domenica 20 marzo 2016

Letterati suicidi - prima parte

Essendo incorso durante la mia vita in due crisi depressive abbastanza prolungate, sono passato anche attraverso la fase in cui strani pensieri martellano a fasi alterne la mente. Un po' per questa ragione e un po' - all'estremo opposto - per esorcizzare gli strani pensieri in questione, mi sono spesso interessato alle biografie di artisti e letterati che si sono dati la morte volontariamente.
Lo spirito di questo doppio post è riferito proprio all'aspetto esorcizzante e non va assolutamente inteso come un elogio del suicidio. Non va neppure considerato come un post frivolo che banalizza il senso di un gesto estremo riducendolo a un mero elemento biografico che accomuna alcuni scrittori e poeti: reputo che si debba sempre nutrire un profondo rispetto per quelle persone che si sono tolte la vita poiché dietro tale scelta si annida sicuramente un oscuro disagio esistenziale, giustificato o ingiustificato che sia.
Poiché i letterati sanno esprimere immagini e concetti straordinari con l'uso della parola scritta, un'attenzione particolare l'ho avuta soprattutto per le lettere d'addio.
Una delle più celebri è quella di Virginia Woolf (1882-1941) che dopo aver sperimentato stati di grave esaurimento nervoso nel corso della sua esistenza si sentiva ormai troppo anziana per affrontarne altri evidentemente imminenti. Soprattutto, non voleva più essere di peso al marito al quale dedicò frasi cariche di affetto:

Carissimo, sono sicura che sto impazzendo di nuovo. Sento che non possiamo affrontare questa terribile situazione un'altra volta. Stavolta non riuscirei a riprendermi. Comincio a sentire delle voci e non riesco a concentrami. Perciò sto per fare ciò che mi sembra la miglior cosa da fare [...] tutta la felicità della mia vita la devo a te. Sei stato pienamente paziente con me e incredibilmente buono [...] Non posso più continuare a rovinarti l'esistenza.

Un'altra lettera di addio celebre è quella di Stefan Zweig (1881-1942), scrittore austriaco europeista convinto che, dopo aver vissuto con orrore il massacro della Prima Guerra Mondiale e l'avvento del nazismo, non accettava l'idea di assistere a una nuova mattanza e all'accanimento atroce contro la sua gente (Zweig era di ascendenza ebraica). Esule in Brasile, si tolse la vita insieme alla moglie che condivise con lui la scelta, lasciando una nota in cui diceva:

Ogni giorno amo questo paese di più, e non avrei potuto chiedere di ricostruire la mia vita in nessun altro luogo ora che la parte di mondo dove si parla la mia lingua sta sprofondando e la mia patria spirituale, l'Europa, si sta autodistruggendo. Ma ripartire da zero per un uomo di sessant'anni richiede energie speciali, e io le mie le ho esaurite nel corso di anni di peregrinazioni senza fissa dimora [...] Saluto i miei amici: possano vivere e vedere l'alba di questa lunga notte. Io, che sono più impaziente, me ne vado prima di loro.

Lo scrittore americano Robert Ervin Howard (1906-1936), creatore del celebre guerriero "barbaro" Conan, soffrì spesso di crisi depressive nel corso della sua breve vita. Quando sua madre si ammalò gravemente venne sopraffatto dalla frustrazione di vederla spegnersi lentamente senza poter fare nulla per salvarla e pose fine ai propri giorni. Le ultime parole che scrisse furono due versi rimati (in inglese ovviamente) che evocano le atmosfere dei suoi romanzi:

Tutto è andato, tutto é finito, perciò ponetemi sulla pira:
la festa è terminata e i lumi si spengono. 

Cesare Pavese (1908-1950), a sua volta spesso tormentato da crisi depressive, lasciò invece un biglietto assai laconico nel quale sembra emergere una sorta di fastidio verso il mondo che stava lasciando:

Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.

Lo scrittore giapponese Ryunosuke Akutagawa (1892-1927), soggetto a turbe psichiche e frequenti stati di alienazione mentale, lasciò a un amico una lunga spiegazione scritta relativa alla sua decisione di suicidarsi (un tema peraltro presente in alcuni suoi racconti) ma come motivazione del proprio gesto si limitò ad affermare che vi era spinto da

un vago senso di ansia per il mio futuro.

Non sempre tuttavia i letterati che si tolgono la vita ne spiegano le ragioni con parole scritte, sebbene siano sempre facilmente intuibili. In fondo le motivazioni del togliersi la vita sono ricorrenti: incapacità di affrontare una malattia o la vecchiaia (Henry de Montherlant non sopportava l'idea di diventare cieco), depressione, delusione per il crollo degli ideali in cui si credeva, rifiuto di essere pubblicamente infamati, atto estremo per evitare di essere arrestati o uccisi (Pierre Drieu la Rochelle, collaborazionista coi nazisti, non poteva certo sperare di cavarsela quando i partigiani francesi entrarono a Parigi), il trauma per la scomparsa di una persona cara (Sàndor Màrai si tolse la vita pochi mesi dopo aver visto morire prima sua moglie e poi il figlio adottivo).
Nel prossimo post sull'argomento, dopo l'intermezzo pasquale, parlerò di suicidi dalle sfaccettature più complesse.

25 commenti:

  1. Le crisi depressive sono bruttissime, cioè immagino che lo siano perché non riesco a concepire la possibilità di pensare alla fine della vita come liberazione da un peso maggiore.
    Ricordo, anni fa, il suicidio di un avvocato famoso, a Caltanissetta, perché accusato di collusione con la mafia (lui, però, aveva anche altri problemi). Invece, io aggiungo alla tua lista il suicidio di Yukio Mishima, ossessionato dall'idea della morte che lui associava anche al suo ideale politico; prima di suicidarsi, aveva tenuto un discorso in cui diceva: "Dobbiamo morire per restituire al Giappone il suo vero volto!"
    E poi il suicidio di David Foster Wallace, già ricoverato in una clinica psichiatrica, con una personalità di certo molto complessa.
    Ma chissà quanti altri esempi anche tu hai ancora in mente!

    E mi pare che giusto oggi, domenica delle Palme, sia un giorno perfetto per parlare di suicidi! ;)

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    1. Yukio Mishima sarà il protagonista del prossimo post.

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  2. Interessante e attendo il seguito. Io stesso mi sono molto interessato dell'argomento, riguardo in particolare a Marina Cvetaeva, Silvya Plath, Geza Csath, Carlo Michelstaedter, Jack London... ma l'elenco è pressoché interminabile.

    Il distico finale di R.E.Howard è in realtà composto di due versi tratti da The House of Caesar della poetessa inglese Viola Garvin (1898-1969).

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    1. Ottima precisazione. L'elenco in effetti é lunghissimo, ma io mi focalizzerò su pochi.

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  3. Ma quanti scrittori si suicidano... anche qui Yukio Mishima, Osamu Dazai, Ryunosuke Akutagawa tantissimi si sono suicidati... e sopratutto quello di Misuzu Kaneko è per me molto tragico...

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    1. I letterati sono persone particolarmente sensibili e forse più propense al suicidio. Anche qui in Italia abbiamo avuto Cesare Pavese, Guido Morselli, Emilio Salgari, Carlo Michelstaedter, Franco Lucentini e probabilmente anche Primo Levi.

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  4. L'argomento mi interessa particolarmente aspetto l'articolo su Mishima per commentare con maggior cognizione di causa.

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    1. C'è sicuramente molto da dire sull'argomento.

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  5. Post molto interessante e profondo.
    Hai ragione Ariano a dire che coloro che decidono di mettere fine alla loro esistenza hanno diritto al rispetto.
    Prima di tutto al rispetto per la loro scelta così personale e intima. In seconda, perchè noi non possiamo essere nella loro anima per capire a fondo le problematiche che l'attanagliano. Per tanto che possiamo parlare e dire, se non ci spiegano loro cosa li tormenta non possiamo di certo dirlo noi.
    Smettiamola comunque di dire che sono pazzi. Questo sì! Ci vuole comunque una bella dose di coraggio (che sia dettata da qualunque m otivo) a decidere di togliersi la vita.

    Certo che tra tutti i letterati che hai citato, il mio conterraneo Pavese mi ha fatto sorridere benevolmente. Laconico come un piemontese, è proprio il caso di dirlo. :)

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    1. Sì, quel "non fate pettegolezzi" è indubbiamente il monito a non parlar troppo della cosa allo stesso modo in cui lui non sentiva la necessità di dare spiegazioni.

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  6. Sono i rischi della consapevolezza, della solitudine spirituale di persone troppo sensibili. La consapevolezza, l'autoanalisi, spesso stridono se rapportate alla grettezza del mondo. Bel post Ariano.

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    1. A volte eccessiva sensibilità, altre volte ragioni diverse. Ne parlerò meglio nel prossimo post.

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  7. Argomento molto interessante.
    Come hai risolto la depressione, tu?

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    1. Un po' con l'aiuto di medicinali, e un po' perché ho avuto fortuna e alcune situazioni che mi stavano uccidendo si sono risolte e si sono evolute in nuove situazioni decisamente migliori. Se non si fossero risolte, non so se sarei riuscito a venirne fuori...

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    2. Non sei ricorso ad aiuti psicologici?

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    3. No, la prima volta l'ho vissuta in totale segretezza, mi ha salvato una ragazza che ha ricambiato il mio amore per lei.
      La seconda volta ho fatto ricorso a farmaci, ma la vera salvezza è stata potermi sbarazzare di un lavoro stressante e, quasi contemporaneamente, diventare papà di una bambina meravigliosa :-)

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  8. La vita riserva anche tematiche difficili come quella del suicidio. Purtroppo capire è impossibile, però si può rispettare la scelta altrui.
    Attendo il prossimo post su Mishima (e quelli che seguiranno)!

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    1. Sull'argomento in questione, ne seguirà solo un altro.

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  9. Il suicidio è un tema delicatissimo, che tu hai trattato con grande cura in questa prima parte. Anche tra gli artisti ci furono diversi casi di suicidio. Impossibile, appunto, entrare nello spirito e nella mente di queste persone. Eccesso di sensibilità, sovraccarico mentale, troppe aspettative deluse, mancanza di speranze per il futuro, visioni troppo grandi per loro, pressioni di ogni tipo... tutto può concorrere. Di recente c'è stato il caso di un giovane chef che si è tolto la vita pur essendo ai vertici della carriera.

    Il mio primo incontro con Cesare Pavese fu attraverso una mia compagna di liceo: il suo ragazzo si era suicidato e lei stava leggendo i Diari. Voleva capire. Come puoi immaginare, la cosa l'aveva segnata profondamente.

    Parlerai anche di Antonia Pozzi nel prossimo post?

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    1. Posso capirlo bene, deve essere stato un trauma enorme. Nella mia città è successo di un ragazzo che si è tolto la vita e il dramma più grande dei genitori è stato, ancor più che aver perso il proprio figlio, il non essere riusciti a capire cosa lo avesse spinto a un gesto estremo, con tutto l'inevitabile corollario di sensi di colpa, di dubbi su "cosa avremo sbagliato?" e quant'altro.

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    2. No, ho scelto alcuni casi molto specifici e non c'è Antonia Pozzi.

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  10. quoto Patricia: Smettiamola comunque di dire che sono pazzi.

    I veri pazzi son quelli che non desistono dal voler vivere in questo mondo, dove l'intelligenza viene sempre mortificata, così come anche l'uomo comune, e dove l'unico motore è l'avidità. Bisogna esser pazzi per continuare a vivere in un mondo come il nostro, e coraggiosi invece sono coloro che decidono di abbandonarlo.

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    1. Rivoltando ancora il discorso, il vero coraggio è continuare a vivere pur non avendone più voglia.

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  11. La depressione è una cosa difficile da capire se non la si è provata o se non si è avuto qualcuno molto vicino che ne ha sofferto. Spesso la gente vede il suicidio come un atto codardo, una resa. A volte bisognerebbe anche capire cosa c'è dietro o, quanto meno, "non fare troppi pettegolezzi".
    Molto bello il post e capace di trattare con rispetto il tema.
    Ti auguro che qualsiasi "strano pensiero" riposi ora per sempre nel tuo passato per lasciare spazio ad altro.

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