L'incipit di una narrazione è molto importante perchè deve incuriosire il lettore. Nel mercato editoriale anglosassone si usa il termine hook (uncino) per indicare che le prime righe di un romanzo devono "arpionare" il reader (anzi, customer) convincendolo che vale la pena di comprare il libro.
Poichè non ho un'equipe editoriale alle mie spalle, non sono certo che i miei incipit sappiano coinvolgere fino a questo punto gli eventuali lettori (che nel mio caso NON sono clienti, lo possono diventare il modo opzionale ma hanno la possibilità di leggere l'ottanta per cento dei miei scritti gratuitamente).
Per capire se i miei incipit funzionano (e anche perchè sono a corto di idee, lo ammetto) ne posterò alcuni chiedendo a chi transita da queste parti di dirmi se gli sembrano cool o boring.
E visto che ho usato parecchio inglese in questo post, cominciamo con la mia versione di Amleto in "Shakespeare noir" (che potete trovare per intero qui).
Mi scusi se mi intrometto signora. Non ho potuto fare a meno di sentirvi parlare, e posso garantirle che suo marito… fidanzato? Beh, comunque ha ragione lui. Questo è proprio il luogo in cui, a suo tempo, ci fu la resa dei conti fra Claudio Danese e Mike Amato.
All’epoca si chiamava Italian Bar, e era il punto di ritrovo per i ragazzi della famiglia Danese. In uno degli appartamenti ai piani superiori ci abitava Nick Marcelli, uno degli uomini più fidati del clan.
Come faccio a essere così informato? Eh, signorina bella! Lo sa chi sono io? Sono Tommy Orazio. Lo so che a guardarmi adesso sembro solo un povero alcolizzato. Ventisei anni di carcere mi hanno ridotto così, però a quei tempi ero giovane, e le mani non mi tremavano. Se c’era da sparare dovevo solo alzare la pistola e tirare il grilletto, mica avevo bisogno di prendere la mira.
Oggi è il 16, vero? Neanche a farlo apposta, la trafila che ha portato a quella resa dei conti è cominciata esattamente il 16 ottobre di trent’anni fa, e io l’ho vista tutta coi miei occhi, dall’inizio alla fine.
Ero appena tornato dalla Sicilia dove avevo sistemato alcuni affari per conto della famiglia, e ero curioso di capire meglio tutto il casino che era successo mentre stavo a Palermo. Perché in due mesi il mondo si era rivoltato: prima è morto Michele Danese, e già questa era una cosa grossa, ma non sono neppure potuto andare al funerale perché mi hanno detto che era più importante chiudere l’affare coi nostri compari siciliani.
Passano due mesi, e mentre preparo i bagagli per tornare a New York vengo a sapere che Trisha Merone si sposa con Claudio. Mi è sembrata una cosa assurda, una mancanza di rispetto vergognosa. Detto in poche parole: uno schifo. Però volevo parlarne con gli altri prima di emettere giudizi affrettati.
mercoledì 9 marzo 2011
lunedì 7 marzo 2011
Scrittura in senso stretto
La scrittura è una cosa abbastanza comune, eppure quanto è preziosa! Quando si ha qualcuno in qualche angolo remoto del mondo e si è pieni di ansia sul suo conto, ecco che arriva una lettera e ci sembra che la persona sia proprio nella stessa stanza! E, strano a dirsi, dare forma ai propri pensieri in una lettera anche se si sa che probabilmente questa non giungerà mai a destinazione è un grande conforto. Se non esistesse la scrittura, di che atroci depressioni si soffrirebbe!
Questa frase, estrapolata dalle “Note del guanciale” di Sei Shonagon, mi ha costretto a riflettere su vari aspetti della scrittura. Intanto il suo scopo primario: la comunicazione mediata, in sostituzione del contatto verbale. Una lettera da parte di un amico, un documento con informazioni importanti (specialmente in passato quando non esistevano né telefoni né internet), valgono forse di più di qualsiasi romanzo nell’economia della propria esistenza materiale. Eppure la lettura di un libro è qualcosa di così speciale talvolta, riesce a trasmettere emozioni pari a quelle delle esperienze reali.
E poi il concetto che scrivere, pur sapendo che ciò che si scrive forse non verrà mai letto, è comunque un grande conforto. Vero. Ma perché mai? In fondo, che motivo c’è di sentirsi sollevati solo per aver messo nero su bianco emozioni, pensieri e ammonimenti che non verranno letti, o forse lo saranno da parte di estranei che non conoscono nulla della nostra vita?
L’ultima considerazione di Sei Shonagon: Se non esistesse la scrittura, di che atroci depressioni si soffrirebbe!
Sarà davvero così? Forse invece è proprio la scrittura a creare un corto circuito mentale di ragionamenti, riflessioni e sottigliezze che probabilmente non avrebbero luogo se non esistesse la maniera di sistemarle ordinatamente su un foglio di carta per poi rileggerle, esaminarle, correggerle, analizzarle e rielaborarle. Molte volte, nel dormiveglia, transitano dei pensieri complessi e contorti che svaniscono non appena ci si addormenta, e sono del tutto dimenticati al momento del risveglio. Un soffio e via. È possibile che senza scrittura il pensiero procederebbe in modo più lineare, e tutto sembrerebbe più semplice. Certo, senza scrittura vivremmo in un mondo assai più arretrato di quello attuale. Saremmo indietro di un paio di millenni. Ma forse non avremmo neppure gli elementi concettuali per elaborare l'idea di “atroce depressione”.
Questa frase, estrapolata dalle “Note del guanciale” di Sei Shonagon, mi ha costretto a riflettere su vari aspetti della scrittura. Intanto il suo scopo primario: la comunicazione mediata, in sostituzione del contatto verbale. Una lettera da parte di un amico, un documento con informazioni importanti (specialmente in passato quando non esistevano né telefoni né internet), valgono forse di più di qualsiasi romanzo nell’economia della propria esistenza materiale. Eppure la lettura di un libro è qualcosa di così speciale talvolta, riesce a trasmettere emozioni pari a quelle delle esperienze reali.
E poi il concetto che scrivere, pur sapendo che ciò che si scrive forse non verrà mai letto, è comunque un grande conforto. Vero. Ma perché mai? In fondo, che motivo c’è di sentirsi sollevati solo per aver messo nero su bianco emozioni, pensieri e ammonimenti che non verranno letti, o forse lo saranno da parte di estranei che non conoscono nulla della nostra vita?
L’ultima considerazione di Sei Shonagon: Se non esistesse la scrittura, di che atroci depressioni si soffrirebbe!
Sarà davvero così? Forse invece è proprio la scrittura a creare un corto circuito mentale di ragionamenti, riflessioni e sottigliezze che probabilmente non avrebbero luogo se non esistesse la maniera di sistemarle ordinatamente su un foglio di carta per poi rileggerle, esaminarle, correggerle, analizzarle e rielaborarle. Molte volte, nel dormiveglia, transitano dei pensieri complessi e contorti che svaniscono non appena ci si addormenta, e sono del tutto dimenticati al momento del risveglio. Un soffio e via. È possibile che senza scrittura il pensiero procederebbe in modo più lineare, e tutto sembrerebbe più semplice. Certo, senza scrittura vivremmo in un mondo assai più arretrato di quello attuale. Saremmo indietro di un paio di millenni. Ma forse non avremmo neppure gli elementi concettuali per elaborare l'idea di “atroce depressione”.
sabato 5 marzo 2011
Strane parabole letterarie
La fama è una strana creatura che spesso si diverte a giocare con le vite di coloro che la inseguono.
Nella letteratura capita spesso che chi la raggiunge poi la perda irreparabilmente, oppure la ottenga quando è troppo tardi per godersela.
Lo scrittore inglese Hall Caine, contemporaneo di Joseph Conrad e H.G. Wells, da vivo ebbe un successo straordinario creando degli autentici best-sellers, ma da decenni il suo nome è ormai dimenticato e i suoi romanzi non sono più stati ristampati.
Sul versante opposto troviamo coloro le cui opere hanno ricevuto la dignità della stampa solo a beneficio dei propri discendenti.
Guido Morselli ad esempio. I suoi libri vennero sistematicamente respinti dagli editori, ed è diventato un autore di punta del catalogo Adelphi solo dopo la sua morte.
Oppure c’è il caso più raro della scelta volontaria: il poeta Gerard Manley Hopkins decise di farsi prete dopo essersi convertito al cattolicesimo, e nel corso della propria esistenza volle dedicarsi a tempo pieno alla vocazione sacerdotale e all’attività accademica presso l’università di Dublino. Le sue liriche furono pubblicate quasi venti anni dopo la morte a cura dell’amico Robert Bridges, e suscitarono un enorme interesse presso la critica che continua ancora oggi, tanto è vero che molte sue poesie compaiono abitualmente nelle antologie poetiche in lingua inglese.
Ma un caso davvero curioso è quello del nostro connazionale Alfredo Oriani. Da vivo pubblicò numerosi romanzi e saggi, senza mai ottenere successo e restando in secondo piano nel panorama letterario nazionale.
Morto nel 1909, si trovò a diventare involontariamente (e inconsapevolmente) il precursore del fascismo poiché Mussolini considerava il suo saggio La rivolta ideale un’anticipazione dei principî ideologici delle camicie nere. Fu così che durante la dittatura Alfredo Oriani venne celebrato dal regime: si organizzavano pellegrinaggi alla sua casa natale a Faenza e il suo nome era contrapposto a quello di Marx. Il pelatone in persona curò la pubblicazione dell’opera omnia di Oriani, di fatto trasformato in pre-fascista.
Finita la dittatura, lo scrittore ritornò nell’oblio, per di più macchiato da questo scomodo marchio che, paradossalmente, gli era stato appiccicato in modo arbitrario e a sua totale (nonché postuma) insaputa.
Solo verso gli anni ’80 si risvegliò un piccolo interesse nei suoi confronti grazie agli studi di Giovanni Spadolini, noto esponente politico repubblicano - per breve tempo anche Presidente del Consiglio dei Ministri – che rivalutò i saggi di Oriani inquadrandoli nel difficile contesto dell’Italia post-unitaria in cui l’entusiasmo risorgimentale si era rapidamente spento in seguito agli scandali politici e ai disastri militari in Etiopia.
Dopo la scomparsa di Spadolini, per Oriani è iniziato un nuovo periodo di accantonamento, anche se il centocinquantenario dell’unità potrebbe far rinascere un certo interesse verso la sua opera.
O forse no: la fama si diverte a giocare con le sue vittime anche quando sono ormai morte da cento anni.
Nella letteratura capita spesso che chi la raggiunge poi la perda irreparabilmente, oppure la ottenga quando è troppo tardi per godersela.
Lo scrittore inglese Hall Caine, contemporaneo di Joseph Conrad e H.G. Wells, da vivo ebbe un successo straordinario creando degli autentici best-sellers, ma da decenni il suo nome è ormai dimenticato e i suoi romanzi non sono più stati ristampati.
Sul versante opposto troviamo coloro le cui opere hanno ricevuto la dignità della stampa solo a beneficio dei propri discendenti.
Guido Morselli ad esempio. I suoi libri vennero sistematicamente respinti dagli editori, ed è diventato un autore di punta del catalogo Adelphi solo dopo la sua morte.
Oppure c’è il caso più raro della scelta volontaria: il poeta Gerard Manley Hopkins decise di farsi prete dopo essersi convertito al cattolicesimo, e nel corso della propria esistenza volle dedicarsi a tempo pieno alla vocazione sacerdotale e all’attività accademica presso l’università di Dublino. Le sue liriche furono pubblicate quasi venti anni dopo la morte a cura dell’amico Robert Bridges, e suscitarono un enorme interesse presso la critica che continua ancora oggi, tanto è vero che molte sue poesie compaiono abitualmente nelle antologie poetiche in lingua inglese.
Ma un caso davvero curioso è quello del nostro connazionale Alfredo Oriani. Da vivo pubblicò numerosi romanzi e saggi, senza mai ottenere successo e restando in secondo piano nel panorama letterario nazionale.
Morto nel 1909, si trovò a diventare involontariamente (e inconsapevolmente) il precursore del fascismo poiché Mussolini considerava il suo saggio La rivolta ideale un’anticipazione dei principî ideologici delle camicie nere. Fu così che durante la dittatura Alfredo Oriani venne celebrato dal regime: si organizzavano pellegrinaggi alla sua casa natale a Faenza e il suo nome era contrapposto a quello di Marx. Il pelatone in persona curò la pubblicazione dell’opera omnia di Oriani, di fatto trasformato in pre-fascista.
Finita la dittatura, lo scrittore ritornò nell’oblio, per di più macchiato da questo scomodo marchio che, paradossalmente, gli era stato appiccicato in modo arbitrario e a sua totale (nonché postuma) insaputa.
Solo verso gli anni ’80 si risvegliò un piccolo interesse nei suoi confronti grazie agli studi di Giovanni Spadolini, noto esponente politico repubblicano - per breve tempo anche Presidente del Consiglio dei Ministri – che rivalutò i saggi di Oriani inquadrandoli nel difficile contesto dell’Italia post-unitaria in cui l’entusiasmo risorgimentale si era rapidamente spento in seguito agli scandali politici e ai disastri militari in Etiopia.
Dopo la scomparsa di Spadolini, per Oriani è iniziato un nuovo periodo di accantonamento, anche se il centocinquantenario dell’unità potrebbe far rinascere un certo interesse verso la sua opera.
O forse no: la fama si diverte a giocare con le sue vittime anche quando sono ormai morte da cento anni.
giovedì 3 marzo 2011
Raw art
Non so quanti di voi abbiano mai sfogliato il volume Fantasy Worlds della Taschen.
Io l’ho trovato estremamente interessante, tanto è vero che lo tengo nello scaffale più basso del mio mobile libreria per averlo sempre a portata di mano.
Offre un elenco accurato e documentato di siti dove compaiono esempi di raw art, un termine con cui vengono definite quelle forme di arte dilettantesca, disordinata (ma non necessariamente) e sproporzionata creata da persone senza la benché minima formazione culturale in ambito figurativo.
Fenomeno poco frequente in Italia, è invece assai diffuso in Francia e negli Stati Uniti. Individui spesso appartenenti a classi sociali medio basse, vengono prese da una smania creativo-costruttiva che trova la sua valvola di sfogo nell’edificazione di “monumenti” realizzati in modo rozzo, raffazzonato, chiaramente privi di un progetto o di uno scopo preciso. Nella maggior parte dei casi i creatori di raw art si dedicano a questa attività solo nei ritagli di tempo, visto che devono lavorare per vivere, e quasi sempre sono costretti a utilizzare materiali di fortuna o di scarto (e comunque a bassissimo costo) poiché non hanno grosse disponibilità economiche. Sono tutti autodidatti, in un senso molto ampio del termine, e spesso c’è una certa ossessività nella loro applicazione a questo hobby.
I risultati possono essere diversi. Si va dal mucchio di oggetti diversi accumulati insieme che ricordano solo una discarica di rifiuti, a strutture più complesse e non prive di fascino. In casi rari riescono addirittura a suscitare un autentico interesse artistico.
Un esempio di raw art ossessiva sono le Watts Towers.
L’immigrato italiano Simone Rodia, operaio semi-analfabeta, le costruì a Los Angeles usando materiali raccolti della discarica dei rifiuti. Non appena smetteva di lavorare, prendeva cemento, cocci, plastica e vetri rotti per costruire “qualcosa di grosso”. Lui stesso non sapeva bene cosa. È andato avanti per anni, accumulando blocco su blocco, travatura su travatura, e raggiungendo i venti metri di altezza.
Molto più armonioso è Le Palais Ideal, che il francese Ferdinand Cheval costruì con le proprie mani, anche lui da solo, durante trent’anni di attività. Finito il suo lavoro, quasi ogni minuto del suo tempo libero era assorbito da questa opera che – per qualche motivo – voleva ad ogni costo accrescere, modellare, abbellire, sino a farla diventare grande come una reggia.
E ci sono decine di altri casi simili.
Trovo affascinante questa mania creativa, quasi malata, che si manifesta in persone dalla vita assolutamente normale. E mi chiedo cosa avrebbero potuto realizzare se fossero nati in una famiglia ricca, con la possibilità di frequentare l’Accademia di Belle Arti.
Io l’ho trovato estremamente interessante, tanto è vero che lo tengo nello scaffale più basso del mio mobile libreria per averlo sempre a portata di mano.
Offre un elenco accurato e documentato di siti dove compaiono esempi di raw art, un termine con cui vengono definite quelle forme di arte dilettantesca, disordinata (ma non necessariamente) e sproporzionata creata da persone senza la benché minima formazione culturale in ambito figurativo.
Fenomeno poco frequente in Italia, è invece assai diffuso in Francia e negli Stati Uniti. Individui spesso appartenenti a classi sociali medio basse, vengono prese da una smania creativo-costruttiva che trova la sua valvola di sfogo nell’edificazione di “monumenti” realizzati in modo rozzo, raffazzonato, chiaramente privi di un progetto o di uno scopo preciso. Nella maggior parte dei casi i creatori di raw art si dedicano a questa attività solo nei ritagli di tempo, visto che devono lavorare per vivere, e quasi sempre sono costretti a utilizzare materiali di fortuna o di scarto (e comunque a bassissimo costo) poiché non hanno grosse disponibilità economiche. Sono tutti autodidatti, in un senso molto ampio del termine, e spesso c’è una certa ossessività nella loro applicazione a questo hobby.
I risultati possono essere diversi. Si va dal mucchio di oggetti diversi accumulati insieme che ricordano solo una discarica di rifiuti, a strutture più complesse e non prive di fascino. In casi rari riescono addirittura a suscitare un autentico interesse artistico.
Un esempio di raw art ossessiva sono le Watts Towers.
L’immigrato italiano Simone Rodia, operaio semi-analfabeta, le costruì a Los Angeles usando materiali raccolti della discarica dei rifiuti. Non appena smetteva di lavorare, prendeva cemento, cocci, plastica e vetri rotti per costruire “qualcosa di grosso”. Lui stesso non sapeva bene cosa. È andato avanti per anni, accumulando blocco su blocco, travatura su travatura, e raggiungendo i venti metri di altezza.
Molto più armonioso è Le Palais Ideal, che il francese Ferdinand Cheval costruì con le proprie mani, anche lui da solo, durante trent’anni di attività. Finito il suo lavoro, quasi ogni minuto del suo tempo libero era assorbito da questa opera che – per qualche motivo – voleva ad ogni costo accrescere, modellare, abbellire, sino a farla diventare grande come una reggia.
E ci sono decine di altri casi simili.
Trovo affascinante questa mania creativa, quasi malata, che si manifesta in persone dalla vita assolutamente normale. E mi chiedo cosa avrebbero potuto realizzare se fossero nati in una famiglia ricca, con la possibilità di frequentare l’Accademia di Belle Arti.
mercoledì 2 marzo 2011
Grande novità su amazon !
Pensate un po’: da oggi sul più grande rivenditore online del mondo potete trovare anche i miei ebook!
…Va bene, sentitevi pure liberi di inviarmi un vaff[biiip!]ulo. Vi aspettavate qualcosa di interessante, e invece…
Percepisco le vibrazioni negative delle vostre domande:
“Che senso ha mettere alcuni tuoi libri a pagamento su amazon quando quegli stessi libri sono disponibili gratuitamente sul tuo blog?”
Giusto, però fa figo avere il proprio nome su amazon, no?
“Guarda che qualunque imbecille può auto-pubblicarsi su amazon”.
Appunto. Io sono un imbecille qualunque, e anche abbastanza nella media, perché non dovrei uniformarmi?
… Vabbé, un altro pezzetto della mia reputazione è andato. Meno male che non sono uno scrittore famoso!
…Va bene, sentitevi pure liberi di inviarmi un vaff[biiip!]ulo. Vi aspettavate qualcosa di interessante, e invece…
Percepisco le vibrazioni negative delle vostre domande:
“Che senso ha mettere alcuni tuoi libri a pagamento su amazon quando quegli stessi libri sono disponibili gratuitamente sul tuo blog?”
Giusto, però fa figo avere il proprio nome su amazon, no?
“Guarda che qualunque imbecille può auto-pubblicarsi su amazon”.
Appunto. Io sono un imbecille qualunque, e anche abbastanza nella media, perché non dovrei uniformarmi?
… Vabbé, un altro pezzetto della mia reputazione è andato. Meno male che non sono uno scrittore famoso!
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