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mercoledì 9 ottobre 2013

Concorso letterario "Marvellous Hotel"

Un altro concorso letterario è apparso nel web.
A proporlo è Paolo, il blogger del Midnight Corner, ed è incentrato sulle vicende che possono accadere nelle stanze del Marvellous Hotel, ovviamente affidate alla fantasia dei partecipanti.
Le regole per partecipare le potete trovare qui.
Prenotate la vostra camera e scegliete l'avventura che volete raccontare...

sabato 5 ottobre 2013

Concorso letterario "Distopie Impure"

Ancora una volta Alex Girola lancia un'iniziativa letteraria proponendo un concorso in cui occorre raccontare un futuro distopico...
Pur consapevole dei miei limiti e della mia preparazione aabastanza parziale in questo genere di narrativa, parteciperò ugualmente con un mio scritto.
Ovviamente spero che tanti altri aderiscano e che sia una nuova occasione per mettere in luce qualche talento nascosto.
Per sapere esattamente quali sono le regole, i premi e tutto il resto, vi linko direttamente il bando del concorso.

lunedì 4 febbraio 2013

Concorso 3Narratori

Visto che parteciperò al concorso 3 Narratori del blogger Solomon Xeno, mi sembra giusto dargli un po' di visibilità. Se vi piace scrivere

opere di genere fantastico, sia nelle tre principali declinazioni (fantasy, fantascienza e horror) sia nei suoi sottogeneri più recenti

 potete cimentarvi. Io ci sarò ;-)

mercoledì 19 dicembre 2012

Esiti concorso HydroPunk

Sono usciti ieri i risultati del concorso HydroPunk, e a quanto pare Alessandro Forlani quest'anno vuole vincere davvero tutto.
Nel mio piccolissimo, sono riuscito a piazzare l' "Arcipelago di Ulisse" tra i racconti che verranno inseriti nell'antologia del concorso. Come regalo di Natale può andar bene :-)

mercoledì 12 dicembre 2012

Il concorso di Ferruccio

Anche quest'anno partecipo al concorso di Ferruccio per la creazione di un mini racconto su uno dei propri autori preferiti. Io ho scelto Luigi Pirandello.
Ecco il mio contributo: 

Pittore Intenso, Romanticamente Anarchico, Nicola Dionisi Era Lucido, Lucidissimo. Ormai aveva deciso, senza indugi, di compiere quel gesto che pareva folle e invece era stato coscientemente meditato. 
"Sono stanco di vendere quadri solo perché le mogli di pasciuti borghesi invocano la presenza della mia bella faccia nei loro asettici salotti, inseguendo seduzioni di cui vantarsi con le loro simili. Non so cosa farmene di mecenatesse in calore che apprezzano i miei lineamenti e schifano quel che dipingo".
E con un colpo di rasoio netto aveva sfregiato la sua avvenenza. Un taglio obliquo sull'angelico volto ruscellava sangue, appena tamponato da una benda intrisa di rosso.
"Adesso scoprirò se qualcuna d’esse realmente ama la mia arte".

lunedì 9 luglio 2012

L'arcipelago di Ulisse - seconda parte

Nei giorni successivi i primi ricordi affiorarono nella mente di Georg, ma senza un ordine o una qualsivoglia logica. Erano semmai immagini slegate fra loro: scene viste dall’alto di sagome femminili che nuotavano in acque sporche di carburante, zampilli d’acqua sollevata dalle mitragliere attorno ai colpi sinuosi, fiammeggianti relitti dei velivoli schiantati in mare.
E poi situazioni più personali: l’abbraccio materno di una donna più grande di lui, la visuale aerea di una città sepolta dall’acqua con la guglia di una chiesa che emergeva come uno spuntone dalla superficie liquida… E poi altri eventi confusi e indefiniti: bambini in lacrime, lunghe carovane di gente coi propri bagagli in ordinate file su strade in salita, infiniti tornanti di marce forzate verso alte montagne. E una voce che ripete piagnucolante “Potevano smetterla di gettare petrolio in mare e farle contente!”
Sì, farle contente. In fondo le ‘femmine marine’ non chiedevano granché. Ma senza il petrolio come si poteva continuare a muovere le automobili, le navi, le industrie, in poche parole: il progresso?
“Come si sente oggi?”, gli domandava tutte le mattine il dottor Freud.
“Confuso”, rispondeva quasi sempre Georg.
Dopo il decimo giorno, il maresciallo Manfred Von Richtofen si rifiutò di attendere oltre.
“Siamo in guerra, abbiamo bisogno di ogni uomo valido”.
“Capisco”.
“Oggi ti sottoporrai a una prova di volo insieme a me, ma ti premetto per esperienze precedenti che in genere la capacità di pilotaggio rimane invariata. Le puttane cancellano il bagaglio dei ricordi individuali, la tua vicenda personale per così dire. Ma le acquisizioni della mente, tipo il saper parlare una lingua straniera o suonare il pianoforte, normalmente non viene intaccato. Dico bene, herr Freud?”
Il dottore confermò. Ma restava dell’opinione che il giovane era stato toccato a livelli più profondi dall’esperienza di prigionia presso le sirene. Qualcosa di invisibile nei recessi della sua anima si era irrimediabilmente spezzato.

Il mattino dopo, all’alba, le squadriglie erano pronte a levarsi in volo.
I Fokker del gruppo JASTA guidati dal ‘Barone Rosso’ Manfred Von Richthofen, i Phonix austro-ungarici capitanati da Benno Von Fernbrugg i Caudron G4 dei francesi, i Morane-Saulnier del gruppo misto, i Sopwith Camel dell’Impero Britannico – ormai privo delle due isole principali e trasferitosi in ciò che ancora emergeva del Canada – scaldavano i motori bruciando il sempre più scarso combustibile a loro disposizione.
Le bandierine garrivano al vento sulla pista di decollo di Monaco di Baviera, una delle poche grandi città dell’Europa meridionale salvatasi dall’innalzamento delle acque grazie alla muraglia alpina. Data la sua vicinanza col sempre più insaziabile Mar Mediterraneo, era la base di partenza ideale per l’armata multinazionale volante che tentava di arrossare l’azzurro marino col sangue delle puttane fino a spingerle alla rinuncia del loro apocalittico progetto.
L’ufficiale diede il segnale. Le alate macchine di metallo forgiate dalle industrie Siemens e Krupp si innalzarono in cielo, rotta sud-est, obiettivo l’Arcipelago di Ulisse. Il nome era stato imposto dall’autoritaria volontà di Von Richthofen, fermamente convinto della coincidenza fra le omeriche sirene e le attuali nemiche del genere umano. La scelta aveva una valenza simbolica: così come il grande navigatore Odisseo era sopravvissuto alle perfide femmine marine, allo stesso modo vi sarebbero riusciti anche i suoi millenari discendenti.
Georg Trakl era al comando del suo mezzo.

Le squadriglie avanzavano compatte nella luce cristallina del giorno, sorvolando una quantità enorme d’acqua sotto la quale giacevano Venezia, Spalato, Ragusa, Durazzo, Atene. Sporadiche cime montuose, ormai trasformate in isole, emergevano come rare testimonianze delle antiche terre emerse.
Ma perché antiche? L’innalzamento delle acque aveva avuto inizio in maniera graduale, ma costante, esattamente nove anni prima. Il primo gennaio 1910 il mondo era ancora identico a ciò che era stato per secoli. Poi era cominciata la scomparsa lentissima delle coste, l’inevitabile abbandono delle pianure trasformatesi in lagune e la permanente ridefinizione della terraferma sugli atlanti geografici, operazione che diventava di giorno in giorno più complicata per i cartografi. Le navi avevano di fatto smesso di navigare per evitare di essere affondate dalle puttane che, a loro piacimento, scatenavano improvvise ondate. Solo i dirigibili potevano trasportare merci da un luogo all’altro senza timore alcuno di essere colpiti, poiché anche le micidiali folgori delle sirene avevano una gittata di poche decine di metri, inferiore all’altezza di volo degli zeppelin.
Così, per via aerea, si alimentavano in parte i commerci mondiali, ma in misura assai inferiore alle necessità. Inoltre la sottrazione di migliaia di ettari di terre coltivate, invase dall’avanzante acqua salata, aveva drasticamente diminuito le risorse alimentari causando centinaia di migliaia di morti per denutrizione, soprattutto nelle colonie in Africa e Asia. Ma la Società della Nazioni era stata ferma e risoluta: l’umanità non si piega ai ricatti, tanto meno a quelli di mostruose creature nascoste sotto l’apparenza di eteree beltà femminili, e rinunciare al petrolio e ai suoi infiniti utilizzi come carburante era valutata un’opzione inaccettabile. La risoluzione era stata approvata nel dicembre del 1911 e riconfermata più volte durante gli anni seguenti, l’ultima il 16 marzo del 1919, nel corso della prima seduta tenutasi all’interno della nuova sede della Società delle Nazioni, negli altopiani delle Montagne Rocciose.
“Oliate le mitragliere, mes amis!” urlò René-Paul Fonck non appena cominciarono a scorgere i bianchi faraglioni che punteggiavano l’Arcipelago di Ulisse.
“Si aprano le danze!” aggiunse Oswald Boelcke, e un attimo dopo azionò lo speciale grammofono a prova di vibrazioni che si era fatto montare sul suo triplano. Era stata un’idea di Lothar-Sigfried Von Richthofen, forse meno carismatico di suo fratello Manfred ma dotato di una fervente fantasia. Poiché le puttane irretivano le menti degli uomini con la suadente melodia delle loro invisibili voci, lui aveva proposto di dotare i velivoli di musica a tutto volume: una difesa acustica contro l’insidiosa arma ipnotica.
In realtà l’ammaliamento sonoro avveniva solo a brevi distanze: una sirena doveva trovarsi a pochi passi dalla sua vittima per soggiogarla, e un pilota d’aereo non correva alcun rischio. Tuttavia Lothar si era intestardito a sperimentare tale opzione, ed aveva convinto anche i compagni di squadriglia. Solcare il cielo e le nuvole accompagnati dalle immortali sinfonie di Wagner gli pareva un modo più consono di predisporsi alla battaglia.
Nei pressi dell’Arcipelago le puttane disponevano di un’altra arma assai più temibile, ovvero le violente scariche elettriche che si levavano verticalmente rendendo assai pericolosa ogni planata verso il basso (per il Barone Rosso non c’erano dubbi: erano le mitiche folgori di Zeus). Ma anche per queste minacce ad alta tensione pareva che la musica fosse d’aiuto, forse perché stimolava maggiormente l’eccitazione bellica dei piloti e la velocità dei loro riflessi.
Il triplano di Boelcke iniziò il suo concerto. ‘La cavalcata delle Valchirie’ risuonò nell’etere mentre una trentina di apparecchi volanti rombavano su nei cieli. I Sopwith Camel di Mannock e Ball cominciarono a cabrare in direzioni opposte per poi riavvicinarsi, un improvvisato balletto aereo ispirato dalle potenti note del’incomparabile compositore tedesco.
“La prossima volta mettiamo Verdi!” gridò scherzosamente Francesco Baracca, aviere italiano della squadriglia mista.
“Capitano Paracca, la infito a non contraddire le direttive musicali dell’alto comando!” replicò il Barone Rosso facendosi una gran risata.
Il prototipo austro-ungarico PKZ2, materializzazione concreta dell’antico progetto di Leonardo di innalzare l’uomo in aria non tramite ali ma bensì a mezzo di un’elica a spirale che doveva avvitarsi nell’atmosfera, sovrastava lo stormo metallico col suo ronzante suono di pale in rapidissima rotazione circolare. Non sarebbe mai stato in grado di compiere le iperboliche acrobazie concesse ai Fokker o ai Phonix, ma aveva il vantaggio di poter restare fermo a mezz’aria, immobile laddove fosse necessario, permettendo ai suoi piloti Godwin Von Brumowski e Pavel Argeyev di calare un laccio, recuperare i compagni prigionieri delle puttane, e depositarli nel posto vuoto del mitragliere in un altro velivolo. Il tutto mentre entrambi gli apparecchi – ovviamente – erano in volo.
“I see bitches!” urlò violentemente McCudden. Nel mare celeste si scorgevano minuscoli ma sinuose membra femminili che nuotavano pochi metri sotto la superficie cristallina delle acque.
“Allez allez!” esultò Fonck. “Tuez les putains!”
I Caudron G4 si tuffarono in picchiata, imitati dai Fokker dei compagni tedeschi. I Morane-Saulnier in dotazione al gruppo misto si allargarono sul lato opposto come da abitudine, allo scopo di monitorare meglio l’area e mitragliare continuamente i faraglioni dai quali poteva improvvisamente luccicare la sibilante e mortale potenza di una scarica elettrica.
I metallici draghi volanti, pilotati da uomini avvolti in tute di pelle nera, iniziarono a scaricare pallottole sul mare e a lanciare, talvolta, minuscole bombe azionate dal semplice strappo di una spoletta. Il tempo di affidarle alla forza di gravità, il trascorrere dei pochi secondi necessari a percorrere la distanza verticale che separava il velivolo dal pelo dell’acqua, e infine il boato che sollevava colonne liquide e – si sperava – anche il morbido corpo di qualche puttana pronta per essere stroncata da una raffica di proiettili.

Il Phonix di Georg Trakl non aveva ancora sparato un solo colpo. La mente del giovane pilota era orribilmente sconvolta. Gli era mancata la forza di rifiutare il volo – impossibile argomentare contro la fermezza del maresciallo Von Richthofen – e ora si trovava lì, nel bel mezzo del paradiso azzurro che ancora ricordava perfettamente, più nitidamente dei tanti e confusi ricordi della sua vita passata.
Il Barone Rosso aveva avuto ragione riguardo la mancanza di problemi per la guida del mezzo: Georg teneva la cloche e dirigeva il proprio apparecchio con una naturalezza straordinaria, la stessa con cui mangiava, beveva e respirava. Non rammentava granché di se stesso, della sua esistenza, degli eventi tragici che avevano caratterizzato la storia dell’umanità per colpa delle sirene (la parola puttane proprio non riusciva a usarla), ma ricordava parossisticamente i brevi attimi nella prigione che sembrava una reggia, la compagnia della carceriera che parassitava le sue energie e tuttavia si elevava ai suoi occhi come una luminosa dea.
Volava più in alto di tutti, al di sopra dell’intera squadriglia. Le note di Wagner erano appena udibili, sovrastate da incessanti spari di mitragliatrici a ripetizione, da esplosioni violente di bombe sui faraglioni, dal crepitare di fulmini illogici che partivano dal mare verso il cielo e non viceversa.
Georg, avvolto nella sua tuta nera, il volto coperto dalla maschera con giganteschi occhi di vetro simili a quelli di un moscone, si sentiva lacerato. Era diventato – anzi, era sempre stato – uno di quei draghi volanti che aveva scatenato l’inferno in quella giornata così cronologicamente vicina eppure tanto lontana.
Non riusciva a decidere cosa fosse giusto fare. La sua indecisione si protrasse fino al momento in cui, dalla sua inutile altitudine celeste, scorse qualcosa di famigliare...

Si gettò in picchiata in modo deciso, traversando lo schieramento degli altri draghi volanti e quasi sfiorando il Sopwith Camel di Albert Ball.
“È impazzito!” comprese l’aviere inglese.
Il Phonix di Trakl scendeva verso il mare simile a un sasso caduto da una gigantesca altezza, come se si volesse schiantare su uno dei faraglioni sormontati dalle piccole costruzioni in elegante marmo in cui venivano alloggiati i prigionieri umani delle sirene.
I dettagli di quella costruzione dall’aria bizzarramente neoclassica diventavano sempre più nitidi, più ravvicinati per gli occhi da insetto del pilota mascherato dietro il ripugnante casco. L’impatto pareva imminente, ma all’ultimo secondo Georg virò in direzione del mare, sorvolò l’appuntita isola e abbandonò il velivolo al suo destino, lanciando nel contempo il proprio corpo nel vuoto.

Le sue membra cozzarono brutalmente sulla dura roccia dello scoglio. Il dolore atroce di costole rotte e fratture alla gamba destra non gli impedì di trascinarsi sino alla finestra sormontata dal telaio semicircolare rivolta a nord, scavalcarla, ed entrare nella bianca e dorata prigione.
Dal soffitto discendevano miriadi di raggi di luce attraverso i numerosi fori creati dalla furia delle mitragliere. Una sirena, sanguinante, era rannicchiata ad un angolo, il volto misticheggiante nel tipico stato di rapimento che esse assumevano mentre comunicavano telepaticamente fra loro.
Si atterrì, disgustata, quando vide strisciare il corpo martoriato del terricolo avvolto nella sua lugubre tuta nera.
Georg si strappò via il casco mostrando il volto infantile e gli occhi miti. Sfilò anche un guanto e porse la sua mano alla nemica.
“Succhia la mia energia” le disse. “Ti sentirai meglio”.
La donna lo fissava incredula.
“Però ti prego” aggiunse Georg, “Restituiscimi l’illusione. Sono io che te lo sto chiedendo”.
Le iridi chiare della sirena si distesero. La sua bocca accennò un sorriso. Finalmente realizzò come poteva essere accaduto che la sua amica Ariel si fosse intenerita nei confronti di un nemico. Ma lei non poteva lasciarsi distrarre dal proprio dovere, e comunque percepiva sin troppo bene che quel terricolo stava invocando la morte, però trasfigurata nella dolcezza della magica ipnosi.
La donna gli parlò. Le sue dita affusolate strinsero il polso del giovane.
Un attimo dopo – un attimo lunghissimo – Georg riassaporò la beatitudine azzurra.

FINE

venerdì 6 luglio 2012

L'arcipelago di Ulisse - prima parte

Ho deciso di abbassare la qualità generale dei racconti partecipanti al concorso HydroPunk del blog Minuetto Express rifilandogli il mio contributo:-)
Il racconto verrà pubblicato in due parti.


L'ARCIPELAGO DI ULISSE

Si destò da un profondo sonno, e la prima cosa che notò fu la donna nuda che giaceva al suo fianco. Non aveva idea di chi fosse, e in circostanze normali si sarebbe domandato: “Questa chi è?”
Ma poiché non ricordava neppure chi fosse lui stesso, in che luogo si trovasse e per quale ragione, l’interrogativo sull’identità della donna passò in secondo piano.
Era seduto su un morbido talamo di sete bianche e celesti, sormontato da un baldacchino degli stessi colori dal quale scendevano sottilissimi veli di organza. Ne spalancò uno e si trovò nel bel mezzo di una stanza stuccata di bianco, con rifiniture dorate lungo il soffitto, illuminata da raggi di sole provenienti da due ampie finestre col telaio a volta semicircolare.
Stava per avviarsi in direzione della finestra rivolta a sud, ma la voce dello donna lo sorprese.
“Ti sei alzato da molto?”
“No, solo da pochi istanti”.
Mentre lui rispondeva, lei era già discesa dal giaciglio e adesso si trovava vicino a lui.
“Qualcosa non va?”
“Perdona la domanda abbastanza imbarazzante, ma… chi siamo noi? Non rammento nulla, mi sento come se mi fossi svegliato stamattina per la prima volta in vita mia…”
“È normale, non ti preoccupare” lo tranquillizzò la donna con un sorriso amichevole. “Ci vorranno alcuni giorni affinché recuperi la memoria”.
“Ah, capisco. Ma se intanto mi anticipassi qualche particolare…”
“Meglio di no” lo interruppe lei mutando l’espressione del volto da rassicurante a premurosa. “Potrebbe essere troppo traumatizzante. È preferibile che riacquisti i tuoi ricordi con lentezza, uno alla volta”.
Lui annuì, ma era perplesso e avrebbe voluto porre altre domande. Intanto la donna stava muovendo elegantemente il suo corpo nudo in direzione della finestra a sud. Senza profferire una sola parola, montò sul davanzale e si gettò nel vuoto.
Per l’uomo fu una nuova fonte di turbamento. Non ricordava chi lei fosse, quindi era come se non la conoscesse, ma il suicidio di una persona sconosciuta è pur sempre un evento scioccante agli occhi di colui che vi assiste. Non fino al punto da sconvolgerlo però, e infatti lui non urlò, né si abbandonò a reazioni isteriche, ma si limitò ad avvicinarsi alla finestra guidato da un’umanissima curiosità.
Affacciatosi, si avvide che la donna non si era affatto tolta la vita. Molti piedi più in basso si estendeva un placido mare. Un puntolino di spuma bianca rivelò la testa bionda di lei che emergeva dopo aver nuotato sotto la superficie liscia dell’acqua.
Sollevò la mano in un cenno di invito a tuffarsi a sua volta, ma l’uomo non si mosse. La considerevole altezza e l’immensa distesa marina suscitavano in lui innate sensazioni di timore, o quanto meno di prudenza, perciò rimase coi gomiti poggiati sul davanzale ad ammirare il panorama.
Era un caleidoscopio di diversi blu e azzurri: il mare celeste ai piedi della turrita isola in cui lui si trovava, che scuriva in crescenti intensità bluastre man mano che aumentava la sua profondità; il cielo dalla tonalità di zaffiro lucente sopra il filo dell’orizzonte, e poi il cielo più densamente turchino che lo sovrastava… Si intravedevano alcuni chiari scogli affioranti a numerose miglia di distanza gli uni dagli altri, ognuno d’essi innalzato come piccole sommità di monti sperduti in mezzo ad un’infinita d’acqua, ciascuno impreziosito da piccole strutture bianche sulla cima, perfette armonie di colonne e architravi marmoree (almeno per quel poco che lui scorgeva dalla sua visuale alquanto periferica).
Si trattava di una veduta incomparabilmente bella e rasserenante, un paesaggio al quale nessun essere vivente poteva restare insensibile, neppure un uomo che ha perso la memoria e ha ben altre priorità nella propria mente rispetto all’ammirazione estetica del mondo circostante. Pur tuttavia, cedette alla sensazione di benessere che gli suggeriva l’azzurrità senza limiti da cui era circondato, e rimase per lungo tempo a sognare e sospirare, dimenticandosi di ogni altra cosa.
Una languida beatitudine lo coccolava.

La donna rientrò nella stanza dopo aver sommato, passo dopo passo, le centinaia di gradini di una scala a chiocciola scavata all’interno dell’appuntita isola.
“Non vuoi bagnarti?”
L’uomo confermò il suo no, e in quel momento si rese conto che la donna gli aveva parlato senza muovere le labbra. Lui aveva percepito chiaramente la domanda, ma non l’aveva ascoltata, semmai gli era risuonata dentro la mente prima ancora che nelle orecchie.
Proprio le orecchie invece – stavolta senza dubbio – udirono dei cupi rumori nell’aria, una sorta di rauco ringhiare con cadenze metalliche.
Anche la donna se ne accorse, e il suo volto leggiadro mutò in una maschera tragica. Poggiò le mani sulle tempie, e frasi non pronunciate echeggiarono nella mente dell’uomo che, senza capire bene come ciò avvenisse, ascoltò il dialogo fra due esseri femminili.
“Mostri a distanza breve. Chi era colei che avrebbe dovuto vegliare?”
“Mia dolce amica, era Ariel che avevamo noi predisposto. Purtroppo suppongo siano ahimè fondate le voci che la definiscono rinnegata”.
“Orbene, siamo attaccate dagli insetti. Disponete celermente le folgori poiché imminente è la pugna”.
“Velocissimamente, mia dolce amica. Ma quelle laide libellule s’approssimeranno in minor tempo di quanto a noi occorra per degnamente accoglierle”.
“Ordunque non si tergiversi, ma neppure si sottovaluti la gravità del tradimento d’Ariel, poiché persino la giustificazione d’amore non può concederle grazia. Dolorosa sentenza mi è d’obbligo emettere: sia ella mutata in schiuma, e si riservi mortale destino al terricolo da cui l’ingenua si lasciò sedurre”.
La conversazione mentale sembrava essersi conclusa, e l’uomo si avvicinò nuovamente alla finestra. Il paesaggio era immutato, ma le altitudini turchine del cielo erano solcate da mostri con ampie ali, che continuavano a ringhiare a denti stretti una monotona salmodia di rabbia e morte.
D’improvviso alla funebre litania dei draghi volanti si sovrapposero una serie di rumorose scie infuocate che esplodevano come colpi violenti. In pochi istanti il soffitto della stanza fu perforato da decine di minuscoli buchi, seguiti da un boato mostruoso che lo scoperchiò.
“Siate maledetti!” imprecò contro di loro la donna, e un istante dopo si era nuovamente gettata dalla finestra.
L’uomo, paralizzato dal terrore per l’infame violenza che si abbatteva sopra di lui, rimase immobile al pari di una statua di sale. I suoi occhi riuscirono tuttavia a distinguere un ripugnante, enorme calabrone cavalcato da sagome umanoidi avvolte in un nero abito, compreso il volto su cui spiccavano due grosse iridi di vetro. Una musica tetra li accompagnava. Prima che potesse anche solo tentare la fuga, un laccio lo avvolse e lo strappò da terra come un fuscello. Penzolò nel vuoto, ondeggiando sopra l’immensa distesa acquatica tra gli artigli dell’insetto in volo, che lo calò in una cavità posta sul dorso di un’altra ringhiante mostruosità alata.

Nella piccola sala, piuttosto sporca e pregna di un’inestinguibile puzza di idrocarburi, erano radunati una trentina di uomini in divisa suddivisi in vari gruppetti. Sulle pareti erano appese numerose cartine geografiche, alcune stampate e datate (quasi tutte riportavano l’anno 1916, alcune il 1917), altre disegnate a mano. Su queste ultime si notavano evidenti difformità rispetto a quelle stampate. Quello che un tempo era il Mar Mediterraneo ora appariva infinitamente più grande, e non si delineavano più le forme delle penisole anatolica, balcanica, italica e iberica, sostituite invece da una gran quantità di piccole isole – talune segnate con un punto interrogativo – disperse in un ampissimo spazio bianco simboleggiante il mare. Erosioni simili, più o meno vaste, erano presenti in tutti gli ex cinque continenti.
Una porta si aprì proprio sulla parete delle carte geografiche, e un giovane con la divisa dell’aviazione tedesca entrò nella sala calamitando gli sguardi, in particolare quelli di un gruppetto di divise dello stesso colore.
“Come sta Trakl?” domandò subito uno di loro.
“È confuso” rispose laconicamente il giovane appena entrato, il cui nome era Lothar-Sigfried Von Richthofen.
“Disgraziate puttane” commentò suo fratello Manfred, dimentico della sua raffinatezza aristocratica.
Una voce risuonò da dietro la porta. Lothar, il più vicino all’uscio, fu l’unico ad udirla.
“Il dottor Freud mi sta chiedendo se qualcuno di noi vuole provare a parlarci. Forse un viso noto può aiutarlo a ritrovare i primi frammenti di memoria”.
I piloti austro-ungarici si guardarono in faccia con un certo imbarazzo. C’era molto cameratismo fra loro, e anche grande amicizia, ma quel ragazzo era sempre rimasto in secondo piano, per così dire. Qualcuno azzardò un’occhiata verso il gruppo tedesco e quello misto, sperando che almeno fra loro vi fosse qualcuno che si ritenesse sinceramente amico del giovane pilota salvato la mattina precedente.
Alla fine Ernst Udet si mosse in direzione della porta. Erich Löwenhardt, Werner Voss e Oswald Boelcke lo guardarono perplessi.
“In fondo sono stato io a riportarlo a casa”, spiegò.
Un attimo dopo anche Pavel Argeyev si avviò accanto a lui. Il pilota russo era colui che lo aveva materialmente tirato fuori dalla prigione dandolo poi in consegna a Udet, e voleva appurare il risultato del suo salvataggio.
“Comunque è troppo presto” si udì dal lato destro della stanza, in purissimo francese, la voce melodiosa di René-Paul Fonck. “Ci vorranno tre o quattro giorni prima che riaffiorino spezzoni di ricordi”.
“Sicuramente” gli rispose nello stesso idioma Manfred Von Richthofen (ma con un incancellabile accento tedesco). “Lo ticeva già Ulisse che kveste mostruose creature con sembianze d’angelo ipnotizzavano gli uomini sfuotando la loro mente”.
“Veramente l’Odissea parla di voci dolcissime che spingevano gli equipaggi verso rotte errate, non nomina oblio e dimenticanza. A meno che non si voglia supporre che le puttane siano contemporaneamente sirene e coltivatrici di loto” obiettò Fonck.
“Mi sembra efidente che Omero conosceva solo in parte i poteri di kveste luride sgualdrine”.
“Io dubito che le sirene classiche abbiano qualcosa a che vedere con le puttane”, intervenne Jules Guynemer. “Secondo me è solo una combinazione. Un’antica leggenda che, per puro caso, presenta similitudini con queste schifose…”
“Ma come sono fenute fuori le puttane?” lo interruppe Werner Voss che evidentemente condivideva la teoria ‘mitologica’ del suo capo squadriglia Manfred. “Sono comparse nel 1910? Prima di allora non esistevano?”
“Ammetto che non ho alcuna idea sulla loro origine. Ma il discorso è più complesso. Per dirne una: la pinna caudale?”
“Suppongo che gli antichi non le afefano mai viste in maniera completa come noi” replicò Voss, “e poiché scomparifano sott’acqua le hanno immaginate con metà corpo pesciforme. Ma solo immaginate”.
Mentre continuava l’ennesima discussione sulla genealogia delle mortali nemiche emerse dal mare, Mick Mannock fece il suo ingresso in stanza.
“Novità?” gli chiese James McCudden.
“Gli yankees sono riusciti a mandare un messaggio, o almeno questo è ciò che vogliono farci credere i marconisti” scherzò Mannock.
“Cosa dicono?” domandò Albert Ball.
“Se l’esegesi dei bip e dei beep è attendibile, confermano che appena possono ci invieranno degli aiuti. Ovviamente hanno problemi con le puttane locali che rallentano le operazioni”.
“Che tipo di aiuti?” si chiese Ball.
“Petrolio raffinato e armi, mi auguro” gli rispose Mannock.
“Mi piacerebbe vedere come è fatta una puttana americana” disse McCudden dando l’impressione che parlasse da solo.
“E come vuoi che sia fatta? Bella e bastarda come quelle nostrane” commentò il francese Maurice Boyau che aveva ascoltato la conversazione fra gli inglesi.
“Sembra la descrizione della mia prima fidanzata” ironizzò britannicamente McCudden.

Intanto dietro la porta, in una stanzetta senza finestre e pressoché insonorizzata, il dottor Freud e gli avieri Ernst Udet e Pavel Argeyev tentavano di aiutare il giovane Georg Trakl a scavare nella propria mente, o quanto meno a illustrargli le sue vicende personali degli ultimi giorni e quelle dell’umanità intera nel corso del secondo decennio del secolo ventesimo.
“Capisci? Lei stava succhiando le tue energie! Pochi giorni ancora e saresti morto!”
Il volto infantile di Georg li fissava con aria stralunata. I suoi occhi erano tondeggianti punti di domanda.
“Ma queste… sirene, perché vogliono distruggere il mondo?”
“Per essere le padrone” tagliò corto Udet. “Quello che per noi è distruzione, per loro è normalità. Noi non possiamo vivere sott’acqua, loro sì”.
“Ma perché?”
“Non c’è un perché Georg, è così e basta!”
Pavel Argeyev capiva difficoltosamente il tedesco, ma aveva rubato abbastanza parole in questo dialogo per sentenziare che la memoria di Trakl era ancora intorpidita dall’ipnotica melodia delle puttane. Notò anche che Ernst Udet era totalmente privo di pazienza e troppo aggressivo nel pretendere che Georg comprendesse subito la verità, e d’altronde sarebbe stato assai complicato raccontare al giovane salvato tutti i dettagli della guerra fra umani e… sirene (ammesso che questa denominazione fosse accettabile, e da questo punto di vista Argeyev condivideva lo scetticismo di Guynemer).
Si ricordò che a suo tempo Nicola II ci aveva scherzato sopra, o almeno così si diceva. Secondo un autorevole granduca che frequentava il Palazzo d’Inverno, quando la Zar aveva appreso l’ultimatum inviato dalle ‘femmine marine’ a tutti i governi della terraferma, aveva commentato: “Dicono che innalzeranno il livello del mare? Vorrà dire che la capitale dell’Impero tornerà a essere Mosca, o costruiremo una nuova capitale in cima ai Monti Urali”. Non immaginava che San Pietroburgo e l’intera costa russa settentrionale sarebbero veramente state inghiottite dall’inarrestabile crescita degli oceani. La città di Pietro I il Grande scomparsa allo stesso modo della leggendaria Atlantide.
Ecco, questo aveva suggerito ad Argeyev una riflessione: quelle… sirene (nome ormai convenzionale ma da lui non condiviso) erano state, a suo tempo, le responsabili della scomparsa del mitico continente.
Intanto la conversazione fra Trakl e Udet aumentava di intensità, quanto meno a livello acustico. Il dottor Freud si avvide dello stordimento del giovane smemorato e non volle ulteriormente sollecitarlo.
“Lasci perdere tenente Udet. È inutile affaticarlo in questa fase post-traumatica ancora troppo recente. Ora necessita di riposo”.
“E noi necessitiamo di piloti pronti a combattere”, replicò Ernst seccato. “Ieri abbiamo perso sei uomini”.
“Gli dia tempo, e anche Trakl tornerà a volare. Ma ora deve riprendersi”.
(continua)

mercoledì 22 febbraio 2012

Un racconto per Ferruccio

L'amico blogger Ferruccio ha rinnovato il suo concorso per racconti brevissimi (600 caratteri in tutto) dedicati a un autore particolarmente amato da citare nel testo tramite inziali di parola.
Io ho scelto un grande contemporaneo, Milan Kundera. L'attinenza fra il mio racconto e la sua narrativa spero risulti chiara a chi ha letto i romanzi dello scrittore ceco.
Riguardo il talento, beh, posso solo chiedere scusa. Se io valessi un'unghia di Kundera mi riterrei già soddisfatto.
Come da regolamento ho inserito il testo fra i commenti di questo post di Ferru, comunque lo riporto anche qui:


Klara udiva numerose dicerie sul conto di Emil, ma lo rendevano ancora più amabile.
Perché per lei un seduttore incallito era il prestigiatore capace di incantare, colui che porta magia nella vita di una donna. Ogni giorno sarebbe stata corteggiata. Anche tradita, ovvio, ma se lo avesse voluto tutto per se avrebbe peccato di egoismo.
Fino a quel maledetto martedì.
“Ti sei decisa a lasciarlo” esultava sua madre.
“Colpa sua” spiegò Klara. “Ha detto che per me sarebbe cambiato, sarei stata la sua unica donna. Mi sono vista fra dieci anni: una moglie impolverata accanto a un manichino sulla poltrona”.

lunedì 5 settembre 2011

Uno squillo da lontano

Quando Alex organizza qualcosa è difficile non farsi coinvolgere. E il suo concorso "Uno squillo da lontano" è troppo sfizioso, anche se teoricamente non è il genere di scrittura più adatto a me.
Ma io ci provo lo stesso...

“Glielo rispiego daccapo. Erano le tre di notte, e all’improvviso ha squillato il telefono. La linea era disturbata, ho sentito una voce confusa che ha sostenuto di essere me stesso nel 2012, uno dei pochissimi selezionati per utilizzare un prototipo in grado di telefonare nel passato. Poiché io non sono matto ho subito pensato a uno scherzo e l’ho mandato affanculo, ma lui mi ha elencato il mio codice bancomat, la mia password su internet e un altro paio di cosette che io soltanto potevo sapere. Insomma, mi ha convinto che era davvero me stesso fra tredici mesi. Mi ha spiegato che a metà del 2012 è riscoppiata in modo violentissimo l’epidemia del batterio e-coli, e sta causando milioni di morti. Mi ha fornito alcune informazioni – una serie di formule mediche e cifre che ho trascritto accuratamente sul blocco notes – e mi ha supplicato di informare le autorità competenti perché con quei dati è possibile creare un vaccino in grado di bloccare il batterio prima che inizi a fare la sua strage, ma…”
Il telefono del dottore squillò. Fece cenno al malato di mente di attendere.
‘Pronto, so che sembra assurdo, ma io sono te stesso, e ti sto chiamando dal futuro. Ti prego di non pensare a uno scherzo perché è una cosa serissima. Sto usando un prototipo per telefonare nel passato che potrebbe collassare all’improvviso, e questa è la nostra ultima possibilità, perciò ascoltami attentamente. Nel 2012 scoppierà un’epidemia causata dal batterio e-coli e…’
Il dottore spense il telefonino. Lo guardò come se fosse un oggetto stregato. Dopo una rapida riflessione decise addirittura di togliere la batteria.
Era confuso. Una goccia di sudore freddo gli colò sulla fronte. Ne avrebbe fatto volentieri a meno, ma d’altronde sapeva bene che prima o poi poteva accadere. Lo aveva letto in diversi studi, e si trattava di un dato statistico abbastanza noto nel suo ambiente: il settanta per cento degli psichiatri vengono suggestionati dalle fantasie dei loro pazienti almeno una volta nella vita. Era appena successo anche a lui.
‘Ma io non mi lascio fregare’ pensò. Però le mani gli tremavano.
“Posso continuare a spiegarle?” domandò il malato, ma il dottore gli fece cenno di tacere. Voleva essere certo di aver ripreso il controllo dei nervi.
Dopo alcuni respiri profondi chiamò l’infermiere e ordinò la somministrazione di quindici gocce di valium al paziente.
Il collega ne approfittò per informarlo che era appena arrivata una chiamata per lui sul numero interno.
“È in attesa. Dice che è urgente, e penso che sia una telefonata internazionale a giudicare dai fruscii sulla linea”.
“Per favore, vai nel mio ufficio e stacca il telefono” gli ordinò il dottore con un filo di voce. “E dammi due gocce di valium anche a me” aggiunse mentre gettava il cellulare nel cestino dell’immondizia.

venerdì 22 luglio 2011

Ops, I did it again

Come avevo preannunciato, alla fine ho ceduto alla tentazione e ho deciso di partecipare all'ennesimo concorso, un'ulteriore occasione per battere il mio record di eliminazioni.
Dopo tutto ilmioesordio rappresenta la scusa ideale per utilizzare nuovamente il print-on-demand e dare una forma cartacea a "L'anno prima del bicentenario", che al momento si trova solo su ilmiolibro per poter prendere parte alla competizione letteraria.
Se siete curiosi di leggerlo, magari gratuitamente e in formato ebook, è sufficiente che abbiate un po' di pazienza: entro tre mesi il romanzo sarà ovviamente scartato dai giurati e io lo aggiungerò agli altri già presenti fra i miei scritti.

lunedì 11 luglio 2011

Ucronie Impure

In genere quando segnalo un libro non ufficiale (autoprodotto o non reperibile tramite i canali editoriali classici) lo faccio solo dopo averlo letto e valutato personalmente.
Ma nel caso di "Ucronie Impure" mi permetto di raccomandarlo già al momento della sua uscita ufficiale sul blog di Alex perchè i dieci racconti che lo compongono sono stati selezionati e giudicati da Alex stesso, Nick, e altri bloggers ampiamente competenti e meritevoli di fiducia incondizionata.
Inoltre uno dei racconti è opera mia, e ovviamente il mio smisurato ego mi impone di soddisfare l'inevitabile vanità che deriva dall'appartenere a un progetto del genere ;-)
Perciò, andiamo tutti a scaricarlo (gratis) e a leggerlo insieme. Io comincerò già da domani.

lunedì 16 maggio 2011

Concorso ilmiolibro.kataweb

Ritorno a parlare del servizio di print-on-demand che utilizzo, ilmiolibro, perchè stavolta ha organizzato un concorso letterario, ovviamente battezzato con il nome ilmioesordio.
Per partecipare basta essere utenti del sito, il che implica una spesa minima (la stampa di un proprio libro tramite i loro servizi, anche in un solo esemplare).
Io sono già utente quindi non avrei neppure questa spesa da sostenere, ma sto valutando di non far partecipare il mio unico romanzo disponibile sul portale (già, dimenticavo: concorso riservato ai romanzi, niente raccolte di racconti) e di inviarne un altro. Tanto c'è tempo sino al 31 luglio per iscriversi (altre info utili qui).
Comunque, maggiori dettagli sono disponibili sul link del concorso sopra riportato. Purtroppo le opere saranno giudicate dalla scuola di scrittura creata da Alessandro Baricco (in fondo non si può aver tutto dalla vita) però l'idea del confronto mi stimola, anche se già so che le mie speranze sono pari a zero.
Vedremo cosa deciderò di fare.

venerdì 1 aprile 2011

Fun cool alle idee che non vengono

E così per la prima volta ho partecipato anch'io al concorso fun cool del blog di gelostellato.
L'unico problema è che - come dicevo qualche giorno fa - in questo periodo sono a corto di idee, quindi per scrivere il mio racconto-frase ho dovuto farmi aiutare da alcuni colleghi... beh, non mi hanno proprio aiutato. Diciamo che, riagganciandomi al post del 30 marzo sull'opzione plagio/sfida, è venuto fuori il plagio. Ma non inconsapevole, anzi, piuttosto volontario. Praticamente voluto.
Insomma, il mio racconto-frase è questo. Giudicate voi...

Io nacqui veneziano al 18 ottobre del 1775, giorno dell'evangelista san Luca, ma nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai in quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, e una delle poche cose, anzi forse la sola ch'io sapessi di certo era questa: che mi chiamavo Mattia Pascal.

lunedì 31 gennaio 2011

Una luce nel lunedì nero

 Il lunedì è il giorno che più odio, da sempre. Scuola o lavoro che siano, il lunedì segna l'inizio della loro sequenza settimanale, di cui farei volentieri a meno.
Come se non bastasse durante il week end ho rimediato uno strappo alla schiena e quindi ho dormito poco e male, e sul piano dei rapporti umani ho dovuto accettare l'ennesima delusione della mia vita...
Insomma, l'umore era già nero prima ancora della mezzanotte di domenica.
Per fortuna ci ha pensato Alex a mandarmi un raggio di sole, visto che a quanto pare il mio racconto ucronico "Il millenario Regno d'Italia" è fra i finalisti del concorso Ucronie Impure.
E adesso, se solo riuscissi a farmi passare il mal di schiena, potrei persino mettermi a fischiettare.

giovedì 30 dicembre 2010

Medaglia d'argento

E così sono arrivato secondo nel concorso organizzato da Ferruccio. Complimenti alla vincitrice Michela che ha indubbiamente scritto il raccontino più bello, ma anche tutti gli altri partecipanti si sono ben difesi.
Riguardo il mio scritto dedicato a Borges, volevo fare una precisazione. A prima vista sembra quanto di più lontano possibile ci sia dalla sua letteratura: una partita di calcio, una folla di tifosi, un giocatore che ha appena fallito un rigore... sembra più adatto a celebrare un altro grande scrittore argentino, Osvaldo Soriano.
Però chi ha letto Borges sa bene che uno dei temi che spesso compare nelle sue opere è la passionalità furiosa e irrazionale degli argentini, che egli ammirava senza riuscire a condividere. Mezzo inglese, svizzero di adozione, la sua "argentinità" gli causava quasi vergogna proprio perchè era privo del coraggio guerriero dei suoi antenati e della tempra focosa dei gauchos della Pampa. Il racconto "El sur", o le sue poesie dedicate al nonno combattente e a un noto maneggiatore di coltelli della periferia di Buenos Aires testimoniano proprio questa sua particolare ammirazione per chi è privo di intellettualismo ma ha nel sangue il fuoco dell'azione.
E poi un altro tema tipico di Borges è l' "infamia". Il più celebre dei traditori, Giuda, viene quasi riabilitato dal racconto "Tre versioni di Giuda", e più in generale è una tematica che compare spesso nelle sue opere, a partire dalla "Storia universale dell'infamia". Colui che se ne rende colpevole deve in qualche modo redimersi, anche nella maniera più bizzarra o estrema.
Alla luce di queste precisazioni, vi invito a giudicare il raccontino in questione:

Un brivido oscuro raggelò Garcìa  e si propagò sulle tribune.
I tifosi del River Plate gremivano lo stadio invocando il gol risolutore che sbloccasse lo snervante 0-0 imposto dal Quilmes, in campo con un portiere, tre terzini, sei macellai, e un invisibile santo protettore che aveva eretto un muro davanti alla loro rete.
Invece Garcìa, pazzo per il River sin da bambino, aveva appena fallito un calcio di rigore.
Era il 92°, ormai sarebbe finita col pareggio e lo scudetto volava sulle maglie dell’odiato Boca Juniors.
Si sentiva perduto. Ma quando capì che la vita lo stava lasciando, sorrise. La morte per crepacuore avrebbe eternato il suo immenso amore per il club, salvandolo dalla vergogna.

sabato 30 ottobre 2010

Ucronizzate la Storia!

Anche se il mio blog non é certo la piattaforma ideale per promuovere un evento (non ho tutti questi gran contatti), raccolgo doverosamente l'invito di Alex a pubblicizzare il concorso letterario "Ucronie Impure".
E' un'iniziativa sicuramente coraggiosa e meritevole di attenzione, considerando che competizioni di questo genere abbondano, ma nel 99% dei casi non conducono assolutamente a nulla, anche perché spesso organizzate da enti locali o associazioni culturali che all'atto pratico non so quanto siano davvero entusiasti di leggere racconti, e forse si inventano concorsi letterari solo "tanto per".
Alessandro Girola invece, nel suo piccolo, ha già coinvolto una casa editrice, ha messo sul piatto un premio in denaro e in libri, e soprattutto sta portando avanti la cosa con un entusiasmo contagioso e ammirevole. Sicuramente parteciperò, e spero che siano in tanti a farlo.

domenica 12 settembre 2010

Ioeliminato

Come facilmente ipotizzabile, non sono riuscito a entrare fra i trenta che si disputeranno il primo posto del concorso ioscrittore.
Non mi sorprende, perchè non ho mai vinto un concorso in vita mia in nessun settore. Se esistesse un'agenzia scommesse che accettasse puntate sulla mia eventuale vittoria in un qualunque tipo di competizione, probabilmente la darebbero 10.000 a 1 con la certezza che non dovrebbero mai pagare la vincita.
Comunque, ho dato un'occhiata alla lista dei prescelti e (come immaginavo) ho trovato "Milo", uno dei libri che ho valutato io e che - a mio modesto avviso - è un piccolo capolavoro al quale auguro la vittoria finale.
Il regolamento parla di pubblicazione formato ebook su IBS per tutti e trenta i partecipanti alla selezione finale, e quindi il romanzo in questione dovrebbe comunque diventare disponibile per la la lettura.
Avendolo letto in anteprima, mi sento di consigliarlo. "Milo", ambientato a Sarajevo durante la guerra civile nella ex-Jugoslavia, è uno straordinario studio psicologico di come la guerra cambi le persone, le loro vite e purtroppo il loro modo di pensare. Complimenti a Marzio Visconti (questo lo pseudonimo dell'autore) che a prescindere dal risultato finale ha già dimostrato di essere uno scrittore.

sabato 4 settembre 2010

Iolettore

Un altro aspetto interessante del concorso ‘ioscrittore’ è stato il fatto di dover leggere e giudicare manoscritti di altri aspiranti pubblicatori. Veniva richiesta un’opinione tecnica, ragionando da editor più che da critico letterario. Per capirci, una valutazione sulla capacità di un certo scritto di interessare il lettore medio.
Ovviamente non è il mio settore (e comunque non lo era neppure per gli altri partecipanti, almeno presumo) perciò non ho la pretesa di aver giudicato correttamente. Ho seguito il mio istinto di lettore, ma ho cercato di valutare soprattutto gli elementi materiali come la scrittura, la trama e la caratterizzazione dei personaggi, prescindendo dall’argomento (e per fortuna non mi sono capitati vampiri ;-)
In linea di massima ho cercato di limitarmi agli aspetti letterari, evitando di essere pedante o moralista. Quindi…
… quando ho letto un romanzo storico ambientato nell’antichità, e mi è sembrato fondamentalmente credibile nelle descrizioni, non mi sono messo a sindacare su quante porte ci fossero esattamente nelle mura della capitale dell’impero ittita o sui tessuti utilizzati dagli egizi per creare vestiti (presumo che un lettore di romanzi storici cerchi soprattutto l’atmosfera e non le nozioni specifiche che si trovano più facilmente nei saggi della Einaudi)…
… quando ho letto un romanzo ambientato negli anni ’40 in cui il protagonista si arruola nella Decima Mas e combatte per la repubblica sociale italiana, ho valutato gli aspetti narrativi, non quelli politici…
… quando ho letto una serie di racconti chiaramente “ruffiani” nei confronti del lettore, constatando che però erano fondamentalmente ben scritti, non mi sono atteggiato a intellettuale sprezzante (cosa che in alcune circostanze, sicuramente più opportune, mi capita di fare) ma gli ho dato un giudizio positivo…
Questo è quanto. Ho cercato di essere onesto. Se sono stato anche competente… beh, non sta a me dirlo. E ora non resta che attendere gli scrutini e sapere chi sono i promossi e i bocciati.

giovedì 2 settembre 2010

Ioscribacchino


Avevo già parlato in un paio di post del concorso ioscrittore, organizzato dal gruppo editoriale Mauri Spagnol.
Pur con qualche perplessità, alla fine ho deciso di partecipare per provare (impossibile giudicare qualcosa senza prendervi parte) e devo dire che è stata un'esperienza interessante.
Come accennato tempo fa, ho letto dieci manoscritti completi di aspiranti scrittori, potendo constatare che c'è gente in gamba ancora in attesa di editore.
Non ho ancora i giudizi sul mio romanzo (e temo che non saranno molto lusinghieri), però dispongo almeno delle opinioni sull'incipit. La prima manche del torneo si basava solo sulla lettura delle 10 pagine (circa) iniziali dei manoscritti, e tramite i voti dei partecipanti si è fatta una cernita riducendo i partecipanti da 3000 a 200.
Ero perplesso su questa formula (lo sono ancora) ma sono rientrato fra i 200 che hanno superato questa selezione primaria.
Le opinioni mi interessavano poichè è maledettamente difficile avere un giudizio sui propri scritti se non sei conosciuto. E in questo caso si tratta di opinioni di perfetti estranei, quindi apparentemente prive di ogni pregiudizio. Ho avuto la conferma di quanto sia vero che ognuno percepisce a modo proprio una lettura. Lo stesso scritto suscita reazioni contrastanti, come avviene anche per libri pubblicati e famosi.
Un concorrente particolarmente generoso definisce così l'incipit del mio romanzo: 

Una scrittura sciolta, fluida, la storia scivola via velocemente e con un buon ritmo. Ottime le descrizioni precise e coincise che collocano il lettore dentro la scena. Forse i dialoghi non appaiono tanto credibili nel contesto storico considerato. Rimane la curiosità delle pagine seguenti.

Giudizio per niente condiviso da un altro partecipante: 

La storia appare discretamente scritta, ma a ben vedere piuttosto noiosa, scontata e pure irreale. Forse il prosieguo dell'opera renderà la storia più intrigante, ma certo l'inizio non è dei più accattivanti. 

Anche la contestualizzazione viene percepita in modo assai diverso. Per un lettore é 

Buona la conoscenza della storia, della cultura, degli usi e costumi del tempo.

Per un altro invece 

La descrizione di ambienti e personaggi della Cina imperiale è effettuata in maniera troppo convenzionale, con un linguaggio per lo più ridondante e involuto. 

Individualità delle percezioni dunque. Però ho tratto anche delle indicazioni utili. In linea di massima questo concorso è stato sicuramente un buon test per le mie ambizioni scrittorie. E adesso aspetto - senza troppe illusioni - l'esito della seconda manche. Quanto meno riceverò dieci giudizi da esaminare attentamente per capire cosa non va nel mio modo di narrare.
E colgo l'occasione per rammentare a tutti che giudizi circostanziati sui miei racconti sono sempre ben accetti, e non preoccupatevi se sono negativi: giuro che non mi offenderò, anzi, ne farò tesoro.

lunedì 2 agosto 2010

Letture da giudicare

Ne parlerò più approfonditamente verso settembre, per ora preferisco stare sul vago perchè si tratta di un concorso letterario ancora in svolgimento e penso sia opportuno non fare troppe chiacchiere (anche se qualche altro partecipante si è fatto meno scrupoli di me).
Comunque sia, causa questo succitato concorso letterario mi sono ritrovato a dover leggere dieci libri completi (romanzi o raccolte di racconti) di altri concorrenti, aspiranti scrittori come il sottoscritto che sperano sia la volta buona per riuscire a pubblicare qualcosa.
Al momento ne ho letti sette, e posso dire che è stata un'esperienza utile per rendersi conto di cosa significhi dover "giudicare" un manoscritto. Magari col vantaggio di poterlo (anzi: DOVERLO) leggere tutto causa regolamento, anzichè limitarsi alle prime pagine come (a quanto sembra) fanno i redattori delle case editrici.
Mi sono reso conto che in giro c'è del materiale interessante. Ovviamente capitano anche cose scadenti, però, soprattutto, sono rimasto positivamente sorpreso da due romanzi che io non avrei saputo scrivere. Belli, profondi, articolati e non banali.
Non so come finirà questo concorso, ma un effetto su di me l'ha già avuto: mi ha "consolato", poichè ho dovuto constatare che c'è gente molto più brava di me che ancora è alla ricerca di un editore.
Nel frattempo continuerò a scrivere (proprio ieri ho finito la libera rielaborazione dell'Amleto di cui avevo parlato alcuni post fa) e a esaminare i tre manoscritti inediti restanti, con il dubbio di aver letto con mesi di anticipo uno o due romanzi che verranno pubblicati l'anno prossimo. Se dovessero effettivamente trovare la via della stampa, li segnalerò sicuramente.