Benché io sia notoriamente un grinch, per una serie di ragioni mi sono ritrovato a elaborare un racconto dall'atmosfera natalizia. Data la mia idiosincrasia per questa festività, non sono del tutto certo che questo racconto possa piacere a chi ama la notte del 24 dicembre: forse è più adatto a chi la vive un po' forzatamente come me. Ma non è troppo acido, lo giuro ;-)
Visto che oggi è la festa dell'Immacolata, quasi il preannuncio ufficiale del Natale, io ve lo offro come un anticipo fra i regali da scartare sotto l'albero. Chi lo gradisce e vuole contraccambiare non deve fare altro che andare sulla mia pagina autore di amazon e omaggiarmi con l'acquisto di un mio ebook. Tra l'altro ce ne anche uno che, tecnicamente romanzo di formazione (anche se il protagonista non è più così giovane), si può definire una storia anti-natalizia. Mi riferisco a "Cronaca di natale".
Questo non è l'ultimo post del 2017, mi rifarò vivo prima di San Silvestro, però ora il blog passa in modalità festiva e quindi colgo l'occasione per porgere i miei migliori auguri a tutti :-)
Buona lettura!
BABBO A NATALE
I dubbi interiori sono venuti dopo, conseguenza della riflessione. L’opposizione istintiva invece l’avevo espressa subito, palese, sin da quando era stata avanzata la proposta che assomigliava a un ordine perentorio.
“Lo fanno tutti! In ogni casa dove ci sono bambini c’è qualcuno che…”
“Io mi distinguo sempre dalla massa, lo sai”.
“L’avrei chiesto a mio padre, ma ci tiene tanto a essere presente come spettatore per filmare la scena”.
“Certo: la farsa deve avere una forma visibile anche per i posteri, a futura memoria”.
“Ma dai!”
“Poi glielo mostreremo e le diremo: ‘Vedi? Questa eri tu, piccola e ingenua, quando ti dicevano che i regali li portava Babbo Natale. E questo, grande grosso e coglione, era papà travestito con una palandrana rossa e un barbone bianco per indurti a credere a quella menzogna’ ”.
“Addirittura menzogna! Ma neanche le volessimo mettere in testa chissà quale bestialità! Ti sembra così atroce che una pupetta di diciotto mesi, per due o tre anni della sua vita, creda che esiste un vecchietto che porta regali solo ai bimbi buoni?”
“Non mi ci vedo io a recitare la parte. Se potessimo chiederlo a…”
“A chi? Il giorno di Natale ognuno sta coi suoi, lo dice pure il proverbio. Forse se tuo padre venisse…”
“Non può, lo ha invitato mio fratello. Comunque ti garantisco che pure lui non lo farebbe mai, è come me da questo punto di vista”.
“Tuo padre non ti diceva che i regali te li portava Babbo Natale?”
“Sì che me lo diceva! Intendevo dire che non si travestirebbe mai”.
“Quindi i tuoi genitori ti raccontavano comunque una menzogna, secondo quanto hai detto prima. Perché non glielo hai mai rimproverato?”
“Guarda, ti dirò una cosa: tu lo sai che prima di conoscerti io ho sofferto per un certo periodo di crisi depressive…”
“Sì, me ne hai parlato un paio di volte”.
“Ecco, con l’aiuto dello psicologo io sono arrivato a trovare la causa dei miei stati depressivi in un atteggiamento basato su un eccesso di aspettative…”
“E che c’entra?”
“Un eccesso di aspettative nasce anche da un’infanzia in cui ogni capriccio viene accontentato dai genitori, praticamente ti fanno credere che tutto è possibile se solo lo desideri…”
“No, ti prego, ho capito dove vuoi andare a parare! Stai sostenendo che a vent’anni hai sofferto di depressione… perché quando eri bambino i tuoi genitori ti hanno detto che esisteva Babbo Natale e che ti portava i regali?”
“No, non fino a questo punto, lo so che le cause di una crisi depressiva sono chiaramente più ampie. Però, in minima percentuale, anche questa illusione infantile può incidere su…”
“Ma dai! Allora tutti dovremmo essere depressi! Ogni bambino ha ricevuto i regali convinto che glieli portasse Babbo Natale!”
“Sì, naturalmente le reazioni possano differire in base al tipo psicologico della personalità del soggetto”.
“Ecco, appunto. Quindi puoi travestirti e fingere di essere Babbo Natale senza avere il dubbio di aver rovinato la psiche di tua figlia!”
“No, non insistere. Addirittura farglielo vedere come se esistesse davvero mi sembra troppo”.
“Insomma, non vuoi rendere speciale questo Natale che potrebbe essere il primo di cui lei manterrà qualche traccia nella memoria”.
“Se questo è lo scopo, mi sembra che anche soltanto facendole trovare i regali sotto l’albero la magia sarà comunque la stessa…”
“E quella non è una menzogna? Dove sta la differenza?”
“Eh?”
“Perché il travestimento da Babbo Natale non lo accetti, e invece l’illusione che sia stato lui, e non noi, a mettere i regali sotto l’abete, ti sta bene?”
Lo ammetto, a questa obiezione non ho saputo replicare in modo convincente. Ho farfugliato qualche argomento facilmente confutabile e alla fine mi sono impuntato con “Non lo faccio, e basta!” abbastanza simile al “Perché no!” delle discussioni fra i bimbi piccoli.
A quel punto era inevitabile che finissi con l’analizzare razionalmente l’argomento e le sue motivazioni contrapposte.
In effetti è inoppugnabilmente vero che quando i figli sono piccoli ricevono insegnamenti sin troppo ottimistici per non turbare la loro innocenza. Riconosco che sarebbe sgradevole spiegare a un ragazzino che non sempre il bene trionfa sul male e che d’altronde bene e male non sono del tutto separati ma tendono a compenetrarsi e confondersi l’uno con l’altro in una zona di confine assai estesa. Concetto arduo per una mente ancora in pieno sviluppo. Inopportuno.
Al tempo stesso però, che motivo c’è di ammantare una festa popolare con elementi sovrannaturali? È una celebrazione. Si mangia tutti insieme, si sta in allegria, si gioca, si rammenta la nascita di un uomo che con le sue predicazioni ha avuto un ruolo importantissimo nella storia dell’umanità e che, prescindendo dalla sua presunta natura divina, ha lasciato degli insegnamenti utili – non tutti, alcuni sono alquanto controversi eh! – e quindi il 25 dicembre, data simbolica, si celebra la sua venuta al mondo.
Mentre argomentavo interiormente tra me e me il concetto pareva ineccepibile. Purtroppo Elisa riesce a smontare ogni mio ragionamento.
“Ma scusa tanto, se Babbo Natale non va bene perché non c’è necessità di un elemento sovrannaturale, allora Gesù cos’è?”
“Ma quella è religione, non una fiaba!”
“Se vuoi fare il razionale a ogni costo devi escludere ogni cosa non dimostrata scientificamente, fiaba o religione che sia!”
“Infatti lo sai che io sono più scettico di San Tommaso…”
“E allora perché citi un santo come esempio?”
“… Perché è un personaggio storico, va bene? Lo prendo a esempio come personaggio storico! E comunque, persino uno poco credente come me riconosce che una teologia può avere maggiore fondatezza di una favola…”
“Allora, se è per questo, ti rammento che Babbo Natale nasce dalla religione!”
“Ma…”
“Non è forse derivato da San Nicola?”
“Non è la stessa cosa!”
“Perché?”
“Perché… Oddio, come faccio a spiegartelo?”
Domanda retorica senza soluzione, ormai l’ho capito: quando ho uno scontro dialettico con Elisa sprofondo nell’incapacità di esprimere in modo compiuto i miei pensieri. Non che i suoi mi sembrino poi così inattaccabili, però riesce a complicarmi le idee e… beh, forse ce le avevo già un po’ confuse di mio su questo argomento.
Insomma, eccomi qui, dopo il cenone della Vigilia, chiuso in camera per indossare il mio travestimento da testimonial di una nota bevanda gassata. Ma perché, poi, un vecchietto obeso? San Nicola era un cristiano di scuola orientale, probabilmente digiunava spesso e mortificava il suo corpo per concentrarsi sull’importanza dello spirito.
In effetti sarebbe più giusto così: a Natale tutti a digiuno per rammentare gli aspetti spirituali dell’esistenza.
… Vabbé, forse così è eccessivo.
Mamma mia, come sono ridicolo con questa maschera! E sia, togliamoci questo dente e non se ne parla più.
…
“Che succede?”
“Chi è che bussa?”
“Uh, guarda! Babbo Natale!”
“Lo vedi tesoro, è venuto Babbo Natale a portarti i regali!”
“Avvicinati, così nonno vi scatta una foto insieme!”
“Che sacco grosso, quanto regali!”
…
Guarda come ride la mia piccolina. Ché poi sarebbe ugualmente contenta anche se potesse accorgersi che sono io. É divertente per un figlio vedere il proprio papà travestito come un buffone per offrire regali alla famiglia in modo originale.
…
“Se ne deve andare adesso!”
“Dovrà portare i regali ad altri bambini!”
“Certo, lui li porta a tutti i bambini del mondo!”
“Non può stare tutta la serata qui con noi”.
“Salutalo! Digli: ciao Babbo Natale, grazie per i regali, continuerò a essere buona anche l’anno prossimo!”
…
“Ma dove sei stato?”
“Un attimo in bagno…”
“Lo sai che mentre non c’eri è venuto Babbo Natale?”
“Ma va?...”
“Diglielo a papà, diglielo che hai visto Babbo Natale!”
Ecco che Elisa mi fa l’occhietto, come fa ogni volta che vuole dirmi: ‘Hai visto? È successo forse qualcosa di brutto a voler fare come dicevo io?’
È successo, in sostanza, che per svolgere il mio ruolo di papà per cinque minuti sono entrato nella fiaba. Sono diventato uno dei personaggi. Non il lupo cattivo o l’orco, ma Babbo Natale. Perché crescendo si può diventare anche un orco, però è la famiglia che propone il suo modello al bimbo che cresce. Un modello possibilmente positivo.
Sì, in fin dei conti è un inganno non diverso da altri, un inganno con uno scopo nobile.
Buon Natale piccola mia.
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venerdì 8 dicembre 2017
lunedì 6 luglio 2015
Racconto impossibile
Mi ero svegliato di ottimo umore come sempre mi accade il lunedì mattina quando riparte la settimana lavorativa. Mia moglie era già in piedi e mi aveva preparato la colazione.
"Accendo la televisione" mi disse mentre mi porgeva una tazza di latte. Il canale sul quale era sintonizzata stava trasmettendo una televendita di scarpe di marca disponibili a meno della metà del prezzo originale con trasporto gratuito e possibilità di restituzione e cambio modello fino a cinque volte.
"Che palle" si stizzì lei e subito cambiò canale schifata mettendo un notiziario.
Lo speaker stava annunciando che nel corso della seduta-fiume della sera precedente il senato aveva approvato a larghissima maggioranza il dimezzamento degli stipendi dei parlamentari e la cancellazione totale dei rimborsi spesa.
"Ha chiamato mia madre per invitarci a pranzo" mi informò mia moglie. "L'ho mandata a fare in culo" aggiunse prima che io che facessi alcun commento. "A proposito" disse poi cambiando tono "temo di aver perso la tua prenotazione per assistere alla finale di Supercoppa fra Juve e Lazio".
"Pazienza, non è una cosa tanto grave" replicai tranquillo.
Intanto il notiziario televisivo stava annunciando la firma dell'accordo di pace fra Israele e Hamas e la nascita ufficiale dello stato palestinese. Ma qualcosa disturbò improvvisamente la trasmissione e le immagini si sgranarono.
"Interferenze al segnale?" ipotizzai.
"Non c'è problema, chiamo l'antennista e fra cinque minuti è qui" mi rispose lei. Ma oltre al disturbo alla televisione stava accadendo qualcosa di strano... Le pareti della cucina vibravano, dapprima lievemente, poi in modo sempre più violento.
"Un terremoto?" pensai ad alta voce.
"Tanto il nostro condominio è antisismico di ultimissima generazione come tutti i condomini italiani" mi tranquillizzò mia moglie.
Si udì un fragore forte, violento. E poi un ticchettio sul vetro della finestra.
Andai di corsa e la spalancai. Un disco volante levitava a un metro dal davanzale. Si aprì uno sportello metallico e un omino verde sporse la testa.
"Scusate" si schernì. "Sono in anticipo, vero?"
"Direi! Devo andare al lavoro alle dieci, non alle nove".
"Scusate" ripeté lui con aria mortificata.
"Dai, vieni a prendere un caffè" lo invitai sorridendo.
"Accendo la televisione" mi disse mentre mi porgeva una tazza di latte. Il canale sul quale era sintonizzata stava trasmettendo una televendita di scarpe di marca disponibili a meno della metà del prezzo originale con trasporto gratuito e possibilità di restituzione e cambio modello fino a cinque volte.
"Che palle" si stizzì lei e subito cambiò canale schifata mettendo un notiziario.
Lo speaker stava annunciando che nel corso della seduta-fiume della sera precedente il senato aveva approvato a larghissima maggioranza il dimezzamento degli stipendi dei parlamentari e la cancellazione totale dei rimborsi spesa.
"Ha chiamato mia madre per invitarci a pranzo" mi informò mia moglie. "L'ho mandata a fare in culo" aggiunse prima che io che facessi alcun commento. "A proposito" disse poi cambiando tono "temo di aver perso la tua prenotazione per assistere alla finale di Supercoppa fra Juve e Lazio".
"Pazienza, non è una cosa tanto grave" replicai tranquillo.
Intanto il notiziario televisivo stava annunciando la firma dell'accordo di pace fra Israele e Hamas e la nascita ufficiale dello stato palestinese. Ma qualcosa disturbò improvvisamente la trasmissione e le immagini si sgranarono.
"Interferenze al segnale?" ipotizzai.
"Non c'è problema, chiamo l'antennista e fra cinque minuti è qui" mi rispose lei. Ma oltre al disturbo alla televisione stava accadendo qualcosa di strano... Le pareti della cucina vibravano, dapprima lievemente, poi in modo sempre più violento.
"Un terremoto?" pensai ad alta voce.
"Tanto il nostro condominio è antisismico di ultimissima generazione come tutti i condomini italiani" mi tranquillizzò mia moglie.
Si udì un fragore forte, violento. E poi un ticchettio sul vetro della finestra.
Andai di corsa e la spalancai. Un disco volante levitava a un metro dal davanzale. Si aprì uno sportello metallico e un omino verde sporse la testa.
"Scusate" si schernì. "Sono in anticipo, vero?"
"Direi! Devo andare al lavoro alle dieci, non alle nove".
"Scusate" ripeté lui con aria mortificata.
"Dai, vieni a prendere un caffè" lo invitai sorridendo.
mercoledì 20 maggio 2015
La polemica tra Juan Brady e Francisco Hernandez Mendieta – conclusione
La sensazione orrenda di essere uscito sconfitto dal confronto con Mendieta lo spinse a concepire una nuova opera di ampio respiro per rispondere con l'unica vera arma di uno scrittore: la sua narrativa.
Per un anno e mezzo Juan Brady lavorò a un nuovo romanzo che, nelle sue intenzioni, avrebbe dovuto costringere i critici a scomodare Don Segundo Sombra e Il giocattolo rabbioso per cogliervi i medesimi elementi di potenza narrativa.
Per un anno e mezzo Juan Brady lavorò a un nuovo romanzo che, nelle sue intenzioni, avrebbe dovuto costringere i critici a scomodare Don Segundo Sombra e Il giocattolo rabbioso per cogliervi i medesimi elementi di potenza narrativa.
Ci
si impegnò con un’ossessività talmente malata da spaventare la sua compagna,
che fu più volte costretta a trascinarlo via dal computer portatile che utilizzava
d’abitudine per scrivere. Anche quando riusciva a condurlo sulla spiaggia, o a
cena da qualche amico comune, non riusciva quasi mai a togliergli dalla faccia
l’aria distratta di chi sta rimuginando su possibili varianti nella trama del
capitolo in corso o sulla più opportuna sequenza verbale per imprimere maggiore
impatto a una descrizione o un dialogo.
Nonostante
il suo strenuo sforzo l’editore lo invitava quasi sistematicamente ad apportare
delle modifiche. Lui si stressava, non capiva che il problema nasceva proprio
dal suo tentativo di eguagliare Güiraldes e Arlt: così facendo finiva col quasi
copiare – di sicuro inconsciamente – alcune costruzioni frasali presenti nelle
opere dei due grandi romanzieri. Più che un’ispirazione la sua pareva imitazione.
Al
volgere del citato anno e mezzo l’opera di Brady era ancora un ammasso confuso
di capitoli, note, varianti, versioni alternative e ipotesi. Aveva trascritto
quasi quattrocento pagine, ma il loro livello di organicità era piuttosto
basso.
Mentalmente
sfinito, accettò quasi con sollievo la proposta della sua compagna di
trascorrere il venerdì sera al Teatro Vorterix dove da più di due mesi era in
corso uno spettacolo musicale che stava riscuotendo un enorme successo di
pubblico e critica. Lei era curiosa di assistervi, e in fondo Juan necessitava
di una valida scusa per sospendere la gestazione del romanzo almeno per un fine
settimana, così le propose a sua volta un diversivo: l’indomani, invece di
passarlo a Baires, avrebbero potuto sfruttarlo per volare a Rosario da sua
sorella Gabriela, viaggio che a lei avrebbe fatto sicuramente piacere poiché le
capitavano poche occasioni per incontrarla. Volendo avrebbero potuto anche
pernottarvi per condividere con Gabriela e col cognato il pranzo della domenica.
Era
il fine settimana perfetto per ritemprarsi: la cultura musicale della capitale
il venerdì sera, l’evasione verso l’altra grande città argentina il sabato, la
convivialità famigliare la domenica.
Mentre
il taxi li portava verso l’Avenida Lacroze avevano l’aria di due fidanzatini,
anche se ormai erano entrambi vicini ai quaranta e convivevano da più di dieci
anni.
Nel
salone d’ingresso gli accessi per la platea erano ancora chiusi e gli
spettatori si accalcavano ordinatamente in attesa dell’apertura. In quell’ampio
spazio chiuso risuonava monotona la cacofonia di centinaia di voci sovrapposte,
lo sgraziato caos sonoro intessuto da discorsi che si intrecciano contorti in
un ordito di rumore. Le luci al neon trasformavano in pallore lunare anche gli
incarnati abbronzati di ragazze giovani e borghesi meno giovani che
frequentavano abitualmente solarium lussuosi.
Juan
Brady e la sua compagna avevano tacitamente optato di starsene in silenzio dopo
aver sperimentato l’impossibilità di comunicare tra loro senza doversi ripetere
le stesse frasi ad alta voce per tre volte di seguito.
Lui
si guardava attorno, vedeva volti in gran parte giovanili, talvolta di uomini e
donne di mezza età che si sforzavano di apparire meno anziani indossando
accessori trendy e sfoggiando make up da diciottenni in fregola per una serata
in discoteca.
Il
gruppo particolarmente numeroso che riuscì a identificare si distingueva da
tutti gli altri perché molti davano le spalle alle porte di accesso per
discorrere con gli amici in fila dietro di loro. Quasi tutti i presenti erano
rivolti verso l’ingresso e parlavano voltandosi alla loro destra o alla loro
sinistra in direzione di chi li accompagnava, quel gruppo invece era talmente
numeroso da costringere il contingente più avanzato a voltarsi completamente
per poter partecipare alle chiacchiere in attesa dell’apertura della platea.
Fu
quando si voltò per la seconda volta nella loro direzione, distrattamente, che
Brady notò la presenza di Mendieta. Il crocchio di giovani era tutto incentrato
su di lui. Juan provò una sensazione di sorpresa e fastidio talmente violente
da non accorgersi di essersi paralizzato qualche secondo di troppo in quella
posa che lo rendeva un osservatore insistente e un po’ impiccione, anziché
casuale. Fu inevitabile che anche l’altro scrittore lo scorgesse.
Le
porte si aprirono in quell’istante. Sospinto dal fluire lento ma deciso di
centinaia di corpi in movimento Brady venne trascinato nelle scalinate in mezzo
ai posti a sedere, la mano stretta alla sua compagna per non perdere contatto.
Mentre si accomodavano al loro posto la voce di Francisco Hernandez gli risuonò
alle spalle.
“Buonasera.
Posso porgere il mio saluto allo scrittore Juan Brady?”
L’intonazione
della voce era priva di malizia, lo sguardo amichevole. Juan non poté fare a
meno di alzarsi in piedi, stringergli la mano e presentargli la sua compagna.
“Sta
lavorando a un nuovo romanzo?” gli domandò con un ambiguo uso del lei.
Brady
fece cenno di sì senza entrare nei dettagli.
“Spero
che sia quella storia con la nonna, il latte e le cicogne. Se non si decide a
trasformarla in un libro sarò costretto a chiederle se posso farlo io al suo
posto” commentò con l’identica voce priva di malizia e l’espressione da vecchio
amico dipinta in faccia.
Juan
annuì senza aggiungere alcuna parola che desse maggior senso a quel gesto e
significasse in modo chiaro se quella trama la avrebbe elaborata un giorno, o
se invece la stava cedendo al rivale.
“Vado
al mio posto, mia moglie e i nostri amici mi aspettano. Buona serata”.
Per
tutta la durata dello spettacolo musicale Brady ebbe la spiacevole sensazione
che il suo ventre si contorcesse. Le splendide melodie del gruppo che si
esibiva dal vivo – ritmi contaminati che riunivano tango e rock, dance e
melodico, percussioni tribali e assoli jazz di strumenti a fiato – gli
rimbombavano nei timpani come colpi materiali, quasi sentiva illividirsi le
orecchie come se fossero state effettivamente raggiunte da schiaffi ripetuti di
mani aperte che ininterrottamente lo martoriavano.
Quando
lo spettacolo era sul punto di concludersi Brady lamentò dei forti dolori
all’addome. La compagna gli chiese se poteva resistere, lui disse di sì ma
stringeva i denti e dalle labbra chiuse a fatica filtravano gemiti che neppure
il frastuono degli strumenti e i gorgheggi dei cantanti potevano nascondere a
coloro che gli sedevano accanto.
Una
giovane donna gli chiese se si sentisse poco bene e si dichiarò disposta a far
partire un passaparola con l’intera fila per chiedere a tutti di alzarsi e
lasciarlo passare. Lui agitò la mano per sottintendere che non vi era
necessità, ma la sua compagna decise diversamente e pregò la donna di
procedere.
Dopo
pochi minuti erano fuori dal teatro, lei lo sorreggeva e intanto pregava
l’addetto al foyer di chiamare con urgenza un taxi.
“L’Alexander
Fleming per favore, subito!” istruì l’autista con la voce che le tremava.
Il
Pronto Soccorso si prese cura di lui. Aveva un infarto in corso, ma per fortuna
lo avevano preso in tempo.
“È
stato fortunato, in questi casi la velocità con la quale ci è permesso di
intervenire è fondamentale” gli spiegò un medico dopo che lo avevano
trasportato nel reparto cardiologia per intubarlo e sedarlo.
*
La
notizia del malore occorso a Juan Brady si ritagliò un piccolo spazio nei
giornali e sul web. Ricevette numerosi auguri di pronta e completa guarigione,
anche da parte di Francisco Hernandez Mendieta, Omar Ballesteros e Beatriz
Ghidini.
Venne
dimesso dopo due settimane. Lo invitarono a starsene a riposo per un po’ di
tempo, magari anche lontano dal proverbiale fervore di Buenos Aires, vitale ma
talvolta mortale.
“Se
passassimo qualche settimana a Bariloche?” gli propose la sua compagna.
Lui
rispose con un “No!” netto, quasi infastidito. Nella sua mente la salubre
cittadina non veniva più associata né alla celebre piazza in stile tedesco né
alla natura rigogliosa, e non si chiamava più San Carlos ma
località-preferita-di-Mendieta. Scelse invece Ushuaia, nonostante le
perplessità della compagna e dei genitori che ritenevano inopportuno un
soggiorno in un luogo così isolato.
“E
se avessi un altro infarto?”
“Non
mi succederà” tagliò corto lui. Voleva stare lontano da tutto, perso per alcune
settimane laddove scorre la linea di confine fra le terre non ancora del tutto
disabitate e i mari artici, nelle più remote profondità patagoniche, senza
alcun frastuono di civiltà e di metropoli a contaminarne il selvaggio
isolamento.
Fu
davvero un soggiorno di totale distacco. A ogni alba, mentre la sua compagna
ancora si attardava sotto le coperte consapevole che non vi era motivo di
affrettare l’inizio di una giornata che si sarebbe noiosamente consumata in
brevi passeggiate impervie o escursioni in barca in cerca di pinguini e altra
fauna antartica, lui usciva dalla rustica casa che avevano preso in affitto e
attendeva il sorgere del sole.
Allo
stesso modo ogni pomeriggio assisteva al tramonto, attimo dopo attimo, immerso
nel rossore infinito che si riversava nell’aria candida seppure salmastra che
lui respirava a pieni polmoni.
Quando
rientrò a Buenos Aires, due settimane dopo, andò a far visita al suo editore
per intavolare un discorso in cui c’erano di mezzo tanto i rapporti
professionali quanto l’amicizia ormai sviluppatasi tra loro dopo la lunga
frequentazione che li univa.
Le
risposte ricevute furono fondamentalmente quelle che lui si aspettava cosicché
il giorno dopo annunciò tramite il proprio sito internet che “per motivi di
salute” cessava l’attività come romanziere. Si sarebbe guadagnato da vivere
continuando a collaborare con la casa editrice che aveva pubblicato le sue
opere, però nel ruolo di traduttore dall’inglese e di curatore della collana ‘Classici
Stranieri’.
Trascorse
i primi mesi da ex scrittore con una certa mestizia, poi lentamente si abituò a
quest’ineluttabile nuovo corso della sua vita.
Già
dopo un anno poteva guardare al suo passato da narratore senza provare alcun
rimpianto o malinconia. Veniva però preso da un’irrefrenabile sconforto quando
gli capitava di pensare – sempre più raramente per sua fortuna – che Francisco
Hernandez Mendieta avrebbe continuato a scrivere merdate che sarebbero state
acclamate come capolavori sia dall’establishment corporativo che dalla
suggestionabile massa dei lettori.
Fu
questo il suo unico vero cruccio per il resto dei suoi giorni.
FINE
FINE
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mieiscritti,
Polemica Brady Mendieta,
racconto
sabato 16 maggio 2015
La polemica tra Juan Brady e Francisco Hernandez Mendieta – terza parte
Come
moderatore la
Fondazione Herrera aveva prescelto il proprio presidente
onorario, Guillermo Esteban Vazquez, sessantacinquenne sempre di buonumore
dall’aria giovanile e dalla battuta pronta, il tipo d’uomo capace di smorzare
la tensione persino se i contendenti fossero stati due balordi di Villa Lugano col coltello già ben stretto fra le dita.
La
sede della fondazione era sull’Avenida Corrientes, non molto lontano dal Teatro
del Paseo La Plaza. Nel
salone era stato montato un palco che si elevava di circa un metro sopra il pavimento e gli scrittori sedevano su due sgabelli posti ai lati (Brady a
destra e Mendieta a sinistra dal punto di vista degli spettatori). I presenti
potevano vederli bene, anche l’ultima fila aveva la possibilità di notare che
Juan indossava dei jeans e una giacca di pelle marrone mentre Francisco
Hernandez aveva bizzarramente optato per una
tuta da ginnastica bianca con rifiniture blu scuro (sin troppo scuro per
poter immaginare che fosse un tentativo di apparire argentinamente
biancoceleste).
“Due
anni fa ho letto L’intersecazione del
nulla. Sono un lettore incompetente?” cominciò Vazquez con tono
bonariamente scherzoso all’indirizzo di Brady.
Juan,
i lineamenti distesi e la bocca sorridente, replicò: “Se mi spiega quel che le
ha trasmesso le saprò rispondere”.
“Abbiamo
qui l’autore in persona per chiedergli cosa volesse trasmettere” colse
l’occasione Vazquez per innescare la prima discussione diretta fra i
contendenti.
Mendieta,
con l’usuale flemma, spiegò che il messaggio del romanzo andava cercato nel
fluire delle sensazioni che assecondano i vagheggiamenti dell’anima quando si
percepisce il disagio di tutte le certezze che ci avevano apparentemente
accompagnato nel corso dell’esistenza. Aggiunse che forse Brady si trovava in
difficoltà a comprendere il libro in questione poiché lo leggeva come se fosse
prosa nel senso storico del termine, mentre esso andava inteso piuttosto come poesia
lirica, un lungo poema lirico in forma di romanzo.
Il
segretario gli chiese inoltre quale fosse il romanzo di Brady che aveva
maggiormente apprezzato e perché.
Francisco
Hernandez sostenne di aver fondamentalmente apprezzato i due romanzi di Brady
che aveva letto, nella fattispecie La
vita dimenticata di Carlos Wurth e L’ultima
missione. Quasi si scusò per averne letti soltanto due, e infine precisò
che quantunque il suo stile realista ricco di comprensibili metafore fosse
apprezzabile allo stesso modo in cui lo sono le immortali opere di Güiraldes,
mancava però quell’evoluzione in senso moderno che aveva iniziato il suo lungo
percorso nel XX secolo, ciò non togliendo che i romanzi di Brady fossero
notevoli.
Identica
domanda venne rivolta a Juan, che ammise la faticosa lettura de L’intersecazione del nulla e La memoria delle montagne ma non riuscì
a essere elogiativo come l’altro contendente. Non disse quel che realmente
pensava di quei libri (sarebbe stato troppo offensivo con effetti
controproducenti) e non fu neppure troppo tagliente – sicuramente meno di
quanto aveva programmato giacché l’atmosfera solenne della conferenza lo aveva
intimidito – però ribadì che a suo avviso essi non avevano reali contenuti ma
solo divagazioni fini a se stesse che tendevano a perdersi senza costruire
alcuna storia, né credibili insiemi di sensazioni esistenziali, e neppure ipotetici
simbolismi dai quali trarre un concreto, ulteriore tassello da porre nel grande
mosaico della comprensione dell’esperienza della vita.
La
replica di Mendieta fu che condivideva in pieno la disquisizione di Brady, con
un’unica e fondamentale differenza: i “tasselli” che lui offriva ai propri
lettori per essere inseriti nel “grande mosaico della comprensione
dell’esperienza della vita” non sarebbero mai stati “concreti” perché lui
stesso concepiva l’esperienza umana su un piano principalmente spirituale prima
ancora che materiale.
“I
danni provocati dalla new age sono incalcolabili” commentò Juan con un tono di
voce in cui il sarcasmo strideva con l’apparente giovialità del sorriso, e
quasi senza volerlo orientò per alcuni minuti la conversazione proprio su
questo argomento.
Parlò
della new age come se fosse una moda per adolescenti, mentre Francisco
Hernandez, pur ammettendo che il fenomeno in questione fosse stato astutamente
commercializzato da professionisti santoni, ne sottolineò la spontaneità dei
tanti, sia uomini che donne, che vi si rivolgevano proprio perché alla ricerca
della spiritualità perduta della razza umana.
A
quel punto il presidente pose una domanda apparentemente triviale che fu invece
– come capì Brady a posteriori – la chiave di volta dello scontro verbale.
“Se
dovesse simboleggiare la scrittura di Mendieta con un’immagine, quale
sceglierebbe?
Con
la massima spontaneità, lasciando da parte ogni discorso preimpostato, Juan
Brady rispose che avrebbe potuto metaforizzare la narrativa dello scrittore
seduto di fronte a lui con un quadro astratto. Entrando nel dettaglio si spinse
addirittura a descriverlo: “Una tela bianca solcata da una linea ininterrotta
che traccia, curve, angoli, ghirigori… Una linea contorta che di primo acchito
può sembrare suggestiva, ma se la si osserva attentamente ci si rende conto che
è soltanto una linea contorta e nulla più”.
Era
sereno mentre dava corpo a questa allegoria raffigurante l’opera del rivale,
era certo di aver finalmente fornito la giusta lente d’ingrandimento per
aiutare il lettore medio a distinguere il vero diamante dal fondo di bottiglia.
Ma
Francisco Hernandez Mendieta godeva del diritto di replica. Declinò l’invito a
ipotizzare immagini simboliche che descrivessero la scrittura di Juan Brady e
si concentrò invece sulle parole dello sfidante.
“L’esempio
che ha illustrato è perfetto. Esprime compiutamente il senso profondo della mia
ricerca narrativa. Quando scrivo un romanzo il mio approccio è realmente quello
di un pittore che intende inseguire una visione parziale, la cui completezza
verrà raggiunta grazie alla comunione collettiva con coloro che lo osservano
mentre impone lievi tracce di colore sulla tela bianca, dandole una sua
identità unica ma non indivisibile. Il mio obiettivo è proprio quello di dare
forma a un romanzo con le caratteristiche di un quadro abbozzato affinché possa
essere completato dal lettore. Le pennellate che per Brady sono solo ‘una linea
contorta’ possono assumere infinite forme e significati dal punto di vista di
ogni singolo lettore. Io voglio che i miei lettori siano coinvolti in forma
attiva nella lettura anziché farsela imporre passivamente in modo netto e
inequivocabile come accade leggendo i romanzi perfettamente delineati e
definiti di autori come Brady”.
Juan
si concesse una smorfia di scherno prestando però la massima attenzione a
nasconderla al pubblico. Riteneva la replica appena ascoltata un gioco di
prestigio malriuscito, un patetico tentativo di Mendieta di insistere col gioco
delle tre carte nella speranza che almeno i distratti non si accorgessero di
essere stati ingannati e si accontentassero di osservare le mani in rapido
movimento come uno spettacolo, considerando i soldi puntati un’elemosina al
questuante che, smascherato, non poteva più atteggiarsi a mago.
Vazquez
pose poi altre domande, sollevò argomenti di carattere più ampio e generico sul
ruolo dello scrittore e – finalmente in tema col ciclo di conferenze – sul valore
della denuncia letteraria. Gli interventi dei due autori divennero enunciazioni
individuali senza alcun elemento di schermaglia, lo scontro di fatto si era
concluso, e verso le dieci di sera una stretta di mano al centro del palco
suggellò la fine del dibattito, suggellata dal moderatore con l’inevitabile
richiesta di un applauso dei presenti.
*
Nella
settimana seguente le riviste letterarie e gli inserti culturali dei quotidiani
diedero spazio alla serata tenutasi alla Fondazione Herrera. Anche sui social
network l’elemento ‘Brady VS Mendieta’ riprese vigore, quantunque stavolta i
mass media generalisti lo snobbarono poiché, notoriamente, una minestra
riscaldata rischia sempre di suscitare lamentele nella clientela.
Già
dal ventisette febbraio Brady aveva chiesto alla sua compagna, ai suoi
genitori, al suo editore e agli amici cosa ne pensassero del match. Aveva colpito
a fondo l’avversario? Poteva legittimamente ritenere di aver trionfato per k.o.
tecnico?
Tutti
ritennero di sì, ma il loro tono aveva qualcosa di troppo amichevole. Si
percepiva che il sostegno fornito era basato sul legame affettivo piuttosto che
su un’oggettiva disanima del combattimento verbale.
Per
alcuni giorni andò in giro per le librerie, con occhiali da sole e cappello con
la visiera, ad ascoltare ogni eventuale commento. Prendeva tre caffè –
decaffeinati – e altrettante brioche in tre locali diversi frequentati da
studenti universitari nei pressi di Valmonte. Quando tornava a casa spulciava
il web con ricerche mirate per analizzare le reazioni dei giornalisti presenti,
ma soprattutto i pareri degli utenti comuni, il lettore medio dei romanzi suoi
e di quelli di Mendieta.
Su
twitter scoprì – e fu la prima sorpresa negativa – un hashtag abbastanza
condiviso piuttosto emblematico: #iononsonounlettorepassivo.
La maggior parte dei commenti attinenti a questo hashtag tendevano a
evidenziare la capacità di Francisco Hernandez di essere straordinariamente
carismatico. Persino indossando una sciatta tuta da ginnastica diventava autorevole
semplicemente enunciando concetti. Man mano che procedeva nelle sue ricerche su
internet Brady si rese conto che lo scrittore col quale aveva duellato negli
ultimi mesi denotava un’impeccabile cura nel creare la propria immagine come
personaggio pubblico. Contestualmente all’apparente aria da santone new age che
spariva per settimane nascondendosi nella natura selvaggia della sua amata
Bariloche, esisteva anche un Francisco Hernandez Mendieta che partecipava a
meeting studenteschi, programmi televisivi, festival cinematografici e serate
teatrali con assai maggiore frequenza – e sicuramente con molto più metodo – di
quanto non riuscisse a Brady.
Le
fotografie, soprattutto, erano altamente indicative di quanto fosse
mediaticamente costruita la sua figura come autore. Primi piani espressivi,
giochi di luce da fotografo esperto, pose da intellettuale europeo con dettagli
da rockstar, camei come comparsa in video amatoriali su youtube realizzati da
studenti di cinematografia.
Naturalmente
Juan Brady era conscio di tali piccoli trucchetti – perché questo erano secondo
lui – utilizzati da Mendieta per accrescere la propria popolarità, ma solo
adesso si stava rendendo conto della loro estensione e soprattutto organicità.
Il suo editore gli aveva detto una volta che Omar Ballesteros era un agente
esoso ma efficace. Finalmente capiva in pieno il senso della frase: l’agente di
Francisco Hernandez aveva il compito di promuoverlo al di fuori dell’ambito
letterario, di farlo conoscere a prescindere dall’essere un romanziere. Non
basta sapersi vendere, occorre anche un commesso viaggiatore che cerchi
acquirenti disposti a comprare, e Ballesteros aveva conoscenze in ambito
cinematografico, universitario, televisivo e persino contatti con agenzie di
eventi mondani, quelle che organizzano matrimoni vip fra calciatori e
attricette o compleanni di cantanti che, effimeramente celebri grazie a un singolo
di successo, battono il ferro finché è caldo. In ognuno di questi eventi Mendieta
era sicuramente presente, sempre ben introdotto e con la possibilità di creare
legami e amicizie utili per piccoli favori quali opinioni positive sui profili
twitter e facebook del famoso di turno (ora cominciava a capire la presa di
posizione in favore di Mendieta da parte di quell’oca analfabeta di Beatriz
Ghidini).
Il
momento culminante di questa orrenda giornata di sinistre scoperte fu il
dialogo, casualmente intercettato, fra due trentenni che davanti a un paio di
tazze di cappuccino discutevano del romanzo Il
gatto galleggiante sul Mare della Tranquillità. Uno dei due spiegò
all’altro che non aveva mai letto nulla di Mendieta, ma dopo “l’ignobile” (usò
esattamente questa parola) attacco di Juan Brady di qualche mese prima si era
deciso a leggerlo, e peraltro gli era piaciuto.
“Si
sono confrontati di nuovo proprio pochi giorni fa” lo informò l’amico. “Sembra che
abbiano appianato le loro divergenze”.
"Come è successo?"
"C'è stata una serata letteraria alla fondazione Herrera e alla fine si sono stretti la mano".
"Come è successo?"
"C'è stata una serata letteraria alla fondazione Herrera e alla fine si sono stretti la mano".
“Avrà organizzato tutto Brady. Ha capito di aver fatto una pessima figura e adesso ha tentato di rimediare” dedusse quello che ne valutava “ignobile” l’atteggiamento.
Lo
scrittore si alzò rapidamente dal proprio posto a sedere e se ne andò con tale
furia che un cameriere dovette corrergli dietro per fargli notare che non aveva
pagato il conto. Gli allungò una banconota senza neppure fare caso alla cifra
che vi era stampigliata e subito riprese la ritirata a passo svelto, calcandosi con foga il cappello sulla testa per nascondere la faccia dietro la visiera.
(CONTINUA)
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martedì 12 maggio 2015
La polemica tra Juan Brady e Francisco Hernandez Mendieta – seconda parte
Lo
scrittore insultato sembrava svanito nel nulla. Suo padre, dopo aver dato del
“borioso” a Brady, spiegò che Francisco Hernandez era a Bariloche insieme alla
moglie in qualche luogo dove probabilmente non arrivavano né internet né il
gps. Cercava pace.
Anche
Omar Ballesteros, il suo agente, si premurò dapprima di sostenere che Juan
Brady aveva dato prova di “atteggiamento immaturo”, ma poi confermò che lui
stesso non riusciva a contattare Francisco Hernandez e d’altronde lo aveva
preventivamente informato che sarebbe stato irraggiungibile per alcuni giorni.
L’editore
di Mendieta ritenne a sua volta di dover prendere le difese del proprio
scrittore con un comunicato stranamente molto pacato (era probabile che non
intendesse arrischiare un conflitto con l’editore di Brady). Si trattava di un
breve testo lungo neppure una pagina in cui si deplorava il tono aggressivo dell’autore
de L’esercito dei pezzenti, si
definiva “limitativo” l’approccio di Juan Brady nei confronti di uno stile
letterario che aveva la sola colpa di essere diverso dal suo, e gli si
rammentava la grande tradizione della narrativa argentina in cui l’elemento
reale si mescola al fantastico in un magico caleidoscopio all’interno del quale
la finzione romanzesca sconfina nei labirinti onirici della mente: da Borges a
Casares, da Onetti a Cortàzar, fino a Soriano.
Brady
replicò quasi immediatamente tramite il proprio sito internet – il suo editore
continuava ostinatamente a tenersi fuori dal campo di battaglia – sostenendo
che egli provava il massimo rispetto per tutti gli autori citati ritenendoli
tra i migliori maestri della letteratura nazionale, ma che Mendieta non era
minimamente paragonabile ad essi, se non per l’astrattismo delle sue storie (non
certo per le spessore della prosa e la densità simbolica dei significati che
quei grandi sapevano infondere a differenza dell’autore de Il gatto galleggiante sul Mare della Tranquillità).
Mentre
scriveva tale messaggio ebbe un piccolo brivido all’idea che in una nuova
ipotetica intervista gli ponessero domande in merito perché, a essere onesti,
riguardo Cortàzar nutriva le stesse riserve che aveva verso Mendieta e da anni
non toccava un suo libro, perciò se lo avessero trascinato in una dissertazione
su Cortazàr si sarebbe probabilmente tradito con qualche frase inopportuna che
avrebbe dimostrato la sua scarsissima conoscenza di uno dei pilastri della
narrativa argentina moderna. Decise che la sera stessa avrebbe letto qualcosa
di quell’autore canonico per non rischiare figuracce.
*
Intanto
la polemica aveva raggiunto il culmine. Pur mancando uno dei due contendenti, a
combattere per suo conto erano soprattutto vip e gente comune che si
dichiaravano lettori di Mendieta e bollavano come “maleducato”, “arrogante” e “infantile”
Brady e la sua pretesa che essi fossero “incompetenti”.
L’attrice
Beatriz Ghidini dichiarò di aver adorato L’intersecazione
del nulla (pochi ci credettero in verità) e di aver invece trovato
noiosissimo L’ultima missione,
precisando che tuttavia non si era mai permessa di scrivere o dichiarare che
Brady fosse un autore noiosissimo. “Se invece, secondo lui, io sono incompetente
per aver apprezzato un romanzo di Mendieta, beh, preferisco essere incompetente
e leggere un bel romanzo piuttosto che essere competente e annoiarmi leggendo
il romanzo di uno scrittore maleducato!”
Nelle
pieghe delle discussioni emersero però anche alcuni sostenitori di Juan, meno
numerosi e attenti a sottolineare che neppure loro avevano apprezzato la
veemenza da lui dimostrata contro il collega, ma disposti ad ammettere che, insomma,
romanzi come L’intersecazione del nulla
e Il gatto galleggiante sul Mare della
Tranquillità erano a tratti realmente incomprensibili e che in fondo era
stato Mendieta a stuzzicare Brady tacciandolo di incapacità di osare.
Il
commento più divertente – e divertito – fu sicuramente quello di Alfonso
Domenech ‘El lector’, l’allenatore con pose intellettuali del Racing, che
dichiarò che dovendo scegliere uno dei due scrittori come giocatore aggiunto
per la sua squadra avrebbe senza dubbio prescelto Brady per il suo agonismo,
mentre nutriva dubbi sull’utilità in campo del troppo etereo Mendieta.
Il
terzo giorno susseguente al violento attacco subìto, Francisco Hernandez
ricomparve finalmente a Buenos Aires. Subito contattato da numerosi
giornalisti, troncò ogni chiamata sostenendo che avrebbe replicato in forma
ufficiale tramite il sito internet del proprio agente letterario l’indomani.
L’attesa
delle sue parole divenne a sua volta una notizia, sebbene, essendo ormai
trascorsi cinque giorni dall’inizio del tormentone, l’interesse generale
mostrava qualche primo segnale di affievolimento, inevitabile processo di
disinteresse progressivo che si verifica in tutti quei casi in cui i mass-media
bombardano eccessivamente l’utenza a proposito di una specifica news e delle
sue evoluzioni. Fosse stato un omicidio o uno scandalo a sfondo sessuale, la
morbosità dell’uomo medio avrebbe permesso una maggiore durata al picco
dell’interesse collettivo attorno al fatto, ma essendo una mera diatriba fra
due scrittori il suo grado di magnetismo nei confronti dell’audience nazionale
ne risultava penalizzato.
La
replica ufficiale di Mendieta fu l’ultima fiammata in grado di mantenere la
polemica nella top five degli argomenti più cliccati e letti, e financo
discussi dalla gente in strada come argomento di conversazione nei caffè e
nelle sale di attesa. Lo scrittore pubblicò tramite il sito di Omar Ballesteros
l’attesissima risposta che pareva una presa in giro e che invece lui,
successivamente, garantì essere sincera e priva di ironia.
“Sono
gratificato dagli intenti espressi dallo scrittore Juan Brady nella sua
intervista al Clarìn dello scorso
martedì. La trama da lui ipotizzata denota il coraggio creativo che mi ero
augurato sorgesse in lui. Sarò felice di leggere il romanzo quando egli lo avrà
ultimato”.
I
commenti spaziarono dal divertito al deluso. Brady, per parte sua, si limitò a
un tweet acido:
Non potrei mai scrivere una fotocopia
dei suoi romanzetti. Io rispetto i lettori.
L’hashtag
#BradyVSMendieta rimase uno dei più
discussi sino alle prime ore del giorno seguente, e la disputa trovava adeguato
spazio anche su facebook e in vari forum di lettori, corroborata da ulteriori
interventi e prese di posizioni (Beatriz Ghidini scrisse che la classe
dimostrata da Mendieta con la sua elegantissima risposta dimostrava
ulteriormente la sua superiore qualità rispetto a Brady, sia come letterato che
come uomo).
L’indomani,
intorno alle undici, il paese fu sconvolto dalla notizia di un tremendo incidente ferroviario a
Cordoba in cui, secondo i resoconti dei primi soccorritori, avevano perso la vita una ventina di persone. La diatriba fra i due
scrittori, già logorata dalla lunga presenza fra le news di primo piano,
divenne inevitabilmente una sciocca frivolezza nel momento in cui l’intera Argentina si trovava costretta a confrontarsi con il lutto nazionale, le polemiche
sulla sicurezza delle ferrovie e i conseguenti scambi di accuse a sfondo politico fra
i partiti di governo e l’opposizione.
*
Per
sei mesi circa vi fu una relativa calma fra i due contendenti, favorita dalla
loro misurata presenza in contesti mondani e culturali e dall’apparente volontà
di non volgarizzare la questione con ulteriori frecciate. (Forse, più
verosimilmente, erano stati i rispettivi editori a consigliare toni distensivi
per non rovinare l’immagine pubblica dei loro scrittori che rischiavano, in
caso di ulteriori prolungamenti della tenzone, di sembrare due bimbi che
litigano per stabilire chi abbia il pisello più lungo).
Invitato
a una premiazione letteraria a Rosario, Francisco Hernandez Mendieta rispose
seccamente “Non ho voglia di ritornare su tale questione” quando il redattore
di un quotidiano locale gli chiese se avesse avuto modo di chiarirsi con Brady.
Quest’ultimo,
a sua volta, non replicò a nessuno dei commenti sprezzanti che continuarono a
giungergli per alcune settimane da parte di lettori di Mendieta; evitò inoltre
di disabilitare il proprio account su twitter e ricevette in silenzio accuse,
battute salaci e parole sprezzanti.
Nel
mese di febbraio, però, la Fondazione
Herrera di Buenos Aires organizzò una serie di conferenze
incentrate sul valore della denuncia letteraria nella società contemporanea, e
quantunque la disputa fra due autori non fosse, in effetti, un argomento
attinente a siffatto tema, il segretario della Fondazione, Marcelo Urruticoechea,
ebbe l’idea di dedicare una serata a Brady e Mendieta. Nel suo progetto i due
romanzieri si sarebbero potuti finalmente affrontare a viso aperto, su un
palco, con un moderatore che avrebbe posto domande a entrambi evitando nel
contempo il possibile degenerare della discussione (possibilità alla quale non
voleva in nessun modo credere, dando per certo che la civiltà e l’estrema
elevazione culturale dei due letterati avrebbe sicuramente evitato qualunque
caduta di stile).
Approvato
dai soci della Fondazione Herrera, il progetto prese corpo e vennero perciò
contattati con discrezione i due scrittori. Per Mendieta si passò per il
tramite del suo agente perché lui era nuovamente lontano da Buenos Aires e
apparentemente irraggiungibile, sia al cellulare che per posta elettronica. Per
avere il suo assenso occorreva attendere, pertanto la Fondazione si premurò
di organizzare nel contempo una serata alternativa nel caso in cui fosse
mancata la presenza dell’uno o dell’altro contendente.
Ma
non era certo il caso di Juan Brady, che diede immediatamente la propria
disponibilità. Incontrare il rivale davanti a un pubblico qualificato – che
poteva essere, in un certo senso, anche una giuria – era l’occasione ideale per
dimostrare la validità del suo attacco (della sua replica, almeno dal suo punto di vista) ma anche per zittire tutti
coloro che lo avevano criticato per la veemenza eccessiva nei confronti di
Mendieta. Stavolta sarebbe stato pacato come un lord inglese, ma non per questo
meno tagliente.
“Le
faremo sapere non appena avremo la risposta del signor Francisco Hernandez”
specificarono gli emissari della Fondazione.
Ci
vollero cinque giorni, cinque giorni durante i quali Brady non riuscì a
impedirsi di pensare costantemente all’agognato match. Da un lato predisponeva
mentalmente le argomentazioni, immaginava le possibile repliche (impresa ardua
vista l’imprevedibilità di Mendieta) e dall’altro temeva che rifiutasse di partecipare e tutto il suo
sforzo mentale venisse vanificato.
La
sua compagna fu martellante nel ripetergli continuamente di non ossessionarsi
su questa eccessiva volontà di guerra contro il rivale, innervosendo Juan che
sottolineava ogni volta che da parte sua non vi era alcuna “intenzione di
guerra, né odio, né ebbrezza di spargere sangue”, ma solo la volontà di
smascherare un truffatore di lettori indifesi.
Finalmente
Francisco Hernandez accettò l’invito e la serata iniziò a essere pubblicizzata.
Stavolta però non ebbe la stessa eco mediatica, e d’altronde fu Marcelo
Urruticoechea in persona a non voler enfatizzare troppo l’evento nei canali
televisivi generalisti, preferendo che venisse trattato solo dalla riviste
letterarie e dagli inserti culturali dei quotidiani più autorevoli. Insomma,
doveva trattarsi di un duello verbale riservato a un pubblico d’élite, non di
una rozza zuffa da bar di periferia. Il segretario si spinse persino a
incontrare preventivamente i due romanzieri per accennargli nei dettagli come
si sarebbe svolto l’incontro e – fra le righe – pregarli di non lasciarsi
sfuggire di mano il controllo dei propri nervi e della propria lingua.
Il
ventisei febbraio, alle ore diciotto, presenti un centinaio di notabili
culturali della capitale tra i quali gli inviati di Ñ, Contratiempo e della Buenos Aires Review, nonché qualche
intruso politico o appartenente del mondo dello showbiz, lo scontro verbale
diretto fra Brady e Mendieta ebbe inizio.
(CONTINUA)
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racconto
venerdì 8 maggio 2015
La polemica tra Juan Brady e Francisco Hernandez Mendieta – prima parte
La
prima scintilla era partita da Francisco Hernandez Mendieta. Doverosamente
precisando, però, che non era nelle sue intenzioni scatenare una qualsivoglia bagarre. O forse un po’ di ostilità
latente bruciava nelle sue parole, quantunque su un punto – almeno uno –
possiamo essere certi: i due grandi scrittori non si erano mai incontrati di
persona. Entrambi si conoscevano solo tramite l’aura di personaggio pubblico
che li ammantava, ma per qualche bizzarra coincidenza del caso non era mai
accaduto che fossero contemporaneamente presenti a un evento culturale o a una
premiazione letteraria, non si erano mai incrociati financo in luoghi non
connessi alle loro attività.
D’altronde
Buenos Aires è una metropoli estesa come la Catalogna con più
abitanti di Portogallo o Grecia; e la conoscenza diretta fra due abitanti non
di una città, ma praticamente di una nazione, non è un fatto scontato,
tutt’altro.
L’intervista
del Clarìn era incentrata sull’ultima
opera pubblicata da Mendieta, Il gatto
galleggiante sul Mare della Tranquillità. Il giornalista Diego Andretti,
avendo esaurito le domande relative al libro, aveva azzardato un apparentemente
innocuo: “Tra i suoi colleghi c’è qualcuno che segue con particolare
interesse?”
Francisco
Hernandez Mendieta si era concesso alcuni istanti di riflessione prima di
replicare: “Li seguo allo stesso modo in cui certa gente guarda la televisione:
come uno spettacolo di intrattenimento che aiuta a riempire il proprio tempo
libero e del quale a volte si può pensare male senza sentirsi in colpa”.
Andretti
era rimasto incuriosito dal tono poco lusinghiero della risposta, però privo di
riferimenti oggettivi, così aveva insistito con una domanda più diretta:
“Cosa
gliene pare di Juan Brady?”
Aveva
nominato Juan Brady anziché un qualunque altro scrittore perché in quel momento
era il più popolare: il romanzo L’esercito
dei pezzenti era nella classifica dei dieci libri più venduti da cinque
mesi – per molte settimane era stato al primo posto – e sui social network parecchie
discussioni a sfondo libresco vertevano sul titolo in questione e sulle
precedenti opere dell’autore.
Mendieta
aveva anteposto l’usuale pausa di riflessione, stavolta più lunga del solito.
Con prudenza aveva dichiarato che il collega “Segue la tradizione” e poi aveva
aggiunto: “Uno scrittore con le sue capacità potrebbe osare percorsi più
innovativi”.
Il
Clarìn – sia nell’edizione cartacea
che in quella web – aveva intitolato il pezzo con un neutralissimo ‘Intervista a
Francisco Hernandez Mendieta’. Ma alcuni siti aggregatori di notizie avevano
fiutato la possibilità di una polemica, l’argomento che più di qualunque altro
appassiona i popoli, perciò avevano presentato la notizia (se ‘notizia’ si può
chiamare un’intervista dai contenuti tutto sommato sobri e prevedibili) con
titoli assai mirati: “Mendieta stronca Brady”, “Mendieta, che attacco a Brady!”
“Mendieta: ‘Brady, un autore antiquato’”.
La
diffusione delle chiacchiere si accompagna a un’inevitabile distorsione delle
parole originarie, soprattutto a causa di coloro che pur di dimostrarsi trendy
e partecipare alla discussione più in voga del momento vogliono a ogni costo
dire la loro, anche se in effetti non hanno neppure ascoltato – o in questo
caso letto – la frase che ha dato origine alla presunta polemica.
Ventiquattro
ore dopo i salotti del web riportavano ogni genere di deformazione.
Un
tale X.Alarcon, iscritto a 426 gruppi su facebook con più di novecento amici –
ma era presente anche su twitter con circa quattromila followers – aveva attribuito
a Mendieta la frase ‘Brady scrive come un bambino di cinque anni’ e molti dei
suoi contatti erano convinti che lo scrittore lo avesse detto realmente.
Qualcuno si era persino premurato di replicare agli utenti che sottolineavano
l’assenza di tali parole sul Clarìn
che “ovviamente i redattori del quotidiano hanno edulcorato l’intervista per
renderla più presentabile”, chiaro no?
Fu
in questo contesto che Juan Brady apprese la notizia. Lesse attentamente ogni
domanda e risposta, notò la sproporzione fra il testo ufficiale riportato dal
giornale e le rielaborazioni esagerate di certi siti, e tuttavia si infastidì.
C’era un elemento all’origine del suo fastidio: aveva letto un paio di libri di
Mendieta e li aveva giudicati uno schifo. Però non si era mai permesso di proclamarlo
pubblicamente, lo aveva rivelato solo alla sua compagna e al suo editore (ed entrambi
gli avevano consigliato di simulare invece rispetto per un collega
indubitabilmente famoso e stimato).
Perciò,
scoprire che quel sopravvalutatissimo autore di romanzi di merda si era posto
assai meno scrupoli di lui nell’esprimere un giudizio non lusinghiero, lo aveva
fatto infuriare. Tale era il nervosismo di Brady da offuscargli la mente
sull’evidenza che essere tacciati di tradizionalismo non implica alcun attacco
al talento letterario. Anzi, l’invito a essere innovativo in riferimento alle
sue “capacità” implicava una certa stima da parte del collega.
Ma
lui non la leggeva così, lui la percepiva come una frecciata malignamente velenosa.
Più ancora che la frase riservata esclusivamente a lui – Segue la tradizione. Uno scrittore con le sue capacità potrebbe osare
percorsi più innovativi – lo pungolava la frase precedente riferita al
contesto letterario nazionale e agli scrittori argentini contemporanei in
genere: Li seguo allo stesso modo in cui
certa gente guarda la televisione: come uno spettacolo di intrattenimento che
aiuta a riempire il proprio tempo libero, e del quale a volte si può pensare
male senza sentirsi in colpa.
Brady
interpretava tale affermazione in senso offensivo: le parole utilizzate da
Mendieta sottintendevano che le opere dei suoi compatrioti fossero di scarsa
qualità, non paragonabili alla sua immensa bravura… Che arrogante!
Il
sillogismo, quantunque forzato, era inevitabile: Mendieta disprezza tutti i
romanzieri argentini, Brady è un romanziere argentino, Mendieta disprezza
Brady.
Dapprima
si sfogò con la compagna, e lei gli diede ragione ritenendo inopportuno che
Mendieta desse suggerimenti su come scrivere, quasi fosse diventato un maestro
di scuola. Però gli sconsigliò nuovamente di esternare le sue reali opinioni
sul collega ormai diventato rivale.
Juan
Brady telefonò poi all’editore e si lamentò anche con lui, ricevendo uguale
solidarietà e una mezza concessione all’ipotesi di rispondere a Mendieta in
forma ufficiale. Poteva replicare – a titolo personale lasciandone fuori la
casa editrice – utilizzando però l’ironia e senza ricorrere a termini
offensivi.
Juan
non attendeva altro. Le dita gli fremevano come neppure quando iniziava a
elaborare un nuovo romanzo. Si sbizzarrì e nel giro di mezz’ora aveva già
elaborato una ventina di possibili tweet. Verso le sei di sera, finalmente,
l’account @JBrady partorì le seguenti parole:
Chi è F.H. Mendieta? Quello che scrive
capolavori per lettori incompetenti?
Dopo
neanche un’ora gli trillò il cellulare. L’editore lo invitava a cancellare
subito quel tweet. Forse si faceva ancora in tempo a evitare che venisse letto
da troppi internauti…
“No”
sbraitò Brady in risposta. “Mi sono stufato di tenere le palle in un cassetto!”
L’editore
era preoccupatissimo: possibile che il suo autore non si rendesse conto che con
quel messaggio aveva offeso non solo Mendieta ma anche centinaia di migliaia di
argentini che leggevano i suoi libri?
“Sì,
me ne sono reso conto. Voglio che la gente apra gli occhi e capisca quanta
merda ingoia credendola miele ogni volta che legge le vaccate di quello stronzo!”
La
mattina seguente, mentre sull’account @JBrady fioccavano commenti stizziti da
parte dei lettori di Mendieta, Diego Andretti contattò Juan per proporgli
un’intervista.
*
Stavolta
il giornalista mantenne un premeditato atteggiamento istigatore: era
intenzionato a soffiare sul fuoco. Se nel caso precedente era saltata fuori una
dichiarazione a sfondo lievemente polemico all’interno di un’intervista
equilibrata, in questa possibilità di replica offerta a Brady ci fu, al
contrario, una raffica di domande che innescavano deliberatamente la possibilità
di estendere la dimensione della querelle.
Per conto suo Juan Brady non rispose mai in modo da smorzare i toni, deciso a
sfruttare in pieno la chance che gli veniva offerta per insistere con più
durezza nel suo attacco.
“Perché
‘capolavori per lettori incompetenti’?”
“Perché
i romanzi di Francisco Hernandez Mendieta sono delle prese in giro. Un lettore
preparato, una persona matura che comprende il mondo attorno a sé, dopo poche
pagine capisce che quei libri sono una processione di parole decorative messe
elegantemente una dopo l’altra per non raccontare nulla. Solo un adolescente
alle prime letture o un adulto che legge mediamente un libro all’anno e si
lascia influenzare dall’opinione dell’amico che glielo ha consigliato può farsi
fregare da quel nulla”.
“In
che senso racconta il nulla?”
“Basta
analizzare i suoi libri senza il paraocchi della ‘suggestione’, il pregio
immaginario col quale hanno ammantato tutte le sue storie prive di senso. Se si
supera questo stato di ubriachezza forzata e si giudicano i suoi romanzi con la
mente lucida, alla fine vengono fuori per quel che sono: il nulla. Potrei
scrivere anch’io un romanzo alla Mendieta: basta inventarsi una circostanza
surreale un po’ comica, tipo, che so, il fantasma di mia nonna che tutte le
mattine mi appare sulla superficie del latte che mangio a colazione. Poi, per
dieci pagine, mi metto a descrivere con un mare di dettagli inutili le
increspature della pellicola del latte, altre venti pagine per ricordare quella
volta in cui, da bambino, mia nonna mi aveva detto che le cicogne migrano nei
paesi caldi ripetendo lo stesso concetto in sedici modi diversi, altre venti
pagine sulla vita delle cicogne e sulle favole che parlano dei bebé portati in
volo proprio dalle cicogne. Per concludere aggiungo una cosa che non c’entra
niente, qualcosa come: un amico della nonna in gioventù avrebbe voluto sposarla
ma i genitori della nonna la costrinsero a sposare un altro, e infine un
apparente punto di contatto tra le due cose, ad esempio che l’uomo in
questione, crescendo, è diventato ornitologo e si è specializzato nello studio
delle cicogne. Finale: la tazza di latte cade a terra mentre sento un rumore
sul tetto e mi accorgo che una cicogna sta facendo il nido accanto al
comignolo. Ecco cosa è realmente un romanzo alla Mendieta: una buffonata”.
Quest’ultima
risposta non era improvvisata: Brady aveva preparato mentalmente le proprie
motivazioni da esporre nel corso dell’intervista ad Andretti, ed era deciso a
inserirne i concetti a ogni costo, anche forzando il senso della domanda e
replicandogli con discorsi pre-impostati che non c’entravano nulla con quel che
gli veniva chiesto. Tra le varie dichiarazioni anti-Mendieta già caricate nel
fucile della propria bocca e pronte a essere sparate, vi era – appunto – anche una
trama ridicoleggiante per un ipotetico romanzo di Francisco Hernandez, una
parodia che nelle intenzioni di Brady non era affatto una parodia ma – come lui
stesso aveva affermato – una buffonata scambiata per un capolavoro e finalmente
palesatasi per la sua vera natura di buffonata. Lui si proponeva come un
esaminatore di pietre preziose particolarmente esperto che riesce infine ad
aprire gli occhi alle tante persone che hanno acquistato fondi di bottiglia
convinti di avere in mano dei brillanti, e tenta addirittura di insegnargli la
tecnica per distinguere il vetro dal diamante e non essere più ingannati in
futuro.
Aveva raggiunto il suo scopo? Difficile dirlo. Per ora era riuscito, assai più
banalmente, a scatenare un putiferio rispetto al quale le male interpretazioni
dell’intervista a Mendieta di due giorni prima erano al confronto baruffe da
ragazzini. Juan Brady aveva aizzato uno scenario di guerra in cui tutti
avrebbero combattuto, compresi quei personaggi pubblici che non si erano mai
interessati a questioni letterarie. Anzi, i più attivi sarebbero stati proprio
loro: nei giorni seguenti ogni talk show televisivo, persino i notiziari
televisivi e radiofonici, avrebbero dato ampio spazio alle accuse sprezzanti di
Juan Brady e alle opinioni in merito di vari cronisti, presentatori, top model
e calciatori. Qualcuno di loro invocò – inutilmente – una controreplica di
Francisco Hernandez Mendieta.
(CONTINUA)
(CONTINUA)
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domenica 3 maggio 2015
Presentazione del racconto a puntate
Come avevo annunciato il mese di maggio nel mio blog sarà occupato da un racconto a puntate, uno dei racconti relativi all’ebook sul quale sto lavorando. Chiunque si era dichiarato disposto a leggermi e stroncarmi ha la sua grande occasione ;-)
Come già detto i protagonisti di questo progetto sono appunto gli scrittori, gli imbrattatori di carta, gli esternatori di idee, i narratori di emozioni, gli inventori di trame, i cronisti della realtà trasfigurata nella finzione.
Faccio un po’ di spoiler specificamente al racconto che sto per pubblicare sul blog. La narrazione è ambientata in Argentina e ciò costituisce un mio piccolo omaggio a Jorge Luis Borges, uno dei miei autori preferiti. Il grande letterato argentino continua ancora oggi a essere un punto di riferimento centrale per la letteratura del suo paese, tanto è vero che lo scrittore contemporaneo César Aira riferendosi a un altro pur grande autore argentino come Julio Cortázar lo ha definito "un Borges meno bravo".
Perché cito proprio questo aneddoto che ha il gusto di una critica?
Lo capirete leggendo il racconto. Appuntamento fra pochi giorni ;-)
Come già detto i protagonisti di questo progetto sono appunto gli scrittori, gli imbrattatori di carta, gli esternatori di idee, i narratori di emozioni, gli inventori di trame, i cronisti della realtà trasfigurata nella finzione.
Faccio un po’ di spoiler specificamente al racconto che sto per pubblicare sul blog. La narrazione è ambientata in Argentina e ciò costituisce un mio piccolo omaggio a Jorge Luis Borges, uno dei miei autori preferiti. Il grande letterato argentino continua ancora oggi a essere un punto di riferimento centrale per la letteratura del suo paese, tanto è vero che lo scrittore contemporaneo César Aira riferendosi a un altro pur grande autore argentino come Julio Cortázar lo ha definito "un Borges meno bravo".
Perché cito proprio questo aneddoto che ha il gusto di una critica?
Lo capirete leggendo il racconto. Appuntamento fra pochi giorni ;-)
giovedì 6 novembre 2014
L'era dell'esibizionismo globale - 7
AVVISO
IMPORTANTE: LETTURA INADATTA AI BAMBINI
9
I
mass media lo consideravano, inevitabilmente, il quarto attentato della serie.
Anche
le forze dell’ordine ne erano certe, e la tensione saliva sempre di più a causa
delle violente proteste dell’opinione pubblica contro l’incapacità di polizia e
carabinieri di fermare la strage e restituire fiducia ai cittadini.
Il
nervosismo era palpabile: il ministro degli interni era stato sfiduciato da uno
dei partiti della maggioranza; un noto quotidiano aveva lanciato un sondaggio
on line per chiedere la rimozione del capo della polizia dal suo incarico
ricevendo cinquantanove milioni di ‘sì’; il generale in capo dell’Arma aveva
aperto un gruppo su facebook battezzandolo ‘vi chiediamo scusa per la nostra
inefficienza’ (alcuni lo avevano apprezzato, altri lo avevano bollato come una furba
mossa per farsi compatire ed evitare l’argomento dimissioni).
Anche
l’ispettore Berruti, nel suo piccolo, era stato costretto a rinunciare a una
delle tre settimane richieste per agosto perché tutte le ferie erano state
congelate in attesa che si ridefinisse la strategia per riuscire infine ad
arrestare il maledetto attentatore.
L’unico
che manteneva la calma era Doglia.
Da
alcuni giorni non manifestava più segni di apatia: i suoi gesti non erano mai
forzati, gli occhi tralucevano educata attenzione verso ogni parola altrui.
Tuttavia appariva poco coinvolto dalla gigantesca caccia all’uomo.
“Vuoi
dirmi qualcosa?” sbraitò l’ispettore notando lo sguardo insistente del suo vice.
Era appena terminata una nuova videoconferenza tra ministero, servizi segreti e
i colleghi carabinieri, e lo stress montava.
“Posso
prendermi una giornata domani?” domandò con estrema naturalezza Doglia.
Berruti
reagì incredulo e incazzato. “Mi prendi per il culo?”
“Un
giorno. Solo uno. Poi ne prenderò un altro il prossimo mese e uno ad agosto.
Così ti lascio libere tutte le settimane che vuoi”.
“Forse
ti sfugge qualcosa…”
“Che
contributo posso dare io? Non so se ti sei reso conto: in base alla mia proposta
– che tu avevi giustamente predetto essere una stronzata – è saltato fuori un
potenziale sospettato. Passa un giorno, e il mio sospettato diventa la vittima
del quarto attentato. Questo è un segno del destino: quante possibilità
c’erano, a livello di probabilità statistica, che toccasse proprio a lui? Una
su tre milioni? Beh, è successo. Lo vedi? È il fato che mi sta dicendo:
‘Renditi conto di quanto sei coglione: hai elaborato un’ipotesi investigativa
in un momento in cui i sospettati potevano essere migliaia e sei stato
sputtanato immediatamente”.
“Che
sei un coglione è vero” lo insultò Berruti, anche stavolta sforzandosi di dare
un tono ironico che tuttavia non si notava affatto. “Ma in questo momento anche
i coglioni sono necessari, nessuno può assentarsi”.
Doglia
allargò le braccia.
“Certo
che è una coincidenza strana che l’attentato vada a colpire proprio l’uomo che
sarebbe stato indagato se avessero accettato la tua proposta…” sibilò
l’ispettore.
“E
va bene, mi hai scoperto: l’attentatore sono io” cazzeggiò il vice.
“Sta
attento perché io faccio passare pure questa ipotesi. Pur di smuovere qualcosa,
pur di evitare che si arrivi al quinto attentato mentre noi siamo ancora
nell’incertezza più totale, ormai propongo qualunque stronzata al commissario.
Anche te come presunto colpevole”.
“Mah”
ridiventò serio Doglia “io penso che con tutti controlli che stiamo eseguendo
l’attentatore preferirà fermarsi per un po’ di tempo. Anzi, non mi sorprenderei
se quello di ieri fosse stato il suo ultimo attentato…”
“Sì,
adesso proviamo con la speranza! Diglielo al commissario! Il mio nuovo piano è:
attendere! Con un po’ di fortuna il tizio nei prossimi giorni morirà di
vecchiaia e smetterà di piazzare bombe!”
“Potrebbe
succedere” commentò Doglia con un sorriso non troppo sfacciato, sufficiente però
per innescare la rabbia latente di Berruti.
“Ma
vaffanculo! Va bene, te lo concedo il giorno di ferie per domani! Ma solo
perché non ti voglio più avere tra le palle almeno per ventiquattro ore!”
“Grazie”
accettò con sincera gratitudine il poliziotto.
10
Michela
Eranio era già stata informata il giorno precedente.
Suo
padre aveva pochissimi parenti. Li sentiva una o due volte all’anno, ed erano
tutti apparentemente troppo indebitati per permettersi di contribuire alle spese
cimiteriali.
La
ex moglie, da anni residente a Londra, non aveva alcuna intenzione di rientrare
in Italia per organizzare un funerale di cui le fregava meno di niente, neppure
se la richiesta fosse partita dalla figlia, perciò la giovane aveva dovuto farsi
carico delle incombenze economiche da sola, anche se ormai il suo legame col
padre era inesistente e del suo corpo dilaniato le importava poco.
Quando
Doglia si presentò a casa sua lei lo accolse convinta che fosse un dipendente
delle pompe funebri venuto a consegnargli i documenti relativi alle avvenute
esequie.
“C’è
un equivoco: io sono della polizia” si qualificò mostrando il tesserino.
“Oddio,
mi scusi. Ho la testa incasinata con tutte queste rogne che mi sono cascate
addosso negli ultimi due giorni…”
Era
un appartamento piccolo ma ben tenuto, una base d’appoggio per una giovane che
probabilmente trascorreva quasi l’intera giornata (e forse buona parte della
nottata) fuori casa.
Il
poliziotto esordì con la prima fase del discorso che aveva predisposto già
dalla sera prima. “Stiamo indagando sull’attentatore, e ancora non sappiamo se
colpisca con un senso logico oppure no. È possibile che esista un legame fra le
vittime”.
Michela
Eranio lo ascoltava distratta. Si allontanò per inserire una cialda del caffè
nella macchinetta e gli diede le spalle, girandosi una sola volta mentre
attendeva che la tazzina si riempisse.
“Quindi
abbiamo deciso, per sicurezza, di creare un servizio di protezione per i
parenti delle vittime”.
“Vuole
un caffè?”
“Sì,
grazie. Perciò lei dovrà sottoporsi a questo servizio di protezione”.
“Quanto
zucchero?”
“Amaro”.
La
ragazza, senza invitare l’ospite a sedersi, gli porse la tazzina. Lei stessa
d’altronde rimase in piedi, la faccia stanca ma senza alcun ombra di dolore.
“In che consisterebbe?”
“Deve
solo segnalarmi i suoi spostamenti. E anche ogni eventuale situazione sospetta,
tipo gente che la segue o cose del genere. Una volta al mese le verrò a fare
visita. Cerchiamo di indagare e al tempo stesso di garantire la sua incolumità.
Tutto qui”.
Michela
buttò giù il caffè in un’unica sorsata. Secondo l’anagrafe aveva venticinque
anni; la freddezza del suo sguardo ne denotava il doppio.
“Visto
che sono qui”, si arrampicò sugli specchi il poliziotto, “posso permettermi di
chiederle se nei giorni scorsi le è capitato qualcosa di strano, di
inatteso?... Se ha qualche problema ne parli pure, in fondo il nostro compito è
proteggere i cittadini”.
Per
un istante le labbra della giovane si incresparono in un sorriso ironico.
“Di
problemi ne ho parecchi. La mia vita è un casino”.
Doglia
annuì con aria fraterna. “Il mio incarico è vegliare sulla sua sicurezza
personale per questa storia degli attentati. Però, se ne ho la possibilità,
posso fare qualcosa anche per altre situazioni, soprattutto se sono ravvisabili
gli estremi per un intervento della forza pubblica”.
Gli
occhi di Michela lo penetrarono come uno scanner. “Dove sta la fregatura?”
“In
che senso?” replicò il poliziotto con un filo di ansia nella voce. Temette che
la ragazza avesse percepito l’aura delle bugie che lui le aveva appena proposto.
“Arrivi
qui, dici che vieni per proteggermi, ti metti a disposizione…! Troppo perfetto,
c’è qualcosa che non quadra. Io non ci credo al cavaliere senza macchia e senza
paura che si mette al servizio della povera principessa indifesa. E comunque”
precisò “io non sono indifesa. E neanche principessa, vabbé!”
“Aspetti
un attimo…” si stava innervosendo l’uomo.
“L’ultima
volta che ho avuto a che fare con la polizia” lo travolse Michela “mi hanno
chiesto servizi gratuiti… Tu che
intenzioni hai?”
La
tensione alle tempie di Doglia si rilasciò, le labbra si sciolsero in un
sorriso. La ragazza non aveva affatto subdorato la menzogna del fantomatico
programma di protezione: era semplicemente poco avvezza a ricevere forme di
aiuto disinteressato. Aveva sperimentato l’amore incompatibile del padre,
quello finto e furbo del tizio che la aveva inserita nel settore – ormai in
decadenza – della pornografia, quello assente della madre, quello materiale dei
suoi clienti… La ‘solidarietà’ era per lei sinonimo di ‘proposte ingannevoli’ in
cui si nascondevano secondi fini. In fondo anche stavolta lo scenario era
simile, ma il secondo fine non dichiarato del poliziotto era prendersi cura di
una giovane in difficoltà per mantenere la parola data a uno stragista
psicolabile morto suicida. O piuttosto, nel caso specifico dell’istante in cui
era stato suggellato il patto, si trattava di un padre che a modo suo amava
sinceramente la figlia.
“Sono
un poliziotto non corrotto” la rassicurò Doglia. “Evidentemente mi sento un po’
Robin Hood”.
“Ma
quello era un ladro” obiettò Michela. “Rubava e lo sceriffo gli dava la
caccia”.
“In
quel momento era giusto rubare, e il vero ladro era il poliziotto”.
Si
fissarono muti per un istante e quasi contemporaneamente abbassarono lo
sguardo, come due adolescenti intimiditi.
“Insomma,
se serve aiuto” riprese il poliziotto “se per caso si trovasse in qualche
situazione fastidiosa…”
Lasciò
la frase inconclusa per non dare l’impressione di aver curiosato troppo nella
vita della ragazza. Ma lei non aveva nulla da nascondere: : era cresciuta in un
mondo in cui i segreti personali non esistevano più.
“Di
fastidioso c’è uno con cui ho girato qualche filmino sadomaso, che poi mi ha
pure convinto a fare la mignotta, ogni tanto”.
“Ormai
coi filmini non si guadagna niente” sentenziò il poliziotto, “Con tutto il
materiale gratis che si rimedia, nessuno paga per vedere le stesse cose che la
vicina di casa mette on line su dailymotion”.
“Infatti
serviva solo a farmi pubblicità come zoccola. L’ho capito dopo”.
Doglia
finì di sorseggiare il caffè. “In genere quel tipo di soggetti fastidiosi si
spaventano facilmente: basta mostrargli il tesserino e se la fanno addosso. Se lei
me lo chiede…”
“Dammi
del tu per favore, non ci sono abituata al lei!”
“Se
tu me lo chiedi” si corresse subito
il poliziotto “ci vado a parlare e sta pur certa che non ti cercherà mai più”.
Michela
accennò un sì con la testa. “Mi sarebbe utile in questo momento. Però dovrò inventare
qualche altro metodo per guadagnarmi la giornata…”
“Mi
informo anche su questo. Hanno creato un programma di reinserimento per giovani
in difficoltà che… beh, non ti aspettare chissà quali opzioni: commessa
part-time o cameriera nelle ore di punta, robetta di questo genere. Però almeno
porti a casa uno stipendio”.
La
ragazza assentì nuovamente.
“Allora
me ne vado. Per qualunque novità contattami”.
Michela
lo accompagnò sino alla porta, e mentre lui era già sul pianerottolo e le dava
le spalle dopo averla salutata, lei lo chiamò un’ultima volta.
Doglia
si voltò. Negli occhi freddi della ragazza vide brillare, finalmente, una
scintilla di fiducia. I lineamenti si ammorbidirono in un’espressione
amichevole che le dava davvero l’aspetto di una venticinquenne. Anche la voce
risuonò più fresca, più innocente.
“Se
per caso ti capita un giorno libero e non hai niente di interessante da fare…
Beh, insomma, mica devi aspettare che c’è un’emergenza, no? Mi chiami, mi mandi
un messaggino, ci vediamo a un bar e scambiamo due parole”.
Il
poliziotto ricambiò il sorriso. Anche lui sembrava ringiovanito.
“Perché
no?”
11
Camminava
lungo uno stradone di periferia in direzione della fermata della metropolitana:
una squallida distesa di asfalto disseminata di buche e toppe catramose,
attorniata da monoliti di cemento squadrati, scrostati, scavati come formicai e
stipati con migliaia di persone. Eppure guardava il cielo e i pochi inattesi
alberi piantati irregolarmente sui bordi del vialone, e respirava gioia.
Doglia
era leggero, rasserenato. Erano ormai parecchi giorni che la sua mente non si
dissolveva in una nebbia di apatia: il grado di interesse per il mondo che lo
circondava era vigile, costante, privo di punti morti.
Proprio
mentre si rendeva conto di essere più vivo, più coinvolto, il cellulare trillò
vibrandogli nella tasca della camicia. Era un avviso pubblicitario del suo
gestore: quella sera, alle nove precise, avrebbero trasmesso in streaming in
esclusiva, solo per i clienti della rete mobile con abbonamento ‘voice &
wi-fi extralarge’, le operazioni di ricomposizione della salma dell’ultima
vittima dell’attentatore misterioso. L’agenzia di pompe funebri addetta alle
esequie dell’uomo ucciso al villaggio Breda aveva venduto il filmino con le
fasi salienti del loro lavoro: la ricomposizione dei pezzi del corpo, la
collocazione nella cassa zincata, i processi chimici di disinfezione a fini
sanitari.
(Era
una tipica prassi dei necrofori: quando i parenti dei morti richiedevano il
servizio più economico, guadagno minimo per loro, arrotondavano rivendendo il
video con le immagini della loro opera professionale, in fondo si trovava
sempre qualcuno interessato, e stavolta si parlava di una vittima nota grazie
alla sua provvidenziale morte tramite attentato).
Il
sorriso sereno di Doglia si cancellò. “Mi dispiace” mormorò in direzione di una
nuvola in cui avrebbe potuto vagare lo spirito inquieto di Vincenzo Eranio.
“Alla fine ti hanno trasformato ugualmente in un personaggio di dominio
pubblico. Sarai condiviso da milioni di spettatori che ti commenteranno su
twitter. Il tuo cadavere diventerà un hashtag e domani su facebook parleranno
di te. Devi rassegnarti: questo è un mondo complicato che funziona come gli
scacchi, non ha la linearità della dama”.
Scosse
la testa e poi con aria complice sussurrò: “Però sembra proprio che tua figlia voglia
farsi aiutare. È questa la cosa più importante”.
Un
barlume di sole filtrò per un attimo sopra la nuvola, tralucendo un raggio
luminoso che balenò nel cielo simile a un riflesso.
FINE
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