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lunedì 6 febbraio 2012

Rarità - 4

Evaristo Carriego è conosciuto come... personaggio letterario, essendo il protagonista del libro omonimo di Jorge Luis Borges, un libro in cui lo scrittore argentino rievoca la vita di fine secolo a Buenos Aires.
Ma non è una fiction, è una sorta di biografia, perché Evaristo Carriego è esistito davvero (1883-1912), ed era un poeta.
Anzi, era il tipico poeta: pallido, emaciato, malaticcio, straordinariamente romantico e sempre alla ricerca della parola giusta.
Per quanto ne so le sue poesie non sono mai state tradotte in italiano, probabilmente perché non particolarmente rilevanti né per influenza letteraria né per qualità. Tuttavia, nel mio blog gli concedo diritto di cittadinanza, e propongo un suo sonetto.

EL CLAVEL
Fue al surgir de una duda insinuativa
cuando hirió tu severa aristocracia,
como un símbolo rojo de mi audacia,
un clavel que tu mano no cultiva.
Quizás hubo una frase sugestiva,
o viera una intención tu perspicacia,
pues tu serenidad llena de gracia
fingió una rebelión despreciativa...
Y, así, en tu vanidad, por la impaciente
condena de un orgullo intransigente,
mi rojo heraldo de amatorios credos
mereció, por su símbolo atrevido,
como un apóstol o como un bandido
la guillotina de tus nobles dedos.



IL GAROFANO
Accadde al sorgere di un dubbio insinuativo
che la tua severa aristocrazia venne ferita,
come un simbolo rosso della mia audacia,
da un garofano che la tua mano non coltiva.
Forse ci fu una frase suggestiva,
o la tua perspicacia subdorò un’intenzione
e allora la tua serenità piena di grazia
finse una ribellione dispregiativa…
E così, nella tua vanità, per l’impaziente
condanna di un orgoglio intransigente,
il mio rosso araldo di preghiera amorosa
meritò, per la sua simbolica insolenza,
- come fosse un apostolo o un bandito -
la ghigliottina delle tue nobili dita.

martedì 24 gennaio 2012

Rarità - 3

Lo scrittore Roberto Arlt (1900-1942) è stato uno degli autori più influenti nell'Argentina moderna. Il suo romanzo più famoso, El juguete rabioso, è stato tradotto in diverse lingue compreso l’italiano. Ma Arlt ha scritto altre opere, ed era inoltre giornalista, e molti suoi articoli di fondo sono ancora oggi ripubblicati in raccolte antologiche. In effetti la loro vividezza nel saper descrivere la vita quotidiana a Buenos Aires negli anni ‘30 é letteraria più che giornalistica.
Questo articolo che propongo di seguito, pubblicato sul quotidiano El Mundo il 21 marzo del 1929, esprime benissimo l’ “argentinità”, il modo di essere tipico degli abitanti del grande paese sudamericano, ovvero l’attitudine alla passionalità estrema temperata da una sorta di malinconia latente. L’articolo in questione – apparentemente – non era mai stato tradotto in italiano.

ADDII
Sere fa, accompagnando un amico alla stazione ferroviaria Pacìfico, mi è capitato di assistere a una scena singolare che mi ha fatto pensare che, unendola a un’altra che ricordo, ci si può scrivere un articolo.
Questo è il fatto:
Un uomo e una donna. La donna sui trent’anni; lui aveva l’aria di un commesso viaggiatore, o di chi deve cambiare città, o forse qualcosa di peggio. Vai a sapere cosa! Comunque stavano discutendo. Lui, come si dice abitualmente, faceva il conto alla rovescia controllando quanti minuti mancavano perché il treno partisse. La donna aveva qualcosa da recriminare. Capivo che ce l’aveva con lui perché noi uomini sfoderiamo sempre un certo sorrisetto cinico quando una donna ci dice, con le lacrime agli occhi, che siamo canaglie o mascalzoni.
Perché un uomo sorride così? Non so spiegarmelo. Però basta che la donna incominci un discorso in tono tragico perché nasca questa gran voglia di ridere; ridere non della donna, ma della figura ridicola che si sta facendo davanti agli altri: passano, spalancano la bocca e guardano con occhi sdegnati, come se fosse un crimine far piangere una donna.
Dunque…
Ebbene, quella sconosciuta piagnucolava, e l’uomo si limitava a dire le frasi banali che sono quasi obbligatorie quando ci si vuol togliere un dente cariato... Sì: io scorgevo nello sconosciuto questo atteggiamento di soddisfazione occulta, e la donna se ne rendeva conto a sua volta; se ne rendeva conto così bene che all’improvviso ha cominciato ad agitare le mani, a dire cose che – mi ci giocherei la testa – saranno state tipo:
“Tu sei uno spudorato. Mi avevi fatto delle promesse, e adesso te ne vai. Te ne vai, e io mi ucciderò. Sì: mi ucciderò. Non amerò mai più nessun altro…”
“Beh, tesoro: in effetti se ti ammazzi come potresti amare un altro?”
“Sta zitto! Sei cinico… L’uomo più spregevole che io abbia mai conosciuto…”
“Ah, quindi ne hai avuti altri…”
Come si può capire, un dialogo di questo genere non può prolungarsi più di tanto senza che la donna non arrivi a minacciare di svenire o di provocare uno scandalo. È a quel punto che lo sconosciuto sorrideva. Sorrideva con un sorriso doloroso, gioviale, cinico, mentre i suoi occhi dicevano, più o meno:
“Lo vedete? Io non ho colpa. Però che devo fare? Lo sapete che le donne sono fatte così…”
Quando, infine, gli ultimi fischi del capostazione annunciarono che il treno stava partendo, l’uomo respirò. La donna cominciò a piangere a dirotto mentre lui, approfittando del lento movimento dei vagoni, si congedava con le ultime bugie consolatorie. Ma lei girò la testa senza rispondere, e io invece riuscivo a vedere il volto dell’uomo che sorrideva pregustando il sollievo della lontananza.
Un bacio
Una scena che non dimenticherò mai – e sono già passati diversi anni – è stata questa:
Mi trovavo in un vagone del convoglio che va da Córdoba a Río Cuarto. Mancavano tre minuti alla partenza del treno quando arrivò una soubrette che si era esibita nel teatro di quella città. La accompagnava l’impresario teatrale, e all’improvviso, davanti a tutti i passeggeri, l’uomo afferrò la testa della donna e le diede un bacio. Ma era un bacio lungo, disperato; un bacio in cui si intravede l’elevazione dell’anima verso un sollievo che però è destinato a concludersi. Noi tutti passeggeri eravamo perplessi, accusavamo una sensazione quasi dolorosa.
Poi il treno partì.
Quarantotto ore dopo, a Río Cuarto, mentre sto in un caffè, afferro un quotidiano del giorno prima. Lo leggo e di colpo resto paralizzato. Il giornale riportava la notizia del suicidio dell’impresario del teatro dove si era esibita la soubrette. Ho lasciato stare il quotidiano e mi sono messo a riflettere. Adesso si capiva il senso di quel bacio. L’uomo, mentre si recava alla stazione, sapeva che era l’ultima, l’ultima e definitiva volta in cui avrebbe guardato e baciato quel volto che in chissà quante altre città avrebbe ancora sparso la sua vita libera fatta di musica.
E all’improvviso questo spettacolo prese talmente vita nella mia immaginazione che per tantissimo tempo non riuscì a separarlo dai miei ragionamenti. Avevo assistito agli ultimi momenti di vita di un suicida, di un uomo che non aveva lasciato nessun messaggio scritto e apparentemente non aveva motivi per suicidarsi.
Tristezza degli addii
Il fatto è che non c’è niente di più triste degli addii. Soprattutto in certe stagioni e periodi dell’anno.
Qualcuno rimane e qualcuno parte.
Il piccolo corteo che cerca di rendere piacevoli gli ultimi momenti di un malato alla stazione. La ragazza che parte per la cordigliera. Le amiche che la guardano, a metà fra il costernato e il curioso, gli sconosciuti che passano e si soffermano a osservare un volto bagnato dalle lacrime. Fischi di treni che arrivano e partono; tumulto di folla; sibili di vapore che sono come un forte inno di vita, mentre il povero essere umano accovacciato sul sedile comprende che la vita sfugge alle sue speranze.
Tristezza degli addii fra grandi tratti d’ombra e luci verdi e rosse; fazzoletti che battono con rassegnazione su braccia oblique; teste che si affacciano al finestrino sino a quando il convoglio scompare nelle luccicanti curve delle rotaie, la sola cosa visibile nell’oscurità della notte; il fanale che oscilla per un attimo e scintilla. E poi ombra, non più rumori, non più luce, non più stridore. E la vita che continua col suo ritmo di sempre…

lunedì 16 gennaio 2012

Rarità bis

Proseguiamo con le rarità.
Di Hector Hugh Munro detto “Saki” (1870-1916) avevo già tradotto qualcosa (vedi qui e qui). Il racconto che segue (che a quanto mi risulta non ha traduzioni italiane esistenti) venne pubblicato nel 1910, non è politicamente corretto, e fa pensare che l’autore sia stato il classico inglese imperialista e razzista di inizio ‘900. Avendo letto altri racconti di Munro, posso garantire che è ugualmente irrispettoso, razzista e qualunquista anche quando parla dei suoi connazionali…
In questo caso il suo bersaglio è la Turchia (anzi, l’Impero Ottomano) ancora arretrato ma in fase di modernizzazione… forse.

UNA GIOVANE CATASTROFE TURCA (*) – IN DUE SCENE
Il Ministro delle Belle Arti (al cui Dipartimento è stata ultimamente aggregata la nuova sottosezione dell’Ingegneria Elettorale) ebbe un incontro di lavoro col Gran Visir. Rispettando il galateo levantino, prima di parlare di cose serie discussero un po’ di argomenti più frivoli. Il Ministro però si astenne dal fare riferimenti alla gara di maratona in corso, poiché ricordava che il Gran Visir aveva una nonna persiana e pertanto ogni allusione a una Maratona (**) poteva suonare inappropriata. Alla fine il Ministro spiegò il motivo della sua visita.
“Con la nuova costituzione, le donne possono votare?” domandò improvvisamente.
“Le donne che votano?” esclamò il Visir sbalordito. “Mio caro Pascià, il nuovo corso politico ha già sentore d’assurdo così come è; non rendiamolo ulteriormente ridicolo. Le donne non hanno né anima né intelligenza, perché dovrebbero avere il diritto di voto?”
“Lo so che suona assurdo”, rispose il Ministro “Eppure in Occidente stanno seriamente valutando questa possibilità”.
“Allora dispongono di una dose di imperturbabilità superiore a quella che gli attribuivo. Ho trascorso un’intera vita sforzandomi di mantenere sempre un rigoroso contegno, eppure ho difficoltà a trattenermi dal ridere al solo valutare questa proposta. Inoltre la maggior parte delle donne del popolo non sanno né leggere né scrivere. Come potrebbero partecipare alle operazioni di voto?”
“Gli si potrebbe mostrare la scheda coi nomi dei candidati, indicandogli il punto in cui devono apporre una croce”.
“Chiedo scusa?” lo interruppe il Visir.
“Volevo dire: in cui devono apporre una mezzaluna”, si corresse appena in tempo il Ministro. “Questo farebbe piacere al partito dei Giovani Turchi”, aggiunse.
“Oh beh” commentò il Visir, “Tanto vale andare sino in fondo e rassegnarci a questa porcat…” (si interruppe prima di pronunciare il nome di un animale impuro) “ehm, questa cavolata. Darò istruzioni affinché alle donne sia permesso votare”.
***
Le operazioni di voto stavano per concludersi nel seggio di Lakoumistan. Il candidato dei Giovani Turchi era in vantaggio di tre/quattrocento voti, e stava già scrivendo la bozza del discorso di ringraziamento agli elettori. La sua vittoria era quasi annunciata, perché lui aveva messo in moto i classici meccanismi delle campagne elettorali occidentali. Aveva persino noleggiato dei tassì. Pochissimi fra i suoi sostenitori si erano recati al seggio utilizzando questi mezzi di trasporto, però grazie alla guida mirata degli autisti era riuscito a fare in modo che parecchi sostenitori del suo avversario politico finissero al cimitero, o in ospedale, o comunque non fossero più nelle condizioni di poter votare. Ma all’improvviso accade qualcosa di imprevedibile.
Il candidato rivale, Alì il Benedetto, arrivò al seggio con tutte le sue mogli e rispettive suocere, che erano all’incirca seicento. Alì non si era preoccupato di organizzare comizi, però aveva sparso la voce che chiunque avesse votato il suo oppositore sarebbe volato nelle acque del Bosforo chiuso dentro un sacco.
Il candidato dei Giovani Turchi, che si era uniformato all’uso occidentale di avere una sola moglie e praticamente nessuna amante, assistette impotente al rovesciamento dei risultati dello spoglio, con la maggioranza dei voti che passava ad Alì.
“Crist… oforo Colombo!” esclamò, invocando in modo confuso un noto viaggiatore, “Chi mai l’avrebbe potuto immaginare?”
“Curioso eh?”, scherzò Alì. “Colui che ha così eloquentemente sostenuto l’importanza del Voto Segreto, è stato sconfitto dalle Votanti Segregate… dietro un burkha”.

(*) Riferimento ai Giovani Turchi, movimento politico che si proponeva di modernizzare e occidentalizzare l’Impero Ottomano agli inizi del XX secolo. Col tempo riuscì nei suoi scopi, ma all’epoca in cui venne scritto il racconto (1910) le sue probabilità di successo apparivano ardue, e H.H. Munro ci scherza sopra.

(**) La celebre battaglia in cui l’esercito ateniese sconfisse le armate persiane.

domenica 8 gennaio 2012

Rarità in italiano

In attesa di idee migliori, provo a creare un nuovo tag senza scadenze fisse dedicato alle rarità letterarie, ovvero agli scritti apparentemente mai tradotti in italiano. Ovviamente posso sbagliare, e spacciare per "mai tradotto" qualcosa di già pubblicato nella nostra lingua, ma garantisco che non si tratterà mai di millanteria, bensì di banale incompetenza del sottoscritto, una qualità che non ho mai negato di possedere.
Vorrei cominciare con Senryu Karai (1718-1790) poeta giapponese creatore degli haiku satirici. Gli haiku tradizionali sono componimenti lirici e hanno come riferimento le stagioni e la natura. Senryu Karai invece utilizzò la struttura metrica di queste tipiche poesie giapponesi per dare forma ai suoi guizzi ironici, in una maniera che per certi aspetti rammenta gli epigrammi della tradizione classica occidentale. Questo tipo di composizione viene ancora oggi chiamato senryu in suo onore, e si distingue dagli haiku. Per quanto ne so, non esistono traduzioni italiane dei suoi componimenti. Ne propongo alcuni, tratti però da una versione inglese (direttamente dal giapponese purtroppo mi è impossibile…)

“Presto ci sarà
un’affascinante vedova” – è il pettegolezzo
che gira fra i medici.

Mentre va al lavoro
il ladro fa alla moglie:
“Chiudi a chiave prima di andare a dormire!”

Il lavandaio:
un uomo che mangia
grazie al sudiciume dei vicini.

Qualunque cosa lui riferisca
chi lo ascolta
deve applicarci uno sconto del 50%.

A giudicare dalle immagini
l’inferno sembra
più eccitante che qui.