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lunedì 19 marzo 2018

Canzoni dimenticate degli anni '80 - 5

Lucio Battisti è un'icona della musica italiana. Ha sempre cercato di adeguarsi ai nuovi trend creando canzoni al passo coi tempi, evitando di ripetersi e di diventare un monumento a se stesso. Per tale motivo la sua produzione è estremamente diversificata e quindi non apprezzata uniformemente nella sua interezza.
L'evoluzione più controversa - persino per i suoi fans più accaniti - è stata indubbiamente la scelta di 'divorziare' dal paroliere Mogol e di sostituirlo, dopo una breve esperienza con Velezia (pseudonimo della moglie di Battisti), con Pasquale Panella. I testi criptici ed enigmatici del nuovo paroliere sembrano aver influenzato anche le scelte musicali del cantante, dato che i suoi album in collaborazione con Panella sono caratterizzati da brani spiazzanti, eseguiti spesso con sintetizzatori e tastiere elettroniche. Sono canzoni con ritmi talvolta ipnotici, oppure un fluire di suoni che si evolvono per l'intera durata del pezzo senza mai fissarsi in una sequenza orecchiabile. Insomma, l'esatto contrario dei grandi successi nazionalpopolari che avevano scalato le hit parades sino a quel momento.
In effetti Lucio Battisti viene ricordato soprattutto come protagonista degli anni '60 e '70, mentre la sua successiva produzione è considerata di nicchia, forse sin troppo.
Eppure esiste un ultimissimo Battisti "per le masse" agli inizi degli anni '80, un cantautore che ancora cerca il giusto compromesso fra l'easy listening e l'intellettualismo sofisticato. Un Battisti che già fa uso del sintetizzatore ma ancora non rinuncia a chitarra e basso.
L'album Una giornata uggiosa è l'ultimo tra quelli prodotti insieme a Mogol e viene immesso sul mercato discografico proprio nel 1980. Il singolo tratto dall'album che resterà nella memoria collettiva nazionale è l'arcinoto "Con il fiocco rosa", il monologo di un uomo che si appresta a iniziare una convivenza seria, forse per la vita, e ha qualche ultimo dubbio. Ma si rende conto che il futuro lo scopriremo solo vivendo (quante volte vi è capitato di usare o ascoltare questa espressione? ;-)
Però l'album aveva un altro singolo, quello che da il titolo all'intera raccolta. "Una giornata uggiosa" è un brano dallo stile pop con qualche lieve accenno di rock, una canzone in cui un Battisti più arrabbiato del solito da sfogo al tipico momento in cui ci si sente delusi dalla propria vita e dal mondo che ci circonda.
Personalmente apprezzo più questa canzone che non quella del "fiocco rosa", pur pregevole. In questo periodo in cui le giornate uggiose con cielo grigio e pioggia costante purtroppo si susseguono senza tregua, è anche in sintonia con il tempo atmosferico.
Incorporo un video da youtube per chi volesse conoscerla o riascoltarla. La trascrizione del testo, trattandosi di una canzone in italiano, penso che non sia necessaria.

giovedì 25 gennaio 2018

Canzoni dimenticate degli anni '80 - 4

Solo pochi coetanei rammenteranno una band inglese attiva tra la fine degli anni '70 e i primi anni '80 che aveva scelto il nome di Japan, e forse proprio per questo motivo aveva riscosso un discreto successo in Giappone e molto meno in patria. Le loro canzoni avevano uno stile glam, ispirate dal primo David Bowie e Marc Bolan, ma anche da un gruppo a quel tempo famoso come i Roxy Music.
Si presentavano in scena vestiti elegantemente come dei fascinosi dandy, tuttavia la loro musica era tutt'altro che banale o commerciale. Nel 1983, proprio nel momento in cui iniziavano a ottenere consenso anche in Inghilterra decisero però di sciogliere la band. Accadde, più o meno come per i Beatles, per colpa di una donna giapponese (inconsapevole emula di Yoko Ono): Yuka Fuji, fidanzata del bassista Mick Karn, lo mollò all'improvviso perché innamoratasi del cantante David Sylvian.
Comunque, al di là di questa vicenda privata, entrambi i musicisti ambivano ormai a carriere soliste.
Entrambi si cimentarono con la sperimentazione. David Sylvian in particolare iniziò a collaborare con gli artisti della cosiddetta ambient music, visto che all'epoca, fortunatamente, la ricerca di sonorità alternative al pop e al rock era assai più attiva di oggi. Partendo dagli anni '70 con la psichedelia dei primi Pink Floyd e le band elettroniche come i Kraftwerk e i Tangerine Dream, in quel periodo erano apprezzati anche musicisti come Brian Eno, Robert Fripp, Bill Nelson e Philip Glass che creavano colonne sonore ma al tempo stesso producevano e mettevano sul mercato dischi altamente sperimentali.
David Sylvian nel corso degli anni avrebbe prodotto opere importanti come Alchemy: an index of possibilities che per scarsità di fondi uscì solo in musicassetta (e io mi vanto di averne un originale comprato a Londra) e Gone to Earth, un LP doppio al quale parteciparono numerosi altri artisti e che uscì anche in vinile (ho anche questo).
In quegli anni era particolarmente attivo (lo è tuttora in effetti) il musicista giapponese Ryuichi Sakamoto, al quale dedicherò poi un post apposito. Il 1983 fu come già detto l'anno dello scioglimento dei Japan, ma anche quello in cui si verificò un incontro artistico anglo-nipponico grazie a una coproduzione cinematografica.
Il film di Nagisa Oshima Merry Christmas Mr. Lawrence (uscito in Italia col titolo Furyo) raccontava una drammatica storia d'amore omosessuale durante la Seconda Guerra Mondiale in un campo di prigionia dell'esercito giapponese dove erano detenuti dei soldati inglesi. I protagonisti erano David Bowie, Takeshi Kitano e lo stesso Ryuichi Sakamoto che oltre ad aver composto la colonna sonora recitava la parte di un ufficiale giapponese.
Una delle sequenze sonore da lui composte era particolarmente suggestiva cosicché venne l'idea di trasformarla in una canzone con il testo in lingua inglese. Ed ecco la collaborazione fra Ryuichi Sakamoto e David Sylvian, che insieme al musicista giapponese riadattò la melodia diventandone poi il vocalist.


Ascoltandola forse qualche coetaneo se la ricorderà, visto che all'epoca ebbe anche un certo successo. Alla canzone venne dato il titolo "Forbidden colours", lo stesso di un romanzo di Yukio Mishima la cui trama però, seppur incentrata sull'omosessualità, non ha niente a che fare col film di Nagisa Oshima.
Io ho visto il film, letto il romanzo che ha lo stesso titolo, ho diversi dischi di entrambi i musicisti... Insomma, adesso tocca a voi ;-)
Riporto il testo tradotto in italiano e il video originale su youtube con la canzone completa in cui si alternano immagini di Sylvian e sequenze tratte dal film. Buon ascolto!

(Testo: Le ferite sulle tue mani sembrano non guarire mai. Pensavo che tutto ciò di cui io avessi bisogno era credere. Io sono qui, una vita lontano da te, il sangue di Cristo o il battito del mio cuore, il mio amore indossa colori proibiti, la mia vita crede. Anni insensati tuonano, a milioni sono pronti a dare la vita per te, c'è qualcosa che sopravviverà? Mentre lotto con sentimenti che sorgono in me le mie mani sono in terra, sono seppellito dentro me stesso. Il mio amore indossa colori proibiti, la mia vita crede ancora in te. Camminerò in tondo dubitando della terra che ho sotto i piedi eppure mostrerò una fede incrollabile in ogni cosa. Io sono qui, una vita lontano da te, il sangue di Cristo o un cambio nel mio cuore. Il mio amore indossa colori proibiti, la mia vita crede, il mio amore indossa colori proibiti, la mia vita crede in te ancora una volta.)

mercoledì 25 ottobre 2017

Canzoni dimenticate degli anni '80 - 3

Non ricordo l'anno preciso, ma sicuramente era collocato nella seconda metà del decennio ottantesco. In televisione trasmettevano un film horror uscito al cinema nel 1983 di cui si diceva che fosse piuttosto inusuale rispetto alle tipiche trame di quel periodo. Era stato distribuito col titolo Miriam si sveglia a mezzanotte (all'epoca ignoravo che il titolo originale fosse del tutto diverso: The hunger), il regista era Tony Scott e uno dei personaggi era interpretato da David Bowie, per niente a disagio nel confronto recitativo con un mostro sacro come Catherine Deneuve, la protagonista.
La pellicola si dimostrò in effetti tutt'altro che cliché e mi permise tra l'altro di scoprire in ritardo - ormai avevano già sciolto la band - i Bauhaus.


Nella sequenza iniziale del film compare infatti il cantante Peter Murphy che interpreta se stesso mentre canta in una discoteca una canzone assai poco adatta a una discoteca. Il chitarrista Daniel Ash, il bassista David J e il batterista Kevin Haskins non compaiono in scena, una scelta del regista probabilmente dettata dalla volontà di enfatizzare l'inquadratura su Murphy, oggettivamente dotato di un'espressività e di uno sguardo altamente cinematografici.
La canzone eseguita è "Bela Lugosi is dead". Ne rimasi subito colpito e volli poi rimediare il relativo disco per ascoltarla per intero. Era del tutto anti-commerciale: una durata di quasi dieci minuti ripetendo ossessivamente lo stesso riff. Ma la ripetizione cambiava di lunghezza e di intensità, si riproponeva con delle piccole modifiche come le variazioni sul tema di certe melodie classiche, veniva sostenuta dalle distorsioni della chitarra elettrica, dalle dilatazioni infinite delle note del basso, dai colpi sordi e attenuati della batteria, dalla voce ipnotica del cantante. Una sinfonia tetra che celebrava l'attore ungherese noto per aver interpretato Dracula in numerosi film in bianco e nero. Sublime.
Ma non è questa la canzone che intendo proporre poiché non appartiene al decennio ottantesco: uscì come singolo nel 1979.
Il loro primo LP esteso, In the flat field, vide invece la luce nel 1980.
Il pezzo di apertura di un album è quello che introduce l'ascoltatore alla musica in esso contenuta, quindi costituisce di fatto la presentazione ufficiale della band e del suo stile. Reputo perciò assai significativo il primo brano di In the flat field, ovvero "Double dare". Ha un ritmo cupamente gothic rock, in effetti l'intero LP è una litania di tracce musicali cui viene data un'intonazione spesso lugubre.
In basso trovate il testo e il link su youtube.
"Double dare" è una canzone che ad alcuni potrebbe risultare sgradita per le sonorità metalliche rese deliberatamente disturbing (uso un termine inglese perché non ne trovo uno italiano che renda lo stesso effetto). A me invece è sempre piaciuta, sarà che ero e continuo a essere un po' disturbato mentalmente...

(Testo: Io ti sfido a essere reale, a toccare la fiamma tremolante, gli spasimi di un oscuro piacere. Non indietreggiare di fronte alla paura della notte, non tornare indietro ancora una volta dalle destinazioni prefissate. Io ti sfido a essere orgoglioso, ad avere il coraggio di urlare ad alta voce le convinzioni che ti senti dentro come il suono di campane che rintoccano. Io ti sfido a disprezzare la burocrazia e tutte le sue bugie. Nel vuoto, loro guardano nel vuoto, loro non hanno mai il coraggio di sfidare. Io sfido te. Te!)

venerdì 22 settembre 2017

Canzoni dimenticate degli anni '80 - 2

Nel 1983 uscì il film di Francis Ford Coppola Rumble Fish (distribuito in Italia col titolo Rusty il selvaggio). Fu uno dei pochi flop nella carriera del regista italo-americano, benché il cast includesse nomi come Matt Dillon, Mickey Rourke, Diane Lane, Dennis Hopper, Nicolas Cage e Laurence Fishburne. E fu anche l'occasione per l'incontro fra due musicisti anticonvenzionali.
La colonna sonora era stata affidata a Stewart Copeland, batterista dei Police che, dopo il grande successo commerciale degli anni precedenti, erano sul punto di sciogliersi.


Copeland realizzò una soundtrack di grande effetto, interamente strumentale, che venne incisa su un LP intitolato come il film. Volle perciò creare un singolo collegato all'album. Lo realizzò in studio da solo, suonando separatamente chitarra, basso, tastiera e batteria e sovrapponendo successivamente le tracce musicali.
Ma aveva bisogno di un cantante per la parte vocale. E a quel punto la sua strada si incrociò con quella di Stan Ridgway.


Anche lui faceva parte di una band, i Wall of Voodoo, che stava avendo un discreto successo negli Stati Uniti; ma anche lui aveva deciso di tentare una carriera solistica, tanto è vero che tre anni dopo avrebbe pubblicato il suo primo LP individuale, The big heat (al pari della colonna sonora di Rumble Fish, anche questo disco è nella mia collezione di vinili).
La voce così smaccatamente e orgogliosamente americana di Ridgway, ma soprattutto la sua armonica, rendono il singolo in questione davvero particolare, difficile da incasellare in un genere preciso.
Anche stavolta fornisco il testo tradotto e un video incorporato da youtube. Mi direte poi cosa ne pensate di "Don't box me in" (magari la conoscevate già e non l'avevate affatto dimenticata, chissà ;-)

(Testo: Tu cammini, io correrò e ti seguirò. Tu chiami, io verrò e non ricorderò da dove vengo. Laggiù, dove finisce il bancone, questo pesce continua a nuotare in una boccia di vetro. Sento una strattonata alla lenza, dove finirò stavolta? Non rinchiudetemi. Un giorno vi mostrerò come sono davvero. Arriverà un giorno in cui non ricorderò più di cosa avevo paura. E nuoterò in mare, non sbatterò su questo vetro. I miei occhi vedono rosso quando il mio mondo è diventato blu, perciò sto abbandonando tutto, è vero. E salterò in una pelle nuova di zecca e voi non sarete più in grado di rinchiudermi. Non rinchiudetemi. Fatemi andare! Ci sono un bel po' di posti nei paraggi in cui non sono mai stato, c'è un oceano qui fuori in cui devo nuotare, c'è un fiume che scorre proprio accanto alla mia porta. Mi chiedo... cosa? E se a volte sembra che io non possa parlare, allora saprete che a questa lavagna manca un gessetto. Non rinchiudetemi, ve lo dico, non rinchiudetemi. Fatemi andare!)


mercoledì 6 settembre 2017

Canzoni dimenticate degli anni '80

Mi concedo un ulteriore argomento per bloggare, un ambito sinora a malapena sfiorato: la musica.
Nel quotidiano è una forma d'arte (ma anche intrattenimento, certo) assai importante per me: l'ascolto di musica in sintonia coi miei mutevoli stati d'animo è una meravigliosa risorsa per bilanciare certi congeniti squilibri umorali.
Per tentare d'essere originale, nonché per conoscenza anagrafica diretta (con un pizzico d'inevitabile nostalgia) proporrò all'attenzione degli internauti canzoni meno note degli anni '80, decennio non proprio memorabile musicalmente, ma neppure totalmente privo di interesse.
E comincio citando un gruppo che forse non tutti ricordano: Siouxsie and the Banshees.


Formatisi a Londra alla fine degli anni '70 durante l'ondata punk (la cantante Susan Janet Ballion, in arte Siouxsie Sioux, e il bassista Steven Severin erano fans dei Sex Pistols e li seguivano ovunque) la band all'inizio apparteneva a quel genere. Successivamente però cominciò a sperimentare musiche più cupe, ritmi ossessivi e ipnotici, testi basati sul mistero e il torbido. Stavano creando un nuovo stile che poi verrà battezzato dark. Da notare che per alcuni mesi il chitarrista della band fu Robert Smith, il fondatore dei Cure, che poi diventeranno la band più iconica della dark music anni '80 e probabilmente anche quella con maggior successo commerciale.
La canzone dei Siouxsie and the Banshees che mi piace rammentare appartiene al loro terzo album, Kaleidoscope, registrato con una formazione rinnovata al 50% (nuovo batterista e nuovo chitarrista) e già intriso di atmosfere gotiche. Viene considerato infatti uno dei primi dischi prettamente dark (basti ascoltare le sonorità inquietanti di pezzi come "Tenant" o "Red light").
Ma la canzone in questione è piuttosto un alternative pop se mi consentite questa definizione. Concepita come primo singolo dell'album (con successo limitato: non riuscì neppure a entrare nella top ten delle vendite) "Happy house" è uno stupendo ricamo sonoro, un ordito formato dalla chitarra di John McGeoch, il basso di Steven Severin e la batteria di Peter "Budgie" Clarke, che mettono in musica una "casa felice" totalmente illusoria. Superba la voce di Siouxsie.
Il testo (lo riporto tradotto più in basso) esprime con humour acido il fastidio della cantante verso quelle famiglie da sitcom nelle quali tutti sembrano perfetti. Per lei, nata in un remoto sobborgo di Londra dove le ragazzine rischiavano di subire molestie sessuali in pieno giorno (e a lei capitò), cresciuta in una famiglia composta da un padre disoccupato e perennemente ubriaco, una madre stressata e anaffettiva e due fratelli anagraficamente troppo più grandi per poterci empatizzare, la cosiddetta "famiglia perfetta" doveva sembrare una presa in giro.
La canzone resta bella in senso atemporale a mio modesto avviso, quindi anche togliendola dal contesto degli anni '80 (proprio l'inizio peraltro: l'album uscì nel 1980). Il suo unico difetto è il video, girato con lo scopo di mettere in scena grottescamente la "casa felice" del titolo: lo scenario vorrebbe essere quello di una ridicola fiction/cartone animato (tipo quel che sarà qualche decennio dopo "Il fantastico mondo di Patti" per capirci ;-) ma il risultato appare simile a un cortometraggio amatoriale girato in modo dilettantesco... (Consiglio: la prima volta ascoltatela senza guardare il video, se vi incuriosisce guardatelo dopo).
Lasciando comunque da parte il corredo delle immagini, quel che conta è la musica, che io reputo priva di difetti. Potete ascoltarla tramite il citato video incorporato in fondo al post (fonte: il canale youtube di VEVO).

(Testo: Questa è la casa felice. Siamo felici qui, nella casa felice! Oh, è così divertente! Siamo venuti a giocare/suonare nella casa felice e sprecare una giornata nella casa felice. Qui non piove mai! Siamo venuti a urlare nella casa felice! Siamo dentro un sogno, nella casa felice! Siamo tutti pressoché in buona salute. Questa è la casa felice, siamo felici qui. C'è spazio per te se fai come noi, ma non dire di no o te ne dovrai andare. Non abbiamo fatto nulla di male indossando i nostri paraocchi, sei al sicuro e tranquillo se canti con noi. Questa è la casa felice. Siamo felici qui, nella casa felice! Per dimenticarci di noi stessi e fingere che tutto vada bene, che non ci sia l'inferno... 
...Sto guardando attraverso la tua finestra...)