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venerdì 8 dicembre 2017

Strenna natalizia

Benché io sia notoriamente un grinch, per una serie di ragioni mi sono ritrovato a elaborare un racconto dall'atmosfera natalizia. Data la mia idiosincrasia per questa festività, non sono del tutto certo che questo racconto possa piacere a chi ama la notte del 24 dicembre: forse è più adatto a chi la vive un po' forzatamente come me. Ma non è troppo acido, lo giuro ;-)
Visto che oggi è la festa dell'Immacolata, quasi il preannuncio ufficiale del Natale, io ve lo offro come un anticipo fra i regali da scartare sotto l'albero. Chi lo gradisce e vuole contraccambiare non deve fare altro che andare sulla mia pagina autore di amazon e omaggiarmi con l'acquisto di un mio ebook. Tra l'altro ce ne anche uno che, tecnicamente romanzo di formazione (anche se il protagonista non è più così giovane), si può definire una storia anti-natalizia. Mi riferisco a "Cronaca di natale".
Questo non è l'ultimo post del 2017, mi rifarò vivo prima di San Silvestro, però ora il blog passa in modalità festiva e quindi colgo l'occasione per porgere i miei migliori auguri a tutti :-)
Buona lettura!

BABBO A NATALE
I dubbi interiori sono venuti dopo, conseguenza della riflessione. L’opposizione istintiva invece l’avevo espressa subito, palese, sin da quando era stata avanzata la proposta che assomigliava a un ordine perentorio.
“Lo fanno tutti! In ogni casa dove ci sono bambini c’è qualcuno che…”
“Io mi distinguo sempre dalla massa, lo sai”.
“L’avrei chiesto a mio padre, ma ci tiene tanto a essere presente come spettatore per filmare la scena”.
“Certo: la farsa deve avere una forma visibile anche per i posteri, a futura memoria”.
“Ma dai!”
“Poi glielo mostreremo e le diremo: ‘Vedi? Questa eri tu, piccola e ingenua, quando ti dicevano che i regali li portava Babbo Natale. E questo, grande grosso e coglione, era papà travestito con una palandrana rossa e un barbone bianco per indurti a credere a quella menzogna’ ”.
“Addirittura menzogna! Ma neanche le volessimo mettere in testa chissà quale bestialità! Ti sembra così atroce che una pupetta di diciotto mesi, per due o tre anni della sua vita, creda che esiste un vecchietto che porta regali solo ai bimbi buoni?”
“Non mi ci vedo io a recitare la parte. Se potessimo chiederlo a…”
“A chi? Il giorno di Natale ognuno sta coi suoi, lo dice pure il proverbio. Forse se tuo padre venisse…”
“Non può, lo ha invitato mio fratello. Comunque ti garantisco che pure lui non lo farebbe mai, è come me da questo punto di vista”.
“Tuo padre non ti diceva che i regali te li portava Babbo Natale?”
“Sì che me lo diceva! Intendevo dire che non si travestirebbe mai”.
“Quindi i tuoi genitori ti raccontavano comunque una menzogna, secondo quanto hai detto prima. Perché non glielo hai mai rimproverato?”
“Guarda, ti dirò una cosa: tu lo sai che prima di conoscerti io ho sofferto per un certo periodo di crisi depressive…”
“Sì, me ne hai parlato un paio di volte”.
“Ecco, con l’aiuto dello psicologo io sono arrivato a trovare la causa dei miei stati depressivi in un atteggiamento basato su un eccesso di aspettative…”
“E che c’entra?”
“Un eccesso di aspettative nasce anche da un’infanzia in cui ogni capriccio viene accontentato dai genitori, praticamente ti fanno credere che tutto è possibile se solo lo desideri…”
“No, ti prego, ho capito dove vuoi andare a parare! Stai sostenendo che a vent’anni hai sofferto di depressione… perché quando eri bambino i tuoi genitori ti hanno detto che esisteva Babbo Natale e che ti portava i regali?”
“No, non fino a questo punto, lo so che le cause di una crisi depressiva sono chiaramente più ampie. Però, in minima percentuale, anche questa illusione infantile può incidere su…”
“Ma dai! Allora tutti dovremmo essere depressi! Ogni bambino ha ricevuto i regali convinto che glieli portasse Babbo Natale!”
“Sì, naturalmente le reazioni possano differire in base al tipo psicologico della personalità del soggetto”.
“Ecco, appunto. Quindi puoi travestirti e fingere di essere Babbo Natale senza avere il dubbio di aver rovinato la psiche di tua figlia!”
“No, non insistere. Addirittura farglielo vedere come se esistesse davvero mi sembra troppo”.
“Insomma, non vuoi rendere speciale questo Natale che potrebbe essere il primo di cui lei manterrà qualche traccia nella memoria”.
“Se questo è lo scopo, mi sembra che anche soltanto facendole trovare i regali sotto l’albero la magia sarà comunque la stessa…”
“E quella non è una menzogna? Dove sta la differenza?”
“Eh?”
“Perché il travestimento da Babbo Natale non lo accetti, e invece l’illusione che sia stato lui, e non noi, a mettere i regali sotto l’abete, ti sta bene?”
Lo ammetto, a questa obiezione non ho saputo replicare in modo convincente. Ho farfugliato qualche argomento facilmente confutabile e alla fine mi sono impuntato con “Non lo faccio, e basta!” abbastanza simile al “Perché no!” delle discussioni fra i bimbi piccoli.
A quel punto era inevitabile che finissi con l’analizzare razionalmente l’argomento e le sue motivazioni contrapposte.
In effetti è inoppugnabilmente vero che quando i figli sono piccoli ricevono insegnamenti sin troppo ottimistici per non turbare la loro innocenza. Riconosco che sarebbe sgradevole spiegare a un ragazzino che non sempre il bene trionfa sul male e che d’altronde bene e male non sono del tutto separati ma tendono a compenetrarsi e confondersi l’uno con l’altro in una zona di confine assai estesa. Concetto arduo per una mente ancora in pieno sviluppo. Inopportuno.
Al tempo stesso però, che motivo c’è di ammantare una festa popolare con elementi sovrannaturali? È una celebrazione. Si mangia tutti insieme, si sta in allegria, si gioca, si rammenta la nascita di un uomo che con le sue predicazioni ha avuto un ruolo importantissimo nella storia dell’umanità e che, prescindendo dalla sua presunta natura divina, ha lasciato degli insegnamenti utili – non tutti, alcuni sono alquanto controversi eh! – e quindi il 25 dicembre, data simbolica, si celebra la sua venuta al mondo.
Mentre argomentavo interiormente tra me e me il concetto pareva ineccepibile. Purtroppo Elisa riesce a smontare ogni mio ragionamento.
“Ma scusa tanto, se Babbo Natale non va bene perché non c’è necessità di un elemento sovrannaturale, allora Gesù cos’è?”
“Ma quella è religione, non una fiaba!”
“Se vuoi fare il razionale a ogni costo devi escludere ogni cosa non dimostrata scientificamente, fiaba o religione che sia!”
“Infatti lo sai che io sono più scettico di San Tommaso…”
“E allora perché citi un santo come esempio?”
“… Perché è un personaggio storico, va bene? Lo prendo a esempio come personaggio storico! E comunque, persino uno poco credente come me riconosce che una teologia può avere maggiore fondatezza di una favola…”
“Allora, se è per questo, ti rammento che Babbo Natale nasce dalla religione!”
“Ma…”
“Non è forse derivato da San Nicola?”
“Non è la stessa cosa!”
“Perché?”
“Perché… Oddio, come faccio a spiegartelo?”
Domanda retorica senza soluzione, ormai l’ho capito: quando ho uno scontro dialettico con Elisa sprofondo nell’incapacità di esprimere in modo compiuto i miei pensieri. Non che i suoi mi sembrino poi così inattaccabili, però riesce a complicarmi le idee e… beh, forse ce le avevo già un po’ confuse di mio su questo argomento.
Insomma, eccomi qui, dopo il cenone della Vigilia, chiuso in camera per indossare il mio travestimento da testimonial di una nota bevanda gassata. Ma perché, poi, un vecchietto obeso? San Nicola era un cristiano di scuola orientale, probabilmente digiunava spesso e mortificava il suo corpo per concentrarsi sull’importanza dello spirito.
In effetti sarebbe più giusto così: a Natale tutti a digiuno per rammentare gli aspetti spirituali dell’esistenza.
… Vabbé, forse così è eccessivo.
Mamma mia, come sono ridicolo con questa maschera! E sia, togliamoci questo dente e non se ne parla più.

“Che succede?”
“Chi è che bussa?”
“Uh, guarda! Babbo Natale!”
“Lo vedi tesoro, è venuto Babbo Natale a portarti i regali!”
“Avvicinati, così nonno vi scatta una foto insieme!”
“Che sacco grosso, quanto regali!”

Guarda come ride la mia piccolina. Ché poi sarebbe ugualmente contenta anche se potesse accorgersi che sono io. É divertente per un figlio vedere il proprio papà travestito come un buffone per offrire regali alla famiglia in modo originale.

“Se ne deve andare adesso!”
“Dovrà portare i regali ad altri bambini!”
“Certo, lui li porta a tutti i bambini del mondo!”
“Non può stare tutta la serata qui con noi”.
“Salutalo! Digli: ciao Babbo Natale, grazie per i regali, continuerò a essere buona anche l’anno prossimo!”

“Ma dove sei stato?”
“Un attimo in bagno…”
“Lo sai che mentre non c’eri è venuto Babbo Natale?”
“Ma va?...”
“Diglielo a papà, diglielo che hai visto Babbo Natale!”
Ecco che Elisa mi fa l’occhietto, come fa ogni volta che vuole dirmi: ‘Hai visto? È successo forse qualcosa di brutto a voler fare come dicevo io?’
È successo, in sostanza, che per svolgere il mio ruolo di papà per cinque minuti sono entrato nella fiaba. Sono diventato uno dei personaggi. Non il lupo cattivo o l’orco, ma Babbo Natale. Perché crescendo si può diventare anche un orco, però è la famiglia che propone il suo modello al bimbo che cresce. Un modello possibilmente positivo.
Sì, in fin dei conti è un inganno non diverso da altri, un inganno con uno scopo nobile.
Buon Natale piccola mia.

lunedì 6 luglio 2015

Racconto impossibile

Mi ero svegliato di ottimo umore come sempre mi accade il lunedì mattina quando riparte la settimana lavorativa. Mia moglie era già in piedi e mi aveva preparato la colazione.
"Accendo la televisione" mi disse mentre mi porgeva una tazza di latte. Il canale sul quale era sintonizzata stava trasmettendo una televendita di scarpe di marca disponibili a meno della metà del prezzo originale con trasporto gratuito e possibilità di restituzione e cambio modello fino a cinque volte.
"Che palle" si stizzì lei e subito cambiò canale schifata mettendo un notiziario.
Lo speaker stava annunciando che nel corso della seduta-fiume della sera precedente il senato aveva approvato a larghissima maggioranza il dimezzamento degli stipendi dei parlamentari e la cancellazione totale dei rimborsi spesa.
"Ha chiamato mia madre per invitarci a pranzo" mi informò mia moglie. "L'ho mandata a fare in culo" aggiunse prima che io che facessi alcun commento. "A proposito" disse poi cambiando tono "temo di aver perso la tua prenotazione per assistere alla finale di Supercoppa fra Juve e Lazio".
"Pazienza, non è una cosa tanto grave" replicai tranquillo.
Intanto il notiziario televisivo stava annunciando la firma dell'accordo di pace fra Israele e Hamas e la nascita ufficiale dello stato palestinese. Ma qualcosa disturbò improvvisamente la trasmissione e le immagini si sgranarono.
"Interferenze al segnale?" ipotizzai.
"Non c'è problema, chiamo l'antennista e fra cinque minuti è qui" mi rispose lei. Ma oltre al disturbo alla televisione stava accadendo qualcosa di strano... Le pareti della cucina vibravano, dapprima lievemente, poi in modo sempre più violento.
"Un terremoto?" pensai ad alta voce.
"Tanto il nostro condominio è antisismico di ultimissima generazione come tutti i condomini italiani" mi tranquillizzò mia moglie.
Si udì un fragore forte, violento. E poi un ticchettio sul vetro della finestra.
Andai di corsa e la spalancai. Un disco volante levitava a un metro dal davanzale. Si aprì uno sportello metallico e un omino verde sporse la testa.
"Scusate" si schernì. "Sono in anticipo, vero?"
"Direi! Devo andare al lavoro alle dieci, non alle nove".
"Scusate" ripeté lui con aria mortificata.
"Dai, vieni a prendere un caffè" lo invitai sorridendo.

mercoledì 20 maggio 2015

La polemica tra Juan Brady e Francisco Hernandez Mendieta – conclusione

La sensazione orrenda di essere uscito sconfitto dal confronto con Mendieta lo spinse a concepire una nuova opera di ampio respiro per rispondere con l'unica vera arma di uno scrittore: la sua narrativa. 
Per un anno e mezzo Juan Brady lavorò a un nuovo romanzo che, nelle sue intenzioni, avrebbe dovuto costringere i critici a scomodare Don Segundo Sombra e Il giocattolo rabbioso per cogliervi i medesimi elementi di potenza narrativa.
Ci si impegnò con un’ossessività talmente malata da spaventare la sua compagna, che fu più volte costretta a trascinarlo via dal computer portatile che utilizzava d’abitudine per scrivere. Anche quando riusciva a condurlo sulla spiaggia, o a cena da qualche amico comune, non riusciva quasi mai a togliergli dalla faccia l’aria distratta di chi sta rimuginando su possibili varianti nella trama del capitolo in corso o sulla più opportuna sequenza verbale per imprimere maggiore impatto a una descrizione o un dialogo.
Nonostante il suo strenuo sforzo l’editore lo invitava quasi sistematicamente ad apportare delle modifiche. Lui si stressava, non capiva che il problema nasceva proprio dal suo tentativo di eguagliare Güiraldes e Arlt: così facendo finiva col quasi copiare – di sicuro inconsciamente – alcune costruzioni frasali presenti nelle opere dei due grandi romanzieri. Più che un’ispirazione la sua pareva imitazione.
Al volgere del citato anno e mezzo l’opera di Brady era ancora un ammasso confuso di capitoli, note, varianti, versioni alternative e ipotesi. Aveva trascritto quasi quattrocento pagine, ma il loro livello di organicità era piuttosto basso.
Mentalmente sfinito, accettò quasi con sollievo la proposta della sua compagna di trascorrere il venerdì sera al Teatro Vorterix dove da più di due mesi era in corso uno spettacolo musicale che stava riscuotendo un enorme successo di pubblico e critica. Lei era curiosa di assistervi, e in fondo Juan necessitava di una valida scusa per sospendere la gestazione del romanzo almeno per un fine settimana, così le propose a sua volta un diversivo: l’indomani, invece di passarlo a Baires, avrebbero potuto sfruttarlo per volare a Rosario da sua sorella Gabriela, viaggio che a lei avrebbe fatto sicuramente piacere poiché le capitavano poche occasioni per incontrarla. Volendo avrebbero potuto anche pernottarvi per condividere con Gabriela e col cognato il pranzo della domenica.
Era il fine settimana perfetto per ritemprarsi: la cultura musicale della capitale il venerdì sera, l’evasione verso l’altra grande città argentina il sabato, la convivialità famigliare la domenica.
Mentre il taxi li portava verso l’Avenida Lacroze avevano l’aria di due fidanzatini, anche se ormai erano entrambi vicini ai quaranta e convivevano da più di dieci anni.
Nel salone d’ingresso gli accessi per la platea erano ancora chiusi e gli spettatori si accalcavano ordinatamente in attesa dell’apertura. In quell’ampio spazio chiuso risuonava monotona la cacofonia di centinaia di voci sovrapposte, lo sgraziato caos sonoro intessuto da discorsi che si intrecciano contorti in un ordito di rumore. Le luci al neon trasformavano in pallore lunare anche gli incarnati abbronzati di ragazze giovani e borghesi meno giovani che frequentavano abitualmente solarium lussuosi.
Juan Brady e la sua compagna avevano tacitamente optato di starsene in silenzio dopo aver sperimentato l’impossibilità di comunicare tra loro senza doversi ripetere le stesse frasi ad alta voce per tre volte di seguito.
Lui si guardava attorno, vedeva volti in gran parte giovanili, talvolta di uomini e donne di mezza età che si sforzavano di apparire meno anziani indossando accessori trendy e sfoggiando make up da diciottenni in fregola per una serata in discoteca.
Il gruppo particolarmente numeroso che riuscì a identificare si distingueva da tutti gli altri perché molti davano le spalle alle porte di accesso per discorrere con gli amici in fila dietro di loro. Quasi tutti i presenti erano rivolti verso l’ingresso e parlavano voltandosi alla loro destra o alla loro sinistra in direzione di chi li accompagnava, quel gruppo invece era talmente numeroso da costringere il contingente più avanzato a voltarsi completamente per poter partecipare alle chiacchiere in attesa dell’apertura della platea.
Fu quando si voltò per la seconda volta nella loro direzione, distrattamente, che Brady notò la presenza di Mendieta. Il crocchio di giovani era tutto incentrato su di lui. Juan provò una sensazione di sorpresa e fastidio talmente violente da non accorgersi di essersi paralizzato qualche secondo di troppo in quella posa che lo rendeva un osservatore insistente e un po’ impiccione, anziché casuale. Fu inevitabile che anche l’altro scrittore lo scorgesse.
Le porte si aprirono in quell’istante. Sospinto dal fluire lento ma deciso di centinaia di corpi in movimento Brady venne trascinato nelle scalinate in mezzo ai posti a sedere, la mano stretta alla sua compagna per non perdere contatto. Mentre si accomodavano al loro posto la voce di Francisco Hernandez gli risuonò alle spalle.
“Buonasera. Posso porgere il mio saluto allo scrittore Juan Brady?”
L’intonazione della voce era priva di malizia, lo sguardo amichevole. Juan non poté fare a meno di alzarsi in piedi, stringergli la mano e presentargli la sua compagna.
“Sta lavorando a un nuovo romanzo?” gli domandò con un ambiguo uso del lei.
Brady fece cenno di sì senza entrare nei dettagli.
“Spero che sia quella storia con la nonna, il latte e le cicogne. Se non si decide a trasformarla in un libro sarò costretto a chiederle se posso farlo io al suo posto” commentò con l’identica voce priva di malizia e l’espressione da vecchio amico dipinta in faccia.
Juan annuì senza aggiungere alcuna parola che desse maggior senso a quel gesto e significasse in modo chiaro se quella trama la avrebbe elaborata un giorno, o se invece la stava cedendo al rivale.
“Vado al mio posto, mia moglie e i nostri amici mi aspettano. Buona serata”.
Per tutta la durata dello spettacolo musicale Brady ebbe la spiacevole sensazione che il suo ventre si contorcesse. Le splendide melodie del gruppo che si esibiva dal vivo – ritmi contaminati che riunivano tango e rock, dance e melodico, percussioni tribali e assoli jazz di strumenti a fiato – gli rimbombavano nei timpani come colpi materiali, quasi sentiva illividirsi le orecchie come se fossero state effettivamente raggiunte da schiaffi ripetuti di mani aperte che ininterrottamente lo martoriavano.
Quando lo spettacolo era sul punto di concludersi Brady lamentò dei forti dolori all’addome. La compagna gli chiese se poteva resistere, lui disse di sì ma stringeva i denti e dalle labbra chiuse a fatica filtravano gemiti che neppure il frastuono degli strumenti e i gorgheggi dei cantanti potevano nascondere a coloro che gli sedevano accanto.
Una giovane donna gli chiese se si sentisse poco bene e si dichiarò disposta a far partire un passaparola con l’intera fila per chiedere a tutti di alzarsi e lasciarlo passare. Lui agitò la mano per sottintendere che non vi era necessità, ma la sua compagna decise diversamente e pregò la donna di procedere.
Dopo pochi minuti erano fuori dal teatro, lei lo sorreggeva e intanto pregava l’addetto al foyer di chiamare con urgenza un taxi.
“L’Alexander Fleming per favore, subito!” istruì l’autista con la voce che le tremava.
Il Pronto Soccorso si prese cura di lui. Aveva un infarto in corso, ma per fortuna lo avevano preso in tempo.
“È stato fortunato, in questi casi la velocità con la quale ci è permesso di intervenire è fondamentale” gli spiegò un medico dopo che lo avevano trasportato nel reparto cardiologia per intubarlo e sedarlo.
*
La notizia del malore occorso a Juan Brady si ritagliò un piccolo spazio nei giornali e sul web. Ricevette numerosi auguri di pronta e completa guarigione, anche da parte di Francisco Hernandez Mendieta, Omar Ballesteros e Beatriz Ghidini.
Venne dimesso dopo due settimane. Lo invitarono a starsene a riposo per un po’ di tempo, magari anche lontano dal proverbiale fervore di Buenos Aires, vitale ma talvolta mortale.
“Se passassimo qualche settimana a Bariloche?” gli propose la sua compagna.
Lui rispose con un “No!” netto, quasi infastidito. Nella sua mente la salubre cittadina non veniva più associata né alla celebre piazza in stile tedesco né alla natura rigogliosa, e non si chiamava più San Carlos ma località-preferita-di-Mendieta. Scelse invece Ushuaia, nonostante le perplessità della compagna e dei genitori che ritenevano inopportuno un soggiorno in un luogo così isolato.
“E se avessi un altro infarto?”
“Non mi succederà” tagliò corto lui. Voleva stare lontano da tutto, perso per alcune settimane laddove scorre la linea di confine fra le terre non ancora del tutto disabitate e i mari artici, nelle più remote profondità patagoniche, senza alcun frastuono di civiltà e di metropoli a contaminarne il selvaggio isolamento.
Fu davvero un soggiorno di totale distacco. A ogni alba, mentre la sua compagna ancora si attardava sotto le coperte consapevole che non vi era motivo di affrettare l’inizio di una giornata che si sarebbe noiosamente consumata in brevi passeggiate impervie o escursioni in barca in cerca di pinguini e altra fauna antartica, lui usciva dalla rustica casa che avevano preso in affitto e attendeva il sorgere del sole.
Allo stesso modo ogni pomeriggio assisteva al tramonto, attimo dopo attimo, immerso nel rossore infinito che si riversava nell’aria candida seppure salmastra che lui respirava a pieni polmoni.
Quando rientrò a Buenos Aires, due settimane dopo, andò a far visita al suo editore per intavolare un discorso in cui c’erano di mezzo tanto i rapporti professionali quanto l’amicizia ormai sviluppatasi tra loro dopo la lunga frequentazione che li univa.
Le risposte ricevute furono fondamentalmente quelle che lui si aspettava cosicché il giorno dopo annunciò tramite il proprio sito internet che “per motivi di salute” cessava l’attività come romanziere. Si sarebbe guadagnato da vivere continuando a collaborare con la casa editrice che aveva pubblicato le sue opere, però nel ruolo di traduttore dall’inglese e di curatore della collana ‘Classici Stranieri’.
Trascorse i primi mesi da ex scrittore con una certa mestizia, poi lentamente si abituò a quest’ineluttabile nuovo corso della sua vita.
Già dopo un anno poteva guardare al suo passato da narratore senza provare alcun rimpianto o malinconia. Veniva però preso da un’irrefrenabile sconforto quando gli capitava di pensare – sempre più raramente per sua fortuna – che Francisco Hernandez Mendieta avrebbe continuato a scrivere merdate che sarebbero state acclamate come capolavori sia dall’establishment corporativo che dalla suggestionabile massa dei lettori.
Fu questo il suo unico vero cruccio per il resto dei suoi giorni.

FINE

sabato 16 maggio 2015

La polemica tra Juan Brady e Francisco Hernandez Mendieta – terza parte

Come moderatore la Fondazione Herrera aveva prescelto il proprio presidente onorario, Guillermo Esteban Vazquez, sessantacinquenne sempre di buonumore dall’aria giovanile e dalla battuta pronta, il tipo d’uomo capace di smorzare la tensione persino se i contendenti fossero stati due balordi di Villa Lugano col coltello già ben stretto fra le dita.
La sede della fondazione era sull’Avenida Corrientes, non molto lontano dal Teatro del Paseo La Plaza. Nel salone era stato montato un palco che si elevava di circa un metro sopra il pavimento e gli scrittori sedevano su due sgabelli posti ai lati (Brady a destra e Mendieta a sinistra dal punto di vista degli spettatori). I presenti potevano vederli bene, anche l’ultima fila aveva la possibilità di notare che Juan indossava dei jeans e una giacca di pelle marrone mentre Francisco Hernandez aveva bizzarramente optato per una  tuta da ginnastica bianca con rifiniture blu scuro (sin troppo scuro per poter immaginare che fosse un tentativo di apparire argentinamente biancoceleste).
“Due anni fa ho letto L’intersecazione del nulla. Sono un lettore incompetente?” cominciò Vazquez con tono bonariamente scherzoso all’indirizzo di Brady.
Juan, i lineamenti distesi e la bocca sorridente, replicò: “Se mi spiega quel che le ha trasmesso le saprò rispondere”.
“Abbiamo qui l’autore in persona per chiedergli cosa volesse trasmettere” colse l’occasione Vazquez per innescare la prima discussione diretta fra i contendenti.
Mendieta, con l’usuale flemma, spiegò che il messaggio del romanzo andava cercato nel fluire delle sensazioni che assecondano i vagheggiamenti dell’anima quando si percepisce il disagio di tutte le certezze che ci avevano apparentemente accompagnato nel corso dell’esistenza. Aggiunse che forse Brady si trovava in difficoltà a comprendere il libro in questione poiché lo leggeva come se fosse prosa nel senso storico del termine, mentre esso andava inteso piuttosto come poesia lirica, un lungo poema lirico in forma di romanzo.
Il segretario gli chiese inoltre quale fosse il romanzo di Brady che aveva maggiormente apprezzato e perché.
Francisco Hernandez sostenne di aver fondamentalmente apprezzato i due romanzi di Brady che aveva letto, nella fattispecie La vita dimenticata di Carlos Wurth e L’ultima missione. Quasi si scusò per averne letti soltanto due, e infine precisò che quantunque il suo stile realista ricco di comprensibili metafore fosse apprezzabile allo stesso modo in cui lo sono le immortali opere di Güiraldes, mancava però quell’evoluzione in senso moderno che aveva iniziato il suo lungo percorso nel XX secolo, ciò non togliendo che i romanzi di Brady fossero notevoli.
Identica domanda venne rivolta a Juan, che ammise la faticosa lettura de L’intersecazione del nulla e La memoria delle montagne ma non riuscì a essere elogiativo come l’altro contendente. Non disse quel che realmente pensava di quei libri (sarebbe stato troppo offensivo con effetti controproducenti) e non fu neppure troppo tagliente – sicuramente meno di quanto aveva programmato giacché l’atmosfera solenne della conferenza lo aveva intimidito – però ribadì che a suo avviso essi non avevano reali contenuti ma solo divagazioni fini a se stesse che tendevano a perdersi senza costruire alcuna storia, né credibili insiemi di sensazioni esistenziali, e neppure ipotetici simbolismi dai quali trarre un concreto, ulteriore tassello da porre nel grande mosaico della comprensione dell’esperienza della vita.
La replica di Mendieta fu che condivideva in pieno la disquisizione di Brady, con un’unica e fondamentale differenza: i “tasselli” che lui offriva ai propri lettori per essere inseriti nel “grande mosaico della comprensione dell’esperienza della vita” non sarebbero mai stati “concreti” perché lui stesso concepiva l’esperienza umana su un piano principalmente spirituale prima ancora che materiale.
“I danni provocati dalla new age sono incalcolabili” commentò Juan con un tono di voce in cui il sarcasmo strideva con l’apparente giovialità del sorriso, e quasi senza volerlo orientò per alcuni minuti la conversazione proprio su questo argomento.
Parlò della new age come se fosse una moda per adolescenti, mentre Francisco Hernandez, pur ammettendo che il fenomeno in questione fosse stato astutamente commercializzato da professionisti santoni, ne sottolineò la spontaneità dei tanti, sia uomini che donne, che vi si rivolgevano proprio perché alla ricerca della spiritualità perduta della razza umana.
A quel punto il presidente pose una domanda apparentemente triviale che fu invece – come capì Brady a posteriori – la chiave di volta dello scontro verbale.
“Se dovesse simboleggiare la scrittura di Mendieta con un’immagine, quale sceglierebbe?
Con la massima spontaneità, lasciando da parte ogni discorso preimpostato, Juan Brady rispose che avrebbe potuto metaforizzare la narrativa dello scrittore seduto di fronte a lui con un quadro astratto. Entrando nel dettaglio si spinse addirittura a descriverlo: “Una tela bianca solcata da una linea ininterrotta che traccia, curve, angoli, ghirigori… Una linea contorta che di primo acchito può sembrare suggestiva, ma se la si osserva attentamente ci si rende conto che è soltanto una linea contorta e nulla più”.
Era sereno mentre dava corpo a questa allegoria raffigurante l’opera del rivale, era certo di aver finalmente fornito la giusta lente d’ingrandimento per aiutare il lettore medio a distinguere il vero diamante dal fondo di bottiglia.
Ma Francisco Hernandez Mendieta godeva del diritto di replica. Declinò l’invito a ipotizzare immagini simboliche che descrivessero la scrittura di Juan Brady e si concentrò invece sulle parole dello sfidante.
“L’esempio che ha illustrato è perfetto. Esprime compiutamente il senso profondo della mia ricerca narrativa. Quando scrivo un romanzo il mio approccio è realmente quello di un pittore che intende inseguire una visione parziale, la cui completezza verrà raggiunta grazie alla comunione collettiva con coloro che lo osservano mentre impone lievi tracce di colore sulla tela bianca, dandole una sua identità unica ma non indivisibile. Il mio obiettivo è proprio quello di dare forma a un romanzo con le caratteristiche di un quadro abbozzato affinché possa essere completato dal lettore. Le pennellate che per Brady sono solo ‘una linea contorta’ possono assumere infinite forme e significati dal punto di vista di ogni singolo lettore. Io voglio che i miei lettori siano coinvolti in forma attiva nella lettura anziché farsela imporre passivamente in modo netto e inequivocabile come accade leggendo i romanzi perfettamente delineati e definiti di autori come Brady”.
Juan si concesse una smorfia di scherno prestando però la massima attenzione a nasconderla al pubblico. Riteneva la replica appena ascoltata un gioco di prestigio malriuscito, un patetico tentativo di Mendieta di insistere col gioco delle tre carte nella speranza che almeno i distratti non si accorgessero di essere stati ingannati e si accontentassero di osservare le mani in rapido movimento come uno spettacolo, considerando i soldi puntati un’elemosina al questuante che, smascherato, non poteva più atteggiarsi a mago.
Vazquez pose poi altre domande, sollevò argomenti di carattere più ampio e generico sul ruolo dello scrittore e – finalmente in tema col ciclo di conferenze – sul valore della denuncia letteraria. Gli interventi dei due autori divennero enunciazioni individuali senza alcun elemento di schermaglia, lo scontro di fatto si era concluso, e verso le dieci di sera una stretta di mano al centro del palco suggellò la fine del dibattito, suggellata dal moderatore con l’inevitabile richiesta di un applauso dei presenti.
*
Nella settimana seguente le riviste letterarie e gli inserti culturali dei quotidiani diedero spazio alla serata tenutasi alla Fondazione Herrera. Anche sui social network l’elemento ‘Brady VS Mendieta’ riprese vigore, quantunque stavolta i mass media generalisti lo snobbarono poiché, notoriamente, una minestra riscaldata rischia sempre di suscitare lamentele nella clientela.
Già dal ventisette febbraio Brady aveva chiesto alla sua compagna, ai suoi genitori, al suo editore e agli amici cosa ne pensassero del match. Aveva colpito a fondo l’avversario? Poteva legittimamente ritenere di aver trionfato per k.o. tecnico?
Tutti ritennero di sì, ma il loro tono aveva qualcosa di troppo amichevole. Si percepiva che il sostegno fornito era basato sul legame affettivo piuttosto che su un’oggettiva disanima del combattimento verbale.
Per alcuni giorni andò in giro per le librerie, con occhiali da sole e cappello con la visiera, ad ascoltare ogni eventuale commento. Prendeva tre caffè – decaffeinati – e altrettante brioche in tre locali diversi frequentati da studenti universitari nei pressi di Valmonte. Quando tornava a casa spulciava il web con ricerche mirate per analizzare le reazioni dei giornalisti presenti, ma soprattutto i pareri degli utenti comuni, il lettore medio dei romanzi suoi e di quelli di Mendieta.
Su twitter scoprì – e fu la prima sorpresa negativa – un hashtag abbastanza condiviso piuttosto emblematico: #iononsonounlettorepassivo. La maggior parte dei commenti attinenti a questo hashtag tendevano a evidenziare la capacità di Francisco Hernandez di essere straordinariamente carismatico. Persino indossando una sciatta tuta da ginnastica diventava autorevole semplicemente enunciando concetti. Man mano che procedeva nelle sue ricerche su internet Brady si rese conto che lo scrittore col quale aveva duellato negli ultimi mesi denotava un’impeccabile cura nel creare la propria immagine come personaggio pubblico. Contestualmente all’apparente aria da santone new age che spariva per settimane nascondendosi nella natura selvaggia della sua amata Bariloche, esisteva anche un Francisco Hernandez Mendieta che partecipava a meeting studenteschi, programmi televisivi, festival cinematografici e serate teatrali con assai maggiore frequenza – e sicuramente con molto più metodo – di quanto non riuscisse a Brady.
Le fotografie, soprattutto, erano altamente indicative di quanto fosse mediaticamente costruita la sua figura come autore. Primi piani espressivi, giochi di luce da fotografo esperto, pose da intellettuale europeo con dettagli da rockstar, camei come comparsa in video amatoriali su youtube realizzati da studenti di cinematografia.
Naturalmente Juan Brady era conscio di tali piccoli trucchetti – perché questo erano secondo lui – utilizzati da Mendieta per accrescere la propria popolarità, ma solo adesso si stava rendendo conto della loro estensione e soprattutto organicità. Il suo editore gli aveva detto una volta che Omar Ballesteros era un agente esoso ma efficace. Finalmente capiva in pieno il senso della frase: l’agente di Francisco Hernandez aveva il compito di promuoverlo al di fuori dell’ambito letterario, di farlo conoscere a prescindere dall’essere un romanziere. Non basta sapersi vendere, occorre anche un commesso viaggiatore che cerchi acquirenti disposti a comprare, e Ballesteros aveva conoscenze in ambito cinematografico, universitario, televisivo e persino contatti con agenzie di eventi mondani, quelle che organizzano matrimoni vip fra calciatori e attricette o compleanni di cantanti che, effimeramente celebri grazie a un singolo di successo, battono il ferro finché è caldo. In ognuno di questi eventi Mendieta era sicuramente presente, sempre ben introdotto e con la possibilità di creare legami e amicizie utili per piccoli favori quali opinioni positive sui profili twitter e facebook del famoso di turno (ora cominciava a capire la presa di posizione in favore di Mendieta da parte di quell’oca analfabeta di Beatriz Ghidini).
Il momento culminante di questa orrenda giornata di sinistre scoperte fu il dialogo, casualmente intercettato, fra due trentenni che davanti a un paio di tazze di cappuccino discutevano del romanzo Il gatto galleggiante sul Mare della Tranquillità. Uno dei due spiegò all’altro che non aveva mai letto nulla di Mendieta, ma dopo “l’ignobile” (usò esattamente questa parola) attacco di Juan Brady di qualche mese prima si era deciso a leggerlo, e peraltro gli era piaciuto.
“Si sono confrontati di nuovo proprio pochi giorni fa” lo informò l’amico. “Sembra che abbiano appianato le loro divergenze”.
"Come è successo?"
"C'è stata una serata letteraria alla fondazione Herrera e alla fine si sono stretti la mano".
“Avrà organizzato tutto Brady. Ha capito di aver fatto una pessima figura e adesso ha tentato di rimediare” dedusse quello che ne valutava “ignobile” l’atteggiamento.
Lo scrittore si alzò rapidamente dal proprio posto a sedere e se ne andò con tale furia che un cameriere dovette corrergli dietro per fargli notare che non aveva pagato il conto. Gli allungò una banconota senza neppure fare caso alla cifra che vi era stampigliata e subito riprese la ritirata a passo svelto, calcandosi con foga il cappello sulla testa per nascondere la faccia dietro la visiera.

(CONTINUA)

martedì 12 maggio 2015

La polemica tra Juan Brady e Francisco Hernandez Mendieta – seconda parte

Lo scrittore insultato sembrava svanito nel nulla. Suo padre, dopo aver dato del “borioso” a Brady, spiegò che Francisco Hernandez era a Bariloche insieme alla moglie in qualche luogo dove probabilmente non arrivavano né internet né il gps. Cercava pace.
Anche Omar Ballesteros, il suo agente, si premurò dapprima di sostenere che Juan Brady aveva dato prova di “atteggiamento immaturo”, ma poi confermò che lui stesso non riusciva a contattare Francisco Hernandez e d’altronde lo aveva preventivamente informato che sarebbe stato irraggiungibile per alcuni giorni.
L’editore di Mendieta ritenne a sua volta di dover prendere le difese del proprio scrittore con un comunicato stranamente molto pacato (era probabile che non intendesse arrischiare un conflitto con l’editore di Brady). Si trattava di un breve testo lungo neppure una pagina in cui si deplorava il tono aggressivo dell’autore de L’esercito dei pezzenti, si definiva “limitativo” l’approccio di Juan Brady nei confronti di uno stile letterario che aveva la sola colpa di essere diverso dal suo, e gli si rammentava la grande tradizione della narrativa argentina in cui l’elemento reale si mescola al fantastico in un magico caleidoscopio all’interno del quale la finzione romanzesca sconfina nei labirinti onirici della mente: da Borges a Casares, da Onetti a Cortàzar, fino a Soriano.
Brady replicò quasi immediatamente tramite il proprio sito internet – il suo editore continuava ostinatamente a tenersi fuori dal campo di battaglia – sostenendo che egli provava il massimo rispetto per tutti gli autori citati ritenendoli tra i migliori maestri della letteratura nazionale, ma che Mendieta non era minimamente paragonabile ad essi, se non per l’astrattismo delle sue storie (non certo per le spessore della prosa e la densità simbolica dei significati che quei grandi sapevano infondere a differenza dell’autore de Il gatto galleggiante sul Mare della Tranquillità).
Mentre scriveva tale messaggio ebbe un piccolo brivido all’idea che in una nuova ipotetica intervista gli ponessero domande in merito perché, a essere onesti, riguardo Cortàzar nutriva le stesse riserve che aveva verso Mendieta e da anni non toccava un suo libro, perciò se lo avessero trascinato in una dissertazione su Cortazàr si sarebbe probabilmente tradito con qualche frase inopportuna che avrebbe dimostrato la sua scarsissima conoscenza di uno dei pilastri della narrativa argentina moderna. Decise che la sera stessa avrebbe letto qualcosa di quell’autore canonico per non rischiare figuracce.
*
Intanto la polemica aveva raggiunto il culmine. Pur mancando uno dei due contendenti, a combattere per suo conto erano soprattutto vip e gente comune che si dichiaravano lettori di Mendieta e bollavano come “maleducato”, “arrogante” e “infantile” Brady e la sua pretesa che essi fossero “incompetenti”.
L’attrice Beatriz Ghidini dichiarò di aver adorato L’intersecazione del nulla (pochi ci credettero in verità) e di aver invece trovato noiosissimo L’ultima missione, precisando che tuttavia non si era mai permessa di scrivere o dichiarare che Brady fosse un autore noiosissimo. “Se invece, secondo lui, io sono incompetente per aver apprezzato un romanzo di Mendieta, beh, preferisco essere incompetente e leggere un bel romanzo piuttosto che essere competente e annoiarmi leggendo il romanzo di uno scrittore maleducato!”
Nelle pieghe delle discussioni emersero però anche alcuni sostenitori di Juan, meno numerosi e attenti a sottolineare che neppure loro avevano apprezzato la veemenza da lui dimostrata contro il collega, ma disposti ad ammettere che, insomma, romanzi come L’intersecazione del nulla e Il gatto galleggiante sul Mare della Tranquillità erano a tratti realmente incomprensibili e che in fondo era stato Mendieta a stuzzicare Brady tacciandolo di incapacità di osare.
Il commento più divertente – e divertito – fu sicuramente quello di Alfonso Domenech ‘El lector’, l’allenatore con pose intellettuali del Racing, che dichiarò che dovendo scegliere uno dei due scrittori come giocatore aggiunto per la sua squadra avrebbe senza dubbio prescelto Brady per il suo agonismo, mentre nutriva dubbi sull’utilità in campo del troppo etereo Mendieta.
Il terzo giorno susseguente al violento attacco subìto, Francisco Hernandez ricomparve finalmente a Buenos Aires. Subito contattato da numerosi giornalisti, troncò ogni chiamata sostenendo che avrebbe replicato in forma ufficiale tramite il sito internet del proprio agente letterario l’indomani.
L’attesa delle sue parole divenne a sua volta una notizia, sebbene, essendo ormai trascorsi cinque giorni dall’inizio del tormentone, l’interesse generale mostrava qualche primo segnale di affievolimento, inevitabile processo di disinteresse progressivo che si verifica in tutti quei casi in cui i mass-media bombardano eccessivamente l’utenza a proposito di una specifica news e delle sue evoluzioni. Fosse stato un omicidio o uno scandalo a sfondo sessuale, la morbosità dell’uomo medio avrebbe permesso una maggiore durata al picco dell’interesse collettivo attorno al fatto, ma essendo una mera diatriba fra due scrittori il suo grado di magnetismo nei confronti dell’audience nazionale ne risultava penalizzato.
La replica ufficiale di Mendieta fu l’ultima fiammata in grado di mantenere la polemica nella top five degli argomenti più cliccati e letti, e financo discussi dalla gente in strada come argomento di conversazione nei caffè e nelle sale di attesa. Lo scrittore pubblicò tramite il sito di Omar Ballesteros l’attesissima risposta che pareva una presa in giro e che invece lui, successivamente, garantì essere sincera e priva di ironia.
“Sono gratificato dagli intenti espressi dallo scrittore Juan Brady nella sua intervista al Clarìn dello scorso martedì. La trama da lui ipotizzata denota il coraggio creativo che mi ero augurato sorgesse in lui. Sarò felice di leggere il romanzo quando egli lo avrà ultimato”.
I commenti spaziarono dal divertito al deluso. Brady, per parte sua, si limitò a un tweet acido:
Non potrei mai scrivere una fotocopia dei suoi romanzetti. Io rispetto i lettori.
L’hashtag #BradyVSMendieta rimase uno dei più discussi sino alle prime ore del giorno seguente, e la disputa trovava adeguato spazio anche su facebook e in vari forum di lettori, corroborata da ulteriori interventi e prese di posizioni (Beatriz Ghidini scrisse che la classe dimostrata da Mendieta con la sua elegantissima risposta dimostrava ulteriormente la sua superiore qualità rispetto a Brady, sia come letterato che come uomo).
L’indomani, intorno alle undici, il paese fu sconvolto dalla notizia di un tremendo incidente ferroviario a Cordoba in cui, secondo i resoconti dei primi soccorritori, avevano perso la vita una ventina di persone. La diatriba fra i due scrittori, già logorata dalla lunga presenza fra le news di primo piano, divenne inevitabilmente una sciocca frivolezza nel momento in cui l’intera Argentina si trovava costretta a confrontarsi con il lutto nazionale, le polemiche sulla sicurezza delle ferrovie e i conseguenti scambi di accuse a sfondo politico fra i partiti di governo e l’opposizione.
*
Per sei mesi circa vi fu una relativa calma fra i due contendenti, favorita dalla loro misurata presenza in contesti mondani e culturali e dall’apparente volontà di non volgarizzare la questione con ulteriori frecciate. (Forse, più verosimilmente, erano stati i rispettivi editori a consigliare toni distensivi per non rovinare l’immagine pubblica dei loro scrittori che rischiavano, in caso di ulteriori prolungamenti della tenzone, di sembrare due bimbi che litigano per stabilire chi abbia il pisello più lungo).
Invitato a una premiazione letteraria a Rosario, Francisco Hernandez Mendieta rispose seccamente “Non ho voglia di ritornare su tale questione” quando il redattore di un quotidiano locale gli chiese se avesse avuto modo di chiarirsi con Brady.
Quest’ultimo, a sua volta, non replicò a nessuno dei commenti sprezzanti che continuarono a giungergli per alcune settimane da parte di lettori di Mendieta; evitò inoltre di disabilitare il proprio account su twitter e ricevette in silenzio accuse, battute salaci e parole sprezzanti.
Nel mese di febbraio, però, la Fondazione Herrera di Buenos Aires organizzò una serie di conferenze incentrate sul valore della denuncia letteraria nella società contemporanea, e quantunque la disputa fra due autori non fosse, in effetti, un argomento attinente a siffatto tema, il segretario della Fondazione, Marcelo Urruticoechea, ebbe l’idea di dedicare una serata a Brady e Mendieta. Nel suo progetto i due romanzieri si sarebbero potuti finalmente affrontare a viso aperto, su un palco, con un moderatore che avrebbe posto domande a entrambi evitando nel contempo il possibile degenerare della discussione (possibilità alla quale non voleva in nessun modo credere, dando per certo che la civiltà e l’estrema elevazione culturale dei due letterati avrebbe sicuramente evitato qualunque caduta di stile).
Approvato dai soci della Fondazione Herrera, il progetto prese corpo e vennero perciò contattati con discrezione i due scrittori. Per Mendieta si passò per il tramite del suo agente perché lui era nuovamente lontano da Buenos Aires e apparentemente irraggiungibile, sia al cellulare che per posta elettronica. Per avere il suo assenso occorreva attendere, pertanto la Fondazione si premurò di organizzare nel contempo una serata alternativa nel caso in cui fosse mancata la presenza dell’uno o dell’altro contendente.
Ma non era certo il caso di Juan Brady, che diede immediatamente la propria disponibilità. Incontrare il rivale davanti a un pubblico qualificato – che poteva essere, in un certo senso, anche una giuria – era l’occasione ideale per dimostrare la validità del suo attacco (della sua replica, almeno dal suo punto di vista) ma anche per zittire tutti coloro che lo avevano criticato per la veemenza eccessiva nei confronti di Mendieta. Stavolta sarebbe stato pacato come un lord inglese, ma non per questo meno tagliente.
“Le faremo sapere non appena avremo la risposta del signor Francisco Hernandez” specificarono gli emissari della Fondazione.
Ci vollero cinque giorni, cinque giorni durante i quali Brady non riuscì a impedirsi di pensare costantemente all’agognato match. Da un lato predisponeva mentalmente le argomentazioni, immaginava le possibile repliche (impresa ardua vista l’imprevedibilità di Mendieta) e dall’altro temeva che  rifiutasse di partecipare e tutto il suo sforzo mentale venisse vanificato.
La sua compagna fu martellante nel ripetergli continuamente di non ossessionarsi su questa eccessiva volontà di guerra contro il rivale, innervosendo Juan che sottolineava ogni volta che da parte sua non vi era alcuna “intenzione di guerra, né odio, né ebbrezza di spargere sangue”, ma solo la volontà di smascherare un truffatore di lettori indifesi.
Finalmente Francisco Hernandez accettò l’invito e la serata iniziò a essere pubblicizzata. Stavolta però non ebbe la stessa eco mediatica, e d’altronde fu Marcelo Urruticoechea in persona a non voler enfatizzare troppo l’evento nei canali televisivi generalisti, preferendo che venisse trattato solo dalla riviste letterarie e dagli inserti culturali dei quotidiani più autorevoli. Insomma, doveva trattarsi di un duello verbale riservato a un pubblico d’élite, non di una rozza zuffa da bar di periferia. Il segretario si spinse persino a incontrare preventivamente i due romanzieri per accennargli nei dettagli come si sarebbe svolto l’incontro e – fra le righe – pregarli di non lasciarsi sfuggire di mano il controllo dei propri nervi e della propria lingua.
Il ventisei febbraio, alle ore diciotto, presenti un centinaio di notabili culturali della capitale tra i quali gli inviati di Ñ, Contratiempo e della Buenos Aires Review, nonché qualche intruso politico o appartenente del mondo dello showbiz, lo scontro verbale diretto fra Brady e Mendieta ebbe inizio.

(CONTINUA)

venerdì 8 maggio 2015

La polemica tra Juan Brady e Francisco Hernandez Mendieta – prima parte

La prima scintilla era partita da Francisco Hernandez Mendieta. Doverosamente precisando, però, che non era nelle sue intenzioni scatenare una qualsivoglia bagarre. O forse un po’ di ostilità latente bruciava nelle sue parole, quantunque su un punto – almeno uno – possiamo essere certi: i due grandi scrittori non si erano mai incontrati di persona. Entrambi si conoscevano solo tramite l’aura di personaggio pubblico che li ammantava, ma per qualche bizzarra coincidenza del caso non era mai accaduto che fossero contemporaneamente presenti a un evento culturale o a una premiazione letteraria, non si erano mai incrociati financo in luoghi non connessi alle loro attività.
D’altronde Buenos Aires è una metropoli estesa come la Catalogna con più abitanti di Portogallo o Grecia; e la conoscenza diretta fra due abitanti non di una città, ma praticamente di una nazione, non è un fatto scontato, tutt’altro.
L’intervista del Clarìn era incentrata sull’ultima opera pubblicata da Mendieta, Il gatto galleggiante sul Mare della Tranquillità. Il giornalista Diego Andretti, avendo esaurito le domande relative al libro, aveva azzardato un apparentemente innocuo: “Tra i suoi colleghi c’è qualcuno che segue con particolare interesse?”
Francisco Hernandez Mendieta si era concesso alcuni istanti di riflessione prima di replicare: “Li seguo allo stesso modo in cui certa gente guarda la televisione: come uno spettacolo di intrattenimento che aiuta a riempire il proprio tempo libero e del quale a volte si può pensare male senza sentirsi in colpa”.
Andretti era rimasto incuriosito dal tono poco lusinghiero della risposta, però privo di riferimenti oggettivi, così aveva insistito con una domanda più diretta:
“Cosa gliene pare di Juan Brady?”
Aveva nominato Juan Brady anziché un qualunque altro scrittore perché in quel momento era il più popolare: il romanzo L’esercito dei pezzenti era nella classifica dei dieci libri più venduti da cinque mesi – per molte settimane era stato al primo posto – e sui social network parecchie discussioni a sfondo libresco vertevano sul titolo in questione e sulle precedenti opere dell’autore.
Mendieta aveva anteposto l’usuale pausa di riflessione, stavolta più lunga del solito. Con prudenza aveva dichiarato che il collega “Segue la tradizione” e poi aveva aggiunto: “Uno scrittore con le sue capacità potrebbe osare percorsi più innovativi”.
Il Clarìn – sia nell’edizione cartacea che in quella web – aveva intitolato il pezzo con un neutralissimo ‘Intervista a Francisco Hernandez Mendieta’. Ma alcuni siti aggregatori di notizie avevano fiutato la possibilità di una polemica, l’argomento che più di qualunque altro appassiona i popoli, perciò avevano presentato la notizia (se ‘notizia’ si può chiamare un’intervista dai contenuti tutto sommato sobri e prevedibili) con titoli assai mirati: “Mendieta stronca Brady”, “Mendieta, che attacco a Brady!” “Mendieta: ‘Brady, un autore antiquato’”.
La diffusione delle chiacchiere si accompagna a un’inevitabile distorsione delle parole originarie, soprattutto a causa di coloro che pur di dimostrarsi trendy e partecipare alla discussione più in voga del momento vogliono a ogni costo dire la loro, anche se in effetti non hanno neppure ascoltato – o in questo caso letto – la frase che ha dato origine alla presunta polemica.
Ventiquattro ore dopo i salotti del web riportavano ogni genere di deformazione.
Un tale X.Alarcon, iscritto a 426 gruppi su facebook con più di novecento amici – ma era presente anche su twitter con circa quattromila followers – aveva attribuito a Mendieta la frase ‘Brady scrive come un bambino di cinque anni’ e molti dei suoi contatti erano convinti che lo scrittore lo avesse detto realmente. Qualcuno si era persino premurato di replicare agli utenti che sottolineavano l’assenza di tali parole sul Clarìn che “ovviamente i redattori del quotidiano hanno edulcorato l’intervista per renderla più presentabile”, chiaro no?
Fu in questo contesto che Juan Brady apprese la notizia. Lesse attentamente ogni domanda e risposta, notò la sproporzione fra il testo ufficiale riportato dal giornale e le rielaborazioni esagerate di certi siti, e tuttavia si infastidì. C’era un elemento all’origine del suo fastidio: aveva letto un paio di libri di Mendieta e li aveva giudicati uno schifo. Però non si era mai permesso di proclamarlo pubblicamente, lo aveva rivelato solo alla sua compagna e al suo editore (ed entrambi gli avevano consigliato di simulare invece rispetto per un collega indubitabilmente famoso e stimato).
Perciò, scoprire che quel sopravvalutatissimo autore di romanzi di merda si era posto assai meno scrupoli di lui nell’esprimere un giudizio non lusinghiero, lo aveva fatto infuriare. Tale era il nervosismo di Brady da offuscargli la mente sull’evidenza che essere tacciati di tradizionalismo non implica alcun attacco al talento letterario. Anzi, l’invito a essere innovativo in riferimento alle sue “capacità” implicava una certa stima da parte del collega.
Ma lui non la leggeva così, lui la percepiva come una frecciata malignamente velenosa. Più ancora che la frase riservata esclusivamente a lui – Segue la tradizione. Uno scrittore con le sue capacità potrebbe osare percorsi più innovativi – lo pungolava la frase precedente riferita al contesto letterario nazionale e agli scrittori argentini contemporanei in genere: Li seguo allo stesso modo in cui certa gente guarda la televisione: come uno spettacolo di intrattenimento che aiuta a riempire il proprio tempo libero, e del quale a volte si può pensare male senza sentirsi in colpa.
Brady interpretava tale affermazione in senso offensivo: le parole utilizzate da Mendieta sottintendevano che le opere dei suoi compatrioti fossero di scarsa qualità, non paragonabili alla sua immensa bravura… Che arrogante!
Il sillogismo, quantunque forzato, era inevitabile: Mendieta disprezza tutti i romanzieri argentini, Brady è un romanziere argentino, Mendieta disprezza Brady.
Dapprima si sfogò con la compagna, e lei gli diede ragione ritenendo inopportuno che Mendieta desse suggerimenti su come scrivere, quasi fosse diventato un maestro di scuola. Però gli sconsigliò nuovamente di esternare le sue reali opinioni sul collega ormai diventato rivale.
Juan Brady telefonò poi all’editore e si lamentò anche con lui, ricevendo uguale solidarietà e una mezza concessione all’ipotesi di rispondere a Mendieta in forma ufficiale. Poteva replicare – a titolo personale lasciandone fuori la casa editrice – utilizzando però l’ironia e senza ricorrere a termini offensivi.
Juan non attendeva altro. Le dita gli fremevano come neppure quando iniziava a elaborare un nuovo romanzo. Si sbizzarrì e nel giro di mezz’ora aveva già elaborato una ventina di possibili tweet. Verso le sei di sera, finalmente, l’account @JBrady partorì le seguenti parole:
Chi è F.H. Mendieta? Quello che scrive capolavori per lettori incompetenti?
Dopo neanche un’ora gli trillò il cellulare. L’editore lo invitava a cancellare subito quel tweet. Forse si faceva ancora in tempo a evitare che venisse letto da troppi internauti…
“No” sbraitò Brady in risposta. “Mi sono stufato di tenere le palle in un cassetto!”
L’editore era preoccupatissimo: possibile che il suo autore non si rendesse conto che con quel messaggio aveva offeso non solo Mendieta ma anche centinaia di migliaia di argentini che leggevano i suoi libri?
“Sì, me ne sono reso conto. Voglio che la gente apra gli occhi e capisca quanta merda ingoia credendola miele ogni volta che legge le vaccate di quello stronzo!”
La mattina seguente, mentre sull’account @JBrady fioccavano commenti stizziti da parte dei lettori di Mendieta, Diego Andretti contattò Juan per proporgli un’intervista.
*
Stavolta il giornalista mantenne un premeditato atteggiamento istigatore: era intenzionato a soffiare sul fuoco. Se nel caso precedente era saltata fuori una dichiarazione a sfondo lievemente polemico all’interno di un’intervista equilibrata, in questa possibilità di replica offerta a Brady ci fu, al contrario, una raffica di domande che innescavano deliberatamente la possibilità di estendere la dimensione della querelle. Per conto suo Juan Brady non rispose mai in modo da smorzare i toni, deciso a sfruttare in pieno la chance che gli veniva offerta per insistere con più durezza nel suo attacco.
“Perché ‘capolavori per lettori incompetenti’?”
“Perché i romanzi di Francisco Hernandez Mendieta sono delle prese in giro. Un lettore preparato, una persona matura che comprende il mondo attorno a sé, dopo poche pagine capisce che quei libri sono una processione di parole decorative messe elegantemente una dopo l’altra per non raccontare nulla. Solo un adolescente alle prime letture o un adulto che legge mediamente un libro all’anno e si lascia influenzare dall’opinione dell’amico che glielo ha consigliato può farsi fregare da quel nulla”.
“In che senso racconta il nulla?”
“Basta analizzare i suoi libri senza il paraocchi della ‘suggestione’, il pregio immaginario col quale hanno ammantato tutte le sue storie prive di senso. Se si supera questo stato di ubriachezza forzata e si giudicano i suoi romanzi con la mente lucida, alla fine vengono fuori per quel che sono: il nulla. Potrei scrivere anch’io un romanzo alla Mendieta: basta inventarsi una circostanza surreale un po’ comica, tipo, che so, il fantasma di mia nonna che tutte le mattine mi appare sulla superficie del latte che mangio a colazione. Poi, per dieci pagine, mi metto a descrivere con un mare di dettagli inutili le increspature della pellicola del latte, altre venti pagine per ricordare quella volta in cui, da bambino, mia nonna mi aveva detto che le cicogne migrano nei paesi caldi ripetendo lo stesso concetto in sedici modi diversi, altre venti pagine sulla vita delle cicogne e sulle favole che parlano dei bebé portati in volo proprio dalle cicogne. Per concludere aggiungo una cosa che non c’entra niente, qualcosa come: un amico della nonna in gioventù avrebbe voluto sposarla ma i genitori della nonna la costrinsero a sposare un altro, e infine un apparente punto di contatto tra le due cose, ad esempio che l’uomo in questione, crescendo, è diventato ornitologo e si è specializzato nello studio delle cicogne. Finale: la tazza di latte cade a terra mentre sento un rumore sul tetto e mi accorgo che una cicogna sta facendo il nido accanto al comignolo. Ecco cosa è realmente un romanzo alla Mendieta: una buffonata”.
Quest’ultima risposta non era improvvisata: Brady aveva preparato mentalmente le proprie motivazioni da esporre nel corso dell’intervista ad Andretti, ed era deciso a inserirne i concetti a ogni costo, anche forzando il senso della domanda e replicandogli con discorsi pre-impostati che non c’entravano nulla con quel che gli veniva chiesto. Tra le varie dichiarazioni anti-Mendieta già caricate nel fucile della propria bocca e pronte a essere sparate, vi era – appunto – anche una trama ridicoleggiante per un ipotetico romanzo di Francisco Hernandez, una parodia che nelle intenzioni di Brady non era affatto una parodia ma – come lui stesso aveva affermato – una buffonata scambiata per un capolavoro e finalmente palesatasi per la sua vera natura di buffonata. Lui si proponeva come un esaminatore di pietre preziose particolarmente esperto che riesce infine ad aprire gli occhi alle tante persone che hanno acquistato fondi di bottiglia convinti di avere in mano dei brillanti, e tenta addirittura di insegnargli la tecnica per distinguere il vetro dal diamante e non essere più ingannati in futuro.
Aveva raggiunto il suo scopo? Difficile dirlo. Per ora era riuscito, assai più banalmente, a scatenare un putiferio rispetto al quale le male interpretazioni dell’intervista a Mendieta di due giorni prima erano al confronto baruffe da ragazzini. Juan Brady aveva aizzato uno scenario di guerra in cui tutti avrebbero combattuto, compresi quei personaggi pubblici che non si erano mai interessati a questioni letterarie. Anzi, i più attivi sarebbero stati proprio loro: nei giorni seguenti ogni talk show televisivo, persino i notiziari televisivi e radiofonici, avrebbero dato ampio spazio alle accuse sprezzanti di Juan Brady e alle opinioni in merito di vari cronisti, presentatori, top model e calciatori. Qualcuno di loro invocò – inutilmente – una controreplica di Francisco Hernandez Mendieta.

(CONTINUA)

domenica 3 maggio 2015

Presentazione del racconto a puntate

Come avevo annunciato il mese di maggio nel mio blog sarà occupato da un racconto a puntate, uno dei racconti relativi all’ebook sul quale sto lavorando. Chiunque si era dichiarato disposto a leggermi e stroncarmi ha la sua grande occasione ;-)
Come già detto i protagonisti di questo progetto sono appunto gli scrittori, gli imbrattatori di carta, gli esternatori di idee, i narratori di emozioni, gli inventori di trame, i cronisti della realtà trasfigurata nella finzione.
Faccio un po’ di spoiler specificamente al racconto che sto per pubblicare sul blog. La narrazione è ambientata in Argentina e ciò costituisce un mio piccolo omaggio a Jorge Luis Borges, uno dei miei autori preferiti. Il grande letterato argentino continua ancora oggi a essere un punto di riferimento centrale per la letteratura del suo paese, tanto è vero che lo scrittore contemporaneo César Aira riferendosi a un altro pur grande autore argentino come Julio Cortázar lo ha definito "un Borges meno bravo".
Perché cito proprio questo aneddoto che ha il gusto di una critica?
Lo capirete leggendo il racconto. Appuntamento fra pochi giorni ;-)

giovedì 6 novembre 2014

L'era dell'esibizionismo globale - 7

AVVISO IMPORTANTE: LETTURA INADATTA AI BAMBINI

9
I mass media lo consideravano, inevitabilmente, il quarto attentato della serie.
Anche le forze dell’ordine ne erano certe, e la tensione saliva sempre di più a causa delle violente proteste dell’opinione pubblica contro l’incapacità di polizia e carabinieri di fermare la strage e restituire fiducia ai cittadini.
Il nervosismo era palpabile: il ministro degli interni era stato sfiduciato da uno dei partiti della maggioranza; un noto quotidiano aveva lanciato un sondaggio on line per chiedere la rimozione del capo della polizia dal suo incarico ricevendo cinquantanove milioni di ‘sì’; il generale in capo dell’Arma aveva aperto un gruppo su facebook battezzandolo ‘vi chiediamo scusa per la nostra inefficienza’ (alcuni lo avevano apprezzato, altri lo avevano bollato come una furba mossa per farsi compatire ed evitare l’argomento dimissioni).
Anche l’ispettore Berruti, nel suo piccolo, era stato costretto a rinunciare a una delle tre settimane richieste per agosto perché tutte le ferie erano state congelate in attesa che si ridefinisse la strategia per riuscire infine ad arrestare il maledetto attentatore.
L’unico che manteneva la calma era Doglia.
Da alcuni giorni non manifestava più segni di apatia: i suoi gesti non erano mai forzati, gli occhi tralucevano educata attenzione verso ogni parola altrui. Tuttavia appariva poco coinvolto dalla gigantesca caccia all’uomo.
“Vuoi dirmi qualcosa?” sbraitò l’ispettore notando lo sguardo insistente del suo vice. Era appena terminata una nuova videoconferenza tra ministero, servizi segreti e i colleghi carabinieri, e lo stress montava.
“Posso prendermi una giornata domani?” domandò con estrema naturalezza Doglia.
Berruti reagì incredulo e incazzato. “Mi prendi per il culo?”
“Un giorno. Solo uno. Poi ne prenderò un altro il prossimo mese e uno ad agosto. Così ti lascio libere tutte le settimane che vuoi”.
“Forse ti sfugge qualcosa…”
“Che contributo posso dare io? Non so se ti sei reso conto: in base alla mia proposta – che tu avevi giustamente predetto essere una stronzata – è saltato fuori un potenziale sospettato. Passa un giorno, e il mio sospettato diventa la vittima del quarto attentato. Questo è un segno del destino: quante possibilità c’erano, a livello di probabilità statistica, che toccasse proprio a lui? Una su tre milioni? Beh, è successo. Lo vedi? È il fato che mi sta dicendo: ‘Renditi conto di quanto sei coglione: hai elaborato un’ipotesi investigativa in un momento in cui i sospettati potevano essere migliaia e sei stato sputtanato immediatamente”.
“Che sei un coglione è vero” lo insultò Berruti, anche stavolta sforzandosi di dare un tono ironico che tuttavia non si notava affatto. “Ma in questo momento anche i coglioni sono necessari, nessuno può assentarsi”.
Doglia allargò le braccia.
“Certo che è una coincidenza strana che l’attentato vada a colpire proprio l’uomo che sarebbe stato indagato se avessero accettato la tua proposta…” sibilò l’ispettore.
“E va bene, mi hai scoperto: l’attentatore sono io” cazzeggiò il vice.
“Sta attento perché io faccio passare pure questa ipotesi. Pur di smuovere qualcosa, pur di evitare che si arrivi al quinto attentato mentre noi siamo ancora nell’incertezza più totale, ormai propongo qualunque stronzata al commissario. Anche te come presunto colpevole”.
“Mah” ridiventò serio Doglia “io penso che con tutti controlli che stiamo eseguendo l’attentatore preferirà fermarsi per un po’ di tempo. Anzi, non mi sorprenderei se quello di ieri fosse stato il suo ultimo attentato…”
“Sì, adesso proviamo con la speranza! Diglielo al commissario! Il mio nuovo piano è: attendere! Con un po’ di fortuna il tizio nei prossimi giorni morirà di vecchiaia e smetterà di piazzare bombe!”
“Potrebbe succedere” commentò Doglia con un sorriso non troppo sfacciato, sufficiente però per innescare la rabbia latente di Berruti.
“Ma vaffanculo! Va bene, te lo concedo il giorno di ferie per domani! Ma solo perché non ti voglio più avere tra le palle almeno per ventiquattro ore!”
“Grazie” accettò con sincera gratitudine il poliziotto.

10
Michela Eranio era già stata informata il giorno precedente.
Suo padre aveva pochissimi parenti. Li sentiva una o due volte all’anno, ed erano tutti apparentemente troppo indebitati per permettersi di contribuire alle spese cimiteriali.
La ex moglie, da anni residente a Londra, non aveva alcuna intenzione di rientrare in Italia per organizzare un funerale di cui le fregava meno di niente, neppure se la richiesta fosse partita dalla figlia, perciò la giovane aveva dovuto farsi carico delle incombenze economiche da sola, anche se ormai il suo legame col padre era inesistente e del suo corpo dilaniato le importava poco.
Quando Doglia si presentò a casa sua lei lo accolse convinta che fosse un dipendente delle pompe funebri venuto a consegnargli i documenti relativi alle avvenute esequie.
“C’è un equivoco: io sono della polizia” si qualificò mostrando il tesserino.
“Oddio, mi scusi. Ho la testa incasinata con tutte queste rogne che mi sono cascate addosso negli ultimi due giorni…”
Era un appartamento piccolo ma ben tenuto, una base d’appoggio per una giovane che probabilmente trascorreva quasi l’intera giornata (e forse buona parte della nottata) fuori casa.
Il poliziotto esordì con la prima fase del discorso che aveva predisposto già dalla sera prima. “Stiamo indagando sull’attentatore, e ancora non sappiamo se colpisca con un senso logico oppure no. È possibile che esista un legame fra le vittime”.
Michela Eranio lo ascoltava distratta. Si allontanò per inserire una cialda del caffè nella macchinetta e gli diede le spalle, girandosi una sola volta mentre attendeva che la tazzina si riempisse.
“Quindi abbiamo deciso, per sicurezza, di creare un servizio di protezione per i parenti delle vittime”.
“Vuole un caffè?”
“Sì, grazie. Perciò lei dovrà sottoporsi a questo servizio di protezione”.
“Quanto zucchero?”
“Amaro”.
La ragazza, senza invitare l’ospite a sedersi, gli porse la tazzina. Lei stessa d’altronde rimase in piedi, la faccia stanca ma senza alcun ombra di dolore. “In che consisterebbe?”
“Deve solo segnalarmi i suoi spostamenti. E anche ogni eventuale situazione sospetta, tipo gente che la segue o cose del genere. Una volta al mese le verrò a fare visita. Cerchiamo di indagare e al tempo stesso di garantire la sua incolumità. Tutto qui”.
Michela buttò giù il caffè in un’unica sorsata. Secondo l’anagrafe aveva venticinque anni; la freddezza del suo sguardo ne denotava il doppio.
“Visto che sono qui”, si arrampicò sugli specchi il poliziotto, “posso permettermi di chiederle se nei giorni scorsi le è capitato qualcosa di strano, di inatteso?... Se ha qualche problema ne parli pure, in fondo il nostro compito è proteggere i cittadini”.
Per un istante le labbra della giovane si incresparono in un sorriso ironico.
“Di problemi ne ho parecchi. La mia vita è un casino”.
Doglia annuì con aria fraterna. “Il mio incarico è vegliare sulla sua sicurezza personale per questa storia degli attentati. Però, se ne ho la possibilità, posso fare qualcosa anche per altre situazioni, soprattutto se sono ravvisabili gli estremi per un intervento della forza pubblica”.
Gli occhi di Michela lo penetrarono come uno scanner. “Dove sta la fregatura?”
“In che senso?” replicò il poliziotto con un filo di ansia nella voce. Temette che la ragazza avesse percepito l’aura delle bugie che lui le aveva appena proposto.
“Arrivi qui, dici che vieni per proteggermi, ti metti a disposizione…! Troppo perfetto, c’è qualcosa che non quadra. Io non ci credo al cavaliere senza macchia e senza paura che si mette al servizio della povera principessa indifesa. E comunque” precisò “io non sono indifesa. E neanche principessa, vabbé!”
“Aspetti un attimo…” si stava innervosendo l’uomo.
“L’ultima volta che ho avuto a che fare con la polizia” lo travolse Michela “mi hanno chiesto servizi gratuiti… Tu che intenzioni hai?”
La tensione alle tempie di Doglia si rilasciò, le labbra si sciolsero in un sorriso. La ragazza non aveva affatto subdorato la menzogna del fantomatico programma di protezione: era semplicemente poco avvezza a ricevere forme di aiuto disinteressato. Aveva sperimentato l’amore incompatibile del padre, quello finto e furbo del tizio che la aveva inserita nel settore – ormai in decadenza – della pornografia, quello assente della madre, quello materiale dei suoi clienti… La ‘solidarietà’ era per lei sinonimo di ‘proposte ingannevoli’ in cui si nascondevano secondi fini. In fondo anche stavolta lo scenario era simile, ma il secondo fine non dichiarato del poliziotto era prendersi cura di una giovane in difficoltà per mantenere la parola data a uno stragista psicolabile morto suicida. O piuttosto, nel caso specifico dell’istante in cui era stato suggellato il patto, si trattava di un padre che a modo suo amava sinceramente la figlia.
“Sono un poliziotto non corrotto” la rassicurò Doglia. “Evidentemente mi sento un po’ Robin Hood”.
“Ma quello era un ladro” obiettò Michela. “Rubava e lo sceriffo gli dava la caccia”.
“In quel momento era giusto rubare, e il vero ladro era il poliziotto”.
Si fissarono muti per un istante e quasi contemporaneamente abbassarono lo sguardo, come due adolescenti intimiditi.
“Insomma, se serve aiuto” riprese il poliziotto “se per caso si trovasse in qualche situazione fastidiosa…”
Lasciò la frase inconclusa per non dare l’impressione di aver curiosato troppo nella vita della ragazza. Ma lei non aveva nulla da nascondere: : era cresciuta in un mondo in cui i segreti personali non esistevano più.
“Di fastidioso c’è uno con cui ho girato qualche filmino sadomaso, che poi mi ha pure convinto a fare la mignotta, ogni tanto”.
“Ormai coi filmini non si guadagna niente” sentenziò il poliziotto, “Con tutto il materiale gratis che si rimedia, nessuno paga per vedere le stesse cose che la vicina di casa mette on line su dailymotion”.
“Infatti serviva solo a farmi pubblicità come zoccola. L’ho capito dopo”.
Doglia finì di sorseggiare il caffè. “In genere quel tipo di soggetti fastidiosi si spaventano facilmente: basta mostrargli il tesserino e se la fanno addosso. Se lei me lo chiede…”
“Dammi del tu per favore, non ci sono abituata al lei!”
“Se tu me lo chiedi” si corresse subito il poliziotto “ci vado a parlare e sta pur certa che non ti cercherà mai più”.
Michela accennò un sì con la testa. “Mi sarebbe utile in questo momento. Però dovrò inventare qualche altro metodo per guadagnarmi la giornata…”
“Mi informo anche su questo. Hanno creato un programma di reinserimento per giovani in difficoltà che… beh, non ti aspettare chissà quali opzioni: commessa part-time o cameriera nelle ore di punta, robetta di questo genere. Però almeno porti a casa uno stipendio”.
La ragazza assentì nuovamente.
“Allora me ne vado. Per qualunque novità contattami”.
Michela lo accompagnò sino alla porta, e mentre lui era già sul pianerottolo e le dava le spalle dopo averla salutata, lei lo chiamò un’ultima volta.
Doglia si voltò. Negli occhi freddi della ragazza vide brillare, finalmente, una scintilla di fiducia. I lineamenti si ammorbidirono in un’espressione amichevole che le dava davvero l’aspetto di una venticinquenne. Anche la voce risuonò più fresca, più innocente.
“Se per caso ti capita un giorno libero e non hai niente di interessante da fare… Beh, insomma, mica devi aspettare che c’è un’emergenza, no? Mi chiami, mi mandi un messaggino, ci vediamo a un bar e scambiamo due parole”.
Il poliziotto ricambiò il sorriso. Anche lui sembrava ringiovanito.
“Perché no?”

11
Camminava lungo uno stradone di periferia in direzione della fermata della metropolitana: una squallida distesa di asfalto disseminata di buche e toppe catramose, attorniata da monoliti di cemento squadrati, scrostati, scavati come formicai e stipati con migliaia di persone. Eppure guardava il cielo e i pochi inattesi alberi piantati irregolarmente sui bordi del vialone, e respirava gioia.
Doglia era leggero, rasserenato. Erano ormai parecchi giorni che la sua mente non si dissolveva in una nebbia di apatia: il grado di interesse per il mondo che lo circondava era vigile, costante, privo di punti morti.
Proprio mentre si rendeva conto di essere più vivo, più coinvolto, il cellulare trillò vibrandogli nella tasca della camicia. Era un avviso pubblicitario del suo gestore: quella sera, alle nove precise, avrebbero trasmesso in streaming in esclusiva, solo per i clienti della rete mobile con abbonamento ‘voice & wi-fi extralarge’, le operazioni di ricomposizione della salma dell’ultima vittima dell’attentatore misterioso. L’agenzia di pompe funebri addetta alle esequie dell’uomo ucciso al villaggio Breda aveva venduto il filmino con le fasi salienti del loro lavoro: la ricomposizione dei pezzi del corpo, la collocazione nella cassa zincata, i processi chimici di disinfezione a fini sanitari.
(Era una tipica prassi dei necrofori: quando i parenti dei morti richiedevano il servizio più economico, guadagno minimo per loro, arrotondavano rivendendo il video con le immagini della loro opera professionale, in fondo si trovava sempre qualcuno interessato, e stavolta si parlava di una vittima nota grazie alla sua provvidenziale morte tramite attentato).
Il sorriso sereno di Doglia si cancellò. “Mi dispiace” mormorò in direzione di una nuvola in cui avrebbe potuto vagare lo spirito inquieto di Vincenzo Eranio. “Alla fine ti hanno trasformato ugualmente in un personaggio di dominio pubblico. Sarai condiviso da milioni di spettatori che ti commenteranno su twitter. Il tuo cadavere diventerà un hashtag e domani su facebook parleranno di te. Devi rassegnarti: questo è un mondo complicato che funziona come gli scacchi, non ha la linearità della dama”.
Scosse la testa e poi con aria complice sussurrò: “Però sembra proprio che tua figlia voglia farsi aiutare. È questa la cosa più importante”.
Un barlume di sole filtrò per un attimo sopra la nuvola, tralucendo un raggio luminoso che balenò nel cielo simile a un riflesso.


FINE