduttore inglese Fitzgerald, la sua particolare maniera di accostare la letteratura fantastica alla teologia e alla filosofia come se fossero un'unica forma della speculazione mentale umana...
"Finché uno scrittore si limita a narrare avvenimenti o a delineare le lievi oscillazioni di una coscienza, possiamo supporlo onnisciente, possiamo confonderlo con l'universo o con Dio; non appena scende a ragionare, lo sappiamo fallibile [...] Dio non deve teologizzare; lo scrittore non deve infirmare con ragioni umane la momentanea fede che esige da noi l'arte".
Le intellettualissime e coltissime riflessioni di Borges sono un esempio di come si possa scrivere sulla letteratura partendo... dalla letteratura, non dalla realtà o dall'uomo, come se l'ars letteraria prendesse vita propria e divenisse un'entità a se stante.
Certamente é un tipo di lettura erudita che necessita di una buona dose di predisposizione. A me ha trasmesso l'interesse per la letteratura a tutto tondo. Borges infatti dedica pagine ad autori spesso snobbati da una certa critica, come H.G. Wells o W.T. Beckford, dando merito alla loro straordinaria inventiva (e in fondo l'arte e la letteratura sono sempre "finzioni", come rammenta il titolo di un altro suo libro famoso).

mercoledì 13 gennaio 2010

'La condizione umana' di André Malraux

Un altro mio “librovissuto” a pieno titolo è “La condizione umana” di André Malraux. Il romanzo venne scritto negli anni ’20, e parla di eventi contemporanei alla finzione letteraria che l’autore visse in prima persona.
In Cina si stanno affermando i comunisti di Mao Tse Tung e i nazionalisti di Chiang Kai Shek, che sono ancora alleati militarmente ma divisi ideologicamente.
Il romanzo racconta le vicende di numerosi personaggi, quasi tutti legati alla milizia comunista, in un crescente clima di tensione con i nazionalisti fino al momento tragico della resa dei conti…
La storia si sviluppa come un affresco storico in cui tutti sono in qualche modo coinvolti. Lasciando da parte i messaggi ideologici (lo stesso autore, paradossalmente, pur essendo comunista all’epoca dei fatti avrebbe poi virato a destra nel corso degli anni fino a diventare ministro nel governo di De Gaulle) resta la narrazione letteraria, che per me conta più delle interpretazioni politiche, o peggio ancora “politicizzate”. Una narrazione che immerge il lettore in un contesto che molti di noi non conoscono in forma diretta, ma che i nostri nonni hanno visto da vicino: la prepotenza improvvisa della Storia con la S maiuscola che trascina le persone in un evento epocale in cui si è costretti a schierarsi con una parte o con l’altra combattendo per scelta o per necessità, con la consapevolezza che restarne al di fuori è quasi impossibile.
Scritto superbamente, è un libro che racconta la guerra, l’ideale, la speranza e la contrapposizione fra uomo e uomo.

mercoledì 23 dicembre 2009

Una stanza tutta per sé

Come lettura di Natale consiglio uno dei miei "librivissuti". Non un romanzo carico di tensione e di riflessioni tragiche ma, più "festosamente", un saggio di una scrittrice straordinaria come Virginia Woolf.
Il testo é abbastanza noto: con la sua prosa evocativa ed emozionale l'autrice ripercorre l'evoluzione della donna nel contesto intellettuale europeo, partendo dalle epoche in cui alla maggioranza delle nate "femmine" era preclusa ogni forma di accesso alla cultura.
La stanza "tutta per sé" da conquistare per poter sviluppare liberamente le proprie giuste aspirazioni letterarie é il difficile traguardo raggiunto lentamente dalle donne nel corso dei secoli, un traguardo di cui l'autrice può beneficiare grazie a Aphra Behn, Jane Austen e tutte le scrittrici che hanno saputo precorrere i tempi dell'emancipazione intellettuale femminile.
Apparentemente un libro per donne...
Io dico che la "stanza tutta per sé", il luogo da conquistare per realizzare la propria indipendenza, ai giorni nostri può essere percepito come una metafora anche da tanti uomini (soprattutto giovani) le cui aspirazioni sono negate da problemi economici o di altra natura. E poi la prosa di Virginia Woolf é incantevole.
Una lettura priva di temi "angoscianti" ma ugualmente capace di far riflettere.
Buon Natale a tutti ;-)

mercoledì 25 novembre 2009

Libri vissuti - 4

E' un classico della letteratura moderna, uno di quei libri che hanno letto in tanti e che si trova abbastanza facilmente nelle antologie scolastiche, ed é diventato il simbolo dello stile narrativo del suo autore, Franz Kafka.
Borges lo ha definito un autore talmente originale che é riuscito a generare non solo imitatori postumi, ma addirittura precursori. Ovvero: scrittori antecedenti a Kafka che erano passati inosservati, hanno ottenuto visibilità grazie a lui poiché alcuni critici li hanno riscoperti notando nelle loro opere stili e tematiche che poi prenderanno forma concreta nel "Processo", nel "Castello" e, ovviamente, nella "Metamorfosi".
La vicenda non necessita neppure di essere raccontata poiché tutti la conoscono, anche quelli che non l'hanno letta. Io la inserisco a pieno titoli fra i miei "libri vissuti" che mi hanno lasciato una traccia addosso, perché posso garantire che (almeno per me) é stata una lettura inquietante e carica di angoscia, al termine della quale ho provato il forte desiderio di mettere da parte i libri per qualche tempo.
Perché questo effetto così devastante? Posso parlare solo a titolo personale, ma credo che il meccanismo narrativo inconfondibile del grande scrittore ceco sia saper condurre i lettori nell'inspiegabile e nell'iniquo e abbandonarli lì. Il racconto inizia riferendo che Gregor Samsa si é trasformato in un insetto, senza spiegare perché sia successo. Un approccio che non cambierà sino alla fine. La vita del protagonista sprofonda nell'incubo di questa assurda metamorfosi con tutte le sue conseguenze orribili, ma non si capirà mai perché sia avvenuta e perché lui ha dovuto subire questa esperienza atroce. Se nel finale fosse stata inserita una spiegazione, un'ipotesi che avesse dato un senso a questa trasformazione, la carica d'angoscia svanirebbe e il lettore si sentirebbe sollevato. Invece l'assurdità e l'ingiustizia di questa situazione rimangono prive di significato.
L'angoscia kafkiana é proprio questa secondo me: trasmettere sottilmente l'idea che sia vero il nostro terrore più profondo, ossia che gli eventi che ci accadono sono privi di un qualunque disegno o scopo, e che tutto il male che siamo costretti a subire non verrà in nessun modo ricompensato da una forma di giustizia superiore.

lunedì 26 ottobre 2009

Libri vissuti - 3


"Il libro dell'inquietudine" di Fernando Pessoa é piuttosto un non-libro. E' stato "ricostruito" postumo mettendo insieme i tantissimi foglietti scritti a penna (all'epoca non esistevano i personal computer...) dell'autore, e quindi non si potrà mai dire con certezza come sarebbe stato il testo finale se l'avesse curato Pessoa personalmente. A dire il vero non si può neppure dire fosse stato concepito come un testo unitario o se, semplicemente, l'eteronimo "Bernardo Soares" (uno dei tanti creati da Pessoa) sia solo un alter-ego tramite il quale l'autore esprime pensieri propri, una parola comunque rischiosa quando si parla di Pessoa vista la sua tendenza a inventare delle nuove identità letterarie tramite le quali esprimere stili e concetti diversi...
E' comunque un non-libro nel senso che non ha una trama vera e propria. Si compone di un insieme di riflessioni, meditazioni, descrizione di stati d'animo, intuizioni, pensieri... Pessoa fu principalmente un poeta, e questo ipotetico "libro" ricostruito postumo con un lavoro quasi filologico si avvicina ad un raccolta di poesie in prosa... lo slancio lirico ha il sopravvento, anche se viene sempre elegantemente incasellato all'interno della razionalità "emotiva" di Pessoa. Non seguendo una trama precisa, può essere letto in modo discontinuo o riletto più volte, e ogni volta lascia addosso delle sensazioni diverse. E' una mano che scava nella testa che scrive, un'esplorazione dell'anima di Pessoa o di un personaggio inventato (o forse entrambe le cose...). E' un "Libro dell'inquietudine" che, paradossalmente, non lascia addosso alcuna inquietudine, ma piuttosto un indescrivibile senso di serenità, visione profonda e vastità.

mercoledì 30 settembre 2009

Libri vissuti - 2


"La vita é altrove" di Kundera é un altro di quei libri che mi ha lasciato addosso una traccia profonda.
Per chi non conoscesse la trama: Jaromil é un giovane nato in Cecoslovacchia nel dopoguerra che cresce "asfissiato" dalle premure morbose di una madre ossessiva. Isolato dai suoi coetanei, incapace di vivere la vita reale, sfoga la sua incapacità scrivendo poesie e immaginando un alter-ego che vive in un contesto quasi fantastico, Xavier.
I suoi sogni idealistici di una "realtà" migliore trovano un inevitabile speranza nel comunismo, che si presenta (siamo nei primi anni dopo la seconda guerra mondiale) come una forza rivoluzionaria capace di cambiare il mondo. La sua adesione al comunismo é quindi la speranza in un'utopia, senza rendersi conto che la "realtà" a lui non piace per la sua personalissima incapacità di viverla, e non per colpa dei sistemi politici vigenti.
Aderendo al comunismo si trasforma in un poeta "di regime" che scrive facili poesiole secondo i canoni del "realismo socialista", ma nella vita privata continua ad accumulare delusioni e frustrazioni, soprattutto in campo sentimentale. Quando finalmente incontra una ragazza che gli si concede e probabilmente lo ama, lui tuttavia continua a vivere "poeticamente" la propria vita e la relazione con questa ragazza, cercando connotazioni che diano "drammaticità" da finzione letteraria alla sua banale quotidianità. In nome della "fedeltà" alla causa comunista finisce con denunciare il fratello della sua amante dopo che lei gli ha accennato (quasi certamente solo per trovare una scusa plausibile per giustificare un ritardo) che stava meditando di fuggire in occidente.
Nella parte finale del romanzo Jaromil si sente ormai forte e "uomo", ma viene nuovamente umiliato dalla realtà e dalla sua incapacità. Una brutta infreddatura causa la sua morte (patetica e per niente eroica) a soli 20 anni.

Il romanzo solleva una gran quantità di temi, anche legati alla realtà sociale e politica della Cecoslovacchia degli anni '50. Il tema specifico che più mi ha interessato (pur non essendo l'unico affrontato) é la scelta di fare attività letteraria come possibile "fuga" dalla realtà. Nel corso della narrazione Kundera traccia spesso dei paralleli tra Jaromil e poeti famosi, talvolta in modo abbastanza discutibile (Baudelaire o Rimbaud ad esempio sembrano decisamente fuori luogo), ma resta il nodo centrale: l'idealismo dell'arte, della letteratura o anche delle ideologie politiche (e nel caso del comunismo é opportuno ricordare che nella prima metà nel XX secolo aveva creato delle aspettative enormi con milioni di persone sinceramente convinte della possibilità di costruire un mondo migliore) ridotti a banali valvole di sfogo.
Essendo uno che (sia pure da dilettante) ama scrivere, mi sono sentito costretto a chiedermi se davvero la letteratura non sia solo una forma di evasione, anziché qualcosa di altamente elevato. Per capirci, si insinua il dubbio che tra lo scrivere un capolavoro della letteratura e lo sfogarsi su un diario per una delusione, alla fine la differenza sia ben poca... La letteratura (o almeno un certo modo di vivere la letteratura) come rifugio per vivere una realtà alternativa; la letteratura, quindi, non tanto diversa da un videogioco o dal guardare una soap opera in televisione...
E' una riflessione che non ho ancora completamente risolto, ma sicuramente continuerò a scrivere, almeno fino a quando sentirò la necessità di farlo.

venerdì 11 settembre 2009

Libri vissuti

A partire da oggi apro un nuovo tag, "librivissuti". Uno spazio dedicato a quei libri la cui lettura mi ha lasciato un segno profondo dentro.
Si dice che la lettura trasmetta emozioni, ed é vero, ma in alcuni casi va anche oltre, ed ha l'effetto di un'esperienza vissuta... almeno così é stato per me in certi casi.
Quindi non ne parlerò come un critico che sta facendo la sua recensione, ma come un lettore che prova a spiegare ciò che gli é rimasto di quel libro.

Comincerò con "Confessioni di una maschera" di Yukio Mishima.
Riassumo la storia per chi non la conoscesse. Il protagonista inizia a raccontare, in prima persona, la storia della sua vita da quando era bambino. Nell'infanzia ha un primo, strano turbamento sessuale vedendo un'immagine di San Sebastiano sofferente. Pian piano comincia ad appassionarsi alla contemplazione di uomini cui viene inflitto un atto di violenza, e per lungo tempo ignora che gli altri ragazzini si appassionano semmai a immagini di donne nude.
L'adolescenza lo conduce alla scoperta della propria omosessualità e dei propri istinti sadici, di cui però sottovaluta l'importanza, come se, crescendo, tutto dovesse magicamente risolversi. Essendo molto riservato ed avendo degli atteggiamenti da "topo di biblioteca", gli altri ragazzi non immaginano minimamente questa sua natura nascosta, e lui stesso cerca di ignorarla e di comportarsi come gli altri. Finisce addirittura col fidanzarsi, benché non provi nessuna attrazione per le ragazze.
Nello sfondo del Giappone bombardato dagli americani, e poi nei primi anni del dopoguerra, avviene l'inevitabile impatto con la propria "diversità". Dopo aver rotto il fidanzamento e sperimentato drammaticamente la totale asessualità verso le donne, decide di fare l'unica cosa possibile: scrivere questo romanzo per svelare a tutti la sua vera natura che aveva tenuta nascosta dietro una "maschera", conscio di tutte le conseguenze che questa rivelazione potrà avere nei suoi rapporti con gli altri.

Come si capisce é un romanzo che affronta il tema della diversità, una diversità "inevitabile" e che può trasformarsi in un trauma, in un senso di angosciato isolamento rispetto alla "massa" delle persone normali. Un romanzo scritto splendidamente, ambientato nel Giappone degli anni '40 ma che potrebbe essere collocato in qualunque altro paese.
Per me fu un pugno nello stomaco, forse perché anch'io all'epoca credevo che fosse possibile, semplicemente crescendo, "omologarsi" e diventare "uguale agli altri". Nel corso degli anni ho invece capito che la propria eventuale "diversità" non sparisce, deve essere accettata in primo luogo da noi stessi, e comunque non può essere nascosta agli altri. E non c'é bisogno di essere omesessuali o sadici per essere diversi. La "diversità" può essere qualunque comportamento leggermente fuorviante rispetto al proprio contesto. La "massa" tende a catalogare come diverso chiunque si discosti dai comportamenti generalizzati, anche per cose abbastanza stupide.
Se col tempo ho imparato a non volermi conformare e ad apprezzare la diversità di chiunque rispetto all'asettica "normalità" delle classificazioni standard, e se riesco ad essere maggiormente "me stesso" rispetto al passato, lo devo anche a questo libro. Un pugno nello stomaco che ora non fa più male.